2 novembre 2026 – Notiziario Mondo
Scritto da Raffaella Quadri in data Novembre 2, 2026
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- Iran: minaccia una guerra senza confini e di mantenere chiuso lo stretto di Hormuz
- Israele: proseguono le trattative per la formazione del nuovo governo
- Yemen: emergenza sfollati con oltre 300mila persone costrette ad abbandonare le proprie case
- Ucraina e Russia: Zelensky disponibile a incontrare Putin in Turchia
- Europa: manifestazioni di piazza e scontri in diversi Paesi contro il costo della vita
- Stati Uniti: si avvicinano le elezioni di metà mandato del 3 novembre.
Questo – e non solo – nel notiziario di Radio Bullets, a cura di Raffaella Quadri
Iran
L’Iran alza i toni dello scontro con gli Stati Uniti con una serie di avvertimenti.
Secondo quanto dichiarato dal portavoce dei Pasdaran, Hossein Mohebi, le Guardie Rivoluzionarie starebbero individuando nuovi obiettivi e preparando operazioni in diversi scenari.
In un eventuale conflitto con Washington, ha avvertito il portavoce, non ci sarebbero limiti geografici alle operazioni.
Queste sarebbero le direttive giunte della Guida Suprema Mojtaba Khamenei.
Chiaro l’avvertimento agli Stati Uniti anche da parte del portavoce dell’esercito, Mohammad Akraminia, che – riporta Al Jazeera – ha affermato che una nuova guerra potrebbe essere più lunga delle precedenti.
Ogni nuovo attacco americano, ha aggiunto, riceverebbe una risposta immediata e ancora più ampia.
Si prosegue però, nel contempo, a parlare anche sul fronte diplomatico, in particolare con Arabia Saudita, Turchia e Pakistan.
A tal proposito, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha ribadito che lo Stretto di Hormuz resterà chiuso finché non saranno soddisfatte le condizioni presentate da Teheran durante il vertice di Islamabad.
Se le richieste verranno accolte lo stretto potrà essere riaperto il giorno successivo.
Israele
Proprio in merito all’Iran, anche il presidente statunitense lascia aperta la via dei negoziati.
Una posizione ribadita anche di fronte alle richieste di una nuova azione militare da parte del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.
Questi avrebbe chiesto a Donald Trump di colpire l’Iran subito dopo le elezioni americane di metà mandato.
Intanto proseguono le trattative per la formazione del nuovo governo dopo le elezioni in Israele.
Il presidente Isaac Herzog ha annunciato che mercoledì riceverà i risultati ufficiali delle elezioni e avvierà le consultazioni con tutti i gruppi parlamentari.
Il tentativo è di evitare un nuovo ricorso alle urne.
Il leader dell’opposizione Gadi Eisenkot, intanto, punta a costruire una maggioranza con il sostegno dei partiti arabi.
Secondo il portale web israeliano Walla!, la Lista Unita – formata da tre partiti arabi – avrebbe annunciato che lo raccomanderà come primo ministro e anche Ra’am – ovvero la Lista Araba Unita – potrebbe fare altrettanto.
Una decisione analoga è stata presa da Naftali Bennett, leader dell’alleanza politica Beyahad – Insieme – che ha ottenuto dodici seggi.
Eisenkot ha aperto alla collaborazione con i parlamentari arabi, ponendo però alcune condizioni, tra cui:
- il riconoscimento di Israele come Stato ebraico e democratico
- il riconoscimento di Hamas come organizzazione terroristica.
L’opposizione deve affrontare però anche forti divisioni.
In particolare, Avigdor Lieberman, leader del partito di opposizione di destra – secondo quanto riferisce il quotidiano Haaretz – sarebbe contrario a un’intesa con i partiti arabi.
Il presidente della Commissione elettorale Noam Solberg ha assicurato che il voto si è svolto regolarmente e che eventuali interferenze straniere – Qatar in primis –, attualmente oggetto di indagine, non comprometterebbero la validità dei risultati.
Un tribunale ha disposto, inoltre, il rilascio di due attivisti della Lista Araba Unita arrestati con l’accusa di corruzione elettorale, giudicando insufficienti i progressi delle indagini della polizia.
Tel Aviv deve fare i conti anche con l’ordine pubblico, per la protesta di alcuni gruppi di ultraortodossi hanno manifestato davanti a una base militare contro la leva obbligatoria, bloccando alcune strade.
Circa 230 giovani ultraortodossi avrebbero dovuto presentarsi per l’arruolamento nell’IDF, le forze di difesa israeliane.
Palestina
Nella Striscia di Gaza nuovi attacchi israeliani avrebbero provocato, nella giornata di domenica, nove morti, tra cui un bambino.
Secondo fonti mediche citate da Al Jazeera, cinque persone sono state uccise da un attacco di droni nei pressi di un campo per sfollati a ovest di Khan Yunis.
Altre tre, tra cui un bambino, sarebbero morte in un attacco a Gaza City.
Una quarta vittima sarebbe stata registrata nella parte centrale della Striscia.
Già il giorno precedente, due bambini erano morti nell’incendio di una tenda utilizzata come rifugio per sfollati ad al-Mawasi, nella zona di Khan Yunis.
Sempre sabato, quattro persone erano rimaste ferite da colpi d’arma da fuoco israeliani nel campo di al-Maghazi.
Gli ultimi episodi si inseriscono in una situazione di violenza che continua a colpire la popolazione civile, nonostante gli sforzi diplomatici per contenere il conflitto.
Yemen
In Yemen oltre 300mila persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case a causa dell’intensificarsi dei combattimenti nella parte occidentale del Paese.
Quasi tutti gli sfollamenti si sono verificati negli ultimi due mesi, secondo i dati diffusi dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (IOM).
Le famiglie faticano a trovare un riparo e ad acquistare beni di prima necessità, mentre le restrizioni di accesso alle aree colpite rendono sempre più difficile l’intervento degli aiuti umanitari.
A Taiz il costo dei prodotti essenziali è aumentato fino a cinque volte e per molte persone è sempre più difficile procurarsi anche il cibo.
Mentre aumenta in maniera preoccupante il fenomeno degli sfollamenti nella provincia di Taiz.
Molte famiglie si stanno dirigendo verso sud, ad Aden, una delle principali città yemenite, che però ospita già più di 56mila sfollati.
L’Oim chiede a tutte le parti in conflitto di proteggere i civili e di garantire l’accesso degli operatori umanitari.
Senza nuovi finanziamenti – avverte – migliaia di persone rischiano di restare senza assistenza.
Sudafrica
In Sudafrica cresce la tensione intorno alle manifestazioni contro l’immigrazione irregolare.
A Durban, centinaia di persone hanno protestato davanti all’Alta Corte contro il divieto temporaneo imposto alle manifestazioni del movimento civico e di protesta March and March, fondato nel 2024.
Il governo, attraverso il ministro della Polizia e i vertici delle forze dell’ordine, chiede che il provvedimento resti in vigore, sostenendo che le proteste rappresentano una minaccia per la sicurezza degli stranieri e per l’ordine pubblico.
Le manifestazioni sono spesso degenerate in violenze, saccheggi e intimidazioni, tanto da spingere il presidente Cyril Ramaphosa a schierare oltre 500 militari a sostegno della polizia.
Le autorità denunciano anche il rischio di un attacco al centro di accoglienza per rifugiati di Durban.
La tensione aumenta in vista delle elezioni amministrative che si terranno il prossimo 4 novembre.
Ucraina
Il presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky si è detto disponibile a incontrare Vladimir Putin in Turchia, con la mediazione del presidente turco Recep Tayyip Erdogan.
Secondo Zelensky, un confronto diretto tra lui e Putin potrebbe portare ad affrontare questioni che finora non hanno trovato soluzione nei negoziati tra le delegazioni.
Tra i temi da discutere ci sarebbero:
- il cessate il fuoco lungo la linea del fronte
- un sistema di controllo per verificarne il rispetto
- le garanzie di sicurezza e ricostruzione del Paese.
Zelensky ha però escluso qualsiasi concessione territoriale alla Russia, ribadendo che non accetterà né la cessione del Donbass né il riconoscimento della Crimea come territorio russo.
Il presidente ucraino sostiene, intanto, che a ottobre le forze di Kiev abbiano riconquistato più territorio di quanto l’esercito russo sia riuscito a occupare.
Secondo i dati diffusi da Zelensky, sarebbero stati liberati più di 96 chilometri quadrati, mentre le perdite russe avrebbero raggiunto quota 54.400 tra morti e feriti gravi.
Il presidente ha invitato, quindi, Mosca a scegliere la via diplomatica, sostenendo che la guerra sta diventando sempre più costosa per il Cremlino.
Russia
Da Mosca arriva una risposta all’apertura di Zelensky a un incontro diretto.
Il consigliere presidenziale russo per la politica estera, Yuri Ushakov, ha dichiarato che Vladimir Putin non si è mai rifiutato di parlare con il presidente ucraino e che sarebbe disposto a rispondere anche a una sua telefonata.
Ushakov ha però rilanciato l’invito a Zelensky a recarsi direttamente a Mosca se intende davvero negoziare di persona.
Resta quindi aperta la distanza tra le due posizioni sulla sede e sulle condizioni di un eventuale incontro.
Bulgaria
In Bulgaria, la presidente uscente Yliana Yotova del Partito socialista bulgaro ha vinto il ballottaggio delle elezioni presidenziali.
Yotova avrebbe ottenuto il 58,2% dei voti, battendo così lo sfidante europeista Andrei Ghiurov, che si è fermato al 38,6%.
La quota restante di elettori avrebbe scelto, invece, di non esprimere alcuna preferenza.
Yotova aveva sostituito Rumen Radev alla presidenza lo scorso gennaio, dopo le dimissioni di quest’ultimo di cui era la vice.
Francia
In Francia la procura di Parigi ha aperto un’inchiesta per tentato omicidio dopo il lancio di una bomba molotov contro alcuni gendarmi durante le manifestazioni di sabato 31 ottobre.
L’ordigno è esploso ai piedi di un agente, che ha riportato ferite lievi.
Il ministro dell’Interno Laurent Nuñez aveva già definito l’episodio un tentato omicidio.
Ora, con la ripresa delle lezioni dopo le vacanze, gli studenti si preparano a una nuova settimana di proteste.
Il movimento Lyceens! ha annunciato possibili blocchi degli istituti già da oggi e una mobilitazione più ampia a partire da martedì.
I manifestanti contestano il costo della vita, le condizioni degli edifici scolastici e le disuguaglianze nel sistema educativo.
Le misure annunciate dal governo, come i prestiti per ristrutturare le scuole e la sostituzione della piattaforma di ammissione all’università, non sono considerate sufficienti dai promotori della protesta.
Portogallo
Proteste anche in Portogallo, dove la polizia ha sgomberato gli accampamenti organizzati a Lisbona e Porto da manifestanti che protestano contro la crisi abitativa.
L’intervento è avvenuto nelle prime ore di domenica e si è concluso con tredici arresti e diversi feriti.
Gli agenti hanno smantellato le tende utilizzando anche i manganelli.
Secondo la polizia, alcuni manifestanti hanno lanciato bottiglie, vernice e petardi, ferendo tredici agenti.
Gli attivisti forniscono però una versione diversa: il gruppo Acampada Lisboa denuncia oltre trenta manifestanti feriti, alcuni dei quali finiti in ospedale.
E avvertono che le proteste non si fermeranno.
Spagna
Anche la Spagna deve fare i conti con disordini di piazza.
A Barcellona tre persone sono state arrestate e 127 denunciate durante i controlli predisposti per la notte di Halloween, dopo gli appelli sui social a nuovi disordini da parte del gruppo Blocus.
Oltre 1.400 persone sono state identificate.
L’operazione delle forze di polizia spagnola arriva dopo i saccheggi e gli scontri del 24 ottobre, che avevano portato a 133 arresti.
I controlli sono stati estesi anche ad altre città, mentre numerosi commercianti hanno protetto le vetrine o anticipato la chiusura dei negozi.
Per le forze di polizia, il massiccio dispiegamento ha permesso di evitare nuovi incidenti.
Albania
In Albania, a Tirana, sono tornati gli scontri durante una manifestazione di giovani che chiedono le dimissioni del primo ministro socialista Edi Rama.
Davanti al ministero dell’Educazione, alcuni dimostranti hanno incendiato cassonetti e lanciato pietre e bombe molotov contro la polizia, che ha risposto con idranti e lacrimogeni.
La protesta ha registrato anche un confronto con l’opposizione di centrodestra, guidata da Sali Berisha.
I giovani hanno respinto il tentativo dei suoi sostenitori di unirsi alla manifestazione, rivendicando l’autonomia del movimento.
Serbia
In Serbia si è tornati al voto in 53 seggi per ripetere le operazioni delle elezioni parlamentari anticipate che si erano svolte il 25 ottobre.
Sono circa 24.400 gli elettori chiamati nuovamente a votare, dopo che in alcuni seggi i risultati non erano stati determinati o le operazioni erano state annullate.
La ripetizione del voto riguarda una parte limitata dell’elettorato e arriva dopo l’affermazione della Lista Studentesca alle elezioni della settimana scorsa.
Stati Uniti
Negli Stati Uniti si avvicinano le elezioni di metà mandato del 3 novembre.
Donald Trump dovrebbe chiudere la campagna con un comizio a Washington, davanti al Lincoln Memorial, per rivolgere un ultimo appello agli elettori.
Secondo un sondaggio della NBC, il 52% degli intervistati vorrebbe un Congresso a maggioranza democratica, contro il 45% favorevole ai repubblicani.
Il presidente ha già annunciato che, in caso di vittoria democratica, farà un’opposizione feroce alle iniziative della nuova maggioranza, pur riconoscendo la necessità di trovare accordi.
In un’intervista al New York Post ha anche rivendicato i risultati della propria amministrazione, in particolare sul lavoro, sulla sicurezza e sulla lotta alla povertà.
Nel frattempo, in Alaska, un giudice ha respinto il ricorso del Dipartimento di Giustizia che chiedeva di impedire la certificazione dei risultati elettorali in caso di sconfitta del repubblicano Dan Sullivan.
La controversia era nata dalla presenza di un altro candidato con lo stesso nome che, secondo le accuse, sarebbe stato utilizzato per sottrarre voti al senatore repubblicano uscente.
El Salvador e Haiti
Oltre duemila militari salvadoregni sono impegnati ad Haiti in un’operazione per ritrovare quattro soldati scomparsi dopo un’imboscata delle bande armate locali.
Le truppe hanno allestito una base a Tabarre, vicino all’ambasciata statunitense, e stanno conducendo pattugliamenti nella capitale Port-au-Prince e nell’area dell’aeroporto.
Il presidente di El Salvador Nayib Bukele ha promesso un intervento deciso contro i gruppi criminali, precisando che la missione è coordinata con il governo haitiano e non costituisce un’invasione.
Bukele, inoltre, ha smentito le accuse di aver ordinato bombardamenti contro obiettivi civili, sostenendo che gli elicotteri d’attacco sono arrivati nel Paese soltanto il 29 ottobre e che la missione non dispone di bombe.
Le accuse erano state diffuse dall’associazione Una Haití, che aveva denunciato vittime civili provocate da bombardamenti stranieri.
Il presidente ha anche riferito di aver consultato Donald Trump, ricevendo sostegno per l’operazione.
Foto in copertina: generata da AI.
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