Elezioni Israele: ad Abu Ghosh il voto contro la paura
Scritto da Elena Pasquini in data Ottobre 29, 2026
ABU GOSH – Le donne e gli uomini in fila davanti al seggio di Abu Ghosh brandiscono i documenti che danno loro il diritto di votare come se fossero le uniche armi in grado di ristabilire l’autorità del loro villaggio sulla strada che conduceva i pellegrini a Gerusalemme.
Come se il potere della famiglia che ha dato il nome a questo centro palestinese-israeliano oggi circondato da cittadine israeliane potesse di nuovo suscitare rispetto grazie a quel solo gesto. Come se ‘Imwas, Bayt Nuba, Yalu, Dayr Ayub, Latrun, Bayt Mahsir, Suba, Lifta e Dayr Yasin potessero smettere di essere solo nomi di villaggi che non esistono più.
Come se una croce su una scheda avesse persino il potere di evocare gli spiriti che abitavano queste colline a ovest della più santa delle città.
I palestinesi d’Israele sembrano aver sentito per la prima volta di essere un soggetto politico e di avere un potere, seppur piccolo, da esercitare.
Oggi, il voto assomiglia a un rito, quel rito laico che da noi sembra aver perso significato e qui, invece, ha bisogno di coraggio perché si possa compiere. “La gente che viene (a votare) è gente che ha paura, che ha paura di parlare, a cui negli ultimi quattro anni è stato tolto il diritto di dire una sola parola libera”.
Bilal, la paura dentro il seggio
Bilal è un ragazzo della Gen Z, come dice lui, che accetta di incontrarmi davanti a una scuola di Abu Ghosh adibita a seggio elettorale. Bilal non è il suo nome. Mi chiede di restare anonimo, come fanno in molti.
Quella paura, che accompagna i palestinesi ogni giorno, non li abbandona quando entrano nel seggio. “I partiti di destra hanno portato i loro attivisti e sono seduti all’interno, nel comitato elettorale. E ci sono le armi. Quando la gente entra e li vede, armati di pistole, si spaventa”.
Come da noi, anche qui non si può fotografare nella cabina elettorale. I cartelli mostrano una macchina fotografica con una X sopra. Però si può entrare con un fucile al collo. “Stanno incutendo timore alla gente, li spaventano e li terrorizzano. Questa è la parola”, racconta Bilal.
Fuori, all’ingresso della scuola, nel giardino dove è stato allestito uno spazio per offrire cibo e tè alla menta, come quello che sorseggio sotto gli alberi mentre ascolto le voci di chi è venuto a votare, è un andare e venire di forze dell’ordine e di persone armate.
Ma non è solo così che il voto diventa per i palestinesi quello che è ogni gesto quotidiano: fatica, lentezza, umiliazione, che ha bisogno dell’esercizio di un’infinita pazienza. Bilal mi dice che fanno perdere tanto tempo per verificare l’identità, che le persone aspettano, le file sono lunghissime, che stanno rendendo il processo molto più difficile.
Mohammed e Rula, le ragioni del voto
Mohammed non ha votato qui, ma in un centro per gli anziani e per i disabili. “La fila era troppo lunga, non c’era aria condizionata, niente ventilatori. Nulla per aiutare gli anziani, nessuna sedia su cui potersi sedere”.
A lui le armi fanno meno paura, dice di essere abituato. E non c’è niente, oggi, che possa cancellare la gioia che vedo negli occhi grandi, azzurri, di questo studente d’ingegneria che va a votare per la prima volta.
La sua emozione non è di un giorno, l’entusiasmo, mi dice, l’ha accompagnato per tutta la settimana. “È un grande momento per noi, per la comunità araba. Volevo partecipare, andare a votare. È come un giorno di festa. Sono entusiasta all’idea di poter cambiare questo governo di estrema destra”.
Spera che chi andrà al potere possa essere più utile agli arabi d’Israele, che riesca a costruire nuove opportunità invece di demolire case, e occasioni “per vivere in pace, arabi ed ebrei, per avere pari diritti, pari opportunità”.
È un giorno importante anche per Rula. Lei aspetta in quel giardino dove una lenta processione di persone va a compiere un gesto che per molti, fino a oggi, sembrava quasi un “tradimento” verso quei palestinesi che sono dall’altra parte del muro, quelli senza cittadinanza.
Rula, invece, è sempre andata a votare. “Molte persone pensavano che non avrebbe mai fatto la differenza, che non sarebbe mai cambiato nulla”, mi dice. “Ma questi tre anni sono stati così difficili per tutti noi. Come arabi, come palestinesi”.
È una psicologa, quasi cinquantenne, ha uno studio privato ma lavora anche nelle strutture pubbliche, con i ragazzi che hanno problemi di apprendimento, con chi ha subito abusi sessuali. Si chiama Rula Abu Gosh, anche se non ha nulla a che fare con la famiglia che dà il nome al villaggio e non è neppure il suo vero cognome. Lei ha scelto di chiamarsi così, perché è un nome
famoso e rappresenta il luogo dove ha le sue radici, da secoli.
“C’erano decine di villaggi qui prima del 1948. Oggi siamo rimasti solo in due”, mi racconta. È difficile sentirsi così isolati. “Per tanti anni non c’è stato alcun contatto tra noi e i palestinesi in Galilea, nel Negev o in Cisgiordania”.
Quando era ragazza questo era un “villaggio semplice”, bisognava andare a Gerusalemme quasi per tutto. Ama quel piccolo paese pieno di storia, circondato dalla natura, dove si può passeggiare in montagna, come ha sempre fatto sin da bambina.
Abu Ghosh, la storia e l’isolamento
“Abitano sulla strada principale da Giaffa a Gerusalemme, a tre ore da quest’ultima, in una posizione che permette di controllare la rotta di viaggiatori e pellegrini […]. Il villaggio è costruito in modo molto affascinante e bello; la coltivazione delle colline circostanti è di qualità eccezionale, superando tutte le altre lungo questa strada, e il luogo è caratterizzato da tranquillità e pace”.
Così scriveva James Finn, console britannico a Gerusalemme, di Abu Ghosh, che prima ancora si chiamava Qaryat al ‘Inab, il villaggio delle uve. Per i cristiani, Emmaus, il luogo dove Cristo sarebbe apparso ai discepoli dopo la risurrezione, luogo di terra e di acqua. Per gli ebrei, dove l’Arca dell’alleanza è rimasta per vent’anni. Oggi, è quello che rimane della Palestina su questi dolci avvallamenti pieni di olivi.
“Sediamo ad Abu Ghosh”, sottolinea Bilal. “Il territorio di Abu Ghosh era molto più grande di oggi… Siamo stati resi una minoranza con la Nakba. I sionisti sono venuti nella nostra terra, hanno espulso la nostra gente e le nostre famiglie”. Anche i suoi antenati abitano queste colline.
Abu Ghosh, mi dice, è “un luogo delizioso, davvero un bel villaggio”, ma stanno continuando a costruire tutto intorno. “Hanno costruito molti insediamenti ebraici. La gente di Abu Ghosh rimane dentro a un ghetto e non cresce…”.
Bilal ha circa venticinque anni e, nel breve arco della sua vita, sostiene di aver assistito alla progressiva giudaizzazione dello Stato. “Uno Stato sempre più ebraico”.
Sente di abitare uno spazio angusto, la sua vita stretta dentro quel piccolo villaggio, un villaggio dove la ‘legge’ non è la stessa che in Israele, e neppure le opportunità.
“La polizia che viene ad Abu Ghosh è più violenta. Non guarda la gente di qui nello stesso modo in cui guarda la gente di Har Adar. Har Adar è a due minuti … Non rispettano nessuno”. Tutto, nei villaggi ebrei dei dintorni, è meglio che ad Abu Ghosh. “Questo è uno Stato di apartheid”.
Le parole che non si possono dire
Uno Stato dove ci sono parole che devono morire in bocca, che i palestinesi non possono pronunciare. Rula non ha la stessa età di Bilal. Quando era ragazza, il suo unico sogno era “la Palestina libera”.
“Ora non possiamo più dire ‘libera’. Ora lo teniamo nei nostri cuori e non lo diciamo. Se diciamo una cosa del genere, possiamo pagarne le conseguenze. Non lo diciamo, ma lo sappiamo. Abbiamo imparato cosa dire. A tenere i nostri desideri dentro di noi. Sostengono che è una democrazia, ma per noi non c’è democrazia”.
Rula racconta cosa è diventato quel pezzo di terra, descritto dal console britannico a metà dell’Ottocento come un paradiso. Racconta di “persone che sono state sospese dal lavoro” per un “mi piace”, della paura di “parlare in arabo”, di indossare un hijab quando è in mezzo ad altre persone.
“È sempre peggio per noi. È razzismo, c’è più razzismo. Ci guardano come se fossimo estranei, come se venissimo da un altro posto, non loro: come se fossimo noi gli ospiti. C’è qualcosa che fa paura”.
A volte, mi dice, bruciano le auto. “Abbiamo sempre timore che succeda qualcosa. Sento i bambini quando giocano. Se c’è un’auto o qualcuno degli insediamenti, dicono: ‘Vengono a bruciarci o a rapirci’”, racconta.
Mi dice Bilal che loro oggi ci sono, ad “esercitare il più piccolo dei diritti: votare”. Possono fare solo questo. “Negli ultimi quattro anni hanno arrestato e picchiato chi ha detto soltanto: ‘Mi dispiace per quello che sta succedendo a Gaza’. Non per aver sostenuto l’azione del 7 ottobre di Hamas, niente del genere”.
“Siamo lo stesso popolo”
Il voto, possono aggrapparsi soltanto a quei documenti che tengono in mano come amuleti, anche se questa cittadinanza che pesa sulla loro coscienza collettiva, ne è convinto Bilal, è stata concessa agli arabi solo “per farsi accettare dalle Nazioni Unite…” e se questo processo elettorale non è un processo normale.
Ed è comunque un tormento: “C’è sempre stata quella domanda dentro di me: se dovessi votare o no. Ma alla fine… ho sempre votato”, mi dice Rula, lei che ha familiari e amici, e una casa a Ramallah. “Siamo lo stesso popolo”, ripete come tutti ripetono la stessa litania, come un’ossessione, quasi un rosario che si recita mentre ci si avvicina alla cabina.
Sembra di sentire i loro pensieri: “siamo lo stesso popolo, siamo lo stesso popolo”. Qui i pensieri fanno quasi rumore, rimbombano nello spazio vuoto all’ingresso della scuola di Abu Ghosh, si mescolano alle voci di qualche bambino che gioca a palla in attesa dei genitori.
Non vanno a votare per cambiare grandi cose, mi spiega Bilal. “La nostra lotta come cittadini arabi, non è cambiare questo regime”. Gli altri, mi dice, non sono diversi. “Eisenkot è un militare. Ha il sangue sulle sue mani”. Quello che vogliono, o meglio sperano, è anche questa è una infinita litania, che ripetono tutti, uno dopo l’altro, qui come a Gerusalemme, come a Jaffa.
“Se ogni giorno picchiano venti prigionieri palestinesi nelle carceri, noi ci teniamo per mano, incrociamo le dita e preghiamo dopo aver votato affinché la situazione diventi tale che ad essere picchiati siano solo. Cerchiamo solo di rendere le guerre meno guerre, ma non sogniamo di cambiare le cose. Perché quando una comunità diventa fascista non può tornare indietro”.
Mi chiede scusa, Bilal, scusa se usa questa parola, fascismo, una parola italiana per raccontare il suo paese. Ma è l’unica parola che conosce, l’unica che tiene insieme tutto. “Non è un problema di partiti. Il problema non è Ben Gvir. Ben Gvir è acclamato e sostenuto dalla maggioranza. C’è un consenso su di lui. L’origine di questa ideologia è che (gli israeliani) pensano di essere migliori”.
Sumud, restare saldi
Gli arabi trattengono il respiro di fronte al genocidio di Gaza, mi dice Bilal, e cercano di capire fin dove Israele si potrà spingere, quali saranno “i confini dei loro diritti”. “La nostra sfida, come Gen Z e come palestinesi, si chiama solo sumud. È ‘resistenza incrollabile’, ‘restare saldi’”. Non è pensare al futuro, ma solo sopravvivere e, per farlo, usano tutti gli strumenti che hanno, anche il voto.
Il massimo che possono sperare, confessa Mohammed con gli occhi grandi pieni di gioia, è ottenere un po’ di misericordia per i palestinesi dall’altra parte.
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