Afghanistan, cinque anni di talebani: donne cancellate
Scritto da Barbara Schiavulli in data Agosto 14, 2026
Sono entrata in Afghanistan nel 2001, quando la speranza impregnava l’aria. Da allora ho cercato di raccontare le sue donne e di impedire che fossero dimenticate. Ma se, cinque anni dopo il ritorno dei talebani, il mondo ancora non sa — o preferisce non sapere — che cosa sta accadendo, allora non ho scritto, parlato e viaggiato abbastanza.
Domani saranno trascorsi cinque anni dal 15 agosto 2021, il giorno in cui i talebani entrarono a Kabul senza dover quasi combattere, mentre il presidente fuggiva, le ambasciate distruggevano documenti, l’aeroporto si riempiva di una folla terrorizzata e l’Occidente, dopo avere occupato l’Afghanistan per vent’anni in nome della sicurezza, della democrazia e anche della libertà delle donne, si ritirava lasciando dietro di sé persone aggrappate ai carrelli di un aereo e promesse sparse sulla pista come bagagli che nessuno avrebbe più reclamato.
Cinque anni non sono soltanto una ricorrenza, una cifra tonda da infilare in un titolo e dimenticare il giorno dopo. Cinque anni sono quasi tutta la scuola secondaria di una ragazza, sono il tempo in cui una bambina diventa adolescente e dovrebbe imparare a scegliere chi essere, sono abbastanza per conseguire una laurea, costruire un lavoro, innamorarsi, sbagliare, ricominciare.
Per milioni di afghane sono stati invece il tempo immobile di una porta chiusa, di un banco rimasto vuoto, di libri nascosti sotto un cuscino, di una voce abbassata fino a non sentirla più, di una vita misurata sulla disponibilità di un uomo ad accompagnarle fuori casa.
Domani i talebani celebreranno la loro vittoria. Noi dovremmo commemorare il nostro fallimento, perché questa non è soltanto la storia di un gruppo fondamentalista che odia le donne e ha trasformato quell’odio in un sistema di governo; è la storia di un mondo che ha visto, sapeva, aveva i mezzi per capire e ha scelto di voltarsi dall’altra parte.
È il fallimento dell’Occidente, che predica i diritti quando gli servono per giustificare una guerra e li rende negoziabili quando diventano un ostacolo agli interessi politici.
È il fallimento delle istituzioni internazionali, capaci di produrre rapporti sempre più precisi mentre lo spazio in cui vivono le donne diventa sempre più piccolo.
È il fallimento di noi donne, se riusciamo a considerare universali i nostri diritti e lontani quelli delle nostre sorelle. Ed è anche il mio fallimento, come giornalista e come persona, perché se c’è ancora chi non sa che cosa sta accadendo in Afghanistan, oppure lo sa soltanto in modo vago, come si conosce una tragedia remota che non ci obbliga a nulla, significa che non ho scritto abbastanza, non ho parlato abbastanza, non sono partita abbastanza, non ho saputo rendere contagiosa la rabbia.
Quando la speranza impregnava l’aria
Sono entrata in Afghanistan per la prima volta nel 2001, quando ero giovane e la speranza impregnava l’aria con una forza quasi fisica.
Non era una speranza ingenua, perché intorno c’erano macerie, povertà, lutti, mine, uomini armati e le ferite di un Paese che aveva già attraversato l’invasione sovietica, la guerra civile, i signori della guerra e il primo regime talebano; e non era neppure una speranza uguale per tutti, perché tra Kabul e le campagne, tra le famiglie istruite e quelle schiacciate dalla miseria, tra chi apparteneva alla maggioranza e chi a una minoranza perseguitata, le possibilità erano profondamente diverse.
Ma quella speranza esisteva, e sarebbe disonesto cancellarla oggi soltanto perché sappiamo come è andata a finire.
La vedevo nelle bambine che tornavano a scuola, nelle donne che ricominciavano a lavorare, nelle giornaliste che prendevano un microfono, nelle studentesse che attraversavano i cancelli delle università, nelle parlamentari, nelle poliziotte, nelle sportive, nelle guidatrici che si mettevano al volante in un Paese dove anche occupare il sedile di un’automobile poteva diventare una dichiarazione politica.
La vedevo nei ragazzi che volevano fare musica, nei registi, negli attivisti, negli insegnanti, nei giornali indipendenti, nelle radio che entravano nelle case e portavano idee dove per anni erano arrivati soprattutto ordini.
Non era la democrazia perfetta che l’Occidente raccontava nelle conferenze stampa, non era la favola pulita che serviva a rendere presentabile una guerra sporca, ma era una società civile viva, contraddittoria, spesso coraggiosa oltre ogni ragionevolezza, che aveva cominciato a immaginarsi un futuro.
Ho conosciuto l’Afghanistan attraverso le sue montagne e la polvere, il tè versato anche quando in casa non c’era quasi nulla da mangiare, l’ospitalità che ti fa vergognare di tutto quello che possiedi, l’ironia feroce di chi è sopravvissuto troppo a lungo per permettere al dolore di avere l’ultima parola.
E soprattutto l’ho conosciuto attraverso le donne, non come una categoria da mettere in una statistica o come creature fragili da salvare, ma come persone complete: intelligenti, irritanti, generose, testarde, spiritose, stanche, ambiziose, impaurite, capaci di mentire per proteggersi e di rischiare tutto per proteggere qualcun’altra.
Sono le donne che ho cercato di raccontare in Burqa Queen: Farida, l’insegnante; Faruz, l’ex poliziotta; Layla, la giovane sposa. Tre storie diverse e insieme la stessa vertigine, quella di chi aveva attraversato vent’anni di guerra vedendo però nascere una società civile e si è ritrovata improvvisamente chiusa in casa, privata non soltanto del lavoro o dello studio, ma del diritto di essere riconosciuta come individuo.
Sotto il burqa non ho mai visto ombre indistinte. Ho visto regine, non perché la sofferenza renda nobili — la sofferenza spesso distrugge e basta — ma perché continuavano a pensare, desiderare, proteggere, inventare vie d’uscita perfino quando tutto intorno era stato costruito per convincerle di non valere nulla.
Non amo neppure chiamarle semplicemente “resilienti”, perché la resilienza è diventata una parola comoda per chi osserva da lontano: celebriamo la forza delle persone, poi le lasciamo sole a esercitarla.
Le donne afghane non devono essere costrette a dimostrare ogni giorno quanto sono straordinarie per meritare quello che a noi viene riconosciuto senza eroismo.
Non dovrebbero dover rischiare l’arresto per aprire un libro, organizzare una classe in un salotto, guadagnare denaro, andare in un parco, cantare, mostrare il viso o farsi curare. Non devono essere ammirate al posto di essere aiutate.
Il giorno in cui la speranza venne consegnata
Nell’agosto del 2021 avevo la valigia pronta, il biglietto per il 16 nella borsa e sul passaporto il visto dell’Ambasciata della Repubblica islamica dell’Afghanistan.
Ero tornata da Kabul poche settimane prima, avevo ascoltato la preoccupazione di una società civile che vedeva avanzare i talebani ma ancora si aggrappava agli accordi, alle rassicurazioni, all’idea che il mondo non avrebbe permesso la cancellazione di tutto quello che era stato costruito.
Il 15 agosto i talebani entrarono nella capitale e quella valigia rimase ferma, mentre per dieci giorni, insieme a colleghi e organizzazioni, cercavamo di aiutare persone a raggiungere l’aeroporto, a superare i varchi, a finire su una lista, a non essere lasciate indietro.
La notte mi sentivo con Flavia dell’ONG Nove Caring Humans e piangevamo insieme per lo stress, la fatica, la paura per le nostre amiche.
Da quel momento in poi, tranne loro e pochi altri, se ne andarono tutti. Nemmeno io ci riuscii. Quel posto era parte di me e non potevo lasciarlo andare. Entrai nel Paese qualche giorno dopo dall’Uzbekistan con il fotografo Marco Di Lauro. Era l’Afghanistan che conoscevo, eppure non lo era più.
Le strade erano le stesse, le montagne non si erano mosse, la luce continuava a cadere sui muri nello stesso modo, ma il futuro era scomparso. In seguito sono tornata ancora, perché raccontare da lontano non basta, e ogni volta ho trovato divieti nuovi, spazi più stretti, vite ridotte a una serie di permessi concessi o negati da uomini convinti di poter parlare a nome di Dio.
Il ritorno dei talebani non è stato un incidente imprevedibile della storia. Nel febbraio 2020 gli Stati Uniti di Donald Trump firmarono a Doha un accordo direttamente con loro, legittimandoli come interlocutori mentre il governo afghano e la società che avrebbe pagato il prezzo dell’intesa venivano messi ai margini; Joe Biden eseguì poi il ritiro, scegliendo tempi e modalità che trasformarono la fine di una guerra, necessaria prima o poi, in una resa politica e morale.
Il fallimento non consiste nell’avere lasciato l’Afghanistan — nessun esercito straniero poteva né doveva restarvi per sempre — ma nell’avere costruito per vent’anni istituzioni dipendenti, tollerato corruzione e impunità, usato la libertà femminile come manifesto dell’intervento e poi negoziato il futuro del Paese senza rendere quei diritti una condizione non trattabile.
Abbiamo detto alle afghane di studiare, lavorare, esporsi, candidarsi, denunciare i violenti, entrare nella polizia, collaborare con le istituzioni e parlare con i giornalisti stranieri. Poi ce ne siamo andati, e gli elenchi dei loro incarichi, dei loro articoli, delle loro collaborazioni sono diventati mappe per individuarle. Questa è la parola che in Occidente evitiamo perché ci costringe a guardarci allo specchio: tradimento.
L’architettura della cancellazione
In cinque anni le autorità talebane hanno emanato più di cento decreti che colpiscono direttamente o indirettamente le donne e le ragazze, costruendo non una somma casuale di divieti, ma un’architettura coerente di cancellazione.
Hanno chiuso le scuole secondarie alle ragazze e le università alle donne, le hanno espulse dalla maggior parte dei lavori, hanno smantellato il ministero che si occupava dei loro diritti e rimosso giudici, avvocate, funzionarie e rappresentanti politiche.
Hanno limitato gli spostamenti senza un mahram, imposto regole sempre più invasive sull’abbigliamento, vietato parchi, palestre e saloni di bellezza, colpito le manifestanti, ristretto l’accesso alle cure e tentato perfino di trasformare la voce femminile in qualcosa di sconveniente, da non far risuonare fuori dalle mura di casa.
Alla vigilia di questo anniversario, l’UNICEF ha calcolato che più di 2,6 milioni di ragazze sono state private della scuola secondaria dal 2021. L’Afghanistan è l’unico Paese al mondo in cui l’istruzione secondaria e superiore è di fatto preclusa a ragazze e donne.
Ma anche questa cifra, enorme, rischia di non dire abbastanza, perché non conta soltanto le lezioni perdute: conta amicizie interrotte, talenti sprecati, matrimoni precoci, dipendenza economica, depressione, violenza domestica e una futura mancanza di mediche, infermiere, ostetriche e insegnanti che condannerà anche chi oggi è ancora bambina.
I dati più recenti di UN Women, raccolti attraverso oltre cinquemila interviste, raccontano che metà delle afghane esce di casa soltanto una o due volte al mese, appena il 7 per cento ha un lavoro e sette su dieci definiscono la propria salute mentale cattiva o molto cattiva.
Dietro ogni percentuale c’è una persona che un tempo aveva un’aula, una scrivania, colleghe, uno stipendio, una ragione per vestirsi e uscire, e che oggi trascorre le giornate contando le crepe di un soffitto mentre chi la governa le spiega che tutto questo avviene per proteggerla.
Si ripete spesso che l’Afghanistan sia il Paese con il più alto tasso di suicidi tra le adolescenti. Vorrei poter trasformare questa frase in una cifra certa, metterla in grassetto e costringere tutti a fermarsi, ma la verità è che non esistono statistiche nazionali recenti e affidabili che consentano di confermare quel primato: i suicidi non vengono tracciati in modo adeguato, lo stigma li nasconde e le autorità non hanno interesse a misurarli.
Quello che possiamo confermare è l’allarme crescente lanciato da medici, organizzazioni e famiglie, e sono le storie come quella di Fariba, morta a sedici anni dopo essere stata esclusa dalla scuola, lasciando scritto che era troppo difficile essere una ragazza in Afghanistan.
Anche l’assenza dei numeri è parte dell’orrore: queste giovani rischiano di scomparire due volte, prima dalla vita e poi dalla memoria, perché persino la loro morte resta senza registro.
Questo sistema ha un nome, anche se molti governi esitano ancora a pronunciarlo: apartheid di genere. Non è una metafora e non è un modo enfatico per descrivere una cultura diversa dalla nostra; è un progetto istituzionalizzato di separazione, subordinazione e dominio fondato sul sesso.
Gli esperti delle Nazioni Unite hanno ribadito proprio in queste ore che questa persecuzione organizzata può costituire un crimine contro l’umanità. Nel luglio 2025 la Corte penale internazionale ha emesso mandati d’arresto contro il leader supremo Haibatullah Akhundzada e il presidente della Corte suprema talebana Abdul Hakim Haqqani per la persecuzione di donne, ragazze e persone colpite per identità o espressione di genere.
È un atto importante, ma la giustizia che non viene eseguita rischia di restare un foglio appeso molto lontano dalla cella di una manifestante.
Un Paese intero condannato a sopravvivere
Raccontare la distruzione dei diritti delle donne non significa dimenticare il resto della popolazione, perché non esiste una società in cui si possa amputare metà degli esseri umani senza far marcire tutto il corpo.
I talebani rivendicano la fine di gran parte dei combattimenti che per decenni hanno insanguinato il Paese, e in alcune zone la riduzione della violenza armata è stata reale, anche se le ostilità regionali e gli attacchi non sono scomparsi.
Ma la pace non è soltanto l’assenza di bombe, e il silenzio di una popolazione affamata, sorvegliata e privata della possibilità di scegliere non è stabilità.
Nel 2026 21,9 milioni di persone, circa il 45 per cento della popolazione, hanno bisogno di assistenza umanitaria. Il Programma alimentare mondiale stima che 17,4 milioni affrontino una grave insicurezza alimentare e che 3,7 milioni di bambini, insieme a 1,2 milioni di donne incinte o che allattano, siano esposti alla malnutrizione.
Milioni di afghani sono stati rimandati indietro dall’Iran e dal Pakistan in un Paese senza lavoro, case e servizi sufficienti, mentre terremoti, siccità, alluvioni e il crollo dei finanziamenti internazionali hanno reso ancora più fragile la vita quotidiana.
La fame non chiede se sei uomo o donna, ma la disuguaglianza decide chi mangerà per ultima. La povertà colpisce tutti, ma per una vedova a cui è vietato lavorare può significare mendicare con i figli o venderli.
Un ospedale senza fondi danneggia tutti, ma una donna che non può essere visitata da un medico maschio e non trova più una dottoressa rischia di morire senza cura.
La chiusura di una scuola impoverisce l’intera comunità, ma una ragazza esclusa dall’istruzione diventa più facilmente una sposa bambina, una lavoratrice senza reddito, una madre senza accesso alle informazioni sanitarie. La persecuzione delle donne non è dunque un capitolo separato dalla crisi afghana: è uno dei motori che la alimentano e la rendono ereditaria.
Eppure il mondo si sta abituando. Nel 2025 la Russia è diventata il primo Paese a riconoscere formalmente il governo talebano.
Nel giugno scorso l’Unione europea ha accolto per la prima volta a Bruxelles una delegazione talebana per discutere soprattutto di servizi consolari e del rimpatrio degli afghani a cui viene negato l’asilo, assicurando che dialogare non significa riconoscere; ma per chi è rinchiusa in casa, la differenza tra riconoscimento formale e normalizzazione pratica può essere sottile come il foglio su cui è scritto l’ennesimo decreto.
L’Europa che si preoccupa più di rimandare indietro gli afghani che di proteggere chi rischia la persecuzione è la dimostrazione perfetta di un continente che predica bene e razzola male: i diritti umani restano universali finché non disturbano una frontiera, un accordo, un calcolo elettorale.
Il fallimento dell’Occidente, delle donne, del giornalismo
L’Occidente non ha fallito soltanto nell’agosto 2021. Aveva cominciato molto prima, quando scambiava la costruzione di qualche scuola con la trasformazione di una società, quando finanziava governi corrotti purché fossero alleati, quando confondeva la sicurezza delle proprie basi con quella delle comunità, quando raccontava le donne come la prova vivente della bontà dell’intervento ma troppo raramente le ascoltava sulle scelte politiche e militari che decidevano il loro futuro.
Ha fallito quando ha reso l’emancipazione un accessorio della guerra invece di un impegno capace di sopravvivere alla fine della guerra.
Ma questo è anche un fallimento delle donne, e scriverlo mi costa, perché so quanto ovunque ci sia ancora da combattere per il salario, il corpo, il consenso, la rappresentanza, la libertà dalla violenza.
Proprio per questo, però, non possiamo accettare una sorellanza geografica, un femminismo che termina al confine, diritti che cambiano valore a seconda del passaporto di chi ne viene privata.
Non ci viene chiesto di salvare le afghane come se fossero incapaci di salvare se stesse; ci viene chiesto di non lasciarle sole, di usare lo spazio pubblico che noi ancora possediamo per amplificare il loro, di pretendere che nessun governo tratti i loro corpi e le loro vite come una moneta negoziale.
E poi c’è il giornalismo, il mio mestiere, al quale ho affidato quasi tutta la mia vita e dal quale non voglio assolvermi. Potrei dire che l’Afghanistan è stato coperto da altre guerre, che l’attenzione dura il tempo di una notifica, che gli algoritmi premiano l’indignazione breve e non la fedeltà lunga, che andare sul posto costa e che il giornalismo indipendente sopravvive con risorse minuscole.
Sarebbe tutto vero, ma non sarebbe sufficiente. Il nostro compito non è inseguire soltanto quello che il pubblico vuole già guardare; è costringerlo a vedere quello che il potere e la stanchezza vorrebbero rendere invisibile.
Ho scritto, registrato, viaggiato. Ho raccolto le parole delle donne e ho cercato di restituire non soltanto le risposte delle interviste, ma quelle frasi che arrivano dopo, quando il taccuino sembra chiuso e una persona finalmente lascia uscire quello che teneva dentro.
Ho promesso di essere le loro parole quando le loro parole non potevano attraversare il confine. Con Radio Bullets abbiamo continuato a pubblicare storie di donne che in Afghanistan non possono lavorare ma possono scrivere per noi, e con il progetto Neda abbiamo provato a fare in modo che le afghane non fossero soltanto le protagoniste raccontate da altri, ma le autrici del proprio racconto. Ho scritto Burqa Queen perché non fosse possibile che mi arrabbiassi solo io.
Eppure non basta. Se una persona mi chiede ancora se davvero alle ragazze è vietata la scuola, non basta. Se si pensa che il burqa sia il problema e non il sistema che rende una donna proprietà, non basta. Se i governi possono ricevere i rappresentanti talebani senza portare al tavolo nemmeno una donna afghana, non basta.
Se pronunciamo la parola “Afghanistan” soltanto a Ferragosto, tra una fotografia del mare e un messaggio di buone vacanze, non basta. Questo non significa caricarmi addosso tutta la colpa del mondo, ma rifiutare l’alibi di avere già fatto la mia parte, perché nel giornalismo, come nell’amore, a volte la misura non è quanto hai dato ma quanto l’altra persona continua ad avere bisogno che tu resti.
Non chiamatele resilienti e poi lasciatele sole
Ci sono ancora persone e realtà che restano. Ci sono insegnanti che trasformano le case in aule, ragazze che seguono lezioni online quando l’elettricità e la connessione lo permettono, giornaliste che lavorano sotto pseudonimo, attiviste che registrano violazioni, donne che aprono piccole imprese, cuciono, producono, coltivano, organizzano reti di sostegno e trovano fessure perfino nel muro più sorvegliato.
Ci sono organizzazioni come NOVE Caring Humans, che dopo essere passata dai progetti di emancipazione alle evacuazioni e alla sopravvivenza ha scelto di restare, ricostruendo spazi di formazione e lavoro femminile dove ogni stipendio è una forma concreta di libertà.
Ci sono associazioni afghane guidate da donne, operatori umanitari, scuole comunitarie, persone della diaspora che non hanno smesso di lottare. Ma anche qui dobbiamo stare attenti alla consolazione. La loro resistenza non è la prova che, in fondo, se la caveranno; è la prova che noi non abbiamo il diritto di abbandonarle.
Quasi tre quarti delle organizzazioni femminili intervistate da UN Women hanno subito tagli ai finanziamenti nel 2025, proprio mentre aumentava la domanda di protezione, reddito, assistenza psicologica e servizi. È difficile immaginare una forma più crudele di incoerenza: lodare il coraggio delle donne afghane e, nello stesso momento, togliere i soldi a chi permette loro di trasformare quel coraggio in sopravvivenza.
Aiutare significa finanziare direttamente e con continuità le organizzazioni di donne afghane, creare borse di studio e corridoi sicuri, rilasciare visti a chi rischia, proteggere il diritto d’asilo e impedire rimpatri verso la persecuzione.
Significa sostenere l’istruzione clandestina e a distanza sapendo che non può diventare il sostituto permanente della scuola. Significa includere le afghane in ogni negoziato sull’Afghanistan e rifiutare la normalizzazione politica finché metà della popolazione viene trattata come una presenza illegittima.
Significa dare strumenti alla giustizia internazionale, riconoscere l’apartheid di genere nel diritto, colpire i responsabili senza affamare la popolazione e ascoltare le donne su quali pressioni siano davvero utili, invece di decidere ancora una volta per loro.
Soprattutto significa guardare. Guardare anche quando ci fa sentire impotenti, perché è proprio l’impotenza la ragione per cui molti distolgono gli occhi: l’orrore delle nostre sorelle afghane ci mette davanti alla misura della nostra incoerenza e ci ricorda che i diritti che consideriamo acquisiti possono essere cancellati, decreto dopo decreto, mentre il resto del mondo continua a fare affari. Non guardare ci protegge per qualche minuto dal dolore, ma protegge i carnefici per anni.
Sono entrata in Afghanistan nel 2001, quando la speranza impregnava l’aria, e una parte di me è rimasta lì, nelle aule che si riempivano, negli aquiloni sopra Kabul, nelle donne che mi prendevano le mani e ridevano, nelle bambine che pronunciavano la parola “futuro” come se fosse una cosa semplice.
Per tutti questi anni mi sono impegnata perché non venissero dimenticate. Pensavo che raccontare significasse costruire una diga contro l’oblio, una storia dopo l’altra, una voce dopo l’altra, e continuo a crederlo anche se oggi quella diga è piena di crepe.
Forse non ho scritto abbastanza. Forse non ho parlato abbastanza. Forse non sono tornata abbastanza. Lo dico non per chiedere assoluzione, ma per rinnovare una promessa: non userò quello che ho già fatto come una scusa per smettere.
Non permetterò che Farida, Faruz, Layla e tutte le altre vengano ridotte a figure azzurre senza volto che attraversano per un giorno i nostri schermi. Non dirò che sono forti per giustificare la nostra debolezza. Non confonderò la loro capacità di sopravvivere con il nostro diritto a lasciarle sopravvivere da sole.
Cinque anni dopo, l’Afghanistan non è un Paese senza donne, è un Paese che prova con ogni mezzo a cancellarle e non ci riesce, perché loro continuano a esistere, a pensare, a insegnare, a scrivere, ad amare, a disobbedire perfino restando vive.
La domanda, allora, non è quanto ancora possano resistere, la domanda è quanto a lungo noi continueremo a chiamarci esseri umani mentre le guardiamo resistere da sole.
Domani non limitiamoci a ricordare il giorno in cui tornarono i talebani. Ricordiamo il giorno in cui noi ce ne siamo andati. E poi, finalmente, torniamo: non con gli eserciti, non con le promesse, non con la presunzione di salvare, ma con l’attenzione, la pressione politica, le risorse, l’accoglienza e quella forma elementare di fedeltà che consiste nel non abbandonare una persona mentre qualcuno cerca di cancellarla.
Perché non basta mai, ma il fatto che non basti, non ci autorizza a fare meno, ci obbliga a ricominciare.
Barbara Schiavulli
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