Cisgiordania: la nuova dottrina di sicurezza per i coloni
Scritto da Barbara Schiavulli in data Agosto 4, 2026
L’uccisione di quattro palestinesi e due israeliani nel villaggio palestinese di Tell (o Til), a sud-ovest di Nablus, non rappresenta soltanto l’ennesimo episodio di violenza in Cisgiordania.
Per il governo di Benjamin Netanyahu è diventata la giustificazione per avviare quella che appare come la più ampia escalation militare degli ultimi mesi nel territorio occupato.
Ma dietro l’operazione militare si nasconde uno scontro molto più profondo: quello sulla direzione politica e ideologica di Israele e sul ruolo sempre più centrale dei coloni nella definizione della sicurezza nazionale.
Da Tell alla stretta militare sulla Cisgiordania
Dopo gli scontri avvenuti nel villaggio di Tell, gruppi di coloni israeliani hanno lanciato una nuova ondata di attacchi contro comunità palestinesi in tutta la Cisgiordania.
Automobili incendiate, terreni agricoli devastati, abitazioni occupate o danneggiate, spari contro civili: episodi che si sono moltiplicati dall’area di Nablus fino alle colline a sud di Hebron.
Parallelamente, l’esercito israeliano ha avviato vaste operazioni militari a Nablus e nei villaggi circostanti, effettuando centinaia di arresti e interrogatori sul campo. Raid sono stati condotti anche a Jenin, Ramallah ed Hebron, mentre strade sono state chiuse e diverse abitazioni demolite.
Reuters riferisce che il villaggio di Tell è sottoposto a incursioni quasi quotidiane e che l’esercito ha sigillato gli accessi mentre gruppi di coloni hanno continuato a marciare nella zona.
Il governo israeliano ha immediatamente definito quanto accaduto a Tell un “attacco terroristico”, annunciando una vasta offensiva in Cisgiordania, poi rinviata fino al ritorno di Netanyahu dalla visita ufficiale a Washington.
Una crisi politica che passa anche dalla Cisgiordania
Ridurre questa escalation a una semplice risposta militare sarebbe però fuorviante. La crisi si inserisce in un momento estremamente delicato per Benjamin Netanyahu.
Il primo ministro arriva alle prossime elezioni con diversi fronti aperti: i processi per corruzione, il conflitto interno sulla leva obbligatoria degli ultraortodossi, le richieste di accertare le responsabilità politiche per il 7 ottobre e il crescente dibattito sul costo umano, economico e diplomatico delle guerre combattute dal 2023 in poi, da Gaza al Libano, dalla Siria allo Yemen fino all’Iran.
I sondaggi mostrano un quadro politico molto più incerto rispetto al passato e una maggioranza tutt’altro che garantita.
Secondo l’analista israeliano Adel Shadid, citato da Mondoweiss, un’escalation in Cisgiordania non serve necessariamente a conquistare nuovi elettori, quanto piuttosto a riportare il dibattito pubblico sul terreno della sicurezza, dove Netanyahu continua a presentarsi come il leader più esperto, rinviando la discussione sulle proprie responsabilità politiche.
Due idee opposte di sicurezza
La questione centrale, tuttavia, riguarda il modello di sicurezza che Israele intende adottare nei confronti dei palestinesi.
Da una parte si collocano i ministri dell’estrema destra Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir, alleati fondamentali di Netanyahu. Per questa componente politica i coloni rappresentano la prima linea di difesa dello Stato.
La loro presenza e la loro espansione nei territori occupati vengono considerate strumenti strategici per consolidare il controllo israeliano sulla Cisgiordania e mantenere una pressione costante sulle comunità palestinesi.
Dall’altra parte resta una parte dell’establishment militare e della sicurezza israeliana che, pur non mettendo in discussione l’esistenza degli insediamenti, considera la violenza dei coloni un fattore destabilizzante.
Il comandante del Comando Centrale dell’esercito israeliano, il generale Avi Bluth, aveva già avvertito nei mesi scorsi che era “quasi un miracolo” che la crescente violenza dei coloni non avesse ancora provocato una Terza Intifada.
Anche il quotidiano israeliano Haaretz ha riferito di crescenti preoccupazioni all’interno degli apparati di sicurezza per il rischio che la popolazione palestinese possa non continuare a mantenere l’attuale livello di contenimento.
Una posizione condivisa anche dal leader dell’opposizione Yair Golan, che ha accusato apertamente le violenze dei coloni di mettere a rischio la sicurezza dello stesso Stato di Israele.
Il peso crescente del sionismo religioso
Lo scontro non è soltanto politico ma anche culturale e identitario. Secondo Khaled Odetallah, fondatore della Popular University palestinese, la tradizionale élite laica israeliana, storicamente legata alla sinistra sionista che fondò lo Stato, continua a concepire Israele come uno Stato fondato sulle istituzioni e sul primato della legge.
Negli ultimi anni, però, ha acquisito sempre maggiore peso il cosiddetto sionismo religioso, corrente che unisce l’espansione territoriale a una visione religiosa e messianica dello Stato. È il movimento politico rappresentato proprio da Smotrich e, in parte, da Ben-Gvir.
Secondo questa impostazione, l’espansione degli insediamenti e l’allontanamento della popolazione palestinese dalle aree destinate alla colonizzazione non sono semplici obiettivi politici, ma elementi fondanti del progetto nazionale israeliano.
In questo quadro i coloni non sono più soltanto civili residenti negli insediamenti, ma diventano protagonisti diretti della strategia di controllo sul territorio.
Una nuova fase del conflitto
Le violenze seguite agli scontri di Tell sembrano quindi rappresentare qualcosa di più di una risposta a un singolo episodio.
Sul terreno si moltiplicano gli attacchi dei coloni, mentre le operazioni militari dell’esercito diventano sempre più estese. Sul piano politico, invece, prende forma una dottrina della sicurezza che considera il conflitto permanente con le comunità palestinesi non più un’emergenza da contenere (dal loro punto di vista), ma una condizione strutturale da amministrare.
È un cambiamento che potrebbe segnare la Cisgiordania ben oltre l’attuale campagna elettorale israeliana, perché la battaglia che si combatte oggi non riguarda soltanto il controllo del territorio occupato, ma anche la definizione dell’identità dello Stato di Israele e del rapporto tra potere politico, movimento dei coloni e apparato militare.
Nel frattempo, sul terreno, il prezzo continua a essere pagato soprattutto dai civili palestinesi, stretti tra le incursioni dell’esercito, la crescente violenza dei coloni e una prospettiva di ulteriore espansione militare che, secondo osservatori e organizzazioni umanitarie, rischia di aggravare ulteriormente una situazione già profondamente instabile.
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