29 ottobre 2026 – Notiziario Mondo

Scritto da in data Ottobre 29, 2026

  • I partiti arabi mantengono l’equilibrio dopo il voto inconcludente in Israele. Elena Pasquini in collegamento da Gerusalemme.
  • Iran, diplomazia sotto minaccia.
  • Egitto, libera la giornalista Lina Attalah. Giornalismo sotto processo.
  • Tanzania, l’oppositore Lissu interrompe lo sciopero della fame.
  • Ceuta, espulsioni e allarme sui diritti.
  • Francia, esperti ONU denunciano le violenze sugli studenti.

Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets. A cura di Barbara Schiavulli

Palestina e Israele

A Gaza si continua a morire, mentre in Israele si contano i voti. Secondo l’agenzia palestinese Wafa, gli attacchi israeliani di mercoledì hanno ucciso almeno quattro palestinesi nel sud della Striscia: tre nell’area di al-Mawasi a Rafah, un’altra vittima nella zona di Khan Younis. Altri raid hanno ferito anche un padre e sua figlia.

Il bollettino sanitario diffuso in mattinata registrava 74.564 morti e oltre 175mila feriti dal 7 ottobre 2023. Secondo il ministero della Sanità di Gaza, 1.568 palestinesi sono stati uccisi dall’inizio della tregua dell’ottobre 2025. Una tregua che continua a convivere con i bombardamenti.

Nella Cisgiordania occupata, l’operazione israeliana a Hebron è arrivata al sesto giorno, dopo l’attacco che venerdì ha ucciso due soldati israeliani. Secondo il Comune, circa cinquemila palestinesi sono stati costretti a lasciare casa oppure restano bloccati dentro. La Società dei prigionieri palestinesi conta circa 110 arresti, compresi sette bambini.

A Beita, vicino a Nablus, una casa demolita e un’altra fatta saltare. A Betlemme continuano i blocchi stradali. A Tulkarm, arrestato anche il giornalista Hamza Salama, insieme a due fratelli.

Intanto, per venerdì 30 ottobre, i sindacati palestinesi annunciano scioperi e manifestazioni in circa cinquanta porti, dal Messico all’Europa e all’India. Chiedono lo stop agli attacchi e aiuti senza ostacoli, con un coordinamento che coinvolge la Federazione internazionale dei lavoratori dei trasporti.

E veniamo alle elezioni israeliane. A scrutinio ancora incompleto, le proiezioni danno 53 seggi al blocco Netanyahu, 48 a quello di Gadi Eisenkot, 19 ai partiti arabi. Per governare ne servono 61, su 120.

Sommando opposizione e partiti arabi si arriverebbe a 67. Una maggioranza alternativa, sulla carta, esiste. Servirebbe però un’intesa che diversi alleati di Eisenkot rifiutano: governare con i partiti che rappresentano soprattutto i palestinesi cittadini di Israele.

Netanyahu resta alla guida del governo uscente e rilancia la prospettiva di un’azione con Trump contro l’Iran. L’incertezza pesa anche sui mercati: Borsa di Tel Aviv in calo, shekel più debole.

Il Likud, intanto, accusa i partiti arabi di aver «rubato» le elezioni. Accuse ancora da verificare, che la commissione elettorale esaminerà. Quel voto, però, ha già cambiato l’aritmetica del Parlamento. E ignorarlo diventa molto più difficile.

Questa mattina, la conta dei voti s’avvia alla conclusione. Seppure di poco, la coalizione guidata da Benjamin Netanyahu è in testa.

Il Likud è ancora il primo partito. Non è stato un plebiscito, non sono stati una valanga di sì alla politica con un volto solo, quello della guerra, ma sicuramente quanti gridavano, martedì, “Bibi, Bibi, sei il nostro re” erano molti di più di quanti non ne abbiamo ascoltati camminando per le vie di Gerusalemme.

La città è inattesa, come tutto il Paese. In attesa che si contino le schede, che si aprano quelle che mancano all’appello, quelle dei soldati, delle carceri. E che potrebbero essere significative.

E, poi, che l’opposizione decida. Perché è lì adesso, in molti sanno, si giochi tutto. Si alleeranno con i partiti arabi? O formeranno un governo di unità nazionale?

A Gerusalemme Ovest, dove mi trovo adesso, a un passo dal quartiere ultraortodosso di Mea Sharim, qui dove alla vigilia delle elezioni le strade erano piene di sostenitori di partiti dell’estrema destra, si spera in un governo di unità nazionale, che metta insieme i pezzi di tutta la destra, anche quella che ha corso all’opposizione.

C’è un’incognita, quella di Avigdor Liberman, il leader di Yisrael Beytenu, uomo di destra.

Secondo The Times of Israel avrebbe interrotto ogni contatto con l’opposizione, non risponderebbe alle chiamate del leader della coalizione, Gadi Eisnakot, né a quelle di Naftali Bennett.

La questione sembra essere la possibile alleanza con i partiti arabi, che stanno esprimendo la volontà di collaborare per voltare pagina. Un’opzione irricevibile, per Liberman, che potrebbe mettere sul tavolo circa 7 seggi.

C’è qualcos’altro, però, di cui parlano le strade di Gerusalemme, della possibilità che questo stallo lasci mano libera a Netanyahu di attaccare nuovamente l’Iran.

Nessuno sarà in grado di formare un governo, ci vorrà tantissimo tempo, dicono, forse si potrebbe persino andare a votare di nuovo. Questo sussurra, soprattutto la città araba. Che sia davvero una seria minaccia quella che leggono nelle parole di Trump, che invita a “finire il lavoro” in Iran. Elena Pasquini

Siria e Giordania

Riapre Nassib, il principale valico tra Siria e Giordania: tornano a passare persone e merci. Era stato chiuso dopo i bombardamenti giordani nel sud della Siria. Secondo le autorità siriane, hanno ucciso sette persone, fra cui tre bambini.

Amman sostiene di aver colpito basi dell’ISIS, in risposta all’attacco contro una chiesa nella regione giordana di Karak, costato nove vite.

Ora i due governi hanno concordato un comitato congiunto per indagare sui raid e migliorare il coordinamento sulla sicurezza. Il ministro degli Esteri giordano Ayman Safadi esprime «profondo rammarico» per i civili uccisi. Adesso servono risposte alle famiglie. Il rammarico, da solo, non basta.

Iran

Washington ha avvertito gli alleati mediorientali: preparatevi a possibili nuovi attacchi contro l’Iran dopo le elezioni americane del 3 novembre, e alle eventuali ritorsioni iraniane contro impianti energetici e infrastrutture. Lo riferisce l’Associated Press, citando due diplomatici anonimi. Secondo le stesse fonti, Trump non ha ancora deciso se colpire.

La diplomazia continua. Il ministro iraniano Araghchi conferma contatti sul piano di sette giorni proposto da Teheran a settembre. È diverso dalla nuova bozza del Qatar, giudicata «inaccettabile» da un alto funzionario iraniano. Washington vuole affrontare subito il nucleare; Teheran chiede prima la fine del blocco dei porti e delle sanzioni petrolifere.

Secondo il Guardian, i Paesi del Golfo cercano anche un’intesa su Hormuz, Yemen e sicurezza regionale.

L’AIEA non rileva segnali di ricostruzione dei siti bombardati, ma chiede accesso per verificarli e controllare 440 chili di uranio altamente arricchito.

Il costo militare americano, secondo il Pentagono, arriva a 47,1 miliardi di dollari. E manca ancora una stima per ricostruire le basi danneggiate.

In Kuwait, tre condanne a morte non definitive per spionaggio e complotto contro alti funzionari. Teheran respinge le accuse contro l’iraniano condannato; il Kuwait ha convocato l’ambasciatore.

Negli Emirati, Sharjah ha chiuso tutte le spiagge per la marea nera. Preoccupano anche i possibili effetti sugli impianti che rendono potabile l’acqua di mare: finora nessuna chiusura annunciata.

Nigeria

In Nigeria, l’inchiesta governativa sui minatori morti in detenzione conferma 33 vittime, fra cui 14 minorenni. Il bilancio iniziale era di 37: lo scarto resta da chiarire.

Erano stati arrestati per presunta estrazione illegale. Secondo il rapporto, sono morti soffocati per sovraffollamento e scarsa ventilazione, aggravati da caldo e disidratazione. Le richieste d’aiuto sono state ignorate.

La commissione definisce queste morti «interamente evitabili» e chiede procedimenti penali contro i responsabili. Propone trenta milioni di naira per ogni famiglia e dieci milioni per ciascuno dei 41 sopravvissuti. Un risarcimento conta. La responsabilità di chi doveva proteggerli resta.

Tanzania

In Tanzania, Tundu Lissu, leader dell’opposizione, ha interrotto lo sciopero della fame, riferisce il suo avvocato. Chiedeva colloqui riservati con i legali, già autorizzati dal tribunale. Le autorità carcerarie negano che la protesta sia mai iniziata.

È detenuto dall’aprile 2025, accusato di tradimento per un discorso che, secondo i procuratori, incitava a impedire le elezioni. Si dichiara innocente; la difesa denuncia un processo politico. Sentenza attesa il 6 novembre: rischia la pena di morte.

Le violenze seguite a quel voto hanno causato almeno 518 morti, secondo un’inchiesta ufficiale. Intanto, anche parlare in privato con un avvocato diventa una battaglia.

Egitto

In Egitto, Lina Attalah, direttrice di Mada Masr, è stata rilasciata dopo il pagamento della multa da tre milioni di lire egiziane. Ma il tribunale ha ordinato la chiusura del giornale indipendente e la confisca delle attrezzature, per aver gestito un sito senza licenza.

E qui c’è il punto: secondo la testata, la domanda di licenza presentata nel 2023 è ancora senza risposta.

Durante il rilascio, Attalah ha scoperto un’altra condanna, emessa in sua assenza nel 2024: un anno di carcere per pubblicazione di notizie false e sito senza licenza. I legali l’hanno contestata: nuovo processo l’11 novembre.

Centotrenta organizzazioni denunciano l’attacco alla stampa. Il permesso non arriva. La condanna sì. E una delle ultime redazioni indipendenti del Paese rischia di sparire.

Spagna

La Spagna ha espulso in Marocco un gruppo di migranti da Ceuta, l’enclave spagnola in Nordafrica: sedici persone, secondo le ONG sentite da Reuters, provenienti da Paesi africani e asiatici. Madrid conferma i trasferimenti dopo il rigetto delle domande d’asilo e l’accordo del Marocco ad accoglierli.

Amnesty International avverte che i loro diritti sono a rischio. Il governo spagnolo assicura invece il rispetto di tutte le garanzie.

Sono le prime espulsioni di questo tipo dopo gli arrivi di luglio: circa ottantamila persone in quarantotto ore, almeno cento morti. A Ceuta restano circa ottomila migranti, alcuni ancora per strada. Essere espulsi non significa perdere i propri diritti.

Sono almeno 68 i morti nello scontro fra due treni ad alta velocità vicino a Urda, in provincia di Toledo. Il bilancio è ancora provvisorio.

Sono almeno nove gli italiani coinvolti: cinque recuperati in condizioni stabili, uno ricoverato a Toledo. Tre donne risultano ancora disperse, secondo l’aggiornamento della Farnesina riportato da ANSA.

«Riprenda la marcia normale»: le registrazioni dei colloqui con il centro di controllo di Atocha documentano l’autorizzazione a ripartire dopo il guasto al sistema di sicurezza. Ma il convoglio Iryo era ancora fermo sulla linea. Le responsabilità dovranno essere accertate dall’inchiesta.

Sánchez promette chiarezza. Dal 29 al 31 ottobre è lutto nazionale. Dopo Adamuz, a gennaio, è il secondo disastro dell’alta velocità quest’anno: la sicurezza richiede risposte concrete.

Francia

In Francia, esperti indipendenti delle Nazioni Unite denunciano la violenza contro gli studenti in protesta: ferite gravi, in alcuni casi permanenti, e migliaia di persone fermate, prevalentemente minorenni.

Le mobilitazioni sono partite dai licei a metà settembre, poi si sono estese alle università. Chiedono più risorse, condizioni dignitose e pari accesso all’istruzione.

Secondo gli esperti, Parigi ha privilegiato la risposta di sicurezza, mettendo in secondo piano le ragioni della protesta. Le lesioni subite dai minorenni durante gli interventi di polizia sono «inaccettabili e ingiustificabili».

Condannano anche le violenze contro gli agenti e i danneggiamenti: chiedono indagini e responsabilità per tutti gli abusi.

L’appello alla Francia è di rivedere le pratiche di polizia. Perché chiedere una scuola migliore non dovrebbe costarti la salute.

Russia

Entrano in Russia con visti da studenti, poi finiscono in fabbrica, anche a produrre razioni militari. È il sistema denunciato da Global Rights Compliance, in un’inchiesta ripresa dall’Independent.

Secondo il rapporto, i lavoratori nordcoreani affrontano turni di dodici ore, con due soli giorni liberi al mese. Restano sotto minaccia di ritorsioni, anche contro le famiglie. Gran parte degli stipendi viene trattenuta da Pyongyang.

Per gli investigatori, questo sistema aggira le sanzioni ONU e sostiene l’economia di guerra russa. Un intermediario respinge le accuse; Mosca e Pyongyang non hanno risposto alle richieste di commento di Reuters.

Stati Uniti

Si chiamava Roberto Jimenez Gutierrez, aveva 43 anni ed era guatemalteco. È morto nel centro ICE di Otay Mesa, a San Diego, gestito dalla società privata CoreCivic. Era detenuto dal 9 ottobre.

Secondo inewsource, è il trentesimo decesso dell’anno in custodia dell’agenzia per l’immigrazione. L’ICE parla di una «cella di sicurezza». Le cause restano da chiarire. Le autorità locali chiedono un’indagine.

All’ONU, urla tra l’ambasciatore americano Mike Waltz e il ministro cubano Bruno Rodríguez durante il dibattito sull’embargo: seduta sospesa. Poi l’Assemblea chiede di revocare l’embargo: 130 voti favorevoli. L’Italia si astiene. Il voto, però, non è vincolante.

Dal Texas, intanto, Trump torna a proporre il Venezuela come cinquantunesimo Stato americano. Parla di eleggere un governatore al posto del presidente. E ricorda quanto petrolio abbia il Paese. Come se il petrolio desse anche il diritto di prenderselo.

È morta a 96 anni Dolores Huerta, sindacalista, femminista e icona dei diritti civili statunitensi. Cofondatrice della United Farm Workers, difese i braccianti con scioperi e boicottaggi. Suo lo slogan «Sí, se puede»: sì, si può.

Nel 2012 Obama le conferì la Medaglia presidenziale della libertà.

Lo scorso marzo aveva denunciato di aver subito violenze sessuali da César Chávez, l’uomo con cui aveva fondato il sindacato. Una testimonianza che aveva scosso il movimento.

Stati Uniti e Bolsonaro

Prima si proclama «vero presidente eletto», poi cancella. Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair, sconfitto da Lula al ballottaggio, ha modificato la lettera pubblicata da Miami: ora si definisce «leader del Brasile». Restano le accuse di brogli, senza prove.

È arrivato negli Stati Uniti con moglie e figlie, passando per Argentina ed Ecuador, dopo che un giudice gli aveva ordinato di consegnare i passaporti nell’ambito di un’inchiesta per presunto riciclaggio. Lui denuncia persecuzione politica e sostiene di non essere fuggito.

Promette di guidare l’opposizione dall’estero. Trump, intanto, dice di non voler essere coinvolto nelle sue rivendicazioni.

Lula ha vinto con il 52 per cento contro il 48. Riscrivere una lettera è più semplice che cambiare il risultato delle urne.

El Salvador

El Salvador annuncia il dispiegamento di oltre duemila soldati ad Haiti per ritrovare quattro tecnici dell’aviazione militare, scomparsi il 18 ottobre dopo un’imboscata alla periferia di Port-au-Prince. Facevano parte della missione internazionale contro le bande armate.

Il presidente Nayib Bukele ne ha discusso con il premier haitiano Alix Didier Fils-Aimé, confermando il sostegno alle operazioni di sicurezza.

Restano però da chiarire la catena di comando del nuovo contingente e la durata della missione.

Intanto, le elezioni slittano ancora: il primo turno è ora previsto per il 18 luglio 2027. Haiti non tiene elezioni dal 2016. Anche il ritorno alle urne continua ad aspettare.

Papua Nuova Guinea

Una scossa di magnitudo 5,7 ha colpito la Papua Nuova Guinea. L’epicentro è stato localizzato circa ottantadue chilometri a nord-est di Kiunga, a dieci chilometri di profondità, secondo il servizio geologico statunitense. Le prime notizie non segnalano vittime o danni.

Il sistema internazionale d’allerta GDACS stima un impatto umanitario limitato, considerando anche la ridotta popolazione esposta allo scuotimento più intenso. È però una valutazione preliminare: non un bilancio definitivo delle conseguenze.

Afghanistan

«Ora i miei figli sono malnutriti». Mohammad Dawood, contadino afghano di 28 anni, racconta a Reuters cosa ha significato sostituire il papavero con grano e cotone: un reddito che non basta più.

Secondo l’agenzia ONU antidroga, nel 2026 le coltivazioni di papavero sono più che quadruplicate rispetto al 2025: 43.300 ettari. Restano comunque molto sotto i livelli precedenti al divieto talebano del 2022. I talebani contestano la stima.

Siccità, prezzi agricoli bassi e tagli agli aiuti aggravano la povertà. In dieci province, avvertono le agenzie ONU, la malnutrizione infantile è a livelli critici.

Alcuni contadini tornano così all’oppio. Per l’ONU, il sostegno alle alternative è insufficiente. Per far durare il divieto, servono anche redditi con cui sfamare i figli.

India

A Nuova Delhi, all’università Jamia Millia Islamia, alcuni studenti sono in sciopero della fame dal 12 ottobre. Chiedono di ripristinare l’unione studentesca eletta, sciolta nel 2006.

L’ateneo promette elezioni entro quindici giorni dall’approvazione dello statuto. Senza fissare, però, una scadenza per approvarlo. Gli studenti chiedono una data certa e continuano la protesta.

Denunciano anche restrizioni agli spostamenti e all’accesso ai beni essenziali. Le lezioni sono online: l’università invoca ragioni di sicurezza. Secondo l’organizzazione studentesca NSUI, due suoi membri sono stati fermati dalla polizia.

Ai manifestanti, l’ateneo chiede anche scuse pubbliche. Una data per votare, invece, ancora manca.

E ancora, in India, il ciclone Arnab ha lasciato morti e blackout lungo la costa orientale. Il governo dell’Andhra Pradesh conferma sei vittime; il Times of India ne riporta nove, tra folgorazioni e crolli di alberi e abitazioni. Il bilancio resta provvisorio.

Oltre 180mila persone erano state evacuate prima dell’arrivo della tempesta, tra Andhra Pradesh e Odisha.

Danneggiati almeno quindicimila pali dell’elettricità. La corrente è tornata in gran parte delle aree colpite, ma in due distretti continuano le interruzioni. Chiuse alcune scuole, cancellati treni e voli.

Al largo, un mercantile con venti membri dell’equipaggio resta incagliato: il mare agitato ostacola le operazioni per liberarlo.

Giappone

In Giappone, una serie di attacchi informatici ha compromesso milioni di dati personali. Nel caso del servizio di auto condivise Times Car, coinvolti circa 6,6 milioni di account. Un attacco a IDC Frontier ha colpito i sistemi utilizzati da 495 aziende e amministrazioni locali.

NEC ha confermato intrusioni nei sistemi dei clienti attraverso credenziali rubate a un fornitore esterno.

Per il professor Masato Terada, il problema è fidarsi della sicurezza dei fornitori senza verificarla abbastanza.

Il ruolo dell’intelligenza artificiale negli attacchi resta da accertare. Intanto, la responsabilità dei controlli non dovrebbe perdersi nella catena degli appalti.

Foto di copertina: @Elenapasquini

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