17 settembre 2026 – Notiziario Mondo

Scritto da in data Settembre 17, 2026

  • Iran, la guerra presenta il conto.
  • Gaza: crolla palazzo, 11 bambini morti.
  • Canada ed Europa, più vicini attraverso l’Atlantico.
  • Sudan: decine di morti nel collasso di una miniera d’oro.
  • Filippine, Duterte davanti ai giudici.
  • Kosovo, venticinque anni a Thaçi e proteste in piazza.
  • Regno Unito, la secessione del cortile.
  • Afghanistan, vent’anni di carcere nel caso Abbey Gate.
  • Esperti forensi provenienti da 40 paesi si riuniscono in Turchia.
  • Brasile: raddoppiano gli omicidi degli ambientalisti.

Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets a cura di Barbara Schiavulli

Iran e USA

Trentatré miliardi di dollari. E il conto continua a salire. Secondo il rapporto dell’ispettore generale del Pentagono, la guerra contro l’Iran è costata agli Stati Uniti 33,4 miliardi fino al 29 giugno: oltre ventidue soltanto in munizioni.

Intanto i Guardiani della rivoluzione rivendicano l’abbattimento di un drone americano MQ-9 sopra Qeshm: sarebbe il cinquantaduesimo.

Sul fronte diplomatico, Pechino chiede a Washington e Teheran di riprendere negoziati sostanziali. Wang Yi incontra il collega iraniano Araghchi e sollecita moderazione: mentre si contano le armi, si cerca ancora un tavolo.

E il conto arriva anche lontano dal fronte. Negli Stati Uniti il diesel raggiunge il record di 6,31 dollari al gallone.

La guerra entra nelle case anche così, attraverso il portafoglio. E nessuna ricevuta potrà mai raccontare quanto costa a chi, invece, sotto le bombe ci vive.

Yemen

Una tregua con Washington, una guerra con Riad. E per chi vive sotto le bombe, nessuna contraddizione diplomatica offre riparo.

L’Arabia Saudita afferma di aver intercettato un drone degli Houthi a sud della Mecca, prima che entrasse nello spazio aereo vietato. Ansarallah, il movimento conosciuto come Houthi, nega di aver preso di mira la città santa e parla di una «vecchia menzogna».

Il gruppo rivendica invece attacchi contro gli impianti petroliferi di Yanbu e la base di Khamis Mushait, presentandoli come risposta a oltre 450 raid sauditi in una settimana. Rivendica anche l’abbattimento di un caccia F-15: non posso confermarlo in modo indipendente.

Intanto, secondo Reuters, rappresentanti americani e Houthi si sono incontrati in Oman. Il movimento avrebbe assicurato di rispettare la tregua con Washington e risparmiare le navi americane, israeliane e commerciali. Con un’eccezione: quelle saudite. Una sicurezza, dunque, che cambia con la bandiera.

E Washington? Mantiene il dialogo con gli Houthi, mentre ha autorizzato una possibile vendita di munizioni all’Arabia Saudita per cinque miliardi di dollari. Attenzione: non è ancora un contratto concluso.

Ma il messaggio politico è già lì: si può negoziare con una parte e armare l’altra. Per i civili, la questione resta molto meno sofisticata: quando smetteranno di bombardare?

Palestina e Israele

A Gaza si muore anche quando il bombardamento è già finito. Si muore perché il palazzo ferito dalla guerra è l’unico posto dove dormire.

Nella notte, a Gaza City, un edificio già danneggiato dagli attacchi israeliani è crollato: almeno ventuno morti, tra cui undici bambini secondo Associated Press. Ospitava famiglie sfollate. Persone che cercavano un riparo e hanno trovato un’altra trappola.

I soccorritori scavano senza mezzi sufficienti. Secondo Reuters, le restrizioni israeliane all’ingresso dei macchinari ostacolano i salvataggi. Circa duemila edifici danneggiati rischiano di crollare. Ma dire a una famiglia di andarsene serve a poco, se non esiste un posto sicuro dove andare.

Il bollettino del ministero della Salute registra intanto sei morti e settantuno feriti nelle ultime ventiquattr’ore. Il totale dall’ottobre 2023 sale a 73.795 morti. Dall’inizio della tregua, i palestinesi uccisi sono almeno 1.381. Una tregua che continua ad avere bisogno di un bollettino dei morti.

A Sheikh Radwan, un quindicenne è stato ucciso mentre cercava di soccorrere un paramedico ferito. Al Jazeera riferisce di aver verificato le immagini: dopo un primo attacco, un secondo colpisce chi accorre. Israele sostiene di aver preso di mira operativi di Hamas. Tra i morti, un ragazzo che aveva provato ad aiutare.

In Cisgiordania, WAFA riferisce di case demolite e attacchi dei coloni: una famiglia di otto persone perde l’abitazione a Yatta; a Yarza vengono danneggiate condutture e coltivazioni. Togliere una casa, togliere l’acqua: rendere impossibile restare passa anche da qui.

E l’allarme arriva dallo stesso Istituto israeliano per gli studi sulla sicurezza nazionale: il terrorismo ebraico è diventato una minaccia strategica per Israele e il suo carattere democratico.

Intanto è stata arrestata la giornalista palestinese-americana Naqaa Hamed. Secondo familiari e colleghi, rientrava da un servizio in Cisgiordania.

E mentre si cercano persone sotto le macerie, Washington prepara una vendita a Israele da 2,8 miliardi di dollari, comprendente quarantamila bombe. L’accordo non è definitivo; sarebbe finanziato in gran parte dagli stessi contribuenti americani.

Per ricostruire si aspetta. Per altre bombe, la pratica va avanti.

Libano

Nel sud del Libano la tregua continua a fare rumore: quello delle esplosioni. L’Orient-Le Jour riferisce di demolizioni israeliane a Mansouri e Halta, dove militari hanno anche portato via residenti.

A Bint Jbeil, secondo un rapporto municipale citato da Al-Akhbar e ripreso da Drop Site, oltre l’ottanta per cento della città è distrutto: più di duemila edifici rasi al suolo.

Intanto il presidente Joseph Aoun chiede una forza internazionale temporanea per evitare un vuoto di sicurezza dopo la fine del mandato UNIFIL.

Ma per chi vive lì, sicurezza significa qualcosa di molto concreto: una casa che resti in piedi. E poterci tornare.

Sudan

Sale ad almeno ottantadue morti il bilancio del crollo della miniera d’oro di al-Zara, nel Sudan occidentale, secondo un soccorritore della rete locale di emergenza citato da Associated Press. Decine di persone risultano ancora disperse.

Sono crollati diversi pozzi vicini. I soccorritori cercano i minatori con mezzi insufficienti, mentre sotto terra potrebbero esserci ancora persone vive.

In un paese devastato dalla guerra, anche raggiungere chi aspetta aiuto diventa un’impresa. Per le famiglie, ogni ora senza notizie è un’attesa sospesa tra speranza e paura.

L’oro ha un prezzo aggiornato ogni giorno. La sicurezza di chi lo estrae continua a essere trattata come un costo da risparmiare.

Turchia

Come distinguere una prova da un falso, quando anche un video può essere fabbricato? È una delle questioni al centro del congresso internazionale di medicina e scienze forensi in programma ad Antalya, in Turchia, dal 21 al 27 settembre.

Sono attesi specialisti da quaranta paesi. Si parlerà di dipendenze, nuove droghe, DNA, intelligenza artificiale e deepfake: immagini e voci manipolate che possono ingannare chi guarda e ascolta.

Ma anche di identificazione delle vittime nelle grandi catastrofi, diritti umani e valutazioni medico-legali sui bambini.

Sembra materia da laboratori. In realtà riguarda chi aspetta di dare un nome a un corpo, chi denuncia una violenza, chi rischia un’accusa ingiusta.

Perché una prova deve reggere alle verifiche, non soltanto fare impressione. E la tecnologia, da sola, non garantisce giustizia.

Kosovo

Venticinque anni di carcere per l’ex presidente del Kosovo Hashim Thaçi. Il tribunale speciale dell’Aia lo ha condannato per crimini di guerra: omicidi, torture, trattamenti crudeli e detenzioni illegali durante il conflitto del 1998-1999, quando era un dirigente dell’UÇK, l’Esercito di liberazione del Kosovo.

È stato invece assolto dalle imputazioni di crimini contro l’umanità. Thaçi nega le responsabilità e intende ricorrere in appello.

La sentenza ha scatenato proteste a Pristina e all’Aia. Per molti kosovari resta un simbolo della liberazione dalla Serbia. Ma i giudici hanno sottolineato un punto: questo processo riguarda responsabilità individuali, non la legittimità della lotta dell’UÇK.

È una distinzione essenziale. Perché riconoscere le sofferenze di un popolo non significa cancellare quelle delle persone uccise in suo nome.

Europa e Sicurezza

L’Europa accelera sulle armi, anche negli uffici. Il Parlamento europeo ha approvato nuove misure per snellire autorizzazioni, acquisti militari e trasferimenti di equipaggiamenti tra paesi dell’Unione.

Per i permessi dei progetti di difesa, l’accordo prevede un termine ordinario di quarantadue giorni lavorativi, prorogabile in circostanze eccezionali.

Il pacchetto accompagna il piano europeo che punta a mobilitare fino a ottocento miliardi di euro per la difesa: investimenti potenziali, non soldi già spesi.

L’obiettivo dichiarato è reagire più rapidamente alle minacce. Ma accelerare le procedure rende ancora più importante controllare come vengono impiegate le risorse. La velocità della spesa, da sola, non misura la sicurezza dei cittadini.

Europa e Canada

Il Canada potrebbe diventare il primo “membro associato” dell’Unione europea. È la proposta di Ursula von der Leyen, mentre Ottawa e Bruxelles cercano legami più stretti tra tensioni con Washington e concorrenza cinese.

Attenzione, però: questa categoria oggi non esiste nei trattati europei. È una proposta politica, con regole e contenuti ancora da costruire.

Si parla di difesa, tecnologia, energia e materie prime. Per cittadini e imprese, la posta in gioco è ridurre le dipendenze e rendere più sicuri gli approvvigionamenti.

Se ne discuterà al vertice di ottobre. Intanto, un effetto della pressione americana si vede: gli alleati cercano altre porte. E qualcuno comincia ad aprirle.

Olanda

La chiamava “guerra alla droga”. Ora Rodrigo Duterte deve risponderne davanti alla giustizia internazionale.

L’ex presidente filippino è comparso di persona alla Corte penale internazionale dell’Aia, in vista del processo previsto per novembre.

L’accusa riguarda crimini contro l’umanità: omicidi e tentati omicidi legati alle operazioni di polizia e agli squadroni della morte, prima quando era sindaco di Davao, poi presidente. Duterte respinge le accuse.

Arrestato e trasferito all’Aia nel marzo 2025, ha cercato attraverso i suoi legali di fermare il procedimento per ragioni mediche e contestando la competenza della Corte.

Per le famiglie delle vittime, vederlo in aula non restituisce nessuno. Ma apre uno spazio per ottenere risposte. Perché chiamare una campagna “guerra alla droga” non può bastare a sottrarla alla giustizia.

Regno Unito

A Piddington, nell’Oxfordshire, per protestare contro il governo hanno deciso di lasciare il paese. Senza muoversi da casa. Il villaggio ha votato simbolicamente per uscire dal Regno Unito: duecentottantacinque sì, ventisei no. Nessun effetto giuridico, ma una discreta conquista dei titoli dei giornali.

Il motivo è il progetto di ospitare oltre milleduecento richiedenti asilo, tutti uomini, in un’ex base militare vicina. Piddington conta circa trecentocinquanta abitanti: dimensioni che rendono essenziale discutere di trasporti, servizi e assistenza.

I residenti denunciano di non essere stati ascoltati. Alcuni temono per la sicurezza, altri per il valore delle case. Ma il timore di nuovi reati non è una prova che chi arriverà li commetterà.

Il governo vuole chiudere gli alberghi destinati all’accoglienza e ricorda che non possono essere sempre le comunità più povere a farsene carico.

Il punto è come farlo: consultazione, strutture adeguate, responsabilità distribuite. Ammassare persone in una caserma non basta a costruire accoglienza. E dichiararsi indipendenti non risolve il problema.

Per ora Piddington resta nel Regno Unito. E i richiedenti asilo restano persone in attesa di una risposta, già al centro di una disputa prima ancora di arrivare.

Ucraina e Russia

L’Ucraina annuncia una nuova offensiva vicino a Lyman, nel nord del Donetsk, per allontanare le forze russe dalla cintura di città fortificate che sostiene la difesa della regione.

Un comandante ucraino rivendica l’eliminazione di gruppi d’infiltrazione da circa settantacinque chilometri quadrati e il recupero di alcuni villaggi.

L’obiettivo è alleggerire la pressione sulle difese. Per chi abita quelle città, significa soprattutto sperare che il fronte si allontani da casa.

Bielorussia

Venticinque persone escono dalle carceri bielorusse. Lo annuncia l’inviato americano John Coale, dopo i colloqui con Alexander Lukashenko: in cambio, Washington rimuove le sanzioni contro due aziende del paese.

Tra i liberati ci sono anche giornalisti. Per loro e per le famiglie è una notizia enorme, dopo anni sottratti alla vita.

Ma l’opposizione avverte: la repressione continua e centinaia di prigionieri politici restano dietro le sbarre. La leader in esilio Sviatlana Tsikhanouskaya accoglie le liberazioni, ricordando che l’obiettivo deve essere svuotare le carceri, non riabilitare la dittatura.

Stati Uniti

Per la terza volta, la Camera americana vota per fermare la guerra contro l’Iran. Sette repubblicani si uniscono ai democratici. Il voto, da solo, non interrompe le operazioni: il percorso parlamentare continua. Ma la crepa nella maggioranza di Trump si allarga.

Intanto, secondo le autorità americane, l’FBI ha sventato un piano per assassinare un dissidente russo a Washington. Cinque persone sono accusate: l’inchiesta ipotizza una rete legata all’intelligence russa.

E il dissenso sale anche sul palco. Finneas, Aaron Rowe, Lukas Graham e i Beoga lasciano il tour di Ed Sheeran, dopo l’esclusione di Macklemore per le sue dichiarazioni sulla Palestina.

Sheeran attribuisce la decisione ai promotori. Robert Kraft, tra i proprietari degli stadi coinvolti, accusa il rapper di retorica antisemita; Macklemore distingue la critica a Israele dall’ostilità verso gli ebrei.

Gli altri musicisti scelgono di andarsene. A volte, per farsi sentire, si smette di suonare.

Un tribunale americano ha condannato a vent’anni Mohammad Sharifullah, per aver cospirato per fornire sostegno materiale all’ISIS-K.

Il procedimento riguarda anche l’attentato all’aeroporto di Kabul del 26 agosto 2021, durante le evacuazioni: morirono tredici militari americani e circa centosessanta afghani.

Secondo l’accusa, Sharifullah aveva controllato il percorso dell’attentatore. Ma c’è una distinzione decisiva: la giuria lo ha condannato per il sostegno al gruppo terroristico, senza raggiungere un verdetto unanime sulla responsabilità per quelle morti.

Una sentenza, dunque, con un limite preciso. E dietro il nome Abbey Gate restano anche gli afghani che cercavano una via d’uscita dal paese. Persone arrivate a un cancello sperando di salvarsi.

Venezuela

Ottocento posti, circa trecento iscritti. Ma in classe, martedì, soltanto sette bambini. Succede alla scuola Giovanni Paolo II di La Guaira, in Venezuela, dove il ritorno alle lezioni si scontra con le conseguenze dei terremoti del 24 giugno.

Undici istituti sono crollati; circa sessanta scuole ospitano famiglie rimaste senza casa.

E poi c’è la paura. Il direttore Marco Antonio Espinoza ricorda le oltre duemila scosse di assestamento: tornare sotto un tetto non è un gesto scontato.

Per ripartire servono edifici sicuri, ma anche tempo e sostegno. Perché riaprire una scuola significa poter dire a un bambino: qui puoi tornare a sentirti al sicuro.

Argentina

«Le matite continuano a scrivere». Cinquant’anni dopo, l’Argentina ricorda la Notte delle matite spezzate.

Nel settembre 1976, a La Plata, le forze della dittatura sequestrarono e torturarono dieci studenti delle superiori. Sei restano desaparecidos. Ragazzi ai quali furono strappati la scuola, gli affetti, il futuro.

Per l’anniversario, l’Università nazionale di La Plata ha conferito dottorati honoris causa a sopravvissuti e vittime, rappresentate dai familiari.

Memoria, verità e giustizia: parole che chiedono ancora risposte.

Quelle matite raccontano anche questo: una dittatura capace di avere paura degli studenti. E una società che, continuando a ricordarli, rifiuta di lasciarli scomparire una seconda volta.

Brasile

Difendere un fiume, una foresta, la terra della propria comunità può costare la vita. Nel 2025, Global Witness ha documentato almeno centoventiquattro omicidi di difensori dell’ambiente.

La Colombia resta prima per il quarto anno consecutivo, con trentanove vittime. In Brasile gli omicidi sono più che raddoppiati, arrivando a ventisei. Insieme, i due paesi concentrano oltre metà dei casi registrati nel mondo.

Dietro questi numeri ci sono soprattutto comunità esposte a conflitti sulla terra e allo sfruttamento delle risorse. E molti delitti restano fuori dalle statistiche.

Celebrare chi protegge il pianeta non basta. Bisogna proteggerlo mentre è ancora vivo.

India e Pakistan

Una collisione tra navi militari riaccende la tensione fra India e Pakistan nel Mar Arabico. Nuova Delhi ha convocato il rappresentante diplomatico pakistano, accusando la marina di Islamabad di manovre inaccettabili. Secondo l’India, non ci sono danni gravi.

Nel frattempo è arrivata la risposta pakistana: Islamabad attribuisce la responsabilità alla nave indiana e convoca a sua volta un diplomatico.

Due ricostruzioni contrapposte, dunque. Le responsabilità restano da accertare.

Tra due potenze nucleari, anche un incidente senza danni gravi richiede prudenza. Gli accordi per evitare incontri pericolosi esistono proprio per questo: impedire che una collisione diventi qualcosa di molto peggio.

Cina

La corsa agli armamenti guarda sempre più in alto. Pechino chiede a Washington di fermare il riarmo nello spazio, avvertendo che potrebbe compromettere la stabilità internazionale.

La protesta segue le parole del segretario americano all’Aeronautica, Troy Meink: gli Stati Uniti hanno già armi in orbita, destinate, sostiene, a proteggere le proprie forze. Non ne ha precisato caratteristiche e funzionamento.

Attenzione: non ha annunciato armi nucleari. Ha confermato capacità militari finora avvolte nella riservatezza.

Il rischio è il solito meccanismo: ciascuno chiama difesa il proprio arsenale e minaccia quello degli altri. Solo che stavolta il terreno dello scontro è sopra le nostre teste.

Giappone

Anche in Giappone la guerra in Medio Oriente presenta il conto. Secondo Reuters, la banca centrale dovrebbe alzare venerdì i tassi dall’uno all’1,25 per cento: il livello più alto da trentun anni. È una previsione, la decisione deve ancora arrivare.

A spingere sono il petrolio caro e lo yen debole, che rende più costose le importazioni.

Per le famiglie è una stretta delicata: frenare i prezzi può significare pagare di più anche per un prestito o un mutuo variabile.

La banca centrale può aumentare il costo del denaro. Far diminuire quello della guerra è un compito che spetta alla politica.

Fiji

Le Fiji dichiarano l’HIV un’emergenza nazionale: oltre duemila nuove diagnosi nel 2025, in un paese con meno di un milione di abitanti.

Secondo UNAIDS, appena il ventidue per cento delle persone con HIV riceveva una terapia. E soltanto il trentanove per cento sapeva di avere il virus.

Il governo amplia test, cure e prevenzione e prepara un programma di distribuzione di aghi e siringhe sterili, per contrastare i contagi legati alla condivisione.

Ma c’è un’altra barriera da abbattere: la vergogna che allontana dai servizi sanitari.

Chi ha bisogno di un test deve trovare una porta aperta. Chi riceve una diagnosi, una cura. Non un giudizio.

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