6 novembre 2026 – Notiziario Africa
Scritto da Elena Pasquini in data Novembre 6, 2026
- Mozambico, nuova violenza: oltre 7 mila persone in fuga.
- Etiopia e Sudan, chiusi i consolati lungo il confine.
- Sahara Occidentale, finisce la missione Onu: cresce il rischio di escalation?
- Togo, raddoppia il commercio di fauna selvatica nel mercato dei feticci.
La tradizione degli oppressi ci insegna che lo stato di emergenza in cui viviamo non è l’eccezione, ma la regola
scriveva negli anni Quaranta Walter Benjamin.
Sembra essere questa la struttura permanente della società. Parole, oggi, che ci ricordano di guardare la storia e il presente con la prospettiva di chi subisce l’oppressione e la violenza di fronte a un continente, e ad un mondo, dove la guerra, sempre di più, e l’oppressione che porta con sé, sembrano essere regole, non eccezioni.
Ed è dei venti di guerra, del rischio di escalation, del suo riaccendersi in diversi Paesi africani che siamo costretti ad aggiornarvi oggi. Del Mozambico, dove la violenza di matrice islamista costringe migliaia di persone di nuovo alla fuga, delle tensioni tra Etiopia e Sudan, che rendono ancora più fragile il Corno d’Africa, e del Sahara Occidentale, dove il ritiro della missione di pace dell’Onu fa temere il riacutizzarsi del conflitto in una terra dove mai ha trovato soluzione la richiesta di autodeterminazione del popolo Sahrawi.
Poi, cambiamo pagina per andare in Togo, dove una ricerca racconta di come pratiche religiose stanno mettendo in pericolo la fauna selvatica.
E ancora, la voltiamo di nuovo, per condurvi nell’altra Africa, quella che costruisce il futuro. Lo facciamo con un premio e una rassegna che raccontano la vitalità dell’arte contemporanea africana e con la musica, quella del jazz che reinterpreta le radici.
Oggi, 6 novembre 2026
Mozambico
Cabo Delgado, nord-est del Mozambico, al confine con la Tanzania. Dalla fine di settembre è di nuovo terra di violenza e fuga. Oltre 7 mila persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case, nell’ennesima ondata di attacchi, che dal 2017 a volte si fanno più radi, per poi riaccendersi.
I numeri dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni dicono che l’80 per cento delle persone in fuga sono donne e bambini, mentre molti uomini sono rimasti indietro “per poter mantenere i propri mezzi di sussistenza” … “Sempre più famiglie cercano rifugio nelle comunità che già ospitano persone sfollate a causa delle violenze. Quasi otto su dieci sono donne e bambini”, ha dichiarato Dana Graber Ladek, capo missione dell’OIM in Mozambico. “Queste comunità hanno bisogno di aiuto per cibo, alloggio e assistenza sanitaria. Senza un supporto tempestivo, la vita potrebbe diventare molto più difficile per le famiglie sfollate e per le persone che le ospitano”.
Da giugno alla fine di ottobre ci sarebbero stati circa 154 attacchi perpetrati da insorti, la maggior parte dei quali nella provincia di Cabo Delgado, secondo quanto riporta la testata sudafricana Defence Web. Attacchi che sono diffusi geograficamente, segno della grande mobilità dei gruppi armati, che stanno anche sempre più utilizzando i rapimenti allo scopo di chiedere il riscatto.
Si tratta di attacchi di matrice islamista. “Il 1° novembre, lo Stato Islamico del Mozambico ha rivendicato, attraverso i suoi canali di propaganda, l’uccisione di 13 persone avvenuta la settimana precedente nei distretti di Muidumbe e Mueda, descrivendo le vittime come cristiane”, scrive ancora Defence Web.
Molti degli sfollati, spiega l’IOM, sono “stati costretti a fuggire più di una volta, il che li rende ancora più vulnerabili”. I dati dell’IOM dicono che a ottobre gli sfollati a Cabo Delgado erano circa 205 mila, più della metà bambini.
Alla radice di questo conflitto, diversi fattori, nei quali si è innestata l’insurrezione islamista, in una regione ricchissima, in particolare di riserve di gas naturale e dove dal 2010 sono stati scoperti importanti giacimenti offshore, ma dove questa ricchezza non raggiunge la popolazione e resta nelle mani delle grandi imprese multinazionali. Una regione che non beneficia dello sviluppo dell’industria estrattiva e che vive da sempre una forte marginalizzazione rispetto al resto del Paese, al sud con la sua capitale Maputo. È in questa realtà attraversata da forte malcontento, disoccupazione giovanile e tensioni comunitarie, esacerbate dalle conseguenze del cambiamento climatico, che hanno trovato terreno fertile i movimenti fondamentalisti. Violenza a cui ha contribuito la risposta dell’esercito, su cui pesano accuse di arresti arbitrari, esecuzioni sommarie e abusi verso i civili.
Etiopia e Sudan
Lungo il confine che separa Etiopia e Sudan si consuma, sempre più profonda, la spaccatura tra i due Paesi vicini, ma in conflitto da oltre un secolo per via proprio di quella linea che li separa. Le relazioni tra Khartoum e Addis Abeba segnano un ulteriore deterioramento con la chiusura dei rispettivi consolati nelle città vicine alla frontiera.
L’Etiopia ha chiuso il consolato sudanese nella città di Assosa e ha intimato ai diplomatici di lasciare la sede in 48 ore, secondo quanto riferisce l’agenzia di stampa Reuters. In risposta, il Sudan avrebbe chiuso il consolato etiope nella città di Gedaref.
Si accusano entrambi di sostenere i rispettivi nemici. Il Sudan punta il dito sull’Etiopia che ritiene colpevole di dare appoggio ai paramilitari delle Forze di Supporto Rapido con cui l’esercito dal 2023 combatte una guerra civile che è diventata la più drammatica crisi umanitaria del Pianeta: Addis Abeba, secondo il Sudan, avrebbe consentito alle RSF di operare dal suo territorio lanciando droni contro infrastrutture civili. Un’accusa che è diventata denuncia al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e al Consiglio per la pace e la sicurezza dell’Unione africana. L’Etiopia, a sua volta, accusa il Sudan di sostenere i ribelli del Tigray.
Tensioni che hanno radici profonde e “risiedono nel disaccordo tra i due Paesi sulla delimitazione del confine, in particolare per quanto riguarda il territorio di Al Fashaga, oggetto del Trattato anglo-etiopico del 1902. Nota come Linea Gwynn (dal nome dell’ufficiale britannico che guidò il tentativo di demarcazione), questa linea di confine continua a essere respinta dall’Etiopia, nonostante i successivi sforzi per risolverla”, spiegava in un’analisi Chatham House.
Dal 2020, prosegue il think tank, il confine di “740 chilometri è stato segnato da una serie di conflitti interni e transfrontalieri sovrapposti, che hanno portato instabilità economica e sociale sia alle comunità etiopi che a quelle sudanesi”.
È da quel confine che nel 2020 sono entrati gli sfollati della guerra del Tigray, conflitto devastante tra il Fronte di Liberazione del popolo tigrino e il governo federale, che ha ulteriormente esacerbato le relazioni tra Etiopia e Sudan.
Al confine con il Tigray occidentale, la fertile regione di Al Fashaga, nota per la produzione di sesamo bianco, è rivendicato sia dall’Etiopia che dal Sudan. Nel 2020, le Forze Armate sudanesi hanno “rapidamente riconquistato quasi l’intera area di Al Fashaga con pochi combattimenti, sfrattando migliaia di agricoltori etiopi”, scrive ancora Chatham House, “mentre le forze etiopi erano impegnate nel conflitto interno nel Tigray … Migliaia di agricoltori etiopi che si erano stabiliti lì (prevalentemente provenienti dalla regione di Amhara) sono stati sfollati con la forza … Da allora, le Forze Armate sudanesi hanno cercato di consolidare il controllo su Al Fashaga e di deviare il prezioso commercio di sesamo e altri prodotti agricoli lontano dai mercati etiopi”.
Terre, colture da reddito come il sesamo bianco, che, spiega il think tank, hanno un alto valore commerciale, sono cruciali per entrambi i Paesi e importanti per l’esercito sudanese per finanziare il suo sforzo bellico.
Sahara Occidentale
Il Marocco sostiene che rispetterà il cessate il fuoco nonostante il ritiro della missione dell’Onu da quel pezzo d’Africa dove non ha mai trovato soluzione una delle più vecchie dispute territoriali del continente. Il Sahara Occidentale, ex colonia spagnola, è conteso dal Marocco e dal Fronte Polisario, il movimento che dall’inizio degli anni Settanta lotta per l’autodeterminazione del popolo dei Sahrawi e rivendica uno Stato indipendente.
Dopo 35 anni, la scorsa settimana, le Nazioni Unite hanno deciso di terminare la missione di peacekeeping che ha monitorato la tregua. “Il Marocco ha espresso soddisfazione per il mancato rinnovo della missione, il Fronte Polisario si è detto “preoccupato” e l’Algeria – sostiene il Fronte Polisario – ha espresso “profondo rammarico””, scrive Reuters.
Il Marocco, che ha annesso il territorio del Sahara Occidentale nel 1975, annessione che ha causato lo sfollamento di centinaia di migliaia di persone – 160 mila vivono in campi profughi in Algeria – di fatto controlla buona parte di questa terra preziosa, ricca di fosfati; ma anche la sua costa che si affaccia sull’Oceano pescoso; le sue principali città; e ha costruito un muro lungo 2700 chilometri, il “berm”, a est del quale il Fronte Polisario conduce la sua battaglia per dare ai Sahrawi un Paese da abitare.
È una guerra a bassa intensità quella che si combatte nel Sahara Occidentale, con Rabat che vuole a ogni costo riconosciuta la sua sovranità, e l’Onu che “sostiene il diritto all’autodeterminazione del popolo del Sahara Occidentale”, come ricorda EU Brussels. Una sentenza della Corte internazionale di giustizia, inoltre, ha stabilito che non ci sta alcun fondamento per le rivendicazioni di Rabat.
Il ritiro della MINURSO, missione che avrebbe dovuto condurre a un referendum con cui il Sahara Occidentale avrebbe dovuto scegliere se unirsi al Marocco oppure no, referendum mai tenuto, “potrebbe aprire la strada a un’escalation tra il Marocco e il Fronte Polisario”, sostiene Hugh Lovatt, ricercatore dello European Council on Foreign Relations. Secondo Lovatt, riporta ancora EU Brussels, “Rabat potrebbe cercare di estendere il proprio controllo oltre tale barriera. Pur essendo militarmente inferiore al Marocco, il Fronte Polisario potrebbe rispondere con operazioni di guerriglia e attacchi contro obiettivi economici o di sicurezza, prolungando il confronto. Nello scenario peggiore ipotizzato da Lovatt, il deterioramento della situazione comprometterebbe la sicurezza del confine sud-occidentale dell’Algeria e potrebbe trascinarla in un conflitto più ampio”, riporta ancora EU Brussels.
Togo
Akodesswa è un mercato, uno dei mercati voodoo più grandi del mondo. Lo chiamano anche ‘mercato dei feticci’. È a Lomè, in Togo. Feticci, simboli di divinità, esseri umani, animali, piante, parte di quel culto sincretico che unisce le antiche pratiche africane con i simboli della cristianità. In quel mercato, però, secondo una ricerca condotta da studiosi africani e internazionali, e pubblicata sulla rivista scientifica Conservation Scince and Practice, dal 2022 al 2024, si è assistito ad una crescita significativa nel commercio di animali selvatici impiegati in pratiche rituali.
Il fenomeno, spiegano i ricercatori, si è intensificato nell’ultimo decennio. Rispetto all’ultima indagine condotta nel mercato, il numero di venditori che offre uccelli vivi, morti o parti di essere è raddoppiato, e così anche il numero delle specie utilizzate.
“Considerando la quantità di fauna selvatica presente nell’Africa occidentale, il mercato avrebbe dovuto ridursi”, Nico Arcilla, coautore dello studio e presidente dell’International Bird Conservation Partnership, a Mongabay, pubblicazione specializzata in tematiche ambientali. “Invece, è successo il contrario: le sue dimensioni sono più che raddoppiate”.
Molte, tra le specie in commercio, quelle che secondo il trattato globale sulle specie selvatiche sono soggette a restrizioni, e quelle in pericolo, persino specie ritenute estinte in Togo, come il bucero dal casco giallo e la gru coronata nera, di cui si hanno le ultime tracce alla fine deli anni Ottanta. E ancora, gli avvoltoi monachus di cui restano in Togo circa 300 esemplar. “
Fadzai Matsvimbo, coordinatrice del programma di prevenzione delle estinzioni per BirdLife Africa, sentita da Mongaby ha detto che questa varietà di uccelli è scioccante e che la domanda è talmente in aumento che i loro sforzi per contrastare il fenomeno “non tengono il passo” con una progressione simile.
Arte africana contemporanea
Sacchetti di plastica recuperati e cuciti insieme, e poi il movimento a fare disegni sonori con i materiali del presente per riflettere sul tempo e su ciò che nascondono i sedimenti archeologici, nell’opera della sudafricana Amy Rusch. Donne in bianco e nero, sovrane nella fotografia della camerunense Angèle Etoundi Essamba, che sfida “sia gli ideali di bellezza eurocentrici che le nozioni riduttive di un’unica estetica nera”. E poi, la condizione femminile nell’Africa orientale raccontata con l’arte della kenyota April Kamunde, e le sculture di Alto Ribeiro, che creano un ponte tra l’eredità del suo Ghana e quella afroamericana. Sono solo alcuni dei nomi in mostra a Cape Town, da novembre a febbraio. Sono gli artisti africani che arrivano da 17 Paesi, finalisti dell’edizione 2026 del Sovereign African Art Prize.
Un premio il cui vincitore sarà annunciato oggi, che rappresenta un viaggio nell’arte contemporanea proveniente da tutta l’Africa e dalla sua diaspora. C’è anche l’illustratrice e designer nigeriana-italiana Diana Ejaita che nelle sue opere, tra pittura, scultura, disegno e installazioni, “esplora l’identità culturale attraverso la condizione della migrazione”.
“La selezione riflette anche un’ampia gamma di pratiche artistiche. Secondo il giudice Riason Naidoo, uno degli aspetti più sorprendenti delle opere presentate quest’anno è l’uso ingegnoso di materiali di recupero e di uso quotidiano. Gli artisti hanno incorporato nelle loro opere tappi di bottiglia, mollette di legno, lana, iuta, sacchi di juta, tè, caffè, nylon, filo elettrico, ricami e penne a sfera. Inoltre, Naidoo ha osservato che questi materiali permettono agli artisti di esplorare le realtà sociali, le identità individuali e collettive, nonché la complessità della vita quotidiana”, scrive Art Africa News.
La mostra, invece, sarà visibile fino al 12 febbraio, alla Magugu House presso il Belmond Mount Nelson Hotel di Città del Capo.
Opere che però possiamo vedere anche online, nel sito dedicato al premio e che ci offrono una prospettiva sulla vitalità dell’arte africana contemporanea.
La rosa dei finalisti del 2026 ha due ambizioni, scrive Africa Art News, “ampliare la visibilità internazionale degli artisti africani contemporanei e utilizzare l’arte per sostenere le comunità al di fuori delle gallerie. Grazie alla sua portata geografica, alla sperimentazione con i materiali e al modello filantropico, il premio offre agli artisti una piattaforma per confrontarsi con le questioni sociali e culturali che caratterizzano i rispettivi contesti”.
Invito all’ascolto. African Piano: Inxembula da Traditions di Bokani Dyer
È dalle radici che nasce il presente, dai luoghi, che sono anche luoghi sonori, in cui siamo cresciuti e che ci hanno nutriti. Bokani Dyer, pianista e compositore jazz sudafricano, con un nuovo album, Traditions, uscito solo un mese fa, esplora la musica del suo passato e del patrimonio culturale a cui appartiene, e la reinterpreta in chiave contemporanea.
Un album di cover, di brani che attingono a culture e tempi diversi, riflessione sulla materia che ha influenzato la sua arte.
‘African Piano: Inxembula’, il brano che vi invitiamo ad ascoltare oggi, è un canto popolare Xhosa, che è stato anche canto contro il regime dell’apartheid. “Dyer rivisita la composizione attraverso un nuovo arrangiamento che include pianoforte, contrabbasso, flauto e batteria, riportando un importante pezzo di storia culturale e musicale in un contesto diverso. La reinterpretazione collega il significato storico del brano al jazz contemporaneo, permettendo alla sua storia di raggiungere una nuova generazione”, scrive Afrobeats Magazine.
Un album che è anche frutto di collaborazioni con altri artisti, incontri tra creatività lontane e diverse, per celebrare, come scrive ancora Afrobeats Magazine, “l’eredità musicale senza però considerare la tradizione come qualcosa di immutabile”.
Ed è con la musica di Dyer che ci invita a restare ancorati alle nostre radici per costruire il futuro che vi salutiamo oggi. Grazie per essere stati con noi, vi aspettiamo lunedì con le notizie dal mondo.
Illustrazione di copertina: AI
Musiche: King David/Ponds 5
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