Difesa senza armi, la proposta di legge per la nonviolenza
Scritto da Elena Pasquini in data Settembre 2, 2026
Senz’armi tra chi combatte. Difendersi con il solo corpo e con le sole parole. Non è un sogno e neppure un’utopia, ma una scelta, che ha bisogno di strutture, mezzi e organizzazione e di una legge.
Un’altra difesa è possibile
“Un’altra difesa è possibile”, recita la campagna per una difesa civile, non armata e nonviolenta, che promuove una legge d’iniziativa popolare. Ci sono ancora circa due settimane, fino al 17 settembre, per raccogliere le firme affinché l’Italia possa immaginare un futuro dove la sicurezza collettiva non passi necessariamente attraverso strumenti di morte.
Abbiamo chiesto a Pasquale Pugliese, membro del Coordinamento nazionale del Movimento Nonviolento, di spiegarci gli obiettivi dell’iniziativa, che cosa sono quelle “politiche attive di pace fondate su infrastrutture di nonviolenza” e quali sono gli strumenti che possono essere impiegati tanto nella risoluzione delle controversie internazionali, quanto nella difesa del Paese, dando corpo a quel ripudio della guerra sancito dalla Carta costituzionale all’articolo 11.
I Corpi Civili di Pace
Rispetto alla risoluzione delle controversie internazionali, la proposta di legge prevede l’istituzione dei Corpi Civili di Pace, che hanno lo scopo di “intervenire nei conflitti internazionali prima della loro degenerazione bellica, operando attraverso l’interposizione, l’ascolto attivo delle parti, la mediazione e la riconciliazione”, spiega Pugliese.
Le prime sperimentazioni in Italia, ricorda, si svolsero con i Volontari di Pace in Medio Oriente, durante la prima Guerra del Golfo nel 1991, poi con la carovana di Mir Sada durante l’occupazione di Sarajevo del 1993 e con l’ambasciata di pace a Pristina, capitale del Kosovo, tra il 1995 e il 1998.
“Anche la Global sumud flottilla che è stata ripetutamente assaltata dalla marina israeliana in acque internazionali, mentre tentava di rompere il blocco navale di fronte alle coste di Gaza per portare viveri e medicinali alla stremata popolazione palestinese sopravvissuta al genocidio, si può configurare come un corpo civile di pace, formato alle tecniche della nonviolenza”, dice Pugliese.
La forza disarmata immaginata da Alex Langer
Nel 1995, Alex Langer, intellettuale, attivista, ecologista, pacifista e politico italiano, presentava al Parlamento di Strasburgo un documento che chiede la creazione di un corpo civile di pace europeo. “[Langer] sottolineava la necessità di non lasciare al solo generoso volontariato l’onere della costruzione delle alternative nonviolente alla guerra.
Nel pieno della crisi bellica nell’ex Jugoslavia, immaginava una vera e propria forza disarmata, costituita dall’Unione Europea sotto l’egida dell’ONU, inizialmente composta da almeno un migliaio di persone, tra professionisti e volontari, tutti perfettamente formati ed equipaggiati per intervenire nei conflitti internazionali prima dell’esplosione della violenza e capaci di rimanervi efficacemente anche durante la fase acuta”, spiega Pugliese.
L’occasione mancata nel Donbass
“Non è difficile immaginare il ruolo positivo di mediazione e de-escalation tra le parti in conflitto che un Corpo civile europeo di pace, composto da migliaia di professionisti internazionali disarmati e formati, avrebbe potuto svolgere nelle auto-proclamate repubbliche del Donbass ucraino fin dal 2014.
Sarebbe stato anche utile per favorire sul terreno l’attuazione e il rispetto dei “protocolli” che le diplomazie internazionali elaboravano a Minsk (e i governi russo e ucraino sottoscrivevano) e che non hanno trovato alcuna applicazione tra i confliggenti.
Invece, mentre vengono inviate armi sempre più potenti al governo ucraino e vengono decisi in Europa enormi aumenti strutturali di spese militari a carico dei bilanci degli Stati, i Corpi civili europei di pace non hanno ancora visto la luce”, aggiunge.
La resistenza senza armi
Ma la ‘nonviolenza’ non offre strumenti soltanto in una fase preventiva o quando il conflitto non è ancora un conflitto armato su larga scala. L’idea e le prassi di una vera e propria Difesa non armata e nonviolenta, spiega Pugliese, iniziano a svilupparsi durante la resistenza popolare al nazifascismo in Europa.
Diversi testi raccontano quella stagione, documentano casi storici di resistenza non violenta: Jacques Sémelin con Senz’armi di fronte ad Hitler, La conta dei salvati di Anna Bravo e Resistenza nonviolenta in Italia 1943-45 di Ercole Ongaro.
“Ma su tutte valgano le parole di Hannah Arendt che ne La banalità del male (1964) dedica diverse pagine alla resistenza non armata dei danesi sotto l’occupazione tedesca, che riuscì a salvare quasi tutti i cittadini di religione ebraica dalla furia nazista, sabotando e boicottando l’industria bellica nazista, per la quale era usato il paese.
“Su questa storia si dovrebbero tenere lezioni obbligatorie in tutte le università ove vi sia una facoltà di scienze politiche, per dare un’idea della potenza enorme della nonviolenza, anche se l’avversario è violento e dispone di mezzi infinitamente superiori””, spiega Pugliese che ricorda gli studi in cui viene analizzata l’efficacia degli interventi violenti rispetto a quelli non violenti.
Quando la nonviolenza funziona
Ricerche recenti hanno analizzato 627 campagne di lotta popolare tra il 1900 e il 2019, 303 di queste sono state prevalentemente di carattere violento, 324 invece si sono affidate alla resistenza civile nonviolenta. “Ebbene, mentre solo il 26% delle lotte armate hanno avuto successo, hanno raggiunto i propri obiettivi oltre il 50% di quelle nonviolente (Erica Chenoweeth, Come risolvere i conflitti. Senza violenza e senza odio con la resistenza civile).
La socializzazione popolare della capacità di difesa è fondata dunque sulla capacità di tutti di agire il proprio potere civile anziché delegare la difesa alla sola organizzazione militare a cui è consegnato il monopolio della violenza: una progressiva riappropriazione del potere dei cittadini data dall’acquisizione diffusa delle tecniche della nonviolenza.
Che, non a caso, Aldo Capitini, fondatore del Movimento Nonviolento, già alla metà degli anni sessanta indicava di inserire tra i saperi necessari nell’insegnamento scolastico dell’educazione civica”, aggiunge Pugliese.
Strutture e risorse per costruire la pace
Perché la Difesa non armata possa essere messa concretamente in atto, servono strutture di ricerca, di pianificazione, di formazione, serve pensare mezzi e strumenti alternativi. La legge prevede, a questo scopo, la costituzione di un Istituto di ricerca per la pace e il disarmo, perché la pace non è solo assenza di guerra ma ricerca, pianificazione, organizzazione e formazione, e Dipartimento dedicate.
E servono anche risorse: “Un Fondo nazionale pluriennale dedicato a tutti i programmi del Dipartimento – e basterebbe stornare e dirottare qui una quota rilevante delle crescenti spese per la difesa militare – e un finanziamento popolare, attraverso la formula dell’opzione fiscale pari al sei per mille in sede di dichiarazione dei redditi.
Ossia attraverso il riconoscimento del diritto dei cittadini di finanziare gli investimenti per la pace, anziché le spese per la guerra”, conclude Pugliese.
La campagna e la raccolta delle firme
La campagna “Un’altra difesa è possibile” è promossa dal Centro Nazionale Enti per il Servizio Civile, Rete Italiana Pace e Disarmo e Sbilanciamoci!
Per firmare: https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6100008
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