17 aprile 2026 – Notiziario Mondo

Scritto da in data Aprile 17, 2026

  • Libano: 10 giorni di cessate il fuoco.
  • Iran: diplomazie appese al petrolio.
  • Palestina: la normalità della violenza.
  •  Camerun: Papa Leone XIV condanna i “tiranni” che saccheggiano il mondo.
  • Burundi, morte di un ministro tra troppe domande.
  • L’Europa ha forse solo sei settimane di carburante per l’aviazione
  • Kazakhstan: 5 anni di carcere per gli attivisi di Atajurt che bruciarono la bandiera cinese.
  • Il neoprimo ministro ungherese dichiara alla televisione di Stato: “Chiuderemo il vostro servizio di menzogne”
 Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets a cura di Barbara Schiavulli 

Iran e il cessate il fuoco

La diplomazia si muove, ma lo fa su un terreno scivoloso: quello dell’energia, della guerra e degli interessi incrociati.

Il capo dell’esercito pakistano, Asim Munir, è arrivato a Teheran per preparare un nuovo round di negoziati tra Iran e Stati Uniti. Mancano pochi giorni alla scadenza della tregua e Islamabad si ritaglia un ruolo chiave: la Casa Bianca la definisce l’unico mediatore possibile.

Significa che Washington ha bisogno di un canale credibile con Teheran, ma non vuole – o non può – esporsi direttamente.

Intanto il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif è in tour nel Golfo: Arabia Saudita, equilibri sunniti, e la solita partita parallela che si gioca tra diplomazia ufficiale e relazioni informali.

Segnali di disgelo arrivano anche dal Golfo: per la prima volta dall’inizio della guerra, Emirati Arabi Uniti e Iran tornano a parlarsi. Una telefonata tra Mansour bin Zayed Al Nahyan e Mohammad-Bagher Ghalibaf, che ufficialmente riguarda “de-escalation” e stabilità regionale. Tradotto: tutti cercano una via d’uscita, ma nessuno vuole perdere terreno.

E mentre la diplomazia si affanna, sul campo si alza la tensione. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi avverte Cina e Giappone: le mosse americane nello Stretto di Stretto di Hormuz rischiano conseguenze pericolose. È un messaggio che non parla solo a Pechino o Tokyo, ma ai mercati globali.

Il vero cuore di questa crisi è lì: il petrolio.
Secondo analisti citati da Reuters, l’Iran ha al massimo due mesi prima di dover tagliare la produzione se il blocco navale americano continuerà.

I depositi si stanno riempiendo, e quando saranno saturi, fermare i pozzi sarà inevitabile. Una mossa che farebbe molto più male di un semplice stop alle esportazioni.

Nel frattempo il prezzo del greggio è già salito di circa il 40%, avvicinandosi ai 100 dollari al barile. E qualcuno ci sta guadagnando.

Le principali compagnie petrolifere del mondo hanno incassato oltre 30 milioni di dollari all’ora nel primo mese di guerra.

Un flusso di denaro che alimenta non solo i bilanci aziendali, ma anche altri conflitti: le aziende legate allo Stato russo, per esempio, potrebbero trasformare questi profitti in carburante per la guerra in Ucraina.

E poi c’è l’Europa, spettatrice vulnerabile. Il direttore dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, Fatih Birol, lancia un allarme secco: restano circa sei settimane di carburante per l’aviazione.

Dopo, potrebbero arrivare cancellazioni di voli e un impatto diretto sull’economia. Lo definisce “la più grande crisi energetica mai affrontata”. Non è una frase leggera.

Sul piano politico, Teheran alza il tono anche sul Libano. Ghalibaf chiede agli Stati Uniti di rispettare il cessate il fuoco e abbandonare la linea “Israel First”, mentre rivendica il ruolo di Hezbollah nella tenuta della tregua.

Parole che non sono solo propaganda: sono un messaggio diretto a Washington su chi controlla davvero gli equilibri sul terreno.

Intanto, dietro le quinte, si negozia anche sullo Stretto di Hormuz. L’Iran avrebbe proposto di garantire un passaggio sicuro alle navi lungo la costa omanita, purché si arrivi a un accordo più ampio. È un segnale di apertura, ma anche una leva: Teheran mostra di poter chiudere o aprire il rubinetto del commercio globale.

La pressione interna cresce. L’Iran ha già sospeso le esportazioni petrolchimiche per garantire il mercato domestico, dopo gli attacchi agli impianti e il blocco navale che paralizza il traffico marittimo. È il segnale di un’economia sotto stress.

E poi c’è la dimensione più opaca, quella tecnologica e militare. Secondo documenti trapelati e riportati dal Financial Times, l’Iran avrebbe utilizzato un satellite cinese per monitorare e colpire basi statunitensi in Medio Oriente, inclusa Prince Sultan Air Base.

Pechino smentisce, ma il dato resta: la guerra si combatte anche nello spazio, e le alleanze si ridefiniscono lontano dai riflettori.

Alla fine, tutto converge nello stesso punto: una tregua fragile, una diplomazia che rincorre, e un sistema globale che scopre quanto sia dipendente da pochi chilometri di mare.

E mentre i leader parlano di stabilità, il mondo trattiene il fiato. Perché basta una scintilla nello Stretto di Hormuz per trasformare questa crisi in qualcosa di molto più grande.

Libano

Una tregua annunciata, costruita sotto pressione diplomatica, ma che nasce già fragile.

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha dichiarato un cessate il fuoco di dieci giorni tra Israele e Hezbollah, previsto a partire dalla mezzanotte di giovedì, dopo colloqui con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente libanese Michel Aoun.

Washington parla apertamente di un primo passo verso negoziati più ampi, fino a ipotizzare un incontro alla Casa Bianca tra le parti, che sarebbe il primo confronto significativo tra Israele e Libano dagli anni Ottanta.

Ma già prima ancora che la tregua entri in vigore, emergono segnali di forte resistenza. Secondo fonti libanesi, Aoun avrebbe rifiutato un contatto diretto con Netanyahu, nonostante le pressioni statunitensi.

Una scelta che riflette la complessità della politica interna libanese: il Paese è attraversato da profonde divisioni settarie e politiche, e qualsiasi apertura formale verso Israele rischia di essere percepita come una rottura degli equilibri interni.

Fonti vicine alla presidenza libanese parlano apertamente del rischio che un dialogo diretto possa alimentare tensioni sociali, proteste e persino riaccendere dinamiche da guerra civile.

In questo contesto, il rifiuto di Aoun non è solo diplomatico, ma anche un tentativo di contenere una possibile destabilizzazione interna.

Nel frattempo, sul terreno, la situazione resta altamente volatile. Nelle ore che precedono la tregua, gli scontri non si sono fermati: Hezbollah ha continuato a lanciare attacchi verso il nord di Israele, mentre l’aviazione israeliana ha proseguito i raid sul Libano meridionale. Secondo il ministero della Salute libanese, almeno 29 persone sono state uccise nelle ultime 24 ore.

Tra gli attacchi più significativi, la distruzione dell’ultimo ponte che collegava il sud del Libano al resto del Paese, un’infrastruttura strategica che garantiva il passaggio di civili e aiuti. La sua distruzione non ha solo un valore militare, ma segna un ulteriore isolamento delle comunità già colpite dai bombardamenti.

Anche Hezbollah rivendica il ruolo della diplomazia iraniana nel raggiungimento della tregua, segnalando come il conflitto libanese resti strettamente intrecciato alle dinamiche regionali più ampie.

In questo quadro, la tregua appare meno come un punto di arrivo e più come una pausa negoziata sotto pressione internazionale. Una pausa che si inserisce in un equilibrio precario, dove le esigenze strategiche delle potenze esterne si scontrano con le fragilità interne del Libano.

E mentre le cancellerie parlano di opportunità, sul terreno resta una realtà diversa: una guerra che non si è mai davvero fermata, e una tregua che deve ancora dimostrare di poter esistere davvero.

Almeno cinque persone sono state uccise ieri nei raid israeliani nel sud del Paese, secondo l’agenzia nazionale libanese. Ma il dato più simbolico, più pesante, è un altro: è stato distrutto il ponte di Qasmiyeh, sul fiume Litani, l’ultimo collegamento tra il sud e il resto del Libano. Non è solo un’infrastruttura. È un isolamento fisico, strategico, umano.

A Bint Jbeil si combatte strada per strada. Le forze israeliane hanno circondato la città, con caccia e elicotteri in azione, mentre Hezbollah risponde con attacchi nel nord di Israele e contro le truppe a terra. L’esercito israeliano rivendica la distruzione di “70 infrastrutture terroristiche in un minuto”. Una frase che suona come una dimostrazione di potenza. Ma sotto quella potenza ci sono quartieri interi che scompaiono.

Negli ultimi giorni gli attacchi si sono moltiplicati: Naqoura, Hanniyeh, Meifdoun, Nabatieh. Colpiti edifici, auto, intere aree urbane. In almeno un caso, i droni hanno seguito una dinamica ormai tristemente nota: primo attacco, poi un secondo contro chi arriva a soccorrere. È successo ancora. E ancora ci sono morti tra i soccorritori.

Secondo l’analisi della BBC, oltre 1.400 edifici sono stati distrutti nel sud del Libano dall’inizio di marzo. E lo stesso report avverte: è solo una parte del danno reale, perché molte aree restano inaccessibili. Il bilancio vero potrebbe essere molto più alto.

E poi c’è il sistema sanitario, che crolla sotto i colpi. Il direttore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, denuncia attacchi ripetuti contro l’ospedale di Tebnine, uno dei principali centri di emergenza del sud. Reparti distrutti, personale ferito, attrezzature inutilizzabili. Più di 90 operatori sanitari uccisi dall’inizio di marzo, secondo il ministero della Salute libanese.

E fuori dagli ospedali, la situazione non è migliore. Nei pressi di Nabatieh, raid successivi hanno colpito deliberatamente le squadre di emergenza: prima l’attacco, poi le ambulanze, poi chi cercava di salvare chi era rimasto vivo. Tre soccorritori uccisi, altri sei feriti.

Palestina e Israele

Il capo negoziatore di Hamas, Khalil al-Hayya, chiede a Israele di fermare gli attacchi e garantire un aumento significativo degli aiuti umanitari per passare alla fase successiva del piano di cessate il fuoco promosso da Donald Trump.

Una richiesta che arriva mentre, secondo CNN, si sono svolti al Cairo colloqui diretti tra Hamas e gli Stati Uniti – un fatto raro – con la partecipazione di Aryeh Lightstone, collaboratore dell’inviato speciale Steve Witkoff.

Secondo le fonti, Washington avrebbe ottenuto da Israele l’impegno a rispettare pienamente la prima fase dell’accordo.

 Ma qui emerge una contraddizione: molte delle condizioni previste – come il ritiro delle forze israeliane su determinate linee e lo scambio tra ostaggi israeliani e prigionieri palestinesi – risultano già formalmente completate da tempo. Segno che il negoziato si muove più sulle interpretazioni che sui fatti concreti.

Nel frattempo, sul fronte interno israeliano, un altro caso solleva interrogativi. Le forze armate israeliane hanno reintegrato cinque soldati accusati di abusi gravi – fisici e sessuali – contro un detenuto palestinese nella struttura di Sde Teiman. Le accuse erano state formalizzate nel febbraio 2024, ma sono state poi ritirate per “difficoltà procedurali” legate alla diffusione di materiale investigativo.

A far emergere il caso è stato un video, trapelato ai media israeliani dalla responsabile legale dell’esercito, che ha dichiarato di averlo diffuso per contrastare una campagna di delegittimazione contro il sistema giudiziario militare. Una scelta che le è costata l’arresto, mentre i soldati sono stati riammessi in servizio.

A Gaza i numeri continuano a crescere, ma non raccontano più tutto.
Nelle ultime 24 ore un palestinese è morto per ferite precedenti e altri otto sono stati feriti. Il bilancio totale supera ormai i 72 mila morti e oltre 172 mila feriti dall’inizio della guerra. E anche durante quella che viene chiamata tregua, dal primo giorno effettivo, almeno 766 palestinesi sono stati uccisi e più di duemila feriti. A questi si aggiungono centinaia di corpi recuperati sotto le macerie.

Sul terreno, gli attacchi non si fermano. Nel nord di Gaza, a Beit Lahia, un drone ha ucciso due fratelli vicino a una scuola. A Gaza City, un uomo è morto dopo un attacco a un veicolo della polizia. Nel centro della Striscia, colpi d’arma da fuoco hanno ferito civili, tra cui una donna. E a Khan Younis, il corpo di un uomo scomparso da quasi due anni è stato ritrovato sotto le rovine. È una guerra che continua a restituire morti anche molto tempo dopo averli uccisi.

Ma la violenza non è confinata a Gaza. In Cisgiordania occupata si muove con un’altra forma, più diffusa, meno visibile ma altrettanto sistematica.
Un ragazzo di 17 anni è stato ucciso durante un raid israeliano vicino a Gerusalemme. Terreni agricoli e infrastrutture idriche vengono distrutti nella Valle del Giordano. Checkpoint, arresti, incursioni nelle case: anche un bambino è stato fermato dopo essere stato inseguito e picchiato.

E poi ci sono i coloni. Attacchi con pietre e coltelli, strade bloccate, case assaltate. In un solo giorno sono state documentate 31 violazioni tra Cisgiordania ed Est di Gerusalemme: alberi sradicati, terreni confiscati, cimiteri distrutti, infrastrutture idriche danneggiate. E oltre cento ingressi nella moschea di Al-Aqsa in pochi giorni, in un contesto sempre più teso.

Intanto circa 350 studenti palestinesi sono detenuti nelle carceri israeliane, secondo il ministero dell’Istruzione palestinese: arresti notturni, isolamento, mancanza di cure e accesso negato all’istruzione.

Camerun

In Camerun, parole durissime dal pontefice in una delle regioni più segnate dal conflitto africano.

Papa Leone XIV, in visita nella città di Bamenda, cuore della crisi nelle regioni anglofone, ha denunciato apertamente “i tiranni” che devastano il mondo e l’uso della religione per giustificare interessi militari ed economici. Un discorso che arriva dopo lo scontro con l’amministrazione di Donald Trump e che rischia di approfondire la frattura con Washington.

Il Papa ha parlato di una terra “insanguinata ma fertile”, denunciando lo sfruttamento delle risorse africane e un sistema globale che investe in armi invece che in sanità ed educazione. Parole pronunciate in una regione dove il conflitto separatista dura da quasi dieci anni e ha causato migliaia di morti.

Nel suo incontro con il presidente Paul Biya, al potere da oltre quarant’anni, ha chiesto un esame di coscienza su corruzione e violazioni dei diritti umani.

Una visita blindata, tra misure di sicurezza straordinarie e una popolazione che, nonostante tutto, continua a cercare un segnale di pace.

Ma il messaggio più forte resta questo: la guerra non è solo combattuta con le armi, ma anche con lo sfruttamento e il silenzio.

Burundi

In Burundi, la morte improvvisa di un ministro apre più interrogativi che risposte.

Il ministro della Comunicazione, Gabby Bugaga, è stato trovato senza vita all’interno della sua auto, nei pressi di Bujumbura. Le autorità parlano inizialmente di incidente stradale, ma le circostanze restano poco chiare.

Secondo fonti locali, il corpo presentava una ferita alla testa, mentre il veicolo risultava danneggiato solo in alcune parti, senza segni evidenti di un impatto frontale. Un dettaglio che alimenta dubbi sulla dinamica dell’accaduto.

Il corpo è stato scoperto da agricoltori lungo una strada secondaria, a circa dieci chilometri dalla capitale economica. Alti funzionari governativi e della sicurezza si sono recati sul posto, mentre è stata annunciata un’indagine ufficiale.

Per ora, però, resta una morte senza una spiegazione chiara. E in un Paese segnato da tensioni politiche e precedenti simili, ogni dettaglio non spiegato pesa più di una risposta.

Sudan

Il Sudan entra nel suo quarto anno di guerra, ma resta ai margini dell’attenzione globale.

Al confine con il Ciad, un attacco con drone dell’esercito sudanese ha colpito il valico di Adukong: tre lavoratori uccisi, decine di feriti, mezzi civili e scorte alimentari distrutte. È il quinto attacco in quell’area. Khartoum sostiene di colpire rifornimenti destinati alle forze paramilitari RSF, accusando il Ciad di facilitare il traffico di armi. Ma sul terreno, ancora una volta, a morire sono civili.

Nel Darfur, la tragedia continua anche lontano dai bombardamenti. Un incendio in un campo profughi a Rokoro ha ucciso almeno cinque persone, tra cui due bambini, lasciando oltre 1.400 sfollati senza riparo. Persone che erano già fuggite da un’altra guerra dentro la guerra.

A Berlino, intanto, i donatori internazionali promettono 1,3 miliardi di euro per affrontare la crisi umanitaria. Ma secondo le Nazioni Unite ne servono almeno il doppio.

E così il Sudan resta sospeso: tra violenza quotidiana e aiuti che non bastano mai.

Sudafrica

In Sudafrica, una sentenza che rischia di avere conseguenze politiche pesanti.

Il leader degli Economic Freedom Fighters, Julius Malema, è stato condannato a cinque anni di carcere per possesso illegale di arma da fuoco e per aver sparato in aria durante un comizio nel 2018. I suoi legali hanno già presentato appello, e fino alla fine del processo Malema potrà mantenere il suo seggio in Parlamento.

Figura divisiva e carismatica, Malema è uno dei politici più influenti tra i giovani sudafricani. L’accusa ha sottolineato proprio questo: il rischio che il suo comportamento venga imitato.

Fuori dal tribunale, centinaia di sostenitori lo hanno accolto cantando slogan della lotta anti-apartheid. Lui risponde così: il carcere, dice, è “un distintivo d’onore”.

Una condanna che non chiude la sua parabola politica. Potrebbe, al contrario, rafforzarla.

Europa

L’Europa potrebbe avere solo sei settimane di carburante per l’aviazione.

A lanciare l’allarme è Fatih Birol, direttore dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, che parla della “più grande crisi energetica mai affrontata”. Al centro c’è il blocco dello Stretto di Hormuz, da cui passa circa il 20% del petrolio mondiale.

Se la situazione non si sblocca rapidamente, avverte Birol, potrebbero iniziare cancellazioni di voli e un aumento generalizzato dei costi: carburante, gas, elettricità. Le prime conseguenze si vedono già, con compagnie aeree che tagliano rotte o aumentano i prezzi.

Ma l’impatto non sarà uguale per tutti. A soffrire di più saranno i Paesi più vulnerabili, mentre il rischio globale è quello di rallentamento economico o addirittura recessione.

E anche con un accordo, il danno agli impianti energetici richiederà mesi, se non anni, per essere riparato.

Ungheria

In Ungheria, il cambio di governo apre uno scontro diretto sul controllo dell’informazione.

Il nuovo primo ministro Peter Magyar, vincitore delle elezioni contro Viktor Orban, ha annunciato che chiuderà i canali di informazione pubblici, definendoli una “fabbrica di menzogne”. Al loro posto promette un sistema realmente indipendente, in cui anche l’opposizione possa avere spazio.

La vittoria segna la fine di 16 anni di potere di Orban, durante i quali i media statali sono stati progressivamente centralizzati e utilizzati come strumenti politici, nel quadro della cosiddetta “democrazia illiberale”.

Magyar accusa apertamente il sistema attuale di propaganda, arrivando a paragonarlo a modelli autoritari, e promette una nuova legge e un nuovo organismo di controllo per rifondare il servizio pubblico.

Ma il confronto è appena iniziato. Il premier incaricato ha già chiesto le dimissioni del presidente Tamas Sulyok, considerato vicino al vecchio governo.

Una transizione che si annuncia turbolenta, e che mette al centro una questione chiave: chi controlla il racconto del potere, controlla anche il potere stesso.

Ucraina

La tregua pasquale ortodossa dura 32 ore. Poi ricomincia la guerra.

La Russia ha lanciato nella notte una massiccia ondata di missili e droni contro diverse città ucraine, causando almeno 16 morti. A Odessa nove persone sono state uccise e più di venti ferite. A Kyiv le vittime sono almeno quattro, tra cui un bambino di 12 anni, con decine di feriti e interi quartieri danneggiati. Altri attacchi hanno colpito la regione di Dnipropetrovsk, con tre morti e decine di feriti.

E mentre l’Ucraina conta i suoi morti, anche la Russia registra vittime: un drone ucraino ha colpito il porto di Tuapse, causando la morte di due bambini e un vasto incendio.

È il paradosso di questa guerra: ogni tregua annunciata sembra solo una pausa tra due bombardamenti.

Stati Uniti

Negli Stati Uniti, una vicenda che intreccia politica, vita privata e violenza domestica.

Justin Fairfax, ex vicegovernatore della Virginia, è stato trovato morto insieme alla moglie Cerina Fairfax nella loro casa di Annandale. Secondo la polizia della contea di Fairfax, si tratterebbe di un omicidio-suicidio maturato all’interno di una disputa familiare legata al divorzio. I loro figli adolescenti erano in casa al momento dei fatti.

Fairfax, esponente democratico, aveva ricoperto la carica di vicegovernatore dal 2018 al 2022 accanto a Ralph Northam. La sua carriera era stata segnata dalle accuse di aggressione sessuale emerse nel 2019, che avevano profondamente compromesso la sua immagine pubblica, pur senza impedirgli di completare il mandato.

Il segretario alla Difesa, Pete Hegseth, durante una cerimonia ufficiale ha recitato una preghiera ispirata – almeno in parte – a un passo biblico, ma che molti hanno riconosciuto come quasi identica al celebre monologo del film Pulp Fiction di Quentin Tarantino.

Il riferimento era alla missione di recupero di piloti abbattuti durante la guerra in Iran, con un linguaggio che mescola religione, spirito militare e retorica da cultura pop. Ma proprio questo intreccio ha sollevato critiche: per alcuni un gesto ironico, per altri un episodio imbarazzante, soprattutto in un contesto istituzionale.

Il caso riaccende una questione più ampia: fino a che punto simboli religiosi e narrazione militare possono sovrapporsi senza perdere credibilità.

Pacifico

Nel Pacifico orientale, gli Stati Uniti intensificano le operazioni militari in mare.

Il Comando Sud degli Stati Uniti, United States Southern Command, ha confermato un nuovo attacco contro un’imbarcazione, con tre persone uccise, definite “narco-terroristi” senza però fornire prove pubbliche. È il terzo strike in tre giorni: quattro morti martedì, due lunedì.

Da settembre, queste operazioni hanno causato almeno 178 vittime tra Pacifico e Caraibi.

Una campagna poco visibile, ma costante, che solleva interrogativi non solo sulla legalità degli attacchi, ma anche sulla trasparenza con cui vengono raccontati.

Cuba

A Cuba, il confronto con gli Stati Uniti torna a salire di tono.

Il presidente Miguel Díaz-Canel ha dichiarato che l’isola non cerca uno scontro militare con Washington, ma è pronta a combattere se necessario. Le parole arrivano durante una manifestazione per i 65 anni dalla proclamazione socialista della rivoluzione, in un clima segnato da forte pressione economica e politica.

Díaz-Canel descrive Cuba come uno “Stato assediato”, colpito da embargo economico e blocco energetico, mentre dagli Stati Uniti arrivano segnali di ulteriore escalation. Il presidente Donald Trump ha infatti lasciato intendere che, dopo il conflitto con l’Iran, Washington potrebbe concentrarsi anche sull’isola.

Le tensioni si inseriscono in una crisi già profonda: carenza di carburante, blackout e difficoltà economiche diffuse, aggravate dalle restrizioni sulle forniture energetiche.

Kazakhstan

In Kazakhstan, una sentenza che pesa ben oltre i confini del Paese.

Un tribunale di Taldykorgan ha condannato 19 attivisti legati al movimento Atajurt: undici di loro a cinque anni di carcere per “incitamento all’odio nazionale”, dopo una protesta pacifica contro le politiche cinesi nello Xinjiang. Tra i condannati anche il leader Bekzat Maksutkhan.

La manifestazione chiedeva la liberazione di un cittadino kazako detenuto in Cina e aveva incluso il gesto simbolico di bruciare la bandiera cinese e un’immagine del presidente Xi Jinping.

Secondo diverse organizzazioni per i diritti umani, tra cui Amnesty International, si tratta di un uso della legge penale per reprimere la libertà di espressione. Un’accusa rafforzata da un dettaglio chiave: il procedimento è stato avviato dopo una nota diplomatica di Pechino che chiedeva “misure appropriate”.

Il movimento Atajurt da anni denuncia le detenzioni di kazaki nello Xinjiang, ma già in passato i suoi leader erano stati messi sotto pressione.

Questa sentenza segna un passaggio ulteriore: dalla sanzione amministrativa alla condanna penale.

Indonesia

Otto persone sono morte nello schianto di un elicottero Airbus H130 nella provincia di Kalimantan Occidentale. Il velivolo ha perso i contatti pochi minuti dopo il decollo da un’area di piantagione nella regione di Melawi.

Secondo le autorità, il relitto si trova in una zona impervia, coperta da fitta vegetazione e colline ripide, rendendo difficili le operazioni di recupero. Squadre di soccorso, insieme a esercito e polizia, stanno cercando di raggiungere il punto dell’impatto via terra.

A bordo c’erano sei passeggeri e due membri dell’equipaggio.

Le cause dell’incidente restano al momento sconosciute.

Australia

In Australia, un incendio in una raffineria strategica riaccende le preoccupazioni sull’approvvigionamento energetico.

L’impianto di Corio, vicino a Geelong, uno dei due principali del Paese, ha visto calare la produzione dopo un rogo durato oltre 13 ore, causato da un guasto tecnico. La raffineria copre circa metà del fabbisogno di carburante dello stato di Victoria e una quota significativa a livello nazionale.

Il primo ministro Anthony Albanese ha escluso per ora misure restrittive, spiegando che la produzione continua, anche se ridotta: circa l’80% per diesel e carburante aereo, e il 60% per la benzina.

Il governo invita alla calma, ma avverte che l’incidente potrebbe incidere su prezzi e riserve, in un contesto già fragile per la crisi globale del petrolio.

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