25 settembre 2026 – Notiziario Africa
Scritto da Elena Pasquini in data Settembre 25, 2026
- Astensionismo record alle elezioni in Marocco
- La vittoria del PAM non cambia gli equilibri
- Disillusione, febbre calcistica e Palestina: così si è votato
- E ancora, i diritti negati a chi dissente
- In collegamento da Cuba, Angela Gennaro.
Salé, la bianca, e Rabat, la rossa, si fronteggiano minacciose al di là delle acque spumeggianti del Bou-Regreg: entrambe cinte di mura, terrazzate, costellate di minareti, e ciascuna offre un’immagine compiuta dei due volti della città marocchina, il candido e il fulvo.
Edith Wharton, poetessa e scrittrice statunitense, prima donna a vincere il Premio Pulitzer per il romanzo, visitò il Marocco tra il 1917 e il 1918. Nelle pagine del libro che racconta quel viaggio, le due città che si guardano sembrano restituirci il carattere di un Paese sempre a cavallo tra due mondi, ponte tra Africa e Mediterraneo, Paese che si mostra nel suo splendore e si fa meta turistica tra le più sognate, eppure, Paese che cela sotto tanto splendore la sua società complessa e i suoi volti oscuri.
È qui che vogliamo condurvi oggi, nel Marocco che non si vede e che è più di un’immagine d’azzurro, di terra e di bianco, più di un profumo di spezie. È il Marocco che è andato a votare per scegliere i suoi rappresentanti e un Governo che conta molto meno di quanto immaginiamo, qui, dove il potere è ancora in mano alla monarchia.
Vi raccontiamo dell’esito di questa tornata elettorale e delle sfide che aspettano il Marocco giovane, ma dove i giovani sono disillusi, dove s’investe in grandi progetti infrastrutturali, dove si attendono i mondiali di calcio del 2030, e da cui si fugge per la troppa miseria e per le troppe diseguaglianze, che deve combattere contro l’acqua che manca e un analfabetismo ancora diffuso. E un Paese che troppe volte fa tacere le voci che dissentono.
Come sempre, la musica, che arriva dal passato e si fa, ogni volta, grido di lotta, quella dei Nass el Ghiwane.
Prima, però, andiamo a Cuba, dove è in collegamento con noi Angela Gennaro, a raccontarci la crisi, drammatica, che l’isola sta attraversando. Crisi economica, energetica, alimentare, sanitaria, ambientale.
Oggi, 25 settembre 2026
Angela Gennaro in collegamento da Cuba
L’esito del voto
Il Marocco disilluso e stanco ha scelto di esprimere il suo dissenso non andando a votare. È questo il dato più significativo di una tornata elettorale dove la vittoria del Partito Autenticità e Modernità – partito centrista, vicino alla monarchia, fondato da un ex consigliere del Re -, non è destinata a cambiare gli equilibri politici di un Paese dove la Monarchia tiene ancora saldamente in mano il potere.
L’astensione è stata da record: solo il 38,08% dei marocchini ha messo la sua scheda nelle urne. Da quelle urne il PAM, secondo i dati provvisori, ha ottenuto 97 seggi su 395. Il partito del primo ministro uscente Aziz Akhannouch, il Raggruppamento Nazionale degli Indipendenti, invece è sceso da 102 a 66.
A condurre alla vittoria il PAM, l’ingresso di Fouzi Lekjaa, il potente presidente della Federazione calcistica marocchina, ma anche delegato al bilancio, l’uomo a cui s’attribuisce il merito di aver portato i Leoni dell’Atlante ai quarti di finale nella passata edizione del campionato mondiale e l’uomo chiave dell’edizione 2030 che il Marocco co-organizzerà con Spagna e Portogallo.
Sarà il Re, Mohammed VI, ora, a nominare chi guiderà il nuovo governo, dove Lekjaa è il candidato forte insieme a Fatima Ezzahra El Mansouri, leader del partito che potrebbe essere la prima donna a guidare un Paese dove il Re che ancora controlla, però, settori chiave, come la difesa e le relazioni estere. Votare in Marocco significa ancora scegliere di fatto chi attuerà l’indirizzo strategico del Re.
Un cambiamento significativo nella compagine parlamentare lo fa segnare, il Partito della Giustizia e dello Sviluppo, PJD, d’ispirazione islamista, che raggiunge i 54 seggi, quadruplicati. Una crescita che ha il sapore di un voto di protesta, in queste elezioni dove a pesare è stato il diffuso malcontento per le condizioni di vita in Marocco, Paese di forti contraddizioni dove la crescita economica, i grandi investimenti, la modernizzazione delle infrastrutture, condividono lo spazio con la diseguaglianza, una vita troppo costosa, la mancanza di servizi di base, come la sanità.
Un Paese giovane dove però i giovani sono gli esclusi, con un tasso di disoccupazione che tra i 15 e i 24 anni raggiunge il 37% e il cui forte disagio si è espresso con le massicce proteste del 2025 e con la corsa in massa, a nuoto, di 60 mila persone verso quella che i marocchini chiamano Sabta e gli spagnoli Ceuta, quella che per gli uni è enclave, per gli altri exclave, residuo di un potere coloniale, terra europea che cerca di raggiungere chi fugge la miseria.
A determinare l’esito del voto, dunque, la disillusione da una parte, che ha condotto al forte astensionismo, dall’altra la promessa di posti di lavoro e la fascinazione per l’uomo forte che ha guidato il Marocco ai vertici del calcio mondiale – e che ha promesso di portarlo al sesto posto nel mondo anche nella sanità e nell’istruzione.
Politica, scrive la BBC, che però per molti giovani marocchini rimane profondamente scollegata dalla realtà. “Non nutro alcuna speranza per queste elezioni. Mi vergogno del nostro panorama politico. È un vero e proprio circo”, ha dichiarato alla BBC alla vigilia del voto Siham Azeroual, 32 anni, attivista ambientalista residente nella regione dell’Atlante.
Rachid Aourraz, dell’Istituto marocchino per l’analisi delle politiche, ha detto alla BBC che “lo slogan ‘un milione di posti di lavoro’ è diventato uno slogan elettorale abusato. Si parla anche di aumentare il salario minimo, ma le proposte non reggono di fronte all’incapacità strutturale di creare posti di lavoro netti stabili”, aggiungendo che i principali partiti “non competono su un modello alternativo”.
A giocare un ruolo significativo nella crescita del PJD, invece, la Palestina. Nel 2020, il Marocco ha normalizzato i suoi rapporti con Israele con gli Accordi di Abramo, per interrompere le relazioni con lo scoppio della guerra a Gaza per poi decidere a metà settembre di raggingere un’intesa sotrica: quelli che erano uffici di collegamento a Rabat e Tel Aviv, diventeranno ambasciate. Primo scambio di ambasciatori a meno di dieci giorni dal voto, in un Paese che è sceso in piazza in decine di migliaia, arrivando a dare alle fiamme la bandiera israeliana.
“Dobbiamo far sentire la nostra voce”, ha detto Abdelilah Benkirane ai suoi sostenitori durante un comizio elettorale a Marrakech, ricorda la BBC. “Se ci impegniamo a fondo, il re chiuderà l’ambasciata israeliana. Al re non piace andare contro il suo popolo”, ha aggiunto, mettendo in guardia dai “pericoli che Israele e il sionismo rappresentano in Marocco”.
Ora è tempo di trattative tra i partiti che dovranno formare la maggioranza di Governo e d’attesa per la scelta del Re.
Diritti negati
Foto di copertina: Matt Dany su Unsplash
Musica: King Dsavid /Ponds5
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