28 ottobre 2026 – Notiziario Mondo
Scritto da Barbara Schiavulli in data Ottobre 28, 2026
- Gaza, si continua a morire. Israele al voto tra record e la fine di Netanyahu? Elena Pasquini in collegamento da Gerusalemme.
- Pacifico, cinque morti in un nuovo attacco americano.
- Brasile, Bolsonaro ripiega in Florida.
- Sudan: a rischio carestia mentre la guerra continua.
- Portogallo in piazza per le abitazioni sempre più care.
- Europa, più poteri a Frontex anche fuori dall’Unione.
- Eurovision, i Paesi Bassi rinunciano per la presenza di Israele.
Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets. A cura di Barbara Schiavulli
Palestina e Israele
Si chiamava Tihani Shalalfeh e aveva sei anni. Secondo l’agenzia palestinese WAFA, è morta martedì mattina per le ferite riportate quando le forze israeliane le hanno sparato ad al-Mawasi, nella zona di Khan Younis, nel sud di Gaza. Sei anni. Fermiamoci un momento, prima di passare al prossimo numero.
Il bollettino di martedì del ministero della Salute di Gaza registra sei morti e 32 feriti nelle ultime ventiquattro ore. Il bilancio dall’ottobre 2023 sale a 74.561 morti e 175.759 feriti. Dal cessate il fuoco dell’ottobre 2025, il ministero conta 1.565 persone uccise e, separatamente, 845 corpi recuperati dalle macerie. La tregua, per chi continua a perdere qualcuno, resta una parola senza protezione.
In Cisgiordania, l’operazione israeliana a Hebron, avviata dopo l’uccisione di due soldati israeliani, è arrivata martedì al quinto giorno. Secondo WAFA, quasi quattromila palestinesi sono stati costretti a lasciare le case e 85 sono stati arrestati. Nei quartieri di al-Jalda e Deir Baha l’agenzia descrive perquisizioni, danneggiamenti e restrizioni che ostacolano anche la consegna degli aiuti.
WAFA riferisce inoltre di lacrimogeni sparati nei pressi dell’ospedale al-Ahli, con il gas penetrato nelle stanze dei pazienti. Vicino a Nablus, i militari hanno inizialmente ostacolato i soccorsi a un giovane ferito a un piede. A Faroun, presso Tulkarm, due famiglie sono state allontanate e le loro abitazioni trasformate in postazioni militari.
E poi c’è la raccolta delle olive. L’organismo palestinese che monitora gli insediamenti denuncia tredici attacchi in dodici ore: agricoltori picchiati, raccolti rubati, accessi ai campi impediti. A Beit Ur al-Tahta, secondo la stessa fonte, coloni protetti dai soldati hanno aggredito palestinesi e attivisti stranieri; i militari hanno sparato lacrimogeni e proiettili veri. Anche lavorare la propria terra diventa pericoloso.
A una delegazione internazionale di 23 persone, diretta a un convegno dell’università di Birzeit, Israele ha invece negato l’ingresso. Secondo gli organizzatori, parlamentari, studiosi e attivisti sono stati interrogati per ore prima di essere respinti al valico con la Giordania. Avrebbero dovuto incontrare anche i contadini palestinesi.
Su questo quadro arriva il nuovo rapporto della commissione indipendente d’inchiesta dell’ONU. Gli investigatori concludono che Israele continua a commettere atti genocidari a Gaza anche dopo il cessate il fuoco. In Cisgiordania individuano un attacco esteso, sistematico e coordinato contro i palestinesi, attraverso operazioni militari e violenza dei coloni.
Documentano crimini contro l’umanità, tra cui sterminio, persecuzione, tortura e violenza sessuale, e uccisioni intenzionali di bambini. Israele respinge le conclusioni e accusa la commissione di disinformazione.
Sul fronte elettorale, Israele esce dalle urne con un’affluenza del 77,7%, la più alta dal 1999, e nessuna maggioranza certa. Gli exit poll aggiornati nella notte di Kan 11 e Canale 13 assegnano 51 seggi al blocco di Netanyahu e altrettanti all’opposizione guidata da Gadi Eisenkot. Canale 12 dà invece 52 seggi al primo e 49 al secondo. Alle liste arabe vengono attribuiti complessivamente 18 o 19 seggi. Per una maggioranza nella Knesset ne servono 61 su 120. Sono proiezioni, e sono già state riviste più volte.
Intanto è cominciato lo scrutinio. Secondo i dati parziali della commissione elettorale riportati dal Times of Israel, alle 5:58 locali, con il 41,9% dei seggi scrutinati, la distribuzione provvisoria sarebbe di 57 seggi per il blocco Netanyahu, 47 per l’opposizione e 16 per le liste arabe.
Anche questo quadro può cambiare: manca ancora più della metà dei seggi e le schede di militari e altri elettori che votano con doppia busta vengono conteggiate più tardi.
Netanyahu chiede un governo forte della destra e rifiuta un esecutivo sostenuto dai partiti arabi. Rivendica una maggioranza tra gli elettori “ebrei e sionisti”. Ma la maggioranza parlamentare si misura sui seggi complessivi, senza separare gli elettori secondo l’identità.
Eisenkot, ex capo di stato maggiore e leader di Yashar, sostiene invece che gli israeliani abbiano scelto il cambiamento e invita Netanyahu a ritirarsi. Promette di lavorare per evitare un’altra elezione. E gli rivolge un avvertimento: «Non osare usare la sicurezza di Israele per i tuoi fini politici», chiedendo ai vertici della sicurezza di resistere alle pressioni.
Il nodo politico sono anche i partiti arabi. Mansour Abbas, leader di Ra’am, apre a un governo alternativo, ma riconosce che con le cifre disponibili i numeri ancora non ci sono. Bennett e Lieberman hanno escluso di appoggiarsi alle formazioni arabe; anche Eisenkot ha espresso posizioni contrarie a una coalizione con loro. Per sostituire Netanyahu, l’opposizione potrebbe quindi dover rivedere le proprie promesse elettorali.
Tutto questo dopo una giornata segnata dalle accuse. Secondo un’inchiesta di Haaretz, il Likud ha finanziato squadre per filmare gli elettori fuori dai seggi delle comunità arabe, raccogliendo materiale potenzialmente utilizzabile per contestare il risultato. Durante il voto Netanyahu ha parlato di elezioni che sinistra e arabi vorrebbero “rubare”, senza presentare prove di una frode sistematica.
Adalah ha denunciato controlli dei documenti da parte della polizia all’ingresso dei seggi arabi, che secondo l’organizzazione non rientrano nei suoi poteri. L’Associazione per i diritti civili ha segnalato rallentamenti sospetti.
La commissione elettorale ha riferito di non avere riscontrato manipolazioni sistematiche delle schede. Il voto dei cittadini arabi, intanto, è stato trattato dalla destra come un’emergenza politica.
Haaretz riferisce anche di tensioni nei vertici militari e nel Mossad sulle operazioni contro l’Iran prima del voto, con timori di condizionamenti elettorali. Netanyahu smentisce i resoconti; il Mossad sostiene di agire esclusivamente per ragioni di sicurezza.
Dopo i risultati e le consultazioni con i partiti, spetterà al presidente Isaac Herzog affidare l’incarico di formare il governo. Le trattative potrebbero durare settimane; se fallissero, si tornerebbe alle urne, con Netanyahu ancora alla guida dell’esecutivo uscente. Ma per i civili di Gaza e della Cisgiordania il diritto a vivere non può restare in attesa delle trattative tra i partiti.
Ieri sera, lungo Jaffa Street, vicino a Zion Square, sembrava una serata come un’altra. Alla chiusura dei seggi questa parte di città, che il giorno prima era piena di banchetti inneggianti alla destra estrema di Smotrich e Ben Gvir, taceva, come se non stesse accadendo nulla.
I primi exit poll davano in vantaggio la coalizione di Gadi Eisenkot, con un range che sarebbe potuto essere anche ampio. Questa mattina presto, un paio di auto hanno fatto strimpellare i clacson, ma niente di più, qui dove sono adesso. La città sembra in attesa, di fronte al testa a testa tra Benjamin Netanyahu e il suo sfidante.
È ancora troppo presto per immaginare il futuro. Ieri, abbiamo cercato di capire quale sarebbe stato l’orientamento degli elettori in luoghi diversi di Gerusalemme. A French Hill, una zona ad Est che è un insediamento israeliano, secondo Mynet Jerusalem ci sarebbe stata l’affluenza più bassa, con il 41 percento, in una tornata che ha visto invece gli israeliani andare a votare come non avevano fatto prima.
A French Hill, i sostenitori di Eisenkot presidiavano l’ingresso del seggio, mentre una processione lenta e rada andava ad esprimere la sua preferenza. Ad Abu Gosh, invece, un centro arabo sulle colline della città, l’affluenza è stata intensa. Gli arabi israeliani sono andati a votare perché, ci hanno detto, la situazione è troppo grave, sia fuori che dentro i confini di Israele.
Un voto tranquillo, anche se con momenti di tensioni, almeno lì. Altrove non è andata così. Nei seggi si entra con le armi, e ad Abu Gosh la presenza delle forze dell’ordine e dei rappresentanti delle liste della destra estrema all’interno dei seggi ha fatto vivere agli arabi israeliani, palestinesi con cittadinanza israeliana, questa giornata che considerano storica, con il timore che qualunque cosa potesse accadere, con il consueto senso di oppressione in un Paese che tutti, mi dicono, considerano “uno Stato di polizia”.
A Mea Shearim, i quartieri ultraortodossi, invece, dove vive quella parte della società israeliana che potrebbe rappresentare l’ago della bilancia in una futura coalizione, il quartiere era tappezzato di volantini che invitavano a starsene seduti a casa, a non andare a votare.
Non abbiamo dati per capire se l’affluenza sia stata più o meno significativa, anche se sempre secondo Mynet Jerusalem, in un quartiere a maggioranza ultraortodossa, Ramat Shlomo sarebbe stata altissima, superiore all’80 percento.
Qui dodici-tredici seggi che dei partiti haredi, potrebbero fare la differenza, ma è proprio su di loro che la spaccatura della società israeliana è più forte, su quel rifiuto a prestare servizio nell’esercito. Elena Pasquini
Siria
Sette civili morti, fra loro cinque persone della stessa famiglia, compresi tre bambini. È il bilancio della Protezione civile siriana dopo i bombardamenti giordani di lunedì nelle province di Daraa e Suweyda. Amman li presenta come una risposta all’attacco di venerdì contro una chiesa nella regione di Karak, costato nove vite.
Il governo giordano riconosce vittime civili, ma sostiene di aver ucciso anche circa venti miliziani dello Stato islamico: un dato che non possiamo confermare indipendentemente. Damasco denuncia di non essere stata avvertita. La lotta al terrorismo non cancella la responsabilità di proteggere i civili. Soprattutto quando sotto le bombe finiscono i bambini.
Iran
L’Iran parla di un nuovo ordine regionale, senza interventi stranieri. Dopo l’incontro di lunedì a Teheran con Arabia Saudita, Pakistan e Turchia, il responsabile della sicurezza nazionale Mohsen Rezaei annuncia un clima nuovo. I quattro Paesi continueranno a parlarsi. Per ora, però, nessuna data per il prossimo incontro. Il dialogo riparte; la svolta resta da dimostrare.
Dall’Oman arriva un messaggio preciso. Il ministro degli Esteri Badr Albusaidi sostiene che escludere l’Iran dalla sicurezza del Golfo sia stato un errore: un sistema costruito contro uno dei suoi principali protagonisti, dice, è destinato all’instabilità. Propone una cornice comune che includa anche Teheran e Baghdad.
Intanto, a Hormuz, la distanza tra diplomazia e sicurezza resta concreta. La marina iraniana afferma che una petroliera ha colpito delle mine ed è andata a fuoco. Non possiamo confermarlo in modo indipendente. Teheran minaccia inoltre provvedimenti contro navi legate alla compagnia sudcoreana Sinokor, dal primo novembre, per presunte violazioni delle sue regole di transito.
E in Gran Bretagna due cittadini britannici sono stati incriminati nell’inchiesta sulla base di Fairford, utilizzata dai bombardieri americani. Uno è accusato di assistenza a un servizio segreto straniero, che la polizia ritiene iraniano; l’altro di ingresso illecito in un sito protetto. Sono accuse, da provare in tribunale. Teheran nega il coinvolgimento.
Yemen
La guerra rischia di coinvolgere più direttamente anche l’Egitto. Gli Houthi yemeniti, il movimento Ansarallah, definiscono «una dichiarazione di guerra» il via libera del Parlamento egiziano al sostegno militare per l’Arabia Saudita. Il Cairo precisa: servirà soltanto a difendere il territorio saudita.
Intanto gli Houthi rivendicano attacchi alla raffineria saudita di Ras Tanura e a due aerei militari. Non possiamo confermarne i risultati. La coalizione guidata da Riad dichiara di aver intercettato due missili diretti sulla capitale. Si negozia per fermare l’escalation, ma ogni nuovo coinvolgimento militare rischia di allargarla.
Sudan
In Sudan la fame avanza, e la guerra le apre la strada. Stati Uniti, Italia e decine di altri Paesi chiedono ai belligeranti di rimuovere gli ostacoli agli aiuti.
Il loro appello indica diciannove milioni e mezzo di persone in grave insicurezza alimentare, cinque milioni delle quali a livelli di emergenza. Senza interventi immediati, i bambini con malnutrizione acuta grave potrebbero superare gli 825mila previsti.
Dal 2023, lo scontro tra esercito e paramilitari delle Forze di supporto rapido ha costretto quattordici milioni di persone a lasciare le proprie case. Il conflitto distrugge infrastrutture e produzione agricola; siccità e blocchi agli aiuti aggravano la crisi.
La richiesta è concreta: accesso sicuro per gli operatori e più finanziamenti. Perché un pasto deve poter arrivare anche dove chi combatte preferirebbe che nessuno guardasse.
Egitto
Un tribunale del Cairo ha ordinato la chiusura di Mada Masr, una delle poche testate indipendenti rimaste in Egitto, e la confisca delle attrezzature. La direttrice e cofondatrice Lina Attalah è stata condannata per aver gestito un sito senza licenza: tre milioni di sterline egiziane di multa, circa 54mila dollari. Dopo la sentenza è stata trattenuta in attesa del pagamento.
Ma il punto è proprio quella licenza. Mada Masr cerca di ottenerla dal 2018: le domande sono state respinte oppure lasciate senza risposta. Si viene puniti per un’autorizzazione che si è ripetutamente chiesta alle stesse autorità.
Secondo gli avvocati, il giudice ha rifiutato documenti e testimonianze richiesti dalla difesa, poi ha nominato un altro legale contro la volontà di Attalah. La condanna è arrivata nella stessa giornata.
Il Comitato per la protezione dei giornalisti denuncia un colpo devastante alla libertà di stampa. Perché a pagare non è soltanto chi scrive. È anche chi ha diritto di sapere.
Portogallo
Case sempre più care, stipendi che restano indietro. A Lisbona, migliaia di persone hanno protestato davanti al Parlamento. Dal 2017 i prezzi delle abitazioni sono più che raddoppiati; gli affitti dei nuovi contratti quasi.
I manifestanti chiedono di ritirare la proposta del governo di centrodestra che accelera gli sfratti ed elimina i tetti ai nuovi affitti, approvata in prima lettura.
Si protesta anche contro le manganellate durante gli sgomberi degli accampamenti degli attivisti a Lisbona e Porto. Aperte due indagini sulla condotta della polizia. Il premier Montenegro difende gli agenti. Ma chi chiede una casa aspetta risposte che uno sgombero non può dare.
Europa e migranti
La Commissione europea propone di ampliare il mandato di Frontex, l’agenzia delle frontiere: potrebbe organizzare rimpatri anche tra due Paesi esterni all’Unione. Servirebbero accordi internazionali e, assicura Bruxelles, il rispetto dei diritti fondamentali.
Il piano prevede trentamila agenti complessivi, compresa una riserva di diciassettemila, un centro per coordinare i rimpatri e una forza di intervento rapido. La riforma deve ancora essere approvata da Parlamento europeo e Consiglio dell’Unione.
C’è però un punto delicato: secondo Reuters, verrebbe ristretto anche l’ambito dei controlli interni sulle violazioni dei diritti, affidando alle autorità nazionali le contestazioni riguardanti i loro agenti. Più poteri rendono ancora più importante una verifica indipendente di come vengono usati.
Olanda
I Paesi Bassi non parteciperanno all’Eurovision 2027. La radiotelevisione pubblica NPO fa marcia indietro: la presenza di Israele divide pubblico, emittenti e dipendenti, e nessuna rete ha accettato di organizzare la partecipazione. Il concorso sarà comunque trasmesso dalla televisione pubblica.
Ad agosto AVROTROS, l’emittente che tradizionalmente sceglie il concorrente, si era già ritirata: per lei, alla luce della guerra a Gaza, il festival non può più essere considerato neutrale. Anche l’Irlanda ha confermato l’assenza; il vertice della televisione pubblica spagnola sostiene il boicottaggio. La frattura resta aperta, anche sul palco che promette di unire attraverso la musica.
Russia ed Europa
Il presidente finlandese Alexander Stubb e il premier norvegese Jonas Gahr Støre hanno telefonato a Vladimir Putin, in consultazione con Kyiv. L’obiettivo: preparare i colloqui tra Ucraina, Russia e Stati Uniti attesi ad Abu Dhabi a novembre. Zelensky chiede passi concreti, soprattutto sugli attacchi alle infrastrutture energetiche.
Ma secondo una fonte vicina al Cremlino citata da Reuters, Putin avrebbe ribadito di voler conquistare tutto il Donbass. E la premier danese Mette Frederiksen critica l’iniziativa, non coordinata con gli altri leader europei: non vede segnali di una volontà russa di pace. Si riapre un canale diplomatico, mentre tra gli alleati resta il dissenso su come usarlo.
Stati Uniti
Nuove accuse contro l’ex direttore dell’FBI James Comey: avrebbe fatto arrivare informazioni sulla difesa al New York Times. Lui nega; i suoi avvocati invocano la prescrizione. Un giudice ha invece dichiarato illegittimo il licenziamento della figlia Maurene, procuratrice federale.
Sul voto, il Dipartimento di Giustizia chiede allo Stato di Washington di separare le schede di oltre quattrocento elettori, sostenendo che non siano cittadini americani. In California, una corte d’appello ha respinto una richiesta analoga per ventimila elettori. Il sospetto, ricordiamolo, non è una prova.
L’Associated Press racconta poi il caso di Phillip James: soffre di schizofrenia ed è detenuto da gennaio dall’ICE, la polizia dell’immigrazione, nonostante documenti che ne attestano la nascita in Florida. Il governo ne contesta la cittadinanza, senza fornire prove all’agenzia.
Infine, secondo il Financial Times, Donald Trump Junior è andato a caccia in Mongolia con Umar Kremlev, imprenditore vicino a Putin. Il portavoce precisa: amicizia personale, senza rapporti d’affari.
Pacifico
Altre cinque persone uccise in un attacco statunitense contro un’imbarcazione nel Pacifico orientale. Il Comando Sud americano le definisce “narcoterroristi” e sostiene che informazioni d’intelligence confermassero il coinvolgimento della barca nel traffico di droga. Non possiamo verificare indipendentemente quell’accusa.
L’operazione si inserisce nella campagna avviata nel settembre 2025 contro presunti trafficanti tra Caraibi e Pacifico. Secondo il conteggio dell’AFP, i morti sono almeno 235.
L’amministrazione Trump non ha fornito prove pubbliche definitive a sostegno delle accuse sulle imbarcazioni colpite. Esperti legali e organizzazioni per i diritti umani avvertono: questi attacchi potrebbero configurare esecuzioni extragiudiziali. L’etichetta di “narcoterrorista” non chiude la questione delle responsabilità.
Colombia
La Colombia ha chiesto formalmente di lasciare il Gruppo dell’Aia, di cui era anche copresidente. Il portavoce del governo, Miller Soto, sostiene che l’alleanza serva a «isolare e attaccare Israele» e dichiara di rifiutare questo approccio.
Il gruppo, nato nel 2025, dichiara invece di voler far rispettare il diritto internazionale: sostenere le decisioni della Corte penale internazionale e della Corte internazionale di giustizia, e impedire i trasferimenti di armi a Israele quando rischiano di alimentare violazioni dei diritti dei palestinesi.
Con l’uscita colombiana, questa iniziativa perde uno dei suoi Paesi guida. E la pressione diplomatica su Israele, un sostegno importante.
Guatemala
In Guatemala, rimossi i vertici della polizia. Il ministero dell’Interno ha destituito il direttore David Boteo e il responsabile delle operazioni Esvin Quiché, mentre si indaga sull’omicidio dell’ex procuratore anticorruzione Juan Francisco Solórzano Foppa, ucciso il 17 ottobre.
Sotto accusa, l’arresto di due fratelli, poi liberati per insufficienza di elementi. Denunciano che gli agenti avrebbero piazzato un fucile per incastrarli. Sette poliziotti sono stati arrestati, indagati anche per abuso d’autorità e simulazione di reato.
Le responsabilità restano da accertare. Ma all’indagine sull’assassinio se ne aggiunge un’altra: su chi doveva cercare i colpevoli.
Brasile
Secondo Metrópoles, Flávio Bolsonaro è arrivato in Florida con la moglie e le due figlie e ha incontrato il fratello Eduardo. Un alto funzionario americano ha confermato a CBS News che saranno concessi visti al senatore e alla famiglia.
Bolsonaro, sconfitto domenica da Lula, è partito senza rispettare l’ordine della Corte suprema di consegnare i passaporti nell’inchiesta per riciclaggio. I documenti sono stati annullati. Lui nega ogni illecito; la polizia non registra un’uscita attraverso i valichi ufficiali.
Lula definisce la partenza «vergognosa». Appena lunedì Bolsonaro assicurava: «Non ho mai pensato di lasciare il Paese». Il suo partito ha riconosciuto la vittoria di Lula; lui non ha ancora ammesso la sconfitta.
India
È una corsa contro il tempo sulla costa orientale dell’India. Nell’Andhra Pradesh almeno 89mila persone sono state evacuate. Le prime piogge e raffiche del ciclone Arnab hanno già raggiunto la costa. Secondo il bollettino di martedì, l’impatto è previsto nelle prime ore del 28 ottobre, con raffiche fino a 150 chilometri orari.
Lungo la traiettoria prevista vivono oltre dodici milioni di persone. Sono stati aperti più di duemila rifugi e mobilitate circa millecento squadre mediche. Nel vicino Odisha si prepara l’evacuazione di altre 48mila persone. L’obiettivo è portarle al sicuro prima che vento e allagamenti rendano gli spostamenti troppo pericolosi.
Cina
Cinque persone sono state incriminate a Taiwan per l’aggressione al comico Huang Yi-hao, autore di satire sul presidente cinese Xi Jinping. Secondo la procura, un cittadino cinese avrebbe pagato il gruppo per simulare un incidente stradale e spezzargli braccia e gambe, impedendogli di esibirsi. Huang, investito a settembre, ha riportato ferite lievi.
Taipei accusa Pechino di repressione oltreconfine contro le voci critiche. La Cina respinge le accuse e sostiene che il governo taiwanese inventi il caso per alimentare sentimenti anticinesi prima delle elezioni locali di novembre. Il coinvolgimento delle autorità cinesi resta un’accusa da accertare. La libertà di satira, intanto, finisce sotto attacco.
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