11 settembre 2026 – Notiziario Africa

Scritto da in data Settembre 11, 2026

  • Gambia, proteste contro il buio e la crisi energetica
  • Il boom del solare sfugge alle statistiche ufficiali
  • Isole Chagos, le Maldive riaprono la contesa sulla sovranità
  • Nairobi, Macondo dà voce alle storie cancellate dell’Africa
Questo e molto altro nel Notiziario Africa di Radio Bullets a cura di Elena L. Pasquini 

L’Africa non può restare a guardare, disponendo di risorse energetiche così ingenti, ed essere tuttavia nota per l’oscurità – anziché per la luminosità – delle sue città e delle sue aree rurali.

Nel 2015 queste erano le parole di Akinwumi A. Adesina, allora presidente della Banca Africana di Sviluppo, alla vigilia dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Sono passati più di dieci anni e l’Africa è sempre più al buio, un buio reso ancora più impenetrabile dalla guerra in Medio Oriente.

La squarciano, però, le proteste che in questi giorni hanno riempito le piazze del Gambia, come era accaduto in Libia e in Tunisia in estate. È da qui che vogliamo iniziare: dal Gambia, dai Paesi senza luce e da quella Banca Africana che lancia un piano d’emergenza. Vi racconteremo poi di come, invece, l’Africa stia rispondendo da sola alla crisi, con un pullulare di piccoli impianti fotovoltaici. Una crescita esponenziale che sfugge alle statistiche, ma che sembra l’unica soluzione praticabile.

Dalle proteste contro il buio, ci sposteremo in un’altra forma di oscurità, quella che avvolge il Mali, intrappolato in una guerra che è laboratorio per l’uso “militare” dell’intelligenza artificiale generativa. Quindi cambieremo pagina, perché si riapre il capitolo della sovranità delle Isole Chagos, che è una delicata questione strategica per il mondo in guerra.

Infine, la letteratura, con il festival Macondo di Nairobi, e la musica, con il nuovo album di Somi, ponte tra mondi sonori.

Emergenza energetica

È stato l’ennesimo blackout a fare esplodere il Gambia. A Banjul, la capitale, e nelle sue vicinanze, lunedì la piazza è straripata per quel buio che, dicono, a volte dura anche due giorni. Il piccolo Paese dell’Africa occidentale, una striscia di terra lungo l’omonimo fiume completamente circondata dal Senegal, s’è acceso di un’altra luce, quella della rabbia. Una rabbia che hanno provato a spegnere a colpi di gas lacrimogeni. Il Gambia non è il solo Paese, però, ad affrontare una crisi energetica e non è l’unico dove l’instabilità dell’energia elettrica ha scatenato proteste. Ci sono state la Libia e la Tunisia in estate. Ci sono le continue proteste contro l’aumento dei costi e la scarsità delle forniture in buona parte del continente, che sempre di più, però, s’ingegna con il ricorso a piccoli e diffusi impianti solari.

Quando la rabbia del Gambia è esplosa, il presidente Adama Barrow ha provato a riportare la calma. “Quando vi sdraiate al caldo e al buio, sappiate che non siete soli in quell’oscurità”, ha detto. E ha promesso di affrontare la crisi energetica potenziando le forniture. L’energia, che arriva per lo più da Guinea e Senegal, non basta a fronte di una domanda che si è impennata con le temperature infernali dell’estate.

“Barrow deve andarsene”, gridava la piazza. Il giorno dopo, in un discorso televisivo, il presidente ha passato in rassegna le misure per affrontare l’emergenza, dall’installazione di un’unità di generazione da 24 megawatt nella centrale elettrica di Brikama a una nuova centrale solare da 50 MW a Soma, oltre a nuovi generatori per l’azienda elettrica nazionale.

Alla fine di luglio, le continue interruzioni di corrente avevano portato in piazza la Libia, riempiendo le strade di Tripoli, Zawiya e Misurata. I manifestanti, allora, presero di mira un complesso energetico e bloccarono un conduttore del gas, assaltarono anche un sito petrolifero a meno di cento chilometri da Tripoli della General Electricity Company, un sito dove il gas “viene compresso e inviato in Sicilia attraverso un gasdotto sottomarino, secondo quanto affermato da Bonatti, un’azienda internazionale che fornisce servizi al settore energetico globale”, scriveva Associated Press.

Ad agosto è stato il turno della Tunisia, in piazza a chiedere, come in Libia meno di un mese prima, le dimissioni del presidente Kais Saied, a reclamare elettricità e acqua, ma anche servizi, medicinali e misure contro il caro-vita.

All’emergenza, e allo shock generato dalla guerra in Medio Oriente, prova a rispondere la Banca Africana di Sviluppo, che questa settimana ha lanciato un piano di intervento fino a 5,1 miliardi di dollari per mitigare l’impatto della crisi globale dell’energia, ma anche dei fertilizzanti, sui Paesi africani. Obiettivi dichiarati del piano: supportare la stabilizzazione delle condizioni macroeconomiche, garantire la sicurezza dei sistemi di approvvigionamento essenziali di cibo, energia e fertilizzanti, tutelare la spesa essenziale e le famiglie vulnerabili, sostenere le riforme per la costruzione della resilienza a medio e lungo termine, come si legge nella nota della Banca.

Emergenza nell’emergenza, quella che sta invece vivendo il Sudan. Nel Paese dilaniato dalla guerra civile, “il conflitto ha messo a dura prova un’infrastruttura energetica già fragile, costringendo molti sudanesi a cercare fonti di energia alternative, soprattutto durante la torrida calura estiva. Il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo ha stimato i danni inflitti alla rete elettrica in 3 miliardi di dollari”, scrive Associated Press. Secondo la Banca Mondiale, almeno il 30% della popolazione sudanese non ha accesso all’elettricità; i blackout durano anche 16 ore e la produzione di energia elettrica è crollata da 4.400 megawatt prima della guerra a 1.100 megawatt, racconta AP.

“Secondo le Nazioni Unite, il Sudan ha un potenziale illimitato per la produzione di energia solare, grazie alle numerose ore di sole che spesso superano le 4.000 all’anno. Tuttavia, gli elevati costi iniziali dei sistemi di energia solare importati e la svalutazione della valuta locale ostacolano la transizione verso l’energia pulita”, aggiunge l’agenzia di stampa statunitense.

La soluzione per sopravvivere alla cronica mancanza di elettricità, per molti, è solo una: sfruttare il sole. Anche se estremamente costosa. Una scelta inevitabile in molti Paesi africani, dove piccoli impianti fotovoltaici si stanno diffondendo in modo esponenziale e capillare.

Il boom del solare

Se guardassimo con maggiore attenzione, ci accorgeremmo di ciò che sfugge alle statistiche ufficiali. Vedremmo un’Africa verso cui viaggiano montagne di pannelli solari. Vedremmo case, piccole imprese, con quegli specchi sui tetti o nei campi. Sapremmo che l’energia solare cresce a un ritmo velocissimo.

Lo raccontano i dati raccolti e analizzati da due centri studi, Ember e African Tech Futures Lab.

Il 2026, secondo Ember, sarà un anno record, con un aumento degli impianti del 45 per cento e centomila pannelli installati ogni giorno. Eppure, scrivono i ricercatori, il 75% dell’energia solare in Africa nel periodo 2023-2025 è in gran parte assente dalle statistiche ufficiali.

In un rapporto pubblicato a fine agosto, gli analisti provano a stimare ciò che non si vede: la capacità di energia solare installata in ogni Paese africano dal 2023 al 2026. Lo fanno partendo da dati doganali cinesi e con una nuova metodologia.

La crescita si sta verificando ovunque. “Diciannove Paesi hanno registrato una crescita annua superiore al 100%, tra cui il 544% nella Repubblica Democratica del Congo (RDC), il 282% nello Zimbabwe, il 176% in Egitto e il 117% nello Zambia”, si legge nel rapporto. Mentre il Senegal dovrebbe aggiungere una quantità di energia solare pari all’80 per cento della sua intera capacità di rete.

Perché queste informazioni sfuggono? In larga parte perché la raccolta dati in Africa è ancora una sfida e perché l’energia solare diffusa così capillarmente – ovvero quella degli impianti piccoli – è difficile da misurare.

C’è anche un’altra interessante evidenza che emerge dal recente rapporto: sebbene l’Africa si stia avviando a diventare un rilevante produttore di pannelli, addirittura quadruplicando la sua produzione nel 2026, questi non sono destinati a restare nel continente. Sono prodotti per l’esportazione e destinati soprattutto agli Stati Uniti.

Sui tetti e nei campi africani ci sono, invece, pannelli cinesi. “Il 94% dei pannelli installati in Africa è ancora importato dalla Cina, e le ingenti spedizioni di celle e wafer cinesi verso l’Africa indicano che si tratta di prodotti riciclati piuttosto che utilizzati per la produzione di pannelli solari in Africa”, scrivono i ricercatori.

La crescita esponenziale è, però, una vera rivoluzione, secondo gli analisti. “Le batterie, abbinate al solare, rappresentano il nuovo generatore diesel (a cui si fa ricorso con estrema frequenza, vista l’inaffidabilità delle reti elettriche in molti Paesi). Un anno di importazioni di pannelli solari dalla Cina costa 2,4 miliardi di dollari; generare la stessa quantità di elettricità con il diesel costerebbe circa la stessa cifra ogni tre mesi. L’Africa importa ora dalla Cina batterie per un valore superiore a quello dei pannelli solari, soprattutto in Nigeria e nella Repubblica Democratica del Congo”, scrivono Dave Jones, analista capo di Ember, e Joel Nana, direttore della ricerca di African Tech Futures Lab, che spiegano come l’energia solare potrebbe, nel 2026, soddisfare tutta la crescita della domanda di elettricità.

Mali

Le donne in ginocchio, con il capo coperto dal velo sarebbero terroristi travestiti. L’immagine li mostra nella posa della resa davanti ai soldati dell’esercito del Mali. Per terra, ci sono armi e telefoni. La didascalia della foto recita: “terroristi travestiti da donne che tentano di fuggire dalla città di Kidal” e che vengono “intercettati con successo” dalle forze armate maliane. Pubblicata nel maggio di quest’anno, in un momento di rafforzamento delle operazioni di sicurezza dell’esercito dopo una serie di attacchi terroristici coordinati, nei quali ha perso la vita anche il ministro della Difesa Sadio Camara, l’immagine è un falso, come dimostra il lavoro di Africa Check.

“Diversi indizi suggeriscono che la foto sia stata realizzata con l’intelligenza artificiale (IA). Innanzitutto, le cinque persone presentate come terroristi e arrestate dalle Forze Armate Maliane sembrano avere lo stesso volto. I loro tratti somatici sono identici. Alcune di loro presentano anche mani non perfettamente allineate o leggermente deformi. […] Ma anche la natura del dipinto visibile nell’immagine”, scriveva l’organizzazione specializzata nella verifica di fatti e informazioni.

Un caso, uno soltanto, tra i tanti che stanno contribuendo a mutare lo scenario della guerra del Mali e dell’intero Sahel, ma che fanno di questo pezzo d’Africa un terreno di sperimentazione per la guerra del futuro.

“L’intelligenza artificiale generativa sta iniziando a modificare le regole del gioco (in Mali)”, scrive il Timbuktu Institute, centro di ricerca africano per la pace, in un recente rapporto che fa luce su come l’IA stia influenzando le dinamiche di un conflitto in profonda trasformazione, come hanno dimostrato gli attacchi di aprile.

Gli attori coinvolti, spiegano i ricercatori, non usano questa tecnologia in modo uniforme.

Il JNIM, il gruppo di matrice islamista Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM), alleato con i tuareg del Fronte di Liberazione dell’Azawad (ALF), ne fa ancora un uso limitato, “principalmente attraverso materiali visivi progettati per rafforzare la sua propaganda già strutturata”.

Tuttavia, il ricorso all’IA si sta sviluppando.

“Riducendo significativamente i costi e i tempi di produzione, l’IA potrebbe consentire al gruppo di aumentare la quantità di contenuti prodotti, tradurli nelle lingue locali e personalizzare ulteriormente i messaggi di reclutamento. Questo cambiamento potrebbe quindi favorire l’emergere di una forma di jihadismo più rapida, mirata e adattata al contesto locale”, scrivono.

Più capillare è l’uso da parte dell’ALF e delle sue reti di supporto, molto più sofisticato quello “della Russia e del suo apparato informativo”.

Il Mali e, in generale, gli Stati membri dell’Alleanza degli Stati del Sahel “stanno gradualmente entrando a far parte di questo ecosistema”, in cui l’intelligenza artificiale può essere “integrata in campagne di disinformazione strutturate, combinando contenuti generati, account falsi e una diffusione ottimizzata”, aggiungono.

Il Mali, spiegano i ricercatori, è teatro di una “battaglia delle narrazioni” dove lo sviluppo rapido della tecnologia rende sempre più ampio il divario con le capacità delle persone di distinguere ciò che è vero e ciò che è falso. “In uno spazio informativo sempre più saturo, la capacità di distinguere la realtà dalla finzione sta diventando di per sé una questione di sicurezza”, scrivono.

Il Mali, aggiungono, rischia di diventare “un vero e proprio laboratorio per la guerra dell’informazione assistita dall’intelligenza artificiale”.

Isole Chagos

Mohamed Muizzu, il presidente delle Maldive, ha inviato una lettera al primo ministro britannico, Andy Burnham. Chiede che vengano riaperti ufficialmente i colloqui per la sovranità di un pugno di isole nel mezzo dell’Oceano Indiano e che al tavolo si siedano anche le Maldive.

Le Isole Chagos sono amministrate dalla Gran Bretagna e c’è una base militare anglo-americana sull’isola di Diego Garcia. Londra dovrebbe cederle a Mauritius, per via di un accordo firmato nel 2025 dal predecessore di Burnham, che lascerebbe comunque quella base cruciale in mano alla Gran Bretagna, in cambio di un cospicuo canone d’affitto. L’accordo è stato sospeso in primavera, ma ora è di nuovo in ballo. Le Maldive, però, rivendicano quelle isole.

Sovranità su poco più di cinquanta isole, atolli per circa 50 chilometri quadrati di terre emerse tutt’intorno al Banco delle Chagos, un’immensa piattaforma sommersa, un gigantesco atollo sovrastato dall’acqua, il più grande del mondo, un banco di oltre 12 mila chilometri quadrati di supe, un’immensa e preziosa barriera corallina vivente. Soprattutto, un pezzo di mare e di terra dall’importante ruolo strategico, ancor più importante dopo l’attacco degli Stati Uniti all’Iran.

“Nella lettera, il presidente ha espresso le preoccupazioni delle Maldive in merito alla decisione del Regno Unito di procedere con la cessione delle Isole Chagos a Mauritius”, si legge nella nota del Governo, che lamenta di non essere stato consultato quando la cessione è stata negoziata.

“Il presidente ha sottolineato la storia condivisa e i legami culturali tra le Maldive e le Isole Chagos, nonché il sostegno di lunga data delle Maldive alle principali spedizioni di conservazione marina e di ricerca scientifica nella regione”. Legami storici, ma anche vicinanza geografica, con le Maldive a soli 500 chilometri di distanza, contro gli oltre duemila chilometri di Mauritius.

Martedì, un portavoce del Ministero degli Esteri britannico avrebbe detto, però, che “la questione della sovranità sull’arcipelago delle Chagos è una questione che riguarda il Regno Unito e Mauritius, ed è per questo che il precedente governo ha avviato i negoziati con Mauritius nel 2022, anziché con le Maldive”, secondo quanto riporta l’agenzia di stampa Associated Press. Questione che non è un affare diplomatico di poco conto.

Le Chagos, territorio britannico insieme a Mauritius dal 1814, restarono al Regno Unito nel 1965, quando Mauritius divenne indipendente. Gli abitanti di Diego Garcia furono portati via, strappati alle loro isole, reinsediati a Mauritius, alle Seychelles e, alcuni, trasferiti in Gran Bretagna.

Una sentenza del 2019 della Corte internazionale di giustizia (CIG) dice che le isole devono tornare a Mauritius e così si è espressa l’Assemblea dell’Onu.

“La guerra con l’Iran ha sconvolto il processo di trasferimento della sovranità dell’arcipelago”, scrivevano ad aprile sull’Institute for Security Studies, Zoë McCathie, analista del rischio Paese per Signal Risk, e Ronak Gopaldas, consulente ISS e direttore di Signal Risk. Tutto ruota intorno a Diego Garcia. “L’importanza della base militare risiede nella sua posizione strategica nell’Oceano Indiano, sufficientemente vicina al Medio Oriente ma fuori dalla portata dei missili iraniani”, scrivono gli analisti.

L’accordo si è bloccato per la contrarietà degli Stati Uniti. La base, sosteneva Trump, è chiave per “l’equilibrio di potere nell’Oceano Indiano”. Gli Usa, inoltre, sembrano non vedere di buon occhio un ritorno a Mauritius, troppo vicina alla Cina. Il ruolo più importante delle isole, dalla prospettiva statunitense, sembra essere, però, quello di “merce di scambio con il Regno Unito”, proseguono gli analisti. Il Regno Unito avrebbe preso la storica decisione convinto che possibili azioni legali da parte di Mauritius potrebbero, invece, mettere ancora più a rischio l’uso della base.

Contrari anche alcuni chagossiani, che vogliono tornare sulle loro isole e non ritengono che il passaggio a Mauritius garantisca di raggiungere l’obiettivo. Torna, adesso, a complicare il quadro un quarto attore: le Maldive.

Letterature

Il futuro dell’Africa lo costruiscono le parole, lo tessono le trame delle narrazioni, lo disegnano i racconti nella città immaginaria di Macondo, che però è luogo di magia reale, concretissima. E torna a prendere forma ogni anno, da otto anni, a Nairobi, in Kenya.

Dal 18 al 20 settembre, il Macondo Literary Festival riunirà ancora una volta scrittori e poeti, dall’Africa ma anche dai Paesi della diaspora, insieme ad accademici, registi ed editori, intorno al tema “Ink, Sea, Silence”.

Letture, dibattiti, performance, dalla narrativa alla poesia, workshop, proiezioni di film, musica.

“Macondo è un festival letterario che collega la storia e il futuro dell’Africa attraverso la letteratura.

Sin dalla sua fondazione nel 2019, il festival ha esplorato il ruolo della letteratura nell’immaginare società passate, presenti e future, concentrandosi su questioni che stimolano e motivano la costruzione del futuro e del mondo in Africa. Riunisce scrittori, pensatori e artisti le cui opere indagano la storia, il futuro e l’immaginario politico, mettendo in luce la diversità della letteratura proveniente dall’Africa globale e non solo. Il festival si propone inoltre di creare una comunità attorno alla letteratura attraverso i cittadini di Macondo, lettori, pensatori e persone curiose provenienti da diversi ambiti della vita, che si confrontano con interrogativi sull’umanità e sul rapporto tra sé e gli altri”, scrive Anjellah Owino sulla testata kenyota The Standard.

“Ink”, inchiostro, antidoto contro l’oblio, liquido scuro capace di colmare i vuoti di memoria che sono voragini nella storia africana. “Sea”, mare, oceano che non è stato, ed è, solo il luogo del dolore, della migrazione, della schiavitù, ma anche quello dell’incontro di culture e immaginari, di lingue, quelle a cui parla il festival e che a Macondo trovano lo spazio per incontrarsi, contaminarsi. “Silence”, che è ciò a cui la cultura dominante ed eurocentrica ha condannato l’Africa.

“Ink, Sea, Silence” è il tema dell’edizione 2026 e invita il pubblico a considerare non solo le storie scritte, ma anche quelle cancellate, rimosse o taciute, e il potere della letteratura di riportarle nel dibattito”, scrive l’emittente kenyota AperitFM.

Tra gli ospiti, nomi di primo piano della letteratura africana contemporanea, come Esi Edugyan, scrittrice canadese-ghanese, che racconterà le ragioni dello scrivere romanzi storici; il sudanese Abdelaziz Baraka Sakin, i cui libri furono banditi in Sudan e lui, costretto all’esilio.

Di silenzio converseranno il nigeriano Emmanuel Iduma e la scrittrice statunitense Lauri Kubuitsile, che vive in Botswana. “Il silenzio non è l’opposto del linguaggio, bensì un linguaggio a sé stante. Come descrivono gli scrittori il silenzio? Il silenzio come ponte, come spazio tra corpi, pensieri, paure e segreti?”, sono le domande a cui tenteranno di rispondere.

Un programma vasto e articolato, che esplora la produzione di Paesi diversi, lingue diverse, inclusa quella della scena letteraria keniota in swahili, e affronta i capitoli più dolorosi della storia africana, interrogandosi sul ruolo della letteratura.

Ad Esi Edugyan, Abdelaziz Baraka Sakin e Itamar Vieira Junior, il compito di indagare quel mare, le sue prigionie, il suo dolore, in uno dei numerosi panel. “Al di là del Mar Swahili e dell’Atlantico, l’atrocità della schiavitù ha lasciato un’eco che continua a plasmare la storia, la memoria, i desideri, l’identità e il senso di appartenenza. Inoltre, un senso di incompletezza aleggia su un tema spesso avvolto dal silenzio. Cosa devono i vivi ai perduti, ai morti, ai cancellati, agli ignorati e ai ridotti al silenzio? Gli scrittori rivisitano questi passati frammentati e questi fantasmi inappagati, ed esplorano come la letteratura possa guidarci a immaginare la liberazione in modo diverso”, scrivono gli organizzatori.

Il programma completo è su Writing Africa. Ma sul canale YouTube di Macondo sarà possibile seguire in streaming alcuni degli appuntamenti del Festival.

Invito all’ascolto. Sometimes Love, Somi feat. The Cavemen

A volte l’amore brilla al crepuscolo

A volte l’amore resiste sotto il sole di mezzogiorno

A volte l’amore canta per te all’alba

A volte l’amore

Ma è sempre vero

Sempre vero

È con una canzone d’amore che Somi torna in Uganda. Nel video girato in una piantagione, le donne raccolgono il tè nella bellezza di una natura che toglie il fiato, come l’amore. È un brano che vede la collaborazione del batterista nigeriano dei The Cavemen, Benjamin James, e fa parte del suo ultimo lavoro, What Does It Take to Bloom?, pubblicato ad agosto.

Somi è nata nel Midwest americano, ma i suoi genitori sono immigrati negli Stati Uniti dall’Uganda e dal Ruanda. Nel 2021 è stata la prima donna africana a ottenere una nomination ai Grammy in una categoria jazz, anche se la sua musica sfugge a qualunque categorizzazione, mescolando jazz ad high-life, afrobeat, spoken word.

Del suo appartenere a due mondi, Somi ha fatto non un mero dato biografico, ma una vera e propria poetica poetica radicata nei luoghi a cui appartiene. Anche quest’album è un viaggio in quei luoghi, un viaggio che attraversa l’Africa, anche grazie ad importanti collaborazioni.

L’Africa di Somi è, però, sempre anche l’Africa delle altre donne, delle artiste che l’hanno preceduta. Somi, racconta OkayAfrica, “ha recentemente conseguito il dottorato di ricerca ad Harvard, e parte del suo lavoro si è concentrato sull’analisi delle voci delle donne africane, in particolare su come vengono ascoltate, ricordate e documentate”. Nella sua ricerca ha trovato un’enorme lacuna, un vuoto che sorprende: pochissimi studi di peso sulla prima donna africana che ha davvero occupato la scena globale, Miriam Makeba.

Nel suo nuovo album, scrive OkayAfrica, Somi “parla di introspezione, ma non si concentra solo su se stessa. Guarda anche alle donne, ai luoghi, ai suoni e alle storie che hanno contribuito a formarla”.

Con l’invito ad ascoltare l’ultimo lavoro di Somi, vi salutiamo, vi ringraziamo per essere stati con noi e vi aspettiamo lunedì con le notizie dal mondo.

Foto di copertina: Avel Chuklanov su Unsplash

Musica: ing David/Ponds5

 


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