5 novembre 2026 – Notiziario Mondo

Scritto da in data Novembre 5, 2026

  • Introduzione: l’America delle prime volte.
  • Gaza, si continua a morire. Israele, il voto e le accuse senza prove.
  • Francia, attacco informatico alle scorte di plasma.
  • Paraguay, conti bloccati e presidente sotto accusa.
  • Hong Kong, l’attivista Joshua Wong condannato ad altri dieci anni.
  • Haiti, le gang si vendicano sulla popolazione.
  • Sudafrica, l’ANC di misura nei primi risultati delle comunali.

Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets. A cura di Barbara Schiavulli

«Per la prima volta». È una bella frase da dire la notte delle elezioni. A volte viene da chiedersi come mai ci sia voluto tanto. È il 2026 e gli Stati Uniti hanno appena eletto la loro prima governatrice nera.

Si chiama Keisha Lance Bottoms e guiderà la Georgia. In New Mexico vince Deb Haaland, prima donna nativa americana eletta governatrice. E al Senato arrivano Peggy Flanagan, prima donna nativa americana a entrarci, Abdul El-Sayed, primo senatore musulmano, e Chris Pappas, primo uomo dichiaratamente gay eletto in quella camera.

I democratici conquistano Camera e Senato. In Texas si prendono anche il governatorato. E in Kansas mandano al Senato un democratico per la prima volta dal 1932. Per ritrovare il precedente bisogna risalire alla Grande Depressione.

In campagna elettorale, Donald Trump aveva chiesto agli americani di votare come se sulla scheda ci fosse il suo nome. Peter Baker, del New York Times, ha contato quarantasette inviti. Dopo lo scrutinio, Trump ha ricordato che il suo nome sulla scheda, in effetti, non c’era. Una precisazione impeccabile. Peccato sia arrivata a urne chiuse.

Trump ha ancora due anni alla Casa Bianca, il potere di veto e il comando delle forze armate. Da gennaio, però, dovrà fare i conti con un Congresso che potrà aprire inchieste sulla sua amministrazione. E con un’America che, dopo aver ascoltato a lungo la sua voce, ha appena mandato a Washington un bel po’ di voci nuove.

Stati Uniti

Gli americani hanno votato. E il colpo a Donald Trump arriva anche dagli Stati dove il suo partito sembrava più al sicuro. I democratici conquistano Camera e Senato.

È la prima volta dal 2006 che, in un’elezione di metà mandato, entrambe le camere passano all’opposizione. Nella stima di ABC News aggiornata alle 3.30 italiane del 5 novembre, i democratici arrivano a 240 seggi alla Camera. Al Senato sono 54 contro 44, con Alaska e Mississippi ancora in bilico. Risultati della Camera.

I democratici hanno strappato sette seggi senatoriali ai repubblicani. In Texas, James Talarico è il primo democratico eletto al Senato dal 1988. Nello stesso Stato, Gina Hinojosa batte il governatore Greg Abbott.

In Kansas, il pastore metodista Adam Hamilton interrompe un’attesa di 94 anni. E in Michigan il medico progressista Abdul El-Sayed, bersaglio di attacchi alla sua fede durante la campagna, diventa il primo musulmano eletto al Senato degli Stati Uniti.

Quasi nove elettori su dieci, nel sondaggio SSRS ripreso da Reuters, indicano il costo della vita come un fattore importante o decisivo per il voto. E circa sette su dieci, secondo Associated Press, ritengono che il Congresso abbia fatto troppo poco per controbilanciare il potere del presidente. Il prezzo della spesa e quello della benzina hanno pesato. Anche la guerra con l’Iran e i dazi.

Dal 3 gennaio i democratici potranno usare le commissioni della Camera per aprire indagini, convocare testimoni e chiedere documenti. Al Senato potranno bloccare le nomine di ministri e giudici federali.

Intanto, Hakeem Jeffries si è candidato alla presidenza della Camera. Se eletto, sarà il primo afroamericano a ricoprire l’incarico. Lo speaker uscente, Mike Johnson, ha fatto sapere che non correrà per guidare la minoranza repubblicana.

Trump dice al New York Times di essere pronto ad accettare il risultato e a lavorare con i democratici. Sui social, intanto, pubblica un cappellino con una sola parola, «VETO». È un potere che gli resta, insieme agli strumenti dell’esecutivo, e che minaccia già di usare.

Il vicepresidente JD Vance attribuisce la sconfitta alla guerra con l’Iran. Tra le richieste che dice di aver raccolto dagli elettori ci sono la fine del conflitto, una risposta al caro vita e un cambio nei rapporti con Israele. Trump ammette che la guerra ha pesato sul voto. E dice che, potendo tornare indietro, la farebbe di nuovo.

Palestina e Israele

A Gaza la tregua continua a contare i morti. Nell’ultimo bollettino del ministero della Salute, datato 4 novembre, sono registrati tre decessi: due persone uccise nei nuovi attacchi israeliani, una morta per ferite precedenti. Ventuno i feriti.

Il bilancio dal 7 ottobre 2023 sale a 74.618 morti e 175.920 feriti. Dall’11 ottobre 2025, primo giorno intero del cessate il fuoco, i palestinesi uccisi sono almeno 1.602, i feriti 5.794. Altri 847 corpi sono stati recuperati. Chiamarla tregua non basta a renderla tale per chi continua a finire in ospedale, o all’obitorio.

E poi c’è chi si consuma lontano dalle telecamere. La giornalista palestinese Bushra al-Tawil, arrestata il 5 febbraio, ha perso sedici chili. Lo denuncia la Commissione palestinese per gli affari dei detenuti, attraverso il racconto raccolto dal suo avvocato.

È in isolamento dal 17 agosto: il 2 novembre la misura è stata prolungata di un altro mese. La Commissione riferisce di cibo insufficiente, scabbia, infiammazioni dolorose alle mani e ai piedi e richieste di cure ignorate. Sedici chili persi. Anche così si misura quello che accade dentro una prigione.

Nella Cisgiordania occupata, intanto, la pressione continua sulle persone e sulla terra. Secondo il Club dei prigionieri palestinesi, le operazioni israeliane del 4 novembre hanno portato ad almeno 45 arresti, tra cui cinque donne e due giornalisti. Vicino al campo profughi di Tulkarm, venticinque famiglie sono state costrette a lasciare casa; alcune abitazioni sono diventate postazioni militari.

Si aggiungono alle circa 32.000 persone allontanate dai campi di Jenin, Tulkarm e Nur Shams nell’operazione iniziata nel gennaio 2025. Human Rights Watch ha documentato quei trasferimenti forzati, qualificandoli come crimini di guerra e contro l’umanità.

Ad al-Mughayyer, vicino a Ramallah, WAFA riferisce di lacrimogeni israeliani contro una scuola: diversi studenti hanno avuto difficoltà respiratorie, un insegnante è stato trattenuto e l’ingresso chiuso. Nella valle del Giordano, demolite strutture abitative e agricole di tre famiglie. A Surif, vicino a Hebron, coloni hanno danneggiato ulivi sotto la protezione dei soldati, sempre secondo WAFA. Scuola, casa, raccolto: la vita quotidiana viene colpita in ogni sua parte.

A nord-ovest di Ramallah, inoltre, Israele ha dichiarato “proprietà statale” oltre 253 ettari appartenenti a tre villaggi palestinesi.

La Commissione contro il muro e gli insediamenti avverte che il provvedimento facilita l’espansione e il collegamento delle colonie intorno a Kerem Reim. I proprietari hanno quarantacinque giorni dalla pubblicazione per presentare ricorso.

Sul fronte politico israeliano, i risultati delle elezioni del 27 ottobre sono stati certificati. La commissione non ha trovato irregolarità tali da compromettere l’esito. Le indagini sulle presunte interferenze straniere continuano, ma non giustificano il blocco dei risultati richiesto da esponenti della maggioranza uscente. Il presidente della commissione, Noam Sohlberg, avverte: delegittimare il voto rappresenta un pericolo reale per la democrazia.

In questo clima, il capo dello Shin Bet, David Zini, ha chiesto di interrogare esponenti dei partiti arabi. La procuratrice generale ha contestato la mancata consegna del materiale investigativo e ribadito che non si interrogano cittadini o parlamentari senza elementi che lo giustifichino. Il sospetto richiede un’indagine. Non può sostituire le prove.

Herzog ha intanto avviato le consultazioni per scegliere chi proverà a formare il governo. Deve individuare chi ha maggiori possibilità di costruire una maggioranza: non necessariamente il leader del partito più grande.

E il voto americano entra nella crisi israeliana. Yair Golan sostiene che la vittoria democratica mostri quanto Netanyahu sia diventato “tossico” anche a Washington. Yair Lapid dice che viene meno qualsiasi possibilità di un governo di unità guidato da lui. Sono le valutazioni dell’opposizione, che usa la sconfitta di Trump per chiedere l’uscita di scena del premier.

Iran

«Gli americani hanno detto no alla guerra». Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, legge così la sconfitta repubblicana alle elezioni di metà mandato. È l’interpretazione di Teheran, che accompagna l’esultanza con una minaccia: nuovi attacchi americani porteranno un «incubo».

Trump riconosce che l’Iran ha pesato sulla sconfitta. Ma al Wall Street Journal dice che rifarebbe la guerra. Al Financial Times esclude attacchi immediati, precisando però che le forze americane sono pronte a colpire. E intanto ha confermato un bombardamento contro una struttura antiaerea iraniana. La diplomazia continua. Anche le bombe.

Il Qatar cerca un’intesa, ma Teheran giudica insufficiente la risposta americana alle proprie condizioni: fra queste, revoca delle sanzioni e fine del blocco navale statunitense. La riapertura di Hormuz resta appesa al negoziato.

Proprio nello stretto, i Guardiani della rivoluzione sostengono che quattro petroliere siano state distrutte dalle mine, altre due fermate e un drone americano abbattuto. Sono rivendicazioni senza conferme indipendenti.

E le conseguenze arrivano fino a noi. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, l’Unione europea affronta l’inverno con le scorte di gas stagionali più basse dal 2013. Le interruzioni a Hormuz alimentano la pressione sui prezzi, che potrebbe durare nel 2027. Per chi paga le bollette, questa guerra è già entrata in casa.

Sudafrica

In Sudafrica, l’African National Congress è in testa di un soffio dopo le elezioni comunali del 4 novembre. Con circa il 12 per cento dei voti scrutinati, il partito di Nelson Mandela è al 32 per cento, contro il 31 dell’Alleanza democratica.

Lo scrutinio è ancora all’inizio, soprattutto nelle province più popolose. I risultati definitivi sono attesi domenica. I dati parziali, secondo Reuters.

L’ANC, che guidò la lotta contro l’apartheid, era già sceso sotto il 50 per cento alle comunali del 2021. Nel 2024 ha perso anche la maggioranza in Parlamento e oggi governa con l’Alleanza democratica e altri partiti. A Soweto, un elettore racconta ad Anadolu perché ha votato per cambiare: manca l’acqua potabile e le fogne perdono in strada. È da lì che passa la fiducia in chi governa.

Francia

Dopo i frigoriferi dei supermercati, quelli che custodiscono plasma per trasfusioni e medicinali. In Francia, un attacco informatico ha coinvolto tre siti dell’ente nazionale del sangue. L’intrusione risale alla notte tra il primo e il 2 novembre: colpito un fornitore delle apparecchiature frigorifere, alterate le impostazioni per portare le temperature a livelli molto elevati.

Gli allarmi hanno permesso al personale di intervenire e mettere al sicuro le sacche. Secondo l’ente, nessun prodotto è andato perso e nessun paziente ha subito conseguenze. Raccolta e distribuzione sono proseguite.

Le autorità indagano. Non è accertato un collegamento con gli attacchi ai supermercati europei. Ma il rischio è concreto: manomettere a distanza la catena del freddo può mettere in pericolo anche le scorte da cui dipendono le cure. Questa volta, gli allarmi hanno funzionato.

Regno Unito

Dentro la Corte suprema si discute se sia legittimo vietare Palestine Action. Fuori, la polizia arresta chi manifesta a suo sostegno. A Londra, il 4 novembre, i fermati sono saliti a 27: il sospetto è di aver espresso sostegno a un’organizzazione bandita dalle leggi antiterrorismo.

La cofondatrice Huda Ammori chiede di annullare il divieto. I suoi avvocati denunciano una restrizione sproporzionata della libertà di protesta; il governo sostiene che anche gravi danneggiamenti possano costituire terrorismo. Dall’introduzione del divieto, gli arresti hanno superato quota tremila. E la domanda pesa: quanto spazio resta al dissenso quando un cartello può portarti in un furgone della polizia?

Haiti

Ad Haiti, almeno sedici persone sono state uccise negli attacchi attribuiti alla coalizione di gang Viv Ansanm ad Arcahaie, tra il 31 ottobre e il 2 novembre. Il bilancio è del sindaco Wilner René: tra le vittime anche membri delle brigate di autodifesa. Secondo il primo cittadino, è una rappresaglia dopo un’operazione della polizia contro un capo delle bande.

Intanto, oltre duemila soldati salvadoregni inviati da Nayib Bukele partecipano alla ricerca di quattro tecnici militari scomparsi dopo un’imboscata. La polizia ha ritrovato il loro veicolo bruciato, ma dei quattro nessuna traccia.

Il governo haitiano rivendica il comando delle forze straniere. Ma per gli abitanti di Arcahaie la sicurezza si misura altrimenti: poter restare a casa senza diventare il bersaglio della prossima vendetta.

Colombia

In Colombia, il presidente Abelardo De La Espriella ha firmato il 4 novembre la legge che cambia la strategia contro le organizzazioni criminali. La Camera l’aveva approvata con 95 sì e 10 no. La riforma chiude la stagione della «Pace Totale» di Gustavo Petro e cancella i tavoli di negoziato politico con i gruppi armati.

Chi consegna armi e beni illeciti, smette di delinquere e collabora con la giustizia può ottenere uno sconto di pena. Fino al 50 per cento per i membri di base, fino al 30 per cento per i capi, che dovranno comunque scontare almeno dieci anni. Restano in vigore i mandati di cattura e le richieste di estradizione.

Paraguay

Carte inutilizzabili, conti bloccati e proteste in Paraguay dopo il crollo di Ueno Bank. La banca digitale aveva quasi tre milioni di clienti, circa metà della popolazione. La Banca centrale è intervenuta quando l’indice di solvibilità è sceso sotto la metà del minimo richiesto.

Dal 5 novembre i risparmiatori riceveranno le istruzioni per ottenere un anticipo sui depositi garantiti. Intanto la crisi arriva in Parlamento. Trentacinque deputati hanno chiesto l’impeachment del presidente Santiago Peña, già azionista del gruppo che controlla la banca. La Camera è stata convocata per discutere la richiesta. Il comunicato della Banca centrale sui rimborsi.

Hong Kong

A gennaio sarebbe dovuto uscire dal carcere. Ora Joshua Wong potrebbe restarci fino al 2036. L’Alta Corte di Hong Kong ha condannato il 5 novembre a dieci anni di prigione l’attivista trentenne, uno dei volti del movimento per la democrazia. Le due pene si sovrappongono per circa due mesi. La sentenza, secondo Associated Press.

Wong si era dichiarato colpevole a settembre di aver cospirato per colludere con forze straniere. Il caso riguarda le richieste di sanzioni contro le autorità di Hong Kong e della Cina. Il giudice ha considerato grave il reato e ha ridotto da tredici a dieci anni la pena in considerazione dell’ammissione di colpa. Wong stava già scontando una condanna legata alle primarie non ufficiali dell’opposizione del 2020.

Human Rights Watch definisce la sentenza «crudele e ingiusta» e chiede la sua liberazione immediata. Wong è in carcere da quando aveva 23 anni. Se sconterà tutta la pena, ne avrà 40 quando uscirà.

Cina e Stati Uniti

Pechino definisce il voto americano «una questione interna» e dice di voler rispettare gli accordi tra Xi Jinping e Donald Trump. Da gennaio, però, i democratici controlleranno il Congresso. Potranno chiedere conto alla Casa Bianca dei suoi dazi, mentre Trump conserva il potere di veto sulle leggi che li cancellerebbero.

E poi c’è Taiwan. Il ministro della Difesa dell’isola conta sul sostegno di entrambi i partiti americani. La prima prova concreta è già sul tavolo: una vendita di armi da 14 miliardi di dollari, ancora sospesa, che Trump ha definito una carta da giocare nei negoziati con Xi.

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