14 settembre 2026 – Notiziario Mondo
Scritto da Barbara Schiavulli in data Settembre 14, 2026
- 37 giornalisti palestinesi nelle prigioni israeliane.
- Iran e Stati Uniti, la pace promessa e il petrolio da tenere.
- Yemen, fuggire ancora. E senza più niente.
- In Turchia la polizia irrompe nelle sedi delle associazioni LGBTQ+.
- Brics, cambiare l’ordine mondiale, ma per chi?
- Grecia, insulti sui muri della moschea.
- Messico, vestiti di bianco contro la paura.
- Introduzione: la speranza deve tenere gli occhi aperti.
Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets a cura di Barbara Schiavulli
Palestina e Israele
A Gaza si fermano altri generatori degli ospedali: mancano carburante, ricambi e olio lubrificante. Il ministero della Salute denuncia forniture insufficienti: servono circa 2.500 litri d’olio al mese. Senza elettricità sono a rischio interventi, incubatrici e respiratori, come documenta anche Medici senza frontiere. Qui un motore che si spegne può diventare una condanna.
In Cisgiordania, vicino a Faqqu’a, un soldato accompagnato da coloni è stato filmato mentre sparava alla gamba di un palestinese in un campo, senza una ragione apparente. Secondo Haaretz, l’esercito riconosce una violazione delle regole d’ingaggio. Un altro militare, fuori servizio, è stato sospeso dopo aver sparato verso al-Mughayyir.
A Qusra, dichiarata zona militare chiusa, coloni hanno suonato lo shofar presso una postazione dell’esercito. Nello stesso villaggio, un attivista israeliano contro l’occupazione era stato arrestato per aver violato il divieto.
E a Majd al-Krum, nel nord d’Israele, coloni hanno installato un insediamento abitativo su terreni affittati per il pascolo. Pecore assenti. Il Fondo nazionale ebraico precisa: l’autorizzazione non consentiva residenze.
Intanto, secondo la Società dei prigionieri palestinesi, Israele detiene 37 giornalisti: diciannove senza accusa né processo. Tra gli ultimi arrestati, Muath Ammarna e Sabri Jibrin. Mahmoud Fatafta è stato condannato a quattro anni per “incitamento”; Bushra al-Tawil trasferita in isolamento. L’associazione denuncia torture, fame e cure negate.
Domenica, secondo Wafa, altri undici palestinesi arrestati, compresi due ragazzi di quattordici e quindici anni.
Infine, la scuola israeliana: nei test PISA 2025 solo il 32 per cento raggiunge il livello base in tutte e tre le materie. Le ragazze ultraortodosse superano quelle delle scuole statali soprattutto perché queste ultime peggiorano, spiega l’autorità nazionale di valutazione.
Il ministro Kisch parla di resilienza. Ma celebrare la tenuta del sistema non basta, quando i risultati raccontano quanto futuro si sta perdendo.
Libano
Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz minaccia di “eliminare” chiunque si avvicini alle alture di Ali al-Taher, nel sud del Libano. Lo riferisce Anadolu.
L’esercito sostiene di aver distrutto lì oltre due chilometri di infrastrutture sotterranee di Hezbollah. Katz include le alture in una “zona di sicurezza” autoproclamata di circa settecento chilometri quadrati dentro il territorio libanese. E subordina il ritiro al disarmo di Hezbollah in tutto il Paese.
Dal 2 marzo, secondo le autorità libanesi, gli attacchi israeliani hanno provocato quasi 4.400 morti e 12.500 feriti.
“Zona di sicurezza”: ma una minaccia contro chiunque si avvicini lascia una domanda enorme sulla protezione dei civili.
Iran e USA
Trump parla della fine della guerra in Iran e guarda alle elezioni americane: potrebbe finire prima delle midterm di novembre, dice, oppure dopo. Dal suo resort irlandese promette anche un crollo dei prezzi della benzina. Ma una previsione presidenziale non è un cessate il fuoco.
Secondo Reuters, Trump sostiene che Teheran telefoni continuamente per negoziare. L’agenzia iraniana Mehr respinge questa ricostruzione.
Lui ribadisce: niente accordi sfavorevoli, niente armi nucleari all’Iran. Poi aggiunge che gli americani potrebbero restare e tenersi il petrolio, come in Venezuela. Dalla sicurezza nucleare alle risorse: nelle sue parole, il confine si sposta parecchio.
A Nuova Delhi, al vertice BRICS, il presidente iraniano Pezeshkian denuncia invece il prezzo umano degli attacchi americani e israeliani: civili colpiti, donne e bambini, infrastrutture costruite in decenni danneggiate.
E avverte: distruggere impianti energetici ed economici produce conseguenze oltre i confini. Chiede ai BRICS di difendere la sovranità degli Stati, rafforzare la Nuova banca di sviluppo e commerciare maggiormente nelle valute nazionali.
Il prossimo passaggio diplomatico era previsto oggi, lunedì, a Salalah, in Oman. Secondo il ministro degli Esteri Araghchi, avrebbero partecipato sette paesi della regione; il Bahrain aveva rinunciato. E poi lo fa anche l’Oman dichiarando che non c’erano le condizioni appropriate.
Sul tavolo, nuove rotte d’ingresso e uscita da Hormuz, concordate da Iran e Oman. Mappe e documenti saranno presentati ai partecipanti e poi trasmessi all’Organizzazione marittima internazionale.
Ma attenzione: Araghchi precisa che questo non significa riaprire lo stretto. Teheran subordina il ritorno alla normalità al rispetto americano dell’intesa di Islamabad, raggiunta a giugno, e alla fine degli attacchi e del blocco navale.
Si prepara dunque una rotta. La pace, per ora, resta senza una data condivisa.
Yemen
In Yemen la guerra torna ad allargarsi. Le forze governative, sostenute dall’Arabia Saudita, hanno annunciato raid contro gli Houthi sulla costa del Mar Rosso, dopo aver perso il porto di Mokha. I ribelli, appoggiati dall’Iran, rivendicano attacchi con droni e missili contro il territorio saudita. Riad riferisce di due feriti.
Ma guardiamo che cosa significa, a terra, questa nuova escalation. Secondo i dati delle Nazioni Unite riportati da Associated Press, oltre 82 mila persone sono fuggite dall’inizio di settembre. Più di duemila hanno attraversato il mare fino a Gibuti.
Nei campi manca tutto. Hussein, un padre già sfollato nel 2015, racconta che stavolta non c’è stato nemmeno il tempo di prepararsi: appena quello di prendere i bambini e scappare.
Lo stretto di Bab el-Mandeb preoccupa per il petrolio e i commerci. Per le famiglie che lo attraversano, la domanda è solo una: dove possiamo restare vivi?
Turchia
In Turchia la polizia irrompe nelle sedi delle associazioni LGBTQ+ e nei locali di ritrovo. Almeno 47 persone fermate, secondo Reuters. L’indagine coinvolge 162 persone, nove associazioni e tredici attività commerciali.
Il ministro della Giustizia sostiene che l’operazione serva a proteggere bambini, famiglia e ordine pubblico. Ma le accuse non sono condanne.
L’Associazione per i diritti umani denuncia un’operazione politica: imporre un unico modello familiare e criminalizzare un’intera comunità.
E mentre il governo parla di protezione, vengono bloccati anche siti e account delle associazioni. Proteggere le famiglie dovrebbe significare garantire diritti. Anche a chi non somiglia alla famiglia voluta dal potere.
Grecia
In Grecia, scritte offensive contro i valori religiosi sono comparse all’ingresso della storica moschea Çınar, a Xanthi, nella Tracia occidentale.
Lo denuncia il Consiglio consultivo della minoranza turca. Le scritte sono state scoperte domenica; gli autori restano ignoti.
Il Consiglio condanna l’accaduto e chiede che i responsabili siano individuati e portati davanti alla giustizia.
Imbrattare un luogo di preghiera significa colpire anche chi lo frequenta. E il rispetto della libertà religiosa si misura proprio nella tutela delle minoranze.
Austria
In Austria, con la riapertura delle scuole, entra in applicazione il divieto del velo islamico per le alunne sotto i quattordici anni, negli istituti pubblici e privati.
Dopo i colloqui con scuola e genitori, le violazioni ripetute possono portare a multe fino a ottocento euro.
Il governo sostiene di voler proteggere la libertà delle ragazze. La Comunità religiosa islamica denuncia invece una discriminazione e annuncia battaglia legale, riferisce Reuters.
Nel 2020 la Corte costituzionale aveva già cancellato un precedente divieto.
La domanda resta: come proteggere le ragazze dalle imposizioni senza sostituire quelle della famiglia con quelle dello Stato?
Irlanda
In Irlanda, la visita di Donald Trump è stata accompagnata da proteste a Dublino e nella contea di Clare. Al centro delle contestazioni, il sostegno americano a Israele e la guerra in Iran, riferisce il Guardian.
Il presidente ha incontrato i vertici istituzionali irlandesi, poi ha raggiunto il suo resort di Doonbeg per il torneo di golf Irish Open.
Tra incontri ufficiali e golf, nelle strade è arrivato un messaggio diverso: ricevere un presidente non significa assolverne le politiche.
Per chi manifesta, Gaza e l’Iran devono restare al centro della visita. Anche quando il programma prevede una premiazione sul prato.
Ungheria
In Ungheria il premier Péter Magyar annuncia una svolta sulle adozioni. Vuole eliminare l’obbligo, introdotto da Orbán nel 2020, di ottenere l’autorizzazione del ministro per chi presenta domanda come single.
Una barriera che aveva di fatto bloccato anche le persone omosessuali: prima potevano adottare individualmente, pur vivendo in coppia.
A valutare dovranno essere professionisti, sostiene Magyar, mettendo al centro il benessere del bambino.
Attenzione: è un annuncio, la legge deve ancora cambiare. Ma il principio conta: decidere chi può crescere un bambino richiede competenza, non il timbro ideologico di un ministro.
Danimarca
In Danimarca, da gennaio, i pastori delle parrocchie saranno formati per celebrare funerali militari e comunicare alle famiglie la morte dei soldati.
Secondo United24, che riprende l’emittente danese TV 2, il responsabile dei cappellani militari ipotizza, nei giorni peggiori di un grande conflitto, dieci o venti caduti danesi.
Attenzione: è uno scenario di preparazione per una guerra all’estero, non la previsione di un attacco imminente alla Danimarca.
Il programma riguarda anche l’assistenza ai familiari. Perché dietro la parola “caduti” c’è un compito terribile: bussare a una porta e dire che qualcuno non tornerà.
Svezia
In Svezia il vantaggio del centrosinistra si assottiglia: con circa il 92 per cento dei voti scrutinati, il blocco di Magdalena Andersson avrebbe 175 seggi contro i 174 della destra, riferisce Associated Press. Il risultato resta provvisorio.
L’estrema destra dei Democratici svedesi perde terreno e scende al terzo posto. La sua avanzata, dunque, non è inevitabile. Ma il premier conservatore Kristersson le aveva già aperto le porte dei ministeri: arretrare nelle urne non cancella quella legittimazione politica.
E per Andersson vincere non significherà automaticamente governare. Dovrà trovare un accordo tra socialdemocratici, Verdi, sinistra e centristi: abbastanza vicini per opporsi alla destra, ancora divisi su come sostituirla.
Ucraina e Russia
Trump chiede a Zelensky di smettere di colpire gli impianti russi del diesel: negli Stati Uniti il prezzo ha superato i sei dollari al gallone. Ci sono altri bersagli, sostiene, secondo Reuters. Kyiv replica: quelle infrastrutture finanziano e alimentano l’invasione.
Ma la crisi energetica passa anche dalla guerra in Iran, che ha strozzato le esportazioni del Golfo.
Intanto continuano gli attacchi: le autorità russe segnalano due morti in Tatarstan; quelle ucraine almeno nove feriti a Odesa nella notte.
Vicino alla Polonia, un drone russo ha colpito la locomotiva di un treno passeggeri: tutti evacuati in tempo. Boris Johnson e altri rappresentanti occidentali viaggiavano su un altro convoglio nelle vicinanze, precisa il Guardian.
Il premier polacco Tusk teme che l’escalation possa raggiungere il suo territorio. Mosca sostiene di aver preso di mira infrastrutture per trasporti militari.
Sul terreno, però, c’erano passeggeri in fuga. E il confine europeo era a due chilometri.
Il mondo e AI
Adesso a chiedere di rallentare sono quelli che hanno premuto sull’acceleratore. Dario Amodei, capo di Anthropic, invoca una frenata nello sviluppo dell’intelligenza artificiale più avanzata. Elon Musk e Sam Altman lo sostengono, riferisce il Wall Street Journal. Temono sistemi sempre più difficili da controllare e chiedono verifiche indipendenti.
Ma Trump minimizza. Secondo Barron’s, considera esagerati gli allarmi e insiste sulla necessità di mantenere il primato americano sulla Cina, pur ammettendo misure di sicurezza.
Dunque: chi costruisce queste tecnologie chiede prudenza, il presidente guarda al sorpasso geopolitico.
Non significa che una catastrofe sia inevitabile. Significa che decidere quanto rischio imporre a tutti noi non può ridursi a una gara tra aziende e superpotenze. Perché al traguardo ci siamo anche noi.
Stati Uniti
A Chicago un ventiduenne è stato ucciso mentre era al volante, in una stazione di servizio del quartiere Fuller Park. Erano quasi le quattro del mattino di domenica.
Secondo CWB Chicago, che cita un rapporto preliminare della polizia, sei aggressori avrebbero sparato oltre cinquanta colpi, prima di fuggire.
La testata identifica la vittima nel rapper BloodHound Q50, Mikquale Cooper.
Non risultano arresti e il movente resta da chiarire. Cinquanta colpi, ventidue anni: bastano questi numeri a raccontare la sproporzione tra la violenza e una vita appena cominciata.
Gli Stati Uniti vietano l’ingresso ad altri sette ex funzionari ecuadoriani e ai loro familiari diretti. La misura è stata annunciata il 9 settembre, durante la visita di Marco Rubio, riferisce Reuters.
Tra i nomi, l’ex presidente del Consiglio della magistratura Wilman Terán e l’ex deputato Pablo Muentes.
Washington li accusa di corruzione legata alle organizzazioni criminali: tangenti e interferenze nei procedimenti per favorire le bande Los Lobos e Los Choneros.
Il punto va oltre un visto negato. Quando chi dovrebbe garantire giustizia si mette al servizio del crimine, i cittadini perdono due volte: subiscono la violenza e non sanno più a chi chiedere protezione.
Messico
Dieci persone uccise in un giorno nello Stato messicano di Sinaloa, alla vigilia della marcia per la pace di Culiacán. Gli omicidi di sabato sono stati registrati in tre città, riferisce Infobae.
Domenica centinaia di cittadini sono scesi in strada vestiti di bianco, dopo due anni di guerra tra Los Chapitos e Los Mayos, fazioni del Cartello di Sinaloa.
Le famiglie hanno portato le fotografie dei desaparecidos: chiedono di sapere dove sono, mentre reclamano sicurezza per chi resta.
Intanto, undici presunti appartenenti a Los Chapitos sono stati arrestati, collegati dagli investigatori alla cellula coinvolta nel sequestro di dieci minatori.
La richiesta della piazza è elementare: poter uscire di casa senza paura.
E mentre a Sinaloa si marcia per poter vivere senza paura, alcuni figli dei capi dei cartelli hanno studiato nelle scuole più esclusive degli Stati Uniti.
Una ricostruzione di El Universal racconta, tra gli altri, il caso di due figli di “El Mayo” Zambada, iscritti a un collegio in Arizona: rette stimate, all’epoca, fino a trentamila dollari l’anno ciascuno.
Studiare lontano può offrire sicurezza e una strada per uscire dall’ambiente criminale. Ma gli esperti avvertono: il prestigio delle scuole può anche ripulire la reputazione familiare.
I figli non ereditano le colpe. Le istituzioni, però, devono interrogarsi sull’origine dei soldi che incassano.
Cile
In Cile, 284 persone sono state arrestate durante l’anniversario del golpe dell’11 settembre 1973 e nella sua vigilia. Tra loro, 31 minorenni.
Secondo il bilancio governativo riportato da T13, gli arresti sono aumentati dell’ottanta per cento rispetto al 2025, mentre gli episodi violenti sono diminuiti del trentaquattro per cento. Le autorità non segnalano civili feriti.
È il primo anniversario sotto la presidenza di José Antonio Kast, che ha scelto di non organizzare cerimonie ufficiali, come ricostruisce El País.
Restano gli omaggi dei cittadini alle vittime della dittatura. Perché ricordare una democrazia spezzata non significa rimanere prigionieri del passato: significa riconoscere ciò che non deve tornare.
India
A Nuova Delhi i BRICS chiudono il vertice con un’ambizione: dare più peso ai paesi emergenti nelle decisioni mondiali. Al tavolo anche Xi Jinping, Vladimir Putin e il presidente iraniano Pezeshkian. Un gruppo che rappresenta circa metà dell’umanità, ma riunisce interessi tutt’altro che identici.
La Dichiarazione di Nuova Delhi chiede una riforma delle istituzioni internazionali, contesta sanzioni unilaterali e barriere commerciali e sostiene più scambi nelle valute nazionali. Sul Medio Oriente arriva un appello alla de-escalation.
Nella giornata conclusiva Modi ha annunciato anche un sistema di allerta precoce per le malattie infettive: una misura da seguire, perché riguarda direttamente la salute delle persone.
Il punto è questo: un mondo con più centri di potere non diventa automaticamente più giusto. La prova sarà nei risultati: cibo accessibile, cure, energia e sicurezza. Perché contare di più nei vertici deve servire anche a chi ai vertici non entrerà mai.
Indonesia
In Indonesia si cercano ancora 129 persone nel mare di Giava. Domenica il traghetto Virgo Transport 8 si è capovolto durante il maltempo, mentre navigava da Surabaya verso il Borneo. A bordo risultavano 243 persone: 108 sono state salvate, sei sono morte. Un bilancio ancora provvisorio.
Prima dell’allarme, il comandante aveva segnalato onde alte tre metri. Navi ed elicotteri partecipano alle ricerche.
A terra, al porto di Banjarmasin, i familiari controllano gli elenchi dei soccorsi. Per chi aspetta, adesso, tutto dipende da un nome: trovarlo nella lista dei salvati significa ricominciare a respirare.
Filippine
Nel sud delle Filippine, la regione autonoma a maggioranza musulmana del Bangsamoro tiene le sue prime elezioni parlamentari. Quasi due milioni e mezzo di elettori: un passaggio decisivo dell’accordo di pace del 2014, che scambiava la rinuncia alla secessione con maggiore autonomia.
Ma la violenza accompagna il voto: a Cotabato una sparatoria ha ucciso tre persone e ne ha ferite quindici. A Maluso, schede già compilate hanno imposto ristampe e ritardi.
Il nuovo Parlamento sceglierà il capo del governo regionale.
Dopo decenni di conflitto, la promessa è poter decidere del proprio futuro. La sfida è impedire che armi e brogli decidano ancora al posto dei cittadini.
Cina
Nel sud della Cina, piogge intense e persistenti hanno costretto a evacuare oltre 31 mila persone dalle zone a rischio della provincia insulare di Hainan. Lo riferisce l’agenzia cinese Xinhua, ripresa da NAMPA.
Trentunmila persone: per capire la dimensione, immaginiamo un’intera cittadina che deve lasciare casa per mettersi al sicuro.
È questo il significato concreto della parola evacuazione: interrompere la propria vita perché restare è diventato pericoloso.
Portare le persone fuori dalle aree a rischio è il primo passo. L’emergenza, però, non finisce con il trasferimento: servono assistenza, un riparo e condizioni sicure per poter tornare.
Giappone
A Okinawa vince Genta Koja, sostenuto dal governo della premier Sanae Takaichi: con il 59 per cento sconfigge il governatore Denny Tamaki, contrario al rafforzamento militare dell’arcipelago, riferisce Reuters.
La campagna elettorale è stata dominata dal carovita. Ma il risultato potrebbe agevolare i piani militari di Tokyo, in un territorio strategico vicino a Taiwan.
Il governo conferma il trasferimento della base americana di Futenma a Henoko. Gli oppositori chiedono invece di spostarla fuori dalla prefettura.
Per gli abitanti, dunque, due questioni si intrecciano: quanto costa vivere sulle isole e quanto pesa ritrovarsi al centro del confronto con la Cina.
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