Elezioni Israele: da Jaffa, la voce degli arabi
Scritto da Elena Pasquini in data Ottobre 27, 2026
JAFFA – Sono ombre che abitano un Ade alla luce del sole. La loro vita non è che memoria. O forse sono anime intrappolate, non trapassate, gli arabi d’Israele. Non sono nell’inferno di Gaza o della Cisgiordania, per loro l’inferno è vivere in Israele. Cittadini con diritto di voto.
Ricordano quello che erano, mentre sono condannati a sedersi intorno al tavolo dove i loro carnefici pianificano il massacro dei loro fratelli, accanto a chi toglie loro diritti, costretti a recitare nella messa in scena della democrazia per non soccombere. “Siamo cittadini di uno Stato il cui più grande nemico è il nostro popolo. E che ci ha uccisi da quando è stato fondato, nel 1948”.
Sami Abu Shehadeh, tra Giaffa e Gaza
Sami Abu Shehadeh è il leader di un partito arabo, Balad, che si è presentato alle elezioni israeliane insieme ad altri due movimenti in una lista comune, la Joint List. “Quando lo Stato conduce una guerra contro Gaza, uccide le nostre famiglie”, mi dice. Non gli abitanti di un altro Paese.
“Giaffa è una città costiera. Gaza è una città costiera. Giaffa era la più importante città arabo-palestinese prima della guerra del 1948, il centro economico più importante, il centro culturale più attivo. Eravamo i principali produttori di arance verso tutto il mondo.
Gli israeliani hanno espulso il novantotto percento della popolazione. Una parte di loro andò a Gaza”. Significa, mi spiega, che in questa città mista a maggioranza ebraica, i loro ‘vicini di casa’ sono quelli che stanno uccidendo le loro famiglie. “La Palestina è molto piccola, Elena. Questa non è l’Italia. Gaza è a novanta chilometri da qui. Vedevo gli aeroplani. I miei vicini potevano essere i piloti”.
Votare per fermare il sangue
Quando gli domando perché lo fa, perché si siede intorno a quel tavolo insieme a chi considera l’autore dello sterminio della sua gente, Sami risponde con gentilezza, come se non potessi fino in fondo comprendere in quale rete sono impigliati.
Qui le loro scelte non possono essere scelte normali, non quelle della gente, non quelle della politica. “Non viviamo in una società normale. Facciamo politica in una società che ha completamente perso la propria umanità. Questa non è l’idea che le persone nel mondo hanno della politica”, aggiunge.
I sondaggi, e la voce della strada, ritengono che a differenza di quanto accaduto in passato, saranno molti di più gli arabi israeliani che andranno a votare. Eppure, per quanto ampia potrà essere la rappresentanza alla Knesset, il parlamento, gli elettori sanno che non cambieranno il corso della storia della Palestina e che non faranno indietreggiare di un passo ciò che Sami considera il loro principale nemico, il razzismo.
L’unica cosa che la politica araba spera di riuscire a fare è rendere la vita dei palestinesi d’Israele un po’ meno dura, e fare il possibile perché vengano uccisi un po’ meno palestinesi, distrutte un po’ meno case.
“Non possiamo aiutare molto Gaza, ma possiamo provare a ridurre ogni giorno il numero delle vittime, provare a ridurre questa sofferenza. Adesso, il nostro obiettivo è fermare il sangue che scorre”.
Gli arabi in Israele sono una minoranza, la possibilità di incidere attraverso la partecipazione alla vita politica dello Stato è talmente limitata che non c’è giorno in cui Sami non si chieda come tenere accesa la speranza, che se muore quella non c’è più argine al dolore.
“Un leader arabo deve fare un enorme sforzo psicologico per mantenerla accesa. Durante il genocidio, mi è capitato di crollare a volte. Non sono riuscito a essere operativo per alcuni giorni”.
Una democrazia «completamente vuota»
Quando lo incontro, Sami sta continuando la campagna elettorale per il suo partito anche se lui una certezza ce l’ha già. Questa volta non entrerà in parlamento, non siederà su uno scranno accanto ai sionisti. È stato escluso per aver scritto un articolo dopo il 7 ottobre che la corte ha ritenuto potesse incitare alla lotta armata contro Israele, così mi spiega.
Sami non ci sta, lui, sottolinea con forza, è per la pace, la libertà, la giustizia e l’uguaglianza. “È semplicemente razzismo, non vogliono vedere gli arabi in politica”, mi dice.
“Sostengono che siamo una quinta colonna, che siamo traditori, che dovremmo essere espulsi dallo Stato. Il 58% della popolazione ebraica in Israele, secondo un sondaggio, afferma che dovremmo essere cacciati”.
Sulla carta, sostiene Sami, Israele è una democrazia che oggi vota, con tutti i suoi partiti, dove a tutti sono garantiti gli stessi diritti.
“Ma sul piano sostanziale, questa democrazia è completamente vuota. Non ha alcun significato. Israele per definizione è uno Stato razzista. Dice di essere uno Stato ebraico, quando noi, la popolazione indigena, che rappresentiamo il 20%, non siamo ebrei! Fin dall’inizio Israele ha detto di essere potenzialmente lo Stato di tutti gli ebrei del mondo, la maggior parte dei quali vive all’estero. Ma, allo stesso tempo, non è lo Stato di tutti i suoi cittadini”.
Giaffa, la memoria e la separazione
Quando gli chiedo se posso scattargli una fotografia, Sami mi dice di sì. Una fotografia nel patio “di questa bella casa palestinese”, nel quartiere Al-Nuzha di Giaffa.
È un edificio che non nasconde i segni del tempo, testimone malinconico d’eleganza perduta, con le mattonelle di ceramica colorate, le linee morbide delle balaustre, gli spazi leggeri, pensati perché la luce possa attraversarli.
C’è un piccolo giardino, con le piante aromatiche, grandi vasi pieni di basilico. Il suo ufficio è qui, una piccola stanza modesta, piena di carte e libri. Senza lussi, se non le tracce della storia.
Nella terra da cui più della metà degli israeliani vorrebbero cacciarli, loro sono diventati una minoranza, ma una minoranza che ha sempre abitato lì. Quell’edificio è un segno, un pezzo di memoria rimasto in piedi in quel quartiere prevalentemente arabo, dove piccole case basse dai giardini ornati di alberi da frutto si affacciano lungo la strada su cui sfreccia il treno metropolitano.
Quel treno conduce dove Tel Aviv, che a Giaffa è unita, fa sfoggio della sua modernità eretta sulle macerie di quella che era la Palestina e che incombe con i suoi grattacieli sulle vite dei palestinesi.
Loro non popolano davvero Tel Aviv, loro ne abitano il sottosuolo, lo spazio angusto dove affondano le fondamenta quei palazzi che marcano l’inarrivabile distanza tra la civiltà israeliana e quella araba.
“Tel Aviv è il più grande esempio degli elementi razzisti del progetto sionista. Dal punto di vista geografico, Tel Aviv è molto più vicina al mondo arabo di quanto lo sia Roma. Ma a Roma ci sono diverse comunità arabe. A Tel Aviv non esiste una comunità del genere. L’intero progetto è costruito sulla separazione razziale”, sostiene Sami.
Sono gli edifici, le città, i villaggi, le infrastrutture a fotografare la condizione di separazione della popolazione israeliana. Arabi con arabi, ebrei con ebrei: “Il 90 percento” di loro, mi dice Sami, non si mescola. “Il razzismo controlla le menti di tutti, fino all’assurdo”. Neppure l’amore ha la meglio.
Prima del 7 ottobre, mi racconta, a Giaffa per un momento non si è parlato d’altro che di una cosa, dell’amore di un ragazzo arabo e di una ragazza ebrea. “In qualsiasi società normale, sarebbe una bella storia d’amore.
In Israele, secondo la legge, non possono sposarsi. Non esistono matrimoni civili”. Lei dovette cambiare religione, ed entrambi divennero notizia. “Alla fine, al loro matrimonio ci fu una manifestazione contro le nozze”.
Difendere la storia palestinese
Israele non vuole solo espellerli, vuole cancellare le tracce del “proprio crimine”, non riconoscere neppure l’esistenza dei palestinesi, mi dice. “Ci hanno reinventati come qualcosa che chiamano «arabi di Israele». E gli arabi di Israele non hanno un’identità nazionale né una storia nazionale. La nostra storia comincia dopo il 1948”.
Sami è uno storico, ed alla storia di questa città si aggrappa, come se non ci fosse altro modo per far sopravvivere l’anima del suo popolo. Mi promette che quando tornerò mi porterà a cercare la Palestina, qui dove hanno cambiato i nomi persino alle strade. La strada dove sta il suo ufficio si chiamava Salah ad-Din o Gaza Street.
“Quando siamo arrivati, abbiamo messo un cartello con il nome arabo”. L’hanno fatto con diverse vie lì intorno, nomi in arabo, ebraico e in inglese. Qualche settimana fa c’è stata una partita di calcio, allo stadio Bloomfield. Una partita importante, Maccabi Tel Aviv contro l’Hapoel Tel Aviv.
“I tifosi del Maccabi Tel Aviv sono passati davanti all’ufficio. Hanno visto la lingua araba sulla strada. Si sono arrabbiati. Hanno distrutto tutti i cartelli che avevamo messo qui e là”. “Hanno iniziato a cantare: «Morte agli arabi, morte agli arabi. Bruceremo le vostre città e i vostri villaggi».
E poi hanno insultato il profeta Maometto, hanno distrutto tutte le proprietà all’esterno, hanno aggredito i nostri vicini. La polizia era in mezzo alla folla. Non li ha fermati”. Lo fanno anche durante le partite, ma non pagano nessun prezzo, nessuno li espelle, mi racconta Sami.
Ha passato la vita a difendere ciò che resta del passato palestinese di Giaffa, organizzando tour, visite, viaggi nella memoria. “Perché possono occupare la terra. Possono esercitare tutta l’oppressione che vogliono, purché non occupino le nostre menti”. Il futuro è immaginabile solo “se non ci impongono la loro narrazione storica”.
Nelle scuole, mi spiega, non gli è permesso raccontare la storia dal punto di vista palestinese. Quando insegnava, è stato espulso due volte. La sua Giaffa, mi dice, era una delle città più belle del Paese ed è ancora bellissima. “
Ma se vuoi vedere l’arte della distruzione, tutto il dolore di cui ti sto parlando adesso, devi andare a visitare la Città Vecchia di Giaffa. Vedrai quanto siano stati creativi nella loro distruzione”. Non c’è niente, mi dice, non un cartello, non una galleria d’arte, nulla in cui si ricordi che questa è la Palestina, non c’è menzione dei palestinesi.
Case demolite e servizi negati
A lungo gli arabi israeliani non sono andati a votare perché la gente, mi dice Sami, vuole soluzioni, e non vai a votare se pensi che il tuo voto non servirà a nulla. Ora, non ce la fanno più. Prima, mi racconta, demolivano case, ora sono praticamente interi villaggi. “Qualche giorno fa hanno distrutto 80 appartamenti tutti insieme.
Non puoi immaginare quanto sia doloroso andare a visitare questo quartiere e vedere tutte le case delle persone distrutte. Tra le loro cose c’erano anche i mobili, le bambole dei loro bambini. E succede ogni giorno. Il razzismo non è l’eccezione. Il razzismo è la regola in Israele”.
Gli ultimi quattro anni sono “stati i quattro anni più difficili per tutto il popolo palestinese nel mondo intero dalla Nakba del 1948”.
Ma il loro dolore è antico, come la storia, quella che i grattacieli di Tel Aviv da cui sono venuta sembrano voler cancellare, soffocare sotto le vesti dell’opulenza, con la lucentezza dei vetri, degli specchi. Niente splende, invece, nelle città arabe. Non c’è neppure luce sufficiente alla vita quotidiana.
“Sono nato in una città vicino a Lod. Il mio quartiere, che aveva migliaia di persone, non aveva i servizi di base: una normale fornitura di elettricità, una normale fornitura d’acqua, infrastrutture stradali. Se avevamo bisogno di qualcosa, dovevamo andare nel quartiere ebraico accanto a noi.
Non avevamo una filiale bancaria nel nostro quartiere, un ufficio postale, assistenza sanitaria, autobus, niente. Ed è stato così per molto tempo nella mia vita.
Ed è ancora così oggi. Ieri stavo facendo campagna elettorale nel mio quartiere a Lod. La richiesta più grande delle persone era semplicemente: aiutateci a organizzare la fornitura di elettricità. Israele, 2026. Le persone non hanno normali servizi di base”.
È questo il razzismo, mi dice. Nel Paese dove i treni sfrecciano, la tecnologia è tra le più avanzate del mondo, “il treno non si ferma in nessuna città araba e se vuoi prendere l’autobus, ti servono molte ore per percorrere qualsiasi breve distanza.
Se, Dio non voglia, ti fai male in una qualsiasi delle nostre città, scoprirai che non c’è un ospedale nelle vicinanze. A meno che non ci sia una città ebraica accanto a noi”.
I partiti arabi e il timore della violenza
A queste elezioni, i partiti arabi non si presentano uniti. Loro, la Joint List, si rifiutano di entrare in una possibile compagine di governo. Fino a quel punto non riescono ad arrivare.
Il partito Ra’am, invece, è più pragmatico, un pragmatismo che per Sami “è un ‘crimine’”, una legittimazione di chi vuole occupare la terra di milioni di palestinesi. “Faremo del nostro meglio per cercare di impedire a questi criminali di tornare al potere”, mi dice.
Siamo in una situazione “folle”, la prima nella storia, in cui “un governo che ha commesso un genocidio contro un altro popolo”, invece di vedere il proprio primo ministro all’Aia, lo vede candidarsi di nuovo. Potrebbero perdere, certo, ma Sami non sa se lo accetteranno. “Non sono sicuro che lo faranno”, e questo, mi dice, è pericoloso.
“La società israeliana, negli ultimi 30 anni, è regredita molto rapidamente verso l’estremismo. Israele non è uno Stato o una società normale… ma un esercito che ha un piccolo Stato… Tutti vengono addestrati a usare le armi e portano armi con sé. Non sappiamo che cosa potrebbe succedere se perdessero le elezioni. La violenza potrebbe esplodere ovunque”.
Crede ancora nella soluzione di due Stati, uno per la Palestina e uno per Israele, ma adesso l’unica cosa che possono fare è cercare di salvare loro stessi. “Facciamo politica in questa società folle”.
Il futuro dei figli
Quello che sogna, però, è che i suoi figli vivano in pace. “L’unica cosa oggettiva in questa intervista, Elena, è che abbiamo il ragazzo e la ragazza più intelligenti, più carini e più belli del mondo. Sono la mia energia…”. Sami ha un figlio di 23 anni che studia storia e sociologia, una figlia di 19 che studia psicologia.
“Voglio che quando avranno dei figli, non debbano preoccuparsi che una guerra possa scoppiare da un momento all’altro. Voglio che i miei figli vivano in condizioni di uguaglianza, come il resto dei cittadini dello Stato”. E se dovessero innamorarsi di un ebreo, “li sosterrei contro tutto il mondo”.
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