La guerra dei dazi e la strategia di Trump

Scritto da in data Maggio 14, 2025

Henry Louis Mencken, uno scrittore e giornalista statunitense diceva: “Per ogni questione complessa c’è sempre una risposta semplice, persuasiva e sbagliata.” Questa citazione sembra calzare a pennello per la “guerra dei dazi” scatenata dal Presidente Trump.

Lo show dei dazi alla Casa Bianca

Partiamo dai fatti, lo scorso 2 aprile abbiamo assistito in mondovisione ad uno spettacolo surreale.

Donald Trump, dal giardino delle rose della Casa Bianca, con i suoi soliti toni trionfalistici mostra una lavagnetta sulla quale sono segnati i dati, tutti farlocchi, sui presunti dazi che il resto del mondo impone sulle merci americane e annuncia che il giorno della liberazione è arrivato e quindi gli Stati Uniti, a loro volta, introdurranno dazi reciproci su tutto il resto del mondo.

Quell’annuncio scatena immediatamente una sarabanda sui mercati finanziari mondiali finché dopo qualche giorno il presidente americano, è costretto a fare parziale marcia indietro annunciando una sospensione di 90 giorni del provvedimento tranne che nei confronti della Cina.

Nelle settimane successive si susseguono gli annunci roboanti e i passi indietro fino a questi ultimi giorni in cui, dopo un accordo con il Regno Unito, si stanno conducendo trattative con la Cina e a seguire si proseguirà con altri paesi.

Perché i dazi non funzionano

La strategia dei dazi è poco sensata ed è fondamentalmente inefficace rispetto agli obiettivi che si pone la nuova amministrazione americana, ne avevamo già parlato in questo podcast.

Illudersi che le filiere globali della produzione manifatturiera possano essere smantellate in pochi mesi e ricostruite all’interno degli Stati Uniti è un’idea semplicemente illogica.

Le aziende, non soltanto quelle americane, negli ultimi quarant’anni hanno investito per costruire catene di fornitura distribuite in tutto il pianeta in base a criteri di efficienza e di riduzione dei costi.

Smontare questo meccanismo e reinstallare le fabbriche negli Stati Uniti richiede anni di tempo, sono decisioni che non si improvvisano in pochi giorni e che hanno tempi di realizzazione inevitabilmente lunghi.

Sono necessari investimenti colossali e anche qui si pone la fatidica domanda: chi ci metterà i soldi? Infine occorre manodopera qualificata che ormai non c’è più, in un paese come gli Stati Uniti dove, tra l’altro, la disoccupazione è oggi ai minimi storici, attorno al 3%.

Quindi bisognerà importare manodopera e non cacciare via i migranti, smentendo uno dei punti fondamentali del programma politico della nuova amministrazione.

L’economia, grande assente nella geopolitica

Allora perché Trump si è lanciato in questa insensata guerra dei dazi? Cerchiamo di approfondire alcuni aspetti che sono importanti per capire quel che sta accadendo.

Chi si occupa di geopolitica spesso disdegna l’economia considerandola se non del tutto inutile quantomeno fuorviante per capire le vicende internazionali.

Ultimamente la geopolitica è diventata una prospettiva, una modalità per capire le vicende del mondo molto di moda e anche molto suggestiva ma per capire bene quel che sta accadendo negli Stati Uniti è forse più utile concentrarsi su alcuni eventi di natura economica.

La prima osservazione da cui bisogna partire è che la globalizzazione degli ultimi decenni, imposta dagli Stati Uniti nel tentativo di estendere il proprio modello economico-sociale e anche politico al resto del mondo ha, di fatto, favorito la Cina e penalizzato gli Stati Uniti.

Trump vince le elezioni perché la sensazione che ha ormai la maggioranza degli americani è che nella grande corsa della globalizzazione la Cina abbia vinto e gli Stati Uniti hanno perso.

Wilhelm Maximilian Wundt, un filosofo e psicologo tedesco, vissuto a cavallo tra Ottocento e Novecento, coniò l’espressione “eterogenesi dei fini” per indicare che spesso gli individui e le comunità pur puntando ad un obiettivo specifico possono ottenere risultati diversi, inaspettati o persino opposti rispetto a quelli perseguiti.

Questo può accadere perché le loro azioni producono conseguenze ed effetti secondari non previsti e non intenzionali che finiscono per modificare i loro obiettivi originari.

Eterogenesi dei fini: quando l’effetto tradisce l’intento

Anche in questa vicenda siamo di fronte a un caso da manuale di “eterogenesi dei fini”. Facciamo qualche passo indietro. Alla fine degli anni Ottanta la caduta del Muro di Berlino e qualche anno dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica fanno scomparire l’unica grande e concreta alternativa al modello economico e politico delle società capitalistiche.

Gli Stati Uniti che di fatto avevano vinto la “guerra fredda” diventano l’unica potenza globale. Le ricette neoliberiste si sposano alla perfezione con la volontà egemonica degli Stati Uniti e il resto del mondo si adegua, volente o nolente.

I paesi ex sovietici, a cominciare dalla Federazione Russa, si convertono al capitalismo, l’Unione Europea con il Trattato di Maastricht fa propria, come orizzonte ideologico, una versione leggermente addomesticata del neoliberismo.

La Cina nell’urgenza di sviluppare la propria economia, presupposto per ridare a quel paese quel ruolo di grande potenza che aveva perso a partire dall’Ottocento, con la sottomissione alle potenze europee, introduce meccanismi di mercato per attirare investimenti e tecnologie straniere.

Dalla caduta del Muro alla corsa neoliberista

Il mix tra riduzione degli ostacoli agli scambi commerciali, liberalizzazione dei mercati finanziari, nuove tecnologie informatiche, riduzione dei costi di trasporto, spingono la globalizzazione economica favorendo la crescita. Iniziano quei grandi processi di delocalizzazione produttiva che colpiscono la manifattura statunitense ma anche quella europea.

Lo spostamento delle fabbriche disarticola le organizzazioni dei lavoratori e riduce tutele, diritti e salari nei paesi sviluppati. Nei paesi in via di sviluppo, Cina per prima, la povertà diffusa, mette a disposizione masse enormi pronte a lavorare a qualsiasi condizione.

L’errore strategico USA con la Cina

La progressiva integrazione della Cina nel sistema internazionale a guida americana, culmina nel 2001 con l’adesione all’Organizzazione mondiale del commercio, che darà libero accesso alle merci cinesi ai ricchi mercati dei paesi sviluppati.

L’idea americana che quella decisione avrebbe favorito le esportazioni statunitensi verso il potenzialmente enorme mercato cinese, si rivelò sbagliata.

Quel che accadde nella realtà è che si esportarono i posti di lavoro americani mentre d’altro lato aumentavano le importazioni di merci cinesi a basso costo creando un enorme squilibrio nella bilancia commerciale.

Nel giro di pochi anni si determinò un graduale depauperamento industriale ed economico della potenza egemone, gli Stati Uniti, e dei suoi alleati europei, che l’avevano seguita, in quella scelta strategica.

Allo squilibrio nella bilancia dei pagamenti si univano nuovi squilibri interni con riduzione dei salari, aumento della disoccupazione e aumento delle disuguaglianze.

Per far fronte alla riduzione reale dei redditi delle classi medio basse, nel tentativo di sostenere la domanda aggregata e di mantenere il consenso

popolare nei confronti dell’ordine liberale si puntava sull’espansione del credito, liberalizzando ulteriormente i mercati finanziari.

In sostanza, hai perso il lavoro garantito in fabbrica, perché la tua fabbrica è stata delocalizzata, sei costretto a fare uno o più lavori nel settore dei servizi, e alla fine guadagni meno di prima, non ti preoccupare.

Se il tuo reddito reale si è ridotto potrai compensare da un lato perché quando vai al supermercato trovi prodotti cinesi importati che costano meno e in più se ancora non ti bastano i soldi vai in banca e chiedi un prestito, abbiamo semplificato le condizioni per ottenerlo.

Debito privato e crisi globale

Questi processi portano a una crescita abnorme del debito privato, aggiungendo ulteriori squilibri macroeconomici finché nel 2008, con il fallimento della banca Lehman Brothers, l’interno meccanismo rischia di saltare per aria.

Quella crisi è un punto di svolta fondamentale. Innanzitutto mina la fiducia nell’ordine liberale a livello politico e nel canone neoliberista a livello economico.

Il neoliberismo aveva promesso che la globalizzazione avrebbe arricchito tutti ma i lavoratori e la classe media americana in realtà si sono impoveriti.

Obama sceglie Wall Street, non Main Street

Nell’autunno del 2008 siamo tra l’altro in un momento cruciale di passaggio dalla amministrazione repubblicana di George Bush Junior alla nuova amministrazione democratica del presidente Obama il quale si trova di fronte un compito improbo.

Bisogna salvare il sistema finanziario americano che ha messo in crisi il sistema finanziario globale e sta spingendo in recessione l’intera economia.

L’amministrazione Obama si trova di fronte a una scelta tremenda: salvare le banche e quindi il sistema finanziario e quindi l’economia capitalista oppure salvare i milioni di cittadini che stanno perdendo la casa, i risparmi, il lavoro.

La scelta, e fu chiaramente una scelta politica, è quella di salvare le banche, la scusa è che non ci sono soldi a sufficienza per salvare tutti. Ma salvare le banche significa salvare quel sistema neoliberista che aveva causato la crisi.

Salvare i cittadini avrebbe comportato la necessità di mettere in discussione e riformare dalle fondamenta il sistema neoliberista sul quale si basava, tra l’altro, l’egemonia americana nel mondo.

Il vuoto della sinistra e l’ascesa di Trump

Ma se persino Obama, uno dei presidenti più di sinistra della storia americana messo di fronte alla scelta tra salvare Wall Street, cioè le banche oppure Main Street, cioè  i suoi cittadini, sceglieva le banche, se tutta la classe politica americana era succube di un gruppetto di banche transnazionali i cui proprietari continuarono ad arricchirsi anche dopo la crisi mentre il resto degli americani pagavano i costi, questo significava mettere in crisi le basi stesse della convivenza civile.

Si crea in quel periodo una frattura tra quella parte più debole della popolazione che perde il lavoro, la casa, i risparmi, la salute e quella ristrettissima élite di supermiliardari che condiziona la politica anche quella di sinistra, subordinandola ai suoi interessi di classe.

La situazione fu sintetizzata da Warren Buffet uno dei più grandi finanzieri americani, con grande schiettezza, quando disse: ”Negli ultimi vent’anni c’è stata una lotta di classe ma è la mia classe, quella dei ricchi, che l’ha vinta.”

La sensazione che si diffuse tra la classe lavoratrice e la classe media fu che il sistema fosse truccato, le regole erano fatte per favorire i più ricchi.

La sinistra più radicale queste teorie le aveva sempre sostenute ma la maggioranza del partito democratico era su posizioni più centriste e moderate.

Il partito democratico aveva fatto proprie le teorie neoliberiste e aveva cavalcato l’ondata della globalizzazione con un entusiasmo degno di miglior causa.

A fronte della compressione dei diritti economici e sociali della maggioranza della popolazione il Partito democratico, o quantomeno alcune sue frange, sostenuto dai grandi capitalisti della Silicon Valley pompano la proliferazione della cosiddetta cultura “woke” che vuole portare al centro dell’agenda politica i diritti individuali frammentando ulteriormente il corpo sociale.

Il “wokismo” diventa una straordinaria arma di distrazione di massa per distogliere l’attenzione dalla crescente disuguaglianza economica.

Di fronte alla bancarotta intellettuale, prima ancora che politica dei democratici che non riescono a comprendere la profondità del disagio sociale ed economico che attraversa larga parte della popolazione americana, spunta un outsider, Donald Trump che intuisce di poter sfruttare politicamente quel disagio per conquistare il potere.

Mentre i democratici si trastullavano con le idiozie del “wokismo”, oscillando tra il ridicolo e il grottesco, la nuova destra trumpiana capiva che si apriva una finestra di opportunità cavalcando la rabbia, il rancore, il risentimento di quella parte dell’America che prima era risultata sconfitta nella grande corsa della globalizzazione e successivamente, dopo la crisi finanziaria del 2008, si era ritrovata a pagare le conseguenze di quella crisi causata da quei banchieri che avevano continuato ad arricchirsi.

L’incapacità del partito democratico di dire qualcosa “di sinistra” sulle disuguaglianze sempre più marcate regalavano di fatto la maggioranza dei consensi popolari alle armate trumpiane.

Una nuova vulnerabilità: il caso munizioni

La narrazione di Trump, il suo programma politico e i suoi slogan sono un mix micidiale di fake news, cioè di notizie farlocche, contraddizioni logiche, grandi e ottimistici proclami, retorici propositi di voler riportare l’America all’età dell’oro.

Il tutto condito con attacchi al limite del razzismo contro gli immigrati che delinquono e rubano il lavoro agli americani onesti, contro i cinesi che fanno i furbi, contro i democratici che hanno svenduto il paese alle élite finanziarie sostenendo una globalizzazione sregolata che ha favorito soltanto i nemici dell’America.

In fin dei conti il programma che porterà Trump alla Presidenza nel 2017 non è molto diverso da quello riproposto con ancor maggior determinazione nel 2024.

Durante la Presidenza Biden due nuovi eventi mettono in evidenza le difficoltà della superpotenza americana, prima il Covid e poi l’invasione russa dell’Ucraina.

In entrambi i casi gli Stati Uniti si rendono conto che avendo delocalizzato all’estero le produzioni manifatturiere dipendono dalle forniture cinesi anche nel settore sanitario e persino in quello della difesa.

Gli americani scoprono di avere grosse difficoltà a rifornire adeguatamente di munizioni i loro alleati impegnati in conflitti sanguinosi, l’Ucraina da un lato e Israele dall’altro.

La ragione è semplice, negli Stati Uniti non ci sono più grandi fabbriche di munizioni e la prima potenza globale dipende dall’estero per rifornire i suoi arsenali e quelli dei suoi alleati.

Gli Stati Uniti sono ancora la prima potenza economica e militare del pianeta ma questa loro potenza si basa su fondamenta molto fragili.

Si diffonde sempre più nella società americana la consapevolezza che bisogna cambiare tutto e rimettere in discussione quel modello di sviluppo basato sulla globalizzazione.

Il problema, come sempre, quando bisogna riformare un sistema economico e politico è come fare? Non esiste da nessuna parte un manuale che spieghi cosa fare e come farlo e quindi si procede, inevitabilmente, per tentativi, anche a costo di fare enormi e fatali errori.

Oggi gli Stati Uniti di Trump si trovano in una situazione simile a quella in cui si trovò a metà degli anni Ottanta l’Unione Sovietica di Gorbaciov.

C’era la consapevolezza piena che il sistema non funzionava e andava riformato mentre il loro principale avversario gli Stati Uniti si stava rafforzando. Si tentò la strada della riforma politica del sistema ma l’esito fu fatale, sette anni dopo, nel 1992 l’Unione Sovietica si dissolveva.

Riusciranno gli Stati Uniti a evitare di fare la fine tragica del loro ex avversario?

Nessuno può saperlo, per ora i primi tentativi del presidente Trump al suo secondo mandato sembrano altrettanto inconcludenti e confusi di quelli fatti nel primo mandato e la guerra dei dazi è un tentativo molto pasticciato di cambiare le regole del gioco senza avere probabilmente molto chiaro quale sarà il punto d’arrivo.

I numeri di una potenza in crisi

Per ora resta la dimensione dei problemi. A fine 2024 gli Stati Uniti avevano un PIL che sfiorava i 27.000 miliardi di Euro, con un debito pubblico pari sostanzialmente al PIL ma in tendenziale crescita e un servizio del debito, cioè il costo dell’indebitamento, quanto debbono pagare ogni anno di interessi ai loro creditori, che sfiora i 1.000 miliardi.

La bilancia commerciale ha invece un deficit nei confronti del resto del mondo di poco superiore ai 1.100 miliardi.

Nessun paese, nemmeno una potenza come gli Stati Uniti, possono reggere a lungo una traiettoria fatta di debito, servizio del debito e deficit commerciali crescenti.

Come andrà a finire lo sapremo solo vivendo, per quel che ci riguarda possiamo fare soltanto gli scongiuri, considerando che gli Stati Uniti sono nostri stretti alleati e uno dei principali partner economici.

Immagine di copertina creata con l’AI

14 maggio 2025 – Notiziario Mondo

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