Il pacifista e l’idea di uno Stato Unico
Scritto da Elena Pasquini in data Ottobre 31, 2026
GERUSALEMME – “Il sionismo è arrivato a un punto in cui deve spezzare i palestinesi. È diventato molto più feroce”. È la misura della violenza, a fare d’Israele un paese diverso da quello che era cinquant’anni fa, quando Jeff Halper ha scelto di viverci.
Era il 1973, gli anni Sessanta finiti da un pezzo, gli Stati Uniti sarebbero diventati il paese di Nixon, poi di Reagan, un paese sempre più conservatore.
“Sono un prodotto degli anni ’60, un radicale degli anni ’60”, mi dice Jeff. Ci incontriamo in un caffè, a Gerusalemme Ovest. Jeff è un pacifista, una delle figure che hanno fatto e continuano a fare la storia non solo del pacifismo israeliano, ma di quello globale.
È cresciuto in una piccola città del Minnesota, in una famiglia ebraica. La stessa città di Bob Dylan, che è un po’ più grande di lui. Hanno frequentato lo stesso liceo, sono diventati grandi insieme, in quel tempo che ancora ci fa credere che cambiare il mondo fosse possibile.
“Ero un Forrest Gump, ero ovunque”, mi racconta. A Woodstock, in prigione in Mississippi con Martin Luther King, obiettore di coscienza alla leva nella guerra del Vietnam, nel 1968 a Chicago a quella manifestazione pacifista contro guerra che il sindaco Richard Daley mutò in brutale repressione. Poi, mi dice, è arrivato il 1 gennaio 1970, e gli anni Sessanta brutalmente finiscono.
“Il voler lasciare gli Stati Uniti ed essere ebreo mi hanno portato qui … C’era una certa attrazione, non posso negarlo, per l’idea di venire e costruire un nuovo paese”. Jeff sceglie Israele perché è ebreo, ma non è soltanto una scelta identitaria. Jeff non è religioso, non è mai stato sionista, vuole stare dove può essere politicamente coinvolto. La sua è una scelta politica. Sceglie di combattere senz’armi su un altro fronte della “rivoluzione”, la “rivoluzione mondiale, quella con R maiuscola”.
Pacifista, anti-sionista, nel 1997, fonda il Comitato Israeliano per la demolizione delle case, l’ICAHD. Allora, mi racconta Jeff, dal 1967, Israele aveva demolito 9.000 case in Cisgiordania e Gerusalemme Est.
Ora, trent’anni dopo, le case demolite, sono circa 65.000. Un lavoro di denuncia e di ricostruzione, mi spiega Jeff, che non è un atto umanitario, ma politico. “Usiamo le demolizioni di case come una finestra su cosa sta facendo Israele in Cisgiordania. Come funziona l’occupazione? Quali sono le intenzioni di Israele?”.
Jeff è anche il cofondatore della Campagna per uno Stato democratico uno. Crede che l’unico futuro possibile sia questo: “Trasformare un regime di apartheid in uno Stato democratico nel quale tutti i cittadini abbiano gli stessi diritti”. Uno Stato dove i rifugiati palestinesi possano tornare.
Stato unitario, semplice da enunciare, difficile da costruire anche se non impossibile.
È a Jeff che conosce ogni pietra di Gerusalemme, ogni umore di questa città e di questo paese, che l’ha visto attraversare ogni stagione, chiedo cos’è diventato Israele, prima ancora di domandargli in che modo, quel sogno di un’unica patria comune, che sembra oggi soltanto chimera, possa mutarsi in realtà.
Sono tornata a Gerusalemme dopo molti anni. L’impressione, camminando in questa parte della città dell’Ovest dove siedo adesso davanti a un cibo squisito alla fine di una strada di locali e negozi, è di essere in un altro mondo rispetto a quello che si racconta d’Israele.
Qui è calma, pace, tranquillità, come se non esistesse nulla intorno, come se non vi fosse l’Inferno a pochi chilometri da qui, come se quello che sta accadendo alla Palestina venisse semplicemente cancellato. Non è l’aggrapparsi alla vita che ho visto in molti paesi in guerra che è semmai piena consapevolezza della realtà in cui si è immersi, è piuttosto una rimozione.
Jeff è un antropologo, uno studioso delle società umane. Gli racconto di questa mia prima impressione e gli chiedo conferma. Voglio sapere se c’è una spiegazione per una separazione così netta, radicale, tra dove siamo adesso e tutto il resto.
Israele, il sionismo, è colonialismo di insediamento, un tipo di colonialismo dove non conquisti un paese per estrarre materie prime, forza lavoro e così via, ma dove le persone vanno in un altro paese con l’intenzione di prenderne il controllo.
Qui c’è un processo che viene chiamato giudaizzazione: rendere un paese arabo, un paese ebraico.
I coloni hanno sempre una narrazione, gli americani l’avevano, tutti ce l’hanno. Che diritto ho di prendere il controllo del paese di qualcun altro? Qui l’idea è: questo è il nostro paese dai (tempi della) Bibbia.
L’altro lato della giudaizzazione è la de-arabizzazione.
Il sionismo, e Israele, fino ad oggi non hanno mai ‘riconosciuto’ l’esistenza del popolo palestinese. Se questo paese è una terra ebraica d’Israele, allora non puoi ammettere che ci sia un altro popolo che ha dei diritti perché ciò mina tutta la tua pretesa. La pretesa del sionismo è esclusiva. Questo è solo il nostro paese, non appartiene a nessun altro. Ci sono arabi qui, ma non costituiscono un popolo con diritti.
Ovviamente, c’è resistenza da parte dei colonizzati, i palestinesi. C’è sempre resistenza verso i colonizzatori. Ma non puoi legittimare la resistenza perché altrimenti stai ammettendo che c’è un altro popolo che sta combattendo per i suoi diritti. Quello che fai è criminalizzarla. Non la chiami resistenza, la chiami terrorismo. E allora non è legittima.
Noi siamo i buoni, (ti dici), e quello che è più importante, le persone normali. Questo il punto. quello che fa il colonialismo di insediamento è sostenere che noi siamo quelli normali, stiamo prendendo possesso da persone che si sono insediate qui e che davvero non hanno alcun diritto. E stiamo creando un paese normale.
L’idea di essere normali è super, super importante. Non (ti dici che) sei in un processo coloniale di insediamento o di conquista di un altro popolo.
Israele nega persino che ci sia un’occupazione. Sei semplicemente un paese normale, il paese d’Israele, riconosciuto dall’ONU, che sta combattendo per la propria sopravvivenza. Non puoi ammettere di essere un colono, non puoi ammettere di essere venuto violentemente e di esserti preso la terra. Non puoi ammettere quello che sta succedendo oggi.
Se guardi gli israeliani qui, vedono se stessi come se vivessero a Roma. Se dici la parola occupazione, le persone non hanno idea di cosa tu stia parlando. (Devono sentirsi normali) e allontanano tutto questo, dicono che è terrorismo, che non ha niente a che fare con loro, che non c’è nessun problema ed è il lavoro dell’esercito.
“Come potremmo essere seduti qui a prendere un caffè quando a 100 metri di distanza c’è un’occupazione?”. No, non puoi dirti questo. Quello che devi dirti è: “Sto prendendo una tazza di caffè nel mio paese, nella mia città come fanno tutti gli altri. E ci sono terroristi nei dintorni. E quindi, è compito dell’esercito e della polizia prendersi cura di me”.
Quello che sta accadendo in Palestina, però, è sotto gli occhi di tutti. Jeff lo sa. Ci sono i social network, il racconto è costante e capillare.
È indottrinamento, è come sei formato. A scuola, nell’esercito, nella società. “Siamo un paese normale, c’è il terrorismo”. È il mondo che non capisce. È l’antisemitismo.
“Accade perché le persone sono antisemite verso gli ebrei” (si dicono). E poi: “gli arabi qui non sono mai stati un popolo, stiamo tornando nella nostra patria, quindi siamo giustificati, non stiamo facendo nulla di male, vogliamo la pace, abbiamo accettato Oslo, abbiamo sempre offerto la pace e sono loro quelli che la rifiutano”.
Costruisci tutto questo, come una specie di bozzolo protettivo. Una bolla dove non c’è nessun problema e nessuna domanda, non c’è nessuna crepa. Quindi puoi vedere tutti i social media del mondo e tutto viene respinto, perché è tutto solo ostile. (E poi), gli israeliani non imparano questa storia. È proibito nella legge israeliana insegnare la Nakba a scuola.
Le scuole arabe, le scuole palestinesi non possono insegnare la Nakba perché lo Shin Bet, il servizio di sicurezza, esamina tutti gli insegnanti e i presidi. E se trovano un insegnante palestinese che insegna la Nakba, non solo licenzieranno l’insegnante ma chiuderanno la scuola. Nemmeno i bambini palestinesi imparano la propria storia. Non possono. Così, presenti una storia pulita, lineare dove stai solo combattendo i terroristi.
Non sanno dove si trovano, sono come dei narcisisti, vedono solo se stessi. Un sacco di ragazzi israeliani vanno all’estero, vanno nei posti più lontani. Nepal, Amazzonia, Nuova Guinea, ovunque, ma vanno sempre in gruppo… perché se sei in un gruppo, sei protetto. Puoi uscire, vedere le montagne, vedere i fiumi, senza davvero interagire… Ti porti la bolla con te.
Come se avessero sempre timore, come se si sentissero sempre, ovunque, sotto attacco.
E non c’è nessun posto nella tua vita in cui tu incontri un arabo, tranne che nell’esercito. E l’esercito rafforza l’idea che sono terroristi. Se sparano contro di loro (sono terroristi).
Ed è così importante, davvero importante per gli israeliani mantenere questa normalità. Sentirai ogni due frasi: normale, normale, normale, normale, normale.
Ed è grazie all’esercito, che in buona parte controlla i palestinesi, che ti senti al sicuro.
Prima della democrazia, la sicurezza. È questo che illude Israele di essere un Paese normale, dove si vive tranquilli, mi spiega Jeff. Gli chiedo come è cambiato questo paese, se è davvero con il governo di Netanyahu che si è compiuto un grande salto. Di base, mi dice, Israele è sempre lo stesso.
È un’impresa coloniale di insediamento. Ciò che si era prefissato di fare 130 anni fa, lo sta ancora facendo. Quello che è cambiato è a che punto siamo nel processo di insediamento.
Giudaizzazione, pacificazione, normalizzazione. Tre fasi, mi spiega Jeff, nel processo di colonizzazione.
La giudaizzazione: insediarsi nel paese, sfollare i palestinesi, prendere la loro terra e renderla ebraica. L’abbiamo fatto. Abbiamo l’intero paese ora. I palestinesi sono confinati in piccole minuscole isole. Abbiamo tutta la terra. La gestiamo noi. Militarmente, politicamente, economicamente e siamo fisicamente sull’85 percento del territorio […]
Ma è con la normalizzazione che vinci … facendo in modo che (quello che stai compiendo) sia accettato da tutti, dagli Stati Uniti, dall’Europa, che si tratti del riconoscimento dello Stato di Israele o de facto, semplicemente permettendo agli insediamenti di rimanere ed espandersi e non facendo nulla. Come fa la comunità internazionale.
Con gli Accordi di Abramo, stiamo parlando di normalizzazione con Israele. Senza i palestinesi. I palestinesi non ci sono, non ci sono negoziati qui. La normalizzazione dipende dalla pacificazione. Spezzare la resistenza. Devi spezzare tutta la resistenza palestinese perché se c’è resistenza, non può essere normale.
Quindi devi avere quella che chiamiamo in inglese industrial quiet. Sopprimi la popolazione locale fino a un punto in cui non può più resistere. È lì che siamo oggi.
Da Sharon a Olmert, fino agli ultimi vent’anni, il processo di colonizzazione, prosegue Jeff, non è un fenomeno recente.
Dove siamo oggi? Israele è diventato molto più feroce perché ora che … deve normalizzare, spezzare la resistenza. Ci sono 800.000 coloni nei territori occupati che prima non c’erano. C’è stata una spinta tremenda ad espandersi …
Ed è qui che entra in gioco Gaza, anche prima del 7 ottobre. L’ultima, davvero l’ultima, forza di resistenza efficace era Hamas … Distrugge le ultime vestigia della resistenza e la distruzione di Gaza.
E stiamo facendo a Hebron oggi quello che abbiamo fatto a Gaza … La politica di distruzione assoluta delle case, delle città. E ora, quella che chiamano la “gazificazione” della Cisgiordania. Il messaggio agli arabi è: non ci sarà mai, mai, mai uno Stato arabo qui. E smettetela di pensarci.
L’attenzione, in questi giorni di elezioni è concentrata tutta sul ruolo di Benjamin Netanyahu, come se fosse l’unico responsabile di ciò che sta accadendo.
La mia esperienza personale mi dice che è più qualcosa di condiviso, una visione del mondo della società. Forse mi sbaglio, ma ho l’idea che forse non cambi molto (con qualcun altro al potere, ndr).
Netanyahu, in un certo senso, è stato meno militante di altri primi ministri. Per molto tempo non ci sono state davvero molte guerre, ma ora deve “normalizzare” … Netanyahu non era così spietato come Olmert. Olmert condusse l’operazione Piombo Fuso a Gaza. Sharon era un militare e aveva operato in Libano …
Netanyahu non poteva consentire che rimanesse in piedi un bastione della resistenza di quelle dimensioni (per questo ha attaccato Gaza). … Ma ci sono anche Smotrich e Ben-Gvir, che hanno cominciato a trascinarlo sempre più a destra. Aveva bisogno di loro per mantenere in piedi il suo governo di coalizione.
E anche il procedimento giudiziario lo ha influenzato, non è più lo stesso uomo. Penso che sia stato soprattutto il processo giudiziario a trasformarlo in una persona fuori controllo. Il Netanyahu di oggi è diverso da quello di un tempo …
Eisenkot. È molto più violento e spietato di Netanyahu. È un generale. Nel 2006 era capo di stato maggiore durante la guerra in Libano. È lui ad aver elaborato quella che viene chiamata «dottrina Dahiya» che prevede di rispondere a qualsiasi attacco in modo sproporzionato.
Questo è contrario al diritto internazionale. Ne ho parlato con i (sostenitori) dei partiti democratici, con i sionisti di sinistra, oggi, e uno di loro mi ha risposto: «Va bene, benissimo». Ecco a che punto siamo arrivati. Questa dottrina è stata applicata a Gaza. È la dottrina dell’esercito israeliano.
Ed è proprio quest’uomo che dovrebbe sostituire Netanyahu. Quindi non venitemi a dire che Netanyahu sarà sostituito da un governo più orientato alla pace. Non è così.
All’inizio della nostra intervista ho chiesto a Jeff delle ragioni per cui ha deciso negli anni Settanta di venire qui, ora mi chiedo, dopo quello che mi ha raccontato, perché ha deciso di restare in un paese dove non c’è più una sinistra, sempre più “feroce”, come dice, e che guarda sempre più a destra.
È molto difficile. Ma continuo davvero a considerare questo luogo un fronte importante della rivoluzione. È una questione di portata mondiale, davvero fondamentale. Ho scritto alcuni libri, uno dei quali si intitola War Against the People (Guerra contro il popolo), in cui sostengo che Israele sia diventato una sorta di strumento militare di repressione del capitalismo globale.
I palestinesi sono come cavie sulle quali vengono sperimentate nuove armi durante il loro sviluppo. Ma poi quelle armi vengono esportate e utilizzate in tutto il mondo. Per questo penso che impegnarsi politicamente qui sia davvero importante. Dal punto di vista politico, quindi, la mia presenza qui ha un senso. Sul piano personale, invece, non è facile. Sono molto isolato.
Qual è il prezzo umano che si paga?
Sono coinvolto direttamente. Vado in Cisgiordania e sono molto vicino ai miei compagni palestinesi. Queste persone sono costantemente esposte alla violenza, mentre molti israeliani non lo sono, se non quando prestano servizio militare.
Ma anche durante il servizio militare, spesso non si rendono conto di ciò che fanno: stanno nella loro base, poi escono e compiono determinate azioni. Sono proprio loro quelli contro cui mi trovo a lottare di solito. Quei ragazzi dall’aspetto gentile, quei giovani così ben vestiti e di bell’aspetto.
Qui c’è una scuola d’arte. Studiano arte, studiano cinema. E sono loro a demolire le case e a uccidere le persone. Spesso sono anche gli ufficiali, perché hanno un livello d’istruzione più elevato. Sono loro a comandare e a condurre queste operazioni. Da questo punto di vista, quindi, vivo una condizione di isolamento e sono esposto direttamente a questa realtà. È difficile.
Ma quanto è rilevante quella parte della società che sostiene la soluzione di un unico Stato? E i pacifisti? Quale impatto possono avere sulla società? In termini percentuali, quante persone qui condividono la sua visione?
Vuoi i loro nomi? Vediamo. Mia moglie. Mio figlio. Nessun popolo colonizzatore porrà fine da solo al regime coloniale. I bianchi del Sudafrica non avrebbero mai abolito l’apartheid di propria iniziativa. Perché avrebbero dovuto farlo? Avevano un intero Paese a disposizione, le risorse, l’economia e il potere.
Perché avrebbero dovuto rinunciare a tutto questo? Perché era la cosa giusta da fare? Non lo avrebbero fatto. Qui, gli israeliani non rinunceranno spontaneamente ai propri privilegi per condividere uno Stato alla pari con gli arabi, anche perché circa il 50% della popolazione di questo territorio è palestinese. Dal punto di vista demografico (gli israeliani sono una minoranza).
Che cosa fece allora l’ANC, il Congresso nazionale africano, in Sudafrica? Capì che i bianchi non sarebbero diventati suoi alleati. Disse, in sostanza: «Lasciamoli perdere. Non faremo affidamento su di loro. Li aggireremo». Fu organizzata una strategia di pressione da più direzioni. Dal basso c’era la resistenza dell’ANC, con il suo programma politico…
Ma contemporaneamente si rivolsero alla comunità internazionale. Nacque così una campagna mondiale contro l’apartheid, attraverso il movimento di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni, noto come BDS.
Il Sudafrica si ritrovò sempre più isolato. L’economia non riusciva più a funzionare normalmente e il sistema diventò insostenibile. Non era più in grado di reggersi da solo. Questo processo portò alla transizione perché l’ANC aveva un programma politico chiaro: una persona, un voto.
I bianchi usavano la parola «bagno di sangue» per descrivere ciò che sarebbe accaduto dopo la fine dell’apartheid. Noi usavamo la parola «terroristi» per riferirci alla resistenza. Ma quel bagno di sangue non ci fu … Penso che qui accadrà qualcosa di simile. Gli israeliani non accetteranno spontaneamente questa soluzione, ma dovranno essere costretti ad attraversare quel processo di trasformazione.
Quindi non tutti gli israeliani sono contrari ai palestinesi. Tuttavia, questa parte della società sembra essere davvero minuscola. Non è affatto sufficiente per cambiare le cose dall’interno.
La campagna per uno Stato unico e democratico, non è rivolta agli israeliani, mi dice Jeff, ma al resto del mondo e, sotto la guida dei palestinesi, vuole mettere insieme quei pezzi dispersi di Palestina.
Stiamo cercando di fare quello che ha fatto l’ANC (in Sudafrica). Cerchiamo di costruire qui un movimento di resistenza e di elaborare un programma politico, coinvolgendo i palestinesi e alcuni israeliani.
Non penso che riusciremo a coinvolgere molti israeliani. Poi vogliamo sviluppare un movimento internazionale. Il problema, però, è questo: non si tratta di una questione numerica. L’ANC aveva un obiettivo finale ben definito: una persona, un voto, in uno Stato democratico.
Chiunque nel mondo partecipasse al boicottaggio del Sudafrica o lavorasse per porre fine all’apartheid sapeva che cosa volesse ottenere l’ANC. I palestinesi, invece, non hanno un obiettivo finale condiviso. Questa è la loro debolezza fatale.
Se chiedi all’Autorità Nazionale Palestinese, che collabora con Israele e non rappresenta davvero i palestinesi, sentirai parlare di due Stati. L’80% dei palestinesi la detesta. La soluzione dei due Stati è ormai irrealistica, eppure è ancora quella che l’Autorità Nazionale Palestinese dichiara di sostenere.
Per quanto riguarda un gruppo come il nostro, il problema è che, a causa della repressione, i palestinesi non riescono a riunirsi. Sono passate generazioni. Per i palestinesi che vivono all’interno di Israele non è facile sedersi allo stesso tavolo con quelli della Cisgiordania.
I palestinesi del nord della Cisgiordania non possono incontrare liberamente quelli del sud. L’Autorità Nazionale Palestinese impedisce le riunioni politiche, anche quando sarebbe materialmente possibile incontrarsi.
I palestinesi di Gaza erano isolati già prima della guerra. E i palestinesi che vivono nei territori palestinesi non hanno contatti regolari con quelli che si trovano nei campi profughi in Giordania. In Giordania esistono alcuni contatti, ma in Siria sono molto più difficili. Di conseguenza, non riescono a unirsi e a creare un movimento comune.
È come se esistessero cinque popolazioni palestinesi separate, incapaci di sedersi allo stesso tavolo. Questo accade, in parte, per ragioni politiche e a causa della repressione. Israele ha favorito questo processo di frammentazione.
(Non c’è un’organizzazione come l’Organizzazione per la liberazione della Palestina, non c’è una leadership nazionale) perché molti dei loro leader sono morti o si trovano in prigione, come Marwan Barghouti e altri. E non hanno un programma politico condiviso. Sono bloccati. In altre parole, manca una voce palestinese unitaria. Esiste un movimento internazionale di solidarietà, ma manca una direzione chiara.
Non esiste un obiettivo finale condiviso. E soltanto i palestinesi possono definirlo. Nessun altro può parlare al loro posto. Quello che stiamo cercando di fare, ed è davvero difficile, è trovare il modo di organizzare i palestinesi, farli incontrare e creare uno spazio di discussione.
Uno Stato, mi dice, che non sarebbe più Israele. Avete mai pensato a un possibile nome per questo nuovo Stato?
Questo è proprio il problema. No. Il nome dovrà emergere in seguito. Ed è qui che la situazione è particolare.
In Sudafrica, bianchi e neri erano tutti sudafricani. Esisteva già un’identità nazionale comune, nonostante le profonde disuguaglianze e il sistema di apartheid. Era comunque possibile votare, sebbene i diritti fossero distribuiti in modo diseguale. Si poteva quindi passare dal Sudafrica dell’apartheid a un Sudafrica post-apartheid.
Qui, invece, non abbiamo questa condizione. Questo territorio non è riconosciuto da tutti come Palestina. Gli israeliani non accetterebbero mai l’idea che sia Palestina, mentre i palestinesi non accetterebbero mai l’idea che sia Israele.
Non esiste un’identità condivisa che faccia da collegamento. Non esiste un «noi» comune. In Sudafrica esisteva un’identità sudafricana condivisa: si poteva dire «noi sudafricani», anche se eravamo in conflitto tra loro, quasi come in una guerra civile.
Qui non c’è niente che unisca israeliani e palestinesi in un’identità comune. Perciò non si può dare un nome a un Paese prima di aver costruito una società civile. Il nome emergerà in seguito.
Si dice che Israele sia un Paese diviso, che rischia di finire non per mano dei palestinesi o della comunità israeliana, ma per le tensioni che lo attraversano all’interno, c’è chi parla di guerra civile. Ma gli israeliani sono davvero così divisi?
Sono molto divisi, ma non sulla Palestina.
La vera frattura riguarda il rapporto tra religione e laicità, mi spiega Jeff.
All’inizio dello Stato, la popolazione ultraortodossa era molto ridotta. Ma queste comunità hanno (moltissimi) figli per generazione. Di conseguenza, la loro presenza sta crescendo sempre di più. Credo che gli ultraortodossi rappresentino ormai circa il 40% della popolazione di Gerusalemme.
Controllano la città. Il consiglio comunale ha 31 membri, 26 dei quali sono ultraortodossi. Se si arriverà al punto in cui inizieranno a esercitare apertamente questo potere — e ci stiamo avvicinando — potranno determinare la composizione del governo attraverso le coalizioni politiche. Potrebbero diventare il gruppo decisivo. Potrebbero voler chiudere le strade o imporre la chiusura dei cinema il sabato.
Se dovessero sentirsi abbastanza forti da imporre leggi religiose alla popolazione, allora penso che potrebbero verificarsi conflitti interni. Ma questa è l’unica questione sulla quale vedo un rischio concreto di conflitto civile.
Un mondo ortodosso, mi racconta Jeff, che sta cambiando, sempre più religioso da una parte, ma sempre più integrato nel movimento sionista, allontanandosi dalle radici anti-sioniste. Mi invita a leggere, però, il fenomeno della colonizzazione non solo da un punto di vista religioso.
I coloni mossi da motivazioni ideologiche sono religiosi. In altre parole, si trasferiscono lì per insediarsi nella terra d’Israele, che considerano parte della loro eredità religiosa. La stragrande maggioranza di loro è religiosa.
Ma Sharon fece una cosa intelligente: capì che non erano abbastanza numerosi per colonizzare davvero tutta la Cisgiordania. Servivano centinaia di migliaia di persone, e loro non erano sufficienti. Perciò separò l’insediamento dalla motivazione ideologica. Cominciò a costruire città piacevoli in cui vivere. N
aturalmente, non fu soltanto merito suo … Sono semplicemente città. La gente vuole una vita normale. Non sono come le comunità ultraortodosse … Si è passati dagli insediamenti dei coloni religiosi a luoghi semplicemente piacevoli in cui vivere. Appartamenti belli, parchi, servizi sociali, buone scuole. Le persone hanno cominciato a trasferirsi lì perché offrivano una buona qualità della vita.
Siamo a Gerusalemme, dicono che anche questa città stia cambiando, che stia diventando sempre più violenta.
Parli di Gerusalemme, quando gli israeliani parlano di Gerusalemme, intendono Gerusalemme Ovest. Gerusalemme Ovest sta diventando più ultra-ortodossa.
E l’Est?
L’Est è una parte della città che nessuno conosce. Gli autobus della compagnia nazionale non vanno a Gerusalemme Est. Gli israeliani non hanno idea di dove sia Gerusalemme Est. Dove siano Beit Hanina, Wadi Joz, Silwan, non hanno mai sentito parlare di questi posti.
All’Est, sono palestinesi, ma non sono cittadini per la vastissima maggioranza. Nel corso degli anni c’è stato un cambiamento. Ora ci sono palestinesi a Gerusalemme Est che stanno cercando di fare domanda (per la cittadinanza)
(All’inizio non la volevano), ora è Israele che sta dicendo di no.
Sono residenti permanenti. Il che significa che devono dimostrare che il centro della loro vita è Gerusalemme. È qui che vivono. È qui che lavorano. È qui che i bambini vanno a scuola. Poiché Israele non permette la costruzione di nuove case a Gerusalemme Est, e demolisce case, c’è una carenza di alloggi.
Il prezzo degli alloggi è altissimo e il 70% delle persone a Gerusalemme Est, la popolazione araba, vive sulla soglia di povertà, quindi non possono permettersi (una casa). Si trovano un alloggio fuori dai confini di Gerusalemme. In Cisgiordania … Ma a quel punto hanno cambiato il centro della loro vita. Non sono più a Gerusalemme. E se ti beccano, perdi la residenza. Quindi c’è molta pressione.
Quello che puoi fare è cercare di volare basso, dire a tutti che il tuo indirizzo è a Gerusalemme. Quando in realtà vivi in Cisgiordania.
Israele ha ispettori che vanno in giro a Gerusalemme Est e bussano alla porta nel cuore della notte. E dicono: “Qui c’è scritto che Salim vive qui con sua moglie e cinque figli. Vogliamo parlargli”. E lui non c’è.
(Accade lo stesso) se vai all’estero a studiare o a lavorare.
Racconto a Jeff di come mi sono innamorata di questa città la prima volta che sono venuta qui, al punto da pensare che forse sarei potuta venir qui ad invecchiare. Ora è una città diversa. Cosa ami davvero di Gerusalemme, Jeff? Del vivere qui?
Niente.
Gerusalemme ha una storia interessante. Ho scritto un libro sulla comunità ebraica, il vecchio Yishuv, la comunità ebraica a Gerusalemme nel XIX secolo. Sono un antropologo urbano, quindi ho studiato l’intero sviluppo della moderna Gerusalemme, la parte occidentale di Gerusalemme.
È interessante. Senza l’occupazione, potrebbe essere una città meravigliosa. Wow! Ma a causa dell’occupazione, e dell’essere una città di destra, è pesante. Sono pietre. È la religione. È la storia. Sono i muri. L’occupazione ti pesa sulla testa.
C’è un potenziale qui, ma oggi non è una città felice. Le persone cercano di essere felici a volte … Ma è forzato.
(Tel Aviv è diversa)
Hai ancora la speranza che qualcosa possa cambiare, che l’occupazione possa finire?
Se ci organizziamo come l’ANC, possiamo ottenere lo Stato unico … Succede. È una lotta. Questa è una lotta. Ma la lotta deve essere organizzata e strategica. Deve avere un programma. E questo non esiste oggi. È questa struttura che sto cercando di costruire.
Se riusciamo a organizzarci, possiamo vincere. Sai, potrebbe succedere, potrebbe accadere.
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