24 settembre 2026 – Notiziario Mondo

Scritto da in data Settembre 24, 2026

  • Una ciclista afghana medaglia d’argento ai Giochi Asiatici, per allenarsi si era travestita da maschio. In collegamento la campionessa Alessandra Cappellotto.
  • Sud Sudan, verso le urne con il potere nelle stesse mani.
  • Etiopia, il Tigray ripiomba nella guerra.
  • Venezuela, Machado cerca una strada per tornare.
  • Nicaragua, far sparire chi dissente.
  • Siria: si diplomano le prime 150 donne poliziotto.
  • Tunisia, la Flotilla resta in carcere.

Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets. A cura di Barbara Schiavulli

Onu

Nel secondo giorno dell’Assemblea generale dell’Onu, il presidente iraniano Pezeshkian ha risposto alle minacce di Trump senza chiudere la porta alla diplomazia. E fuori dalla sala, attraverso la mediazione del Qatar, sono ripresi i contatti indiretti fra Stati Uniti e Iran. Nessuna svolta annunciata, nessun faccia a faccia confermato. Ma un canale di comunicazione è tornato ad aprirsi.

Per l’Ucraina si cerca una tregua che protegga energia e grano. Parole che, lontano dai palazzi, significano poter accendere il riscaldamento, far funzionare un ospedale, comprare il pane.

Dopo l’incontro fra Rubio e Lavrov, il segretario di Stato americano riferisce un interesse delle due parti. Mosca non conferma un’intesa. E Lavrov dice che, anche durante eventuali negoziati, la guerra continuerà. Si può parlare di pace lasciando che altri continuino a morire.

Intanto, l’attenzione si sposta a Washington. Trump ha accolto Xi Jinping: oggi i colloqui su commercio, tecnologia, Taiwan e Iran. Gli Stati Uniti annunciano una proroga della tregua commerciale, ancora senza conferma cinese.

Seguiremo quelle parole, gli incontri, gli accordi possibili. Cercando ogni volta le persone che ci sono dentro. Perché una stretta di mano diventa una notizia davvero buona quando qualcuno, altrove, può finalmente smettere di avere paura.

Giappone

Prima di pensare a vincere una gara, Fariba Hashimi doveva riuscire ad allenarsi senza essere aggredita. In Afghanistan si vestiva da ragazzo, si copriva il viso. Quando qualcuno la riconosceva, racconta, potevano arrivare pietre, bottiglie, colpi. Il problema, per chi la attaccava, era una ragazza che aveva deciso di pedalare.

Martedì quella ragazza ha conquistato l’argento nella corsa su strada ai Giochi asiatici in Giappone. Fariba ha ventitré anni. Sul podio rappresenta l’Afghanistan, il paese che ha dovuto lasciare per continuare a fare sport.

Aveva iniziato a quindici anni, seguendo la sorella Yulduz, nella provincia di Faryab. Dunque prima del ritorno dei talebani: le aggressioni contro le ragazze in bicicletta non sono cominciate con loro.

Nel 2021, con la riconquista del potere, le sorelle sono fuggite. Ad aiutarle è stata anche Alessandra Cappellotto, ex campionessa mondiale di ciclismo. L’Italia è diventata il luogo dove ricostruire la carriera. Nel 2024 entrambe hanno partecipato alle Olimpiadi di Parigi.

C’è un episodio che Fariba ha raccontato e che dice molto del prezzo pagato. Prima di una gara, suo padre le aveva spiegato che non era contrario alla sua partecipazione: aveva solo paura che potessero ucciderla. Pensateci. Un genitore che deve temere questo perché sua figlia vuole correre in bicicletta.

Adesso Fariba sogna di tornare a Kabul e pedalare per le sue strade, accanto ad altre donne. All’Associated Press dice: «Spero che i talebani stiano guardando». E aggiunge che conosce la forza delle donne: secondo lei, è proprio quella a spaventarli.

Ma attenzione: questa medaglia non significa che, volendo, tutte possano farcela. Fariba ha avuto bisogno di fuggire, di trovare aiuto, di costruirsi una possibilità altrove. Il suo desiderio è che le prossime atlete possano partire direttamente dall’Afghanistan, senza dover scegliere l’esilio.

Applaudiamola, naturalmente. Questo è lo sport che ci piace e queste sono le ragazze che rincorrono il futuro e lo cambiano. Poi, però ricordiamoci delle ragazze rimaste a casa. Non dovrebbero vincere una medaglia per dimostrare che meritano la libertà.

E ora torniamo alle notizie, meno belle ma che servono per farci capire cosa sta succedendo intorno a noi, anche se sembra lontano.

Iran

A Hormuz si muore anche facendo il proprio lavoro. Mercoledì un proiettile ha colpito la nave mercantile Cape Dao, provocando un incendio e lasciandola alla deriva.

Il bilancio aggiornato dalle autorità dell’Oman è di un membro dell’equipaggio morto e ventisette evacuati. Non è stato identificato chi abbia colpito. Dietro le rotte commerciali, prima delle merci, ci sono persone.

Intanto, per l’Iran si restringono anche le vie del cielo. Sono entrate in vigore le nuove sanzioni americane contro il settore aereo: chi fornisce carburante o servizi alle compagnie iraniane rischia l’esclusione dal sistema del dollaro. Saltano i collegamenti con Baghdad e Muscat. Ma l’isolamento non è completo: un volo Mahan Air è atterrato in Cina e altri collegamenti restano operativi.

Washington vuole mettere sotto pressione Teheran. Nel frattempo, però, chi deve partire o tornare a casa cerca alternative. Un’agenzia di viaggi ha smesso di vendere biglietti per paura delle cancellazioni. La geopolitica, per i passeggeri, diventa questo: non sapere quando potranno rientrare.

Yemen

In Yemen si combatte per le montagne di Kahboub, vicino a Bab al-Mandab: lo stretto che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden. Controllare queste alture significa presidiare gli accessi alla costa e al sud del paese.

Gli Houthi, il movimento Ansarallah, e le forze sostenute dall’Arabia Saudita si scambiano attacchi e rivendicazioni. Il portavoce houthi annuncia l’abbattimento di un drone armato sopra Mocha.

Le Brigate Scudo Nazionale dichiarano invece di aver respinto un’offensiva e abbattuto tre droni avversari. Le Brigate dei Giganti riferiscono attacchi contro fortificazioni e rinforzi houthi. Sono dichiarazioni delle parti: manca una verifica indipendente dei singoli risultati militari.

Intanto, migliaia di persone fuggono dai combattimenti. E mentre si discute di chi controllerà il passaggio delle merci, chi vive lì deve trovare un passaggio per mettersi in salvo.

Palestina e Israele

A Gaza la parola tregua continua a convivere con il rumore dei droni. Secondo Wafa, almeno sei palestinesi sono stati uccisi dagli attacchi israeliani dall’alba di mercoledì, anche a Gaza City e Deir el-Balah.

Il bollettino del ministero della Salute registra invece tre morti e diciotto feriti nelle ventiquattr’ore precedenti: finestre temporali diverse, numeri da non sommare automaticamente. Il totale registrato dal 7 ottobre 2023 raggiunge 73.922 morti. E 1.402 palestinesi sono stati uccisi dall’inizio del cessate il fuoco. Una tregua dovrebbe permettere di ricominciare a vivere. Qui si continua a contare chi non torna.

Nella Cisgiordania occupata, Wafa riferisce demolizioni di case, strutture agricole e pozzi, da Masafer Yatta all’area di Jenin. Vicino a Salfit, coloni hanno bloccato una strada con pietre e punte metalliche. Distruggere un pozzo o una stalla significa togliere a una famiglia anche la possibilità di restare e mantenersi.

Intanto, la giornalista palestinese-americana Naqaa Hamed resta detenuta almeno fino al 28 settembre. Israele la accusa di incitamento e rapporti con il nemico; il suo avvocato sostiene che venga perseguita per il lavoro giornalistico. Arrestato anche Majdi Amer, colonnello della sicurezza dell’Autorità palestinese.

Dal carcere arriva un’altra denuncia: Baraa Abu Khadija, trentasei anni, incinta, avrebbe avuto dolori e perdite di sangue dopo essere rimasta legata per ore. Lo riferisce la Commissione palestinese per i detenuti, che denuncia condizioni igieniche e alimentazione inadeguate.

A New York, il Board of Peace di Trump propone un piano da 2,45 miliardi di dollari per sei mesi: alloggi temporanei, macerie, ospedali e sicurezza. Ma i finanziamenti non sono ancora interamente disponibili. Per chi vive sotto una tenda, la distanza tra un annuncio e un tetto resta enorme.

E in Israele la commissione elettorale ha votato per escludere Ra’am e la Lista congiunta, le principali liste arabe. Contestano le accuse di sostegno alla lotta armata. La partita passa alla Corte suprema: l’esclusione non è definitiva. In gioco c’è la rappresentanza politica dei cittadini arabi.

Sul fronte regionale, il presidente siriano Ahmed al-Sharaa accusa la politica israeliana di minacciare la sicurezza dell’intera area. La crisi, ormai, attraversa confini, carceri e perfino le urne.

Libano

Nel sud del Libano, il cessate il fuoco lascia ancora scuole chiuse e paesi al buio. Secondo l’agenzia nazionale libanese, mercoledì l’artiglieria israeliana ha colpito le zone di Baraachit e Wadi Zibqin.

A Khiam, una potente esplosione provocata dall’esercito israeliano, poco prima di mezzanotte, ha danneggiato anche le località vicine: vetri in frantumi, porte divelte, crepe nei muri. Una scuola di Marjayoun ha sospeso le lezioni per riparare le aule. Danneggiate anche le linee elettriche: blackout nelle aree di Hasbaya, Shebaa e Arqoub.

Per chi abita lì, la tregua si misura così: poter accendere una luce, dormire senza esplosioni, mandare i figli a scuola. Il minimo. Che continua a mancare.

Siria

Prima schierate per la cerimonia, poi abbracciate alle famiglie. Ad Al-Tal, vicino a Damasco, centocinquanta donne hanno completato il primo corso della nuova accademia di polizia femminile. Sei mesi di preparazione fisica, addestramento, diritto e diritti umani.

Una delle diplomate, ventidue anni, racconta che diventare poliziotta era il suo sogno da bambina. Le agenti entreranno nelle forze del ministero dell’Interno.

Una precisazione: le donne erano presenti nella polizia anche sotto Assad, seppure in numero limitato. La novità è questa accademia.

È un passo da seguire. Perché la partecipazione femminile si misurerà anche nelle responsabilità e nelle opportunità che avranno, dopo la foto di gruppo.

Sudan

Né l’esercito sudanese né i paramilitari delle Forze di supporto rapido hanno legittimità per governare il Sudan. È la posizione espressa dal Dipartimento di Stato americano: entrambi, afferma Washington, esercitano il potere soltanto attraverso le armi.

Il portavoce Tommy Pigott accusa i due schieramenti di non essersi impegnati seriamente per una tregua e di aver invece intensificato combattimenti e attacchi con droni che uccidono civili. Gli Stati Uniti promettono di aumentare il costo della guerra per tutti i belligeranti, senza annunciare in questa dichiarazione misure concrete.

Il principio è chiaro: avere un esercito non equivale ad avere un mandato popolare. Adesso bisogna fare in modo che siano i sudanesi a decidere il proprio futuro. E che possano sopravvivere fino a quel momento.

Sud Sudan

In Sud Sudan, Salva Kiir ha sciolto il governo di unità nazionale, nato dall’accordo di pace del 2018, e nominato un’amministrazione provvisoria. L’obiettivo dichiarato è arrivare alle elezioni del 22 dicembre, le prime dall’indipendenza. Rimossi i vicepresidenti, sciolti anche Parlamento e governi regionali.

Le nuove regole permettono di votare senza aver completato una Costituzione permanente e un censimento. Ma consentono anche a Kiir di conservare i suoi poteri costituzionali durante il periodo elettorale. Insomma, finisce il governo di transizione, ma il presidente resta saldamente al comando.

Il suo storico rivale Riek Machar rimane ai domiciliari, sotto processo per tradimento e omicidio: accuse che respinge.

Per i cittadini, la domanda non è soltanto quando si voterà. È quanto sarà libera la scelta, con il potere concentrato al vertice e il principale avversario confinato in casa.

Etiopia

In Etiopia si torna a combattere su vasta scala. Secondo Getachew Reda, consigliere del premier Abiy Ahmed, le forze del Tigray hanno conquistato aeroporti e attaccato postazioni federali nelle regioni di Afar e Amhara. La leadership tigrina sostiene invece di rispondere a un’aggressione governativa. Ethiopian Airlines ha sospeso i voli verso la regione.

L’escalation mette in crisi l’accordo di Pretoria, che nel 2022 aveva fermato una guerra costata centinaia di migliaia di vite. Arriva dopo la nascita di un’alleanza di sette gruppi contro Abiy: comprende anche milizie Fano, che nella guerra precedente combattevano contro i tigrini. Gli avversari di ieri, oggi alleati.

L’Unione africana chiede negoziati immediati. Per la popolazione, il rischio è ritrovarsi dentro una guerra ancora più estesa, prima di essersi ripresa dalla precedente.

Nigeria

Chiedevano aiuto, ma la cella è rimasta chiusa. È il racconto di tre sopravvissuti a Reuters: a Minna, in Nigeria, le guardie avrebbero spruzzato una sostanza non identificata in una cella sovraffollata. Trentasette detenuti sono morti, molti erano adolescenti arrestati durante operazioni contro presunte miniere d’oro illegali. La causa delle morti resta da accertare.

Il presidente Tinubu ha ordinato un’inchiesta e sono stati sospesi gli agenti coinvolti. Le proteste hanno provocato altri scontri e l’imposizione del coprifuoco.

Essere sospettati di estrazione illegale non cancella il diritto alla vita. Erano sotto custodia dello Stato. Quello stesso Stato deve spiegare perché non sono usciti vivi.

Tunisia

Restano detenuti i quattro dirigenti tunisini della Flotilla Soumoud, impegnata nelle missioni verso Gaza. La Corte d’appello di Tunisi ha respinto il ricorso, confermando altri quattro mesi di custodia cautelare nell’inchiesta economico-finanziaria aperta a marzo. Gli attivisti contestano le accuse.

Intanto Wael Naouar, in sciopero della fame, è stato nuovamente ricoverato, secondo il comitato di difesa. I legali denunciano di non ricevere informazioni sulle sue condizioni; mancano comunicazioni ufficiali.

Separatamente, è stato prolungato di quarantotto ore il fermo di tredici persone arrestate dopo la manifestazione per liberarli. Tra loro, secondo la difesa, anche un minorenne. Le accuse precise non sono state rese pubbliche formalmente.

Malta

A Malta la procura ha presentato appello contro l’assoluzione di Yorgen Fenech, accusato di complicità nell’omicidio di Daphne Caruana Galizia, la giornalista uccisa con un’autobomba nel 2017.

Intanto, un’indagine separata riguarda alcuni giurati: sotto esame commenti sui social e possibili accessi al telefono durante la camera di consiglio. Le persone fermate sono state rilasciate su cauzione, senza accuse formalizzate.

Attenzione: l’appello non significa un nuovo processo. Servono specifici motivi di diritto e saranno tre giudici a decidere. Ma resta una domanda che riguarda tutta Malta: chi ha ordinato di mettere a tacere Daphne? Condannare chi ha piazzato la bomba non basta a chiudere quella domanda.

Russia e Polonia

Quarantadue secondi e trecento metri oltre confine. Secondo il comando militare polacco, un elicottero russo Mi-8 ha violato lo spazio aereo vicino a Braniewo, arrivando da Kaliningrad. Varsavia ha fatto decollare i caccia: ritiene che Mosca volesse mettere alla prova la difesa aerea. È la valutazione polacca, non un’intenzione accertata.

Separatamente, gli attacchi russi sull’Ucraina avevano già fatto scattare un’allerta, con voli sospesi temporaneamente negli aeroporti di Lublino e Rzeszów. Il boato sentito nella Polonia centrale, precisano i militari, era provocato dai caccia che superavano il muro del suono.

Pochi secondi sui radar. Per chi vive vicino al confine, un altro segnale di quanto la guerra sia vicina.

Russia

Sei persone uccise dagli orsi in un mese nella regione siberiana di Krasnoyarsk. Le autorità russe hanno aperto un’inchiesta per negligenza: secondo gli investigatori, i responsabili locali non sarebbero intervenuti nonostante ripetute segnalazioni di animali vicino alle abitazioni.

Nella vicina Khakassia, un dirigente regionale descrive la cittadina di Abaza come «sotto assedio». Tre orsi sono stati abbattuti. Ma attenzione all’allarmismo: il ministero delle Emergenze ricorda che, nella maggior parte degli incontri con gli esseri umani, gli orsi fuggono.

La domanda dell’inchiesta è concreta: quali interventi potevano proteggere gli abitanti, prima che le segnalazioni diventassero un elenco di morti?

Stati Uniti

Questa volta l’FBI indaga su un attacco che lo riguarda direttamente. Il gruppo ShinyHunters sostiene di aver rubato i dati di tutti i dipendenti e candidati dell’agenzia: nomi, indirizzi di casa, telefoni e informazioni sui coniugi. Una portata che resta da confermare. La testata 404 Media ha però riscontrato parte delle informazioni contenute in un campione di cinquemila nominativi.

Gli hacker hanno anche alterato il sito delle assunzioni. L’FBI conferma che sta indagando. Il gruppo dice di non chiedere denaro: pretende che l’agenzia corregga o ritiri un rapporto sulle sue attività, minacciando altrimenti di pubblicare i dati.

Insomma, un ricatto per difendere la propria reputazione. Ma il rischio concreto riguarda agenti e familiari: informazioni private che potrebbero diventare strumenti di intimidazione.

L’amministrazione Trump chiede alla Corte suprema di annullare la scarcerazione di Badar Khan Suri, ricercatore indiano di Georgetown arrestato nel marzo 2025. Un giudice lo aveva liberato ritenendo probabile che la detenzione fosse una ritorsione per le sue opinioni filopalestinesi. Il governo contesta il potere dei tribunali federali di intervenire durante i procedimenti migratori. In gioco c’è anche la possibilità di difendersi da una detenzione ritenuta incostituzionale.

Sul fronte economico, Trump sostiene un possibile blocco delle esportazioni di diesel, sotto pressione per i prezzi che colpiscono agricoltori e camionisti. Il Tesoro ne valuta la fattibilità: non è ancora una misura operativa.

E mentre l’accoglienza dei rifugiati resta quasi chiusa, Washington prevede fino a 17.500 posti per il 2027, principalmente per afrikaner bianchi sudafricani. L’amministrazione denuncia persecuzioni; Pretoria respinge l’accusa. Le porte, dunque, non sono chiuse per tutti: la scelta di chi proteggere è sempre più politica.

Harvey Weinstein è stato condannato a quindici anni di carcere a New York per l’aggressione sessuale del 2006 contro Miriam Haley. La sentenza arriva dopo il nuovo processo, seguito all’annullamento della prima condanna.

L’ex produttore continua a dichiararsi innocente. Il giudice gli rimprovera di non essersi assunto le proprie responsabilità. Haley ha raccontato quanto la violenza abbia devastato la sua vita: «Per me è una condanna a vita». Una frase che ricorda cosa resta alle vittime, anche quando il tribunale ha finito di parlare.

Venezuela

Tre tentativi di rientrare in Venezuela, per mare e per aria. Tutti falliti. Lo riferisce il consigliere di María Corina Machado, Pedro Urruchurtu: sarebbero sette in totale da quando la leader dell’opposizione ha lasciato clandestinamente il paese, nove mesi fa. Non è chiarito chi abbia impedito gli ultimi rientri.

Nelle stesse ore, a New York, la presidente ad interim Delcy Rodríguez incontrava Donald Trump: il primo faccia a faccia dalla cattura di Nicolás Maduro da parte delle forze americane, a gennaio.

Una scena che racconta molto: Rodríguez viene ricevuta dal presidente americano, mentre Machado non riesce neppure a tornare nel paese di cui vorrebbe cambiare il futuro.

Nicaragua

In Nicaragua, il dissenso può costare la libertà, perfino la vita. Un rapporto degli esperti ONU documenta sparizioni forzate, torture e detenzioni arbitrarie che, secondo gli investigatori, costituiscono crimini contro l’umanità. Una repressione coordinata attraverso una catena di comando che arriva ai vertici del governo.

Dal 2018 sono state verificate 161 sparizioni e almeno otto morti sotto custodia statale. Nel mirino oppositori, esponenti religiosi e leader indigeni.

Intanto, il Parlamento ha approvato una riforma per escludere l’opposizione dalle elezioni. Il potere di Ortega e Murillo si protegge così: restringendo lo spazio per contestarlo, dentro e fuori dalle urne. E alle famiglie degli scomparsi resta una domanda ancora senza risposta: dove sono?

Nepal

In Nepal, un mese dopo le alluvioni, l’emergenza continua anche tra i banchi. Secondo l’Unicef, oltre quattordicimila bambini hanno subito l’interruzione delle lezioni in sessantadue scuole e centri educativi. E il bilancio è terribile: quattrocentoquattordici bambini risultano morti o dispersi.

L’organizzazione ha contribuito ad allestire quarantotto spazi temporanei, dove più di millequattrocento bambini hanno ripreso a studiare, con materiali scolastici e sostegno psicologico. Ma servono altri aiuti.

Perché tornare in classe significa ritrovare gli amici, un adulto di riferimento, una giornata che abbia un ordine. Dopo aver perso tanto, anche sapere dove andare domattina è un pezzo di sicurezza da ricostruire.

Taiwan

Taiwan cerca rassicurazioni mentre Trump e Xi Jinping si preparano a incontrarsi a Washington. Il ministero della Difesa di Taipei annuncia contatti stretti con gli Stati Uniti per far procedere le forniture militari concordate.

A dicembre Trump aveva approvato un pacchetto da undici miliardi di dollari, il maggiore fino ad allora. Un secondo, da quattordici miliardi, resta sospeso. Secondo Reuters, Xi dovrebbe chiedere di fermare le vendite all’isola, che Pechino rivendica come proprio territorio e che si governa democraticamente.

Trump ha già definito quelle armi una carta negoziale. Per chi vive a Taiwan, però, sul tavolo non c’è soltanto un contratto: c’è la propria sicurezza.

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