10 settembre 2026 – Notiziario Mondo

Scritto da in data Settembre 10, 2026

  • Nel 2025 le bombe a grappolo hanno ucciso un numero record di civili.
  • Gambia, al buio finisce anche la pazienza.
  • Palestina, fuggire dalle bombe, morire in cella.
  • Cina e Filippine, la diplomazia del bigliettino.
  • Corea del Sud, l’intelligenza artificiale come servizio pubblico.
  • Cambogia, le due facce della fabbrica delle truffe.
  • Trump promette agli americani 5000 dollari se vince alle Midterm.
  • Intruduzione: il futuro senza il nostro permesso

Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets a cura di Barbara Schiavulli

Palestina e Israele

A Gaza si continua a morire e a recuperare chi era rimasto sotto le macerie. Il ministero della Salute registra tre morti nelle ultime 24 ore, uno dei quali per ferite precedenti, e 25 feriti. Recuperati anche quattro corpi. Il bilancio complessivo dichiarato sale a 73.669 morti. Dall’11 ottobre, primo giorno intero della tregua, i palestinesi uccisi sono almeno 1.358.

Tra le vittime segnalate martedì c’è un bambino di dieci anni, colpito al petto ad Al-Mawasi, dove vivono famiglie sfollate. Intanto arrivano nuovi ordini di evacuazione. Vicino all’ospedale Al-Shifa, Umm Ahmad Habboush, madre di otto figli, racconta a Drop Site che i bambini piangevano per i vestiti e le cose da abbandonare. Lei pensava soltanto a portarli via vivi. Per un bambino, anche quei pochi oggetti possono essere tutto ciò che resta della normalità.

In Cisgiordania, ad Arraneh, vicino a Jenin, l’agenzia palestinese WAFA riferisce della demolizione di serre, magazzini e strutture agricole. Si perdono raccolti, reddito, possibilità di restare sulla propria terra.

E dalle carceri israeliane emerge un racconto terribile. Haaretz pubblica messaggi tra agenti e dettagli dell’atto d’accusa sulla morte di Thaer Abu Asab, nel 2023. Dodici guardie sono incriminate. Secondo l’accusa, il pestaggio gli provocò lesioni cardiache mortali; nei messaggi alcuni agenti esultavano per la violenza. Sono accuse da giudicare in tribunale, ma documentano una vicenda che esige risposte. Le visite della Croce Rossa ai detenuti palestinesi, intanto, non sono riprese.

Sul fronte diplomatico, Israele dà trenta giorni al consolato britannico di Gerusalemme Est per chiudere: è la ritorsione contro le misure di Londra sul commercio con gli insediamenti.

Qui serve una precisazione: i dodici paesi firmatari non hanno assunto tutti lo stesso impegno. Svezia, Danimarca e Finlandia chiariscono di puntare a restrizioni europee, senza prevedere per ora misure unilaterali. Regno Unito, Francia e Canada procedono invece sul piano nazionale.

Tra annunciare una misura e applicarla passa una scelta politica. Per chi perde casa, terra o un figlio, passa altro tempo.

Iran e USA

L’Iran detta le condizioni per fermare la guerra con gli Stati Uniti, mentre sul mare l’escalation continua. I Guardiani della rivoluzione chiedono la fine delle ostilità e delle interferenze sui programmi nucleare e missilistico, il ritiro israeliano dal Libano, la fine del blocco dello Yemen e lo sblocco di 24 miliardi di dollari. Annunciano anche una zona marittima interdetta oltre Hormuz, fino a parte del Mar Arabico, minacciando misure contro le navi che entreranno senza coordinarsi.

Washington, intanto, sostiene di aver distrutto cinque petroliere iraniane in risposta ad attacchi missilistici contro una propria nave militare. Teheran minaccia le petroliere nei porti di Kuwait e Bahrein.

E non sono soltanto minacce: Reuters riferisce di almeno un marittimo morto e uno disperso. Il Brent supera i cento dollari al barile.

Le potenze si scambiano avvertimenti. Gli equipaggi rischiano la vita. E il conto dell’escalation viaggia ben oltre il Golfo.

Yemen

In Yemen si scava ancora tra le macerie di un carcere. Ad Hazm, nel nord, quattro corpi recuperati mercoledì portano a 23 i morti del bombardamento di lunedì, secondo gli Houthi, riferisce Associated Press.

Il movimento denuncia anche 32 raid sauditi nelle province di Marib, Al-Jawf, Taiz e Hodeidah. E attribuisce l’attacco alla prigione a un caccia saudita, senza presentare prove verificabili: la responsabilità non è confermata in modo indipendente.

Dietro il linguaggio delle operazioni militari resta questo: una prigione colpita, persone sotto le macerie. Perché quando arrivano le bombe, chi è chiuso in cella non può nemmeno tentare di scappare.

Bombe a Grappolo

Una guerra può continuare anche quando non si sente più sparare. Quando i soldati se ne sono andati, le telecamere sono altrove e qualcuno annuncia che è tempo di ricostruire. Perché in un campo, sul bordo di una strada, vicino a una scuola, può essere rimasta una piccola bomba. E per chi la incontra, la guerra ricomincia da lì.

Nel 2025 le munizioni a grappolo hanno ucciso o ferito almeno 1.063 persone in nove paesi: uno dei bilanci annuali più alti mai registrati. L’87 per cento erano civili. Lo documenta il Cluster Munition Monitor 2026. L’Ucraina, per il quarto anno consecutivo, registra il numero maggiore: 927 persone uccise o ferite.

Sono armi che si aprono e disperdono piccoli ordigni su vaste superfici. Una parte non esplode all’impatto: resta sul terreno, anche per decenni. E così un gesto normale, coltivare, camminare, giocare, può diventare l’ultimo. Nel solo 2025, i residui inesplosi hanno provocato almeno 117 morti e feriti.

Kenya

In Kenya arriva una svolta dopo 43 giorni di sciopero degli infermieri: raggiunto un accordo con il governo, il sindacato annuncia il rientro entro 24 ore.

I medici avevano minacciato di unirsi alla protesta, denunciando carichi di lavoro insostenibili. Al centro della vertenza, un contratto collettivo del 2017 ancora da attuare. Ora sono previsti altri 45 giorni per definirne l’applicazione.

Nove anni di attesa: abbastanza per capire perché la fiducia sia finita. Per i pazienti, il ritorno degli infermieri è una notizia essenziale. Ma riaprire i servizi non chiude la questione: chi tiene in piedi gli ospedali deve poter contare su impegni rispettati.

Gambia

In Gambia manca la corrente e nelle strade esplode la rabbia. A Banjul e nei dintorni, manifestanti hanno bruciato pneumatici e alzato barricate, chiedendo le dimissioni del presidente Adama Barrow. La polizia ha risposto con lacrimogeni, anche vicino alla sua residenza, riferisce Reuters.

Alcuni residenti raccontano blackout di 48 ore: caldo insopportabile, ventilatori fermi, cibo da buttare. Barrow promette un nuovo impianto da 24 megawatt entro fine ottobre. A dicembre cercherà un terzo mandato.

Ma per chi deve conservare il cibo o far studiare un figlio, ottobre è lontano. L’elettricità non è un favore da concedere a ridosso delle elezioni: è un servizio essenziale. E i lacrimogeni, di certo, non riaccendono i frigoriferi.

Spagna

La Commissione europea assegna alla Spagna 114,7 milioni di euro per affrontare la crisi migratoria a Ceuta, l’enclave spagnola sulla costa nordafricana. Bruxelles parla di solidarietà, riferisce Euronews.

I fondi serviranno a rafforzare l’accoglienza, compresa l’assistenza ai minori non accompagnati, ma anche i rimpatri e la sorveglianza: telecamere termiche, sistemi di controllo e droni subacquei.

L’Agenzia europea per l’asilo aiuterà con colloqui e interpreti, Europol nelle indagini sui trafficanti.

La solidarietà si misurerà nell’impiego concreto di questi soldi. Perché una frontiera può essere sorvegliata con la tecnologia. Le persone, invece, hanno bisogno di protezione, ascolto e diritti.

Serbia

In Serbia si torna alle urne il 25 ottobre. Il presidente Aleksandar Vučić ha sciolto il Parlamento e convocato elezioni anticipate, riferisce Reuters. Il suo Partito progressista lo candida a premier: dal 2014 alterna le due cariche. Cambia la poltrona, il protagonista resta.

Vučić sostiene che il conflitto politico rischi di minacciare la democrazia. Ma nelle piazze, da quasi due anni, si chiedono responsabilità e lotta alla corruzione.

Le proteste sono nate dopo il crollo della pensilina della stazione di Novi Sad, nel novembre 2024: sedici morti. Persone che aspettavano un treno. E un paese che da allora aspetta risposte.

Germania

In Germania lo scontro arriva al Bundestag. Il cancelliere Friedrich Merz accusa l’AfD di promuovere, sotto il nome di “remigrazione”, una politica equivalente alla «pulizia etnica», riferisce Reuters: allontanare persone sulla base dell’origine e del colore della pelle.

L’affondo segue la vittoria dell’estrema destra in Sassonia-Anhalt. Alice Weidel rivendica il risultato e punta al governo federale; Merz sostiene che il partito non conquisterà una maggioranza nazionale.

Ma dietro questa battaglia politica ci sono persone che vivono e lavorano in Germania. “Remigrazione” può sembrare una parola burocratica. La domanda è molto concreta: chi vorrebbero mandare via, e perché?

Russia e Ucraina

La guerra raggiunge la Siberia. L’Ucraina rivendica attacchi con droni contro due impianti di condensati di gas nella zona di Novy Urengoy e nel distretto di Purovsky, a quasi tremila chilometri dal confine ucraino: tra i raid più profondi dall’inizio dell’invasione.

Il governatore locale conferma un incendio in un impianto industriale a Novy Urengoy, senza vittime segnalate. L’entità complessiva dei danni resta da verificare.

Kyiv punta a colpire le infrastrutture energetiche e le entrate russe. Il messaggio a Mosca è chiaro: la distanza non garantisce più protezione. Ma l’allargamento del raggio dei droni misura anche quanto questa guerra continui ad allontanarsi dalla fine.

Stati Uniti

Cinquemila dollari a ogni americano adulto, se i repubblicani mantengono Camera e Senato. Donald Trump lo promette alla convention di Dallas e il nome è già pronto: “Trump Dividend”. Il finanziamento, molto meno.

Secondo Associated Press, l’operazione costerebbe oltre mille miliardi di dollari e richiederebbe il via libera del Congresso. È una promessa elettorale, non un pagamento approvato.

Nel giro di un’ora, il vicepresidente JD Vance comincia a correggere il tiro: forse i ricchi saranno esclusi; i soldi potrebbero arrivare dai dazi. Ma quelle entrate non bastano a coprire il conto.

Per chi fatica a pagare affitto e spesa, cinquemila dollari sono una cifra concreta. Proprio per questo servono risposte concrete. Il nome sull’assegno c’è già. Mancano i soldi per onorarlo.

Steve Witkoff negozia per Trump in Medio Oriente e Ucraina. Nel 2025 ha dichiarato 107 milioni di dollari dalla holding che deteneva la sua quota in World Liberty Financial, l’impresa crypto cofondata con Trump.

Lo rivela Bloomberg. Attenzione: il documento non distingue quanto provenga dalle criptovalute e quanto dalle altre attività. Ma il confine tra incarichi pubblici e interessi privati merita attenzione.

Intanto, in Missouri, decisioni giudiziarie contrastanti lasciano nell’incertezza la mappa elettorale di novembre. Il giudice federale Stephen Clark ha ripristinato temporaneamente quella sostenuta da Trump, dopo che la Corte Suprema aveva lasciato in piedi lo stop statale. La nuova mappa punta a sottrarre ai democratici il seggio di Emanuel Cleaver.

Perché le elezioni si possono provare a vincere anche prima del voto: scegliendo come raggruppare gli elettori.

Cambogia

Finti commissariati, uniformi, copioni da recitare davanti a una telecamera. A O’Smach, in Cambogia, l’esercito thailandese ha mostrato a giornalisti e osservatori un complesso occupato durante gli scontri di confine: secondo Bangkok, ospitava un’organizzazione di truffe online.

Dentro c’è anche un ospedale con una sala operatoria. Le autorità thailandesi sospettano possibili espianti illegali di organi, ma non emergono riscontri indipendenti.

È invece documentato il lavoro forzato nei centri delle truffe, dove persone trafficate vengono costrette a ingannarne altre.

Dietro una videochiamata possono esserci due prigionie: quella di chi si fida e perde i risparmi, e quella di chi non può smettere di recitare. Il profitto finisce altrove. La paura resta da entrambe le parti dello schermo.

Corea del Sud

In Corea del Sud, un divorzio miliardario racconta anche come si costruisce una fortuna. Il tribunale di Seul ha ordinato a Kwon Hyuk-bin, fondatore del gigante dei videogiochi Smilegate, di trasferire all’ex moglie azioni e denaro per circa 1,8 miliardi di dollari. È una delle divisioni patrimoniali più grandi del paese, riferisce il Korea Times.

A lei, identificata come Lee, spetta il 35 per cento dei beni coniugali. I giudici hanno riconosciuto il suo contributo alla nascita e alla gestione dell’azienda, ma anche gli anni dedicati alla casa e ai figli. A lui resta il 65 per cento, per il ruolo decisivo nella crescita dell’impresa.

La cifra fa notizia. Il principio merita altrettanta attenzione: anche il lavoro che non compare in busta paga contribuisce a costruire un patrimonio.

E se l’accesso all’intelligenza artificiale non dipendesse dalla carta di credito? La Corea del Sud prepara “AI for All”: servizi gratuiti e senza limiti di utilizzo, con sperimentazione da ottobre e lancio completo previsto a dicembre, racconta il Korea Times.

A offrirli saranno consorzi guidati da SK Telecom, KT e Kakao. Il governo fornirà infrastrutture di calcolo e prevede di sostenere i costi operativi dal 2027.

L’obiettivo dichiarato è evitare che l’accesso a questi strumenti crei nuove disuguaglianze nello studio e nel lavoro. Il progetto sostiene anche l’industria nazionale, privilegiando modelli coreani.

Restano domande su costi, privacy e sostenibilità dell’accesso illimitato. Ma la questione politica è chiara: se una tecnologia diventa fondamentale per partecipare alla società, possiamo lasciare fuori chi non può permettersela?

Cina e Filippine

A Seul, il ministro della Difesa filippino Gilberto Teodoro sta parlando quando riceve un biglietto che attribuisce alla delegazione cinese. Lo legge al microfono e risponde punto per punto.

Pechino non riconosce il lodo sul Mar Cinese Meridionale, recita il messaggio. «Certo, perché avete perso», replica Teodoro.

Il riferimento è alla decisione arbitrale del 2016, che ha respinto le pretese cinesi di diritti storici sulle risorse oltre i limiti della Convenzione sul diritto del mare.

Pechino contrattacca: basta provocazioni e teatrini. Ma dietro il siparietto c’è una disputa molto concreta, fatta di confronti tra navi e controllo delle acque.

Il bigliettino fa sorridere. Per marinai e pescatori, però, la questione è poter attraversare quel mare e lavorarci senza ritrovarsi in mezzo a uno scontro.

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