23 settembre 2026 – Notiziario Mondo

Scritto da in data Settembre 23, 2026

Al Palazzo di Vetro si parla di pace. Ma dal podio arriva anche la minaccia di annientare un paese. È la contraddizione che attraversa l’apertura dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite: nello stesso luogo si chiede di fermare le guerre e si promette di vincerle con altra distruzione.

António Guterres, al suo ultimo dibattito generale da segretario generale, chiede di fermare i combattimenti, far arrivare gli aiuti e ripristinare la libertà di navigazione. Difende una soluzione a due Stati per israeliani e palestinesi e denuncia istituzioni internazionali rimaste ancorate a rapporti di potere superati.

Allarga poi lo sguardo: servono controlli indipendenti sui rischi dell’intelligenza artificiale, mentre sul clima chi inquina deve pagare. Guerre, tecnologia, ambiente: questioni che nessun paese può risolvere da solo, per quanto potente.

Donald Trump porta sullo stesso palco un messaggio molto diverso. Per l’Iran prospetta un accordo oppure l’annientamento della Repubblica islamica. Invita inoltre i paesi membri ad abbandonare la Corte penale internazionale, che definisce fuori controllo. Sono parole pronunciate proprio nell’organizzazione nata per contenere l’uso della forza e costruire regole comuni.

Ma la giornata americana non finisce con il discorso. A margine dell’Assemblea, Trump annuncia tre ore di colloqui tra i suoi inviati e la delegazione iraniana, definendoli molto produttivi.

Steve Witkoff precisa poi che il confronto è avvenuto attraverso mediatori. È un’apertura diplomatica concreta, anche se non è stato annunciato un accordo. La minaccia dal podio e la trattativa nelle stanze accanto: entrambe fanno parte della stessa giornata.

Su Gaza, uno degli interventi più duri arriva da Emmanuel Macron. Il presidente francese contesta la distanza tra la pace proclamata e le condizioni dei palestinesi.

Parla di uno spettacolo che dovrebbe far vergognare tutti e pone una domanda sulla credibilità internazionale: che valore hanno gli impegni se, davanti alla sofferenza, si resta inattivi? Difende i due Stati e denuncia anche quanto accade nella Cisgiordania occupata.

Il re di Giordania Abdullah affronta lo stesso problema da un’altra direzione. Ricorda che contro altri paesi la comunità internazionale ha usato sanzioni, isolamento diplomatico e congelamento dei beni. Contro Israele, denuncia, le risoluzioni troppo spesso non diventano azioni.

Per il sovrano, l’inazione è una scelta politica. Erdoğan accusa invece la comunità internazionale di non aver protetto i palestinesi. Durante il suo intervento, la delegazione israeliana lascia l’aula.

Dalla denuncia agli strumenti: il premier britannico Andy Burnham richiama le restrizioni commerciali contro gli insediamenti israeliani e attacca il progetto E1, vicino a Gerusalemme, che minaccia la possibilità di uno Stato palestinese vitale.

Il suo avvertimento riguarda anche la fiducia nella politica: parlare per decenni di due Stati senza difenderne concretamente la possibilità significa consumare la credibilità delle istituzioni.

In un incontro dedicato alla questione palestinese, il Canada annuncia cento milioni di dollari canadesi: ottanta per l’assistenza umanitaria, venti per iniziative di pace e sicurezza. Un impegno finanziario da seguire nella sua attuazione, perché tra annunciare aiuti e farli arrivare alle persone c’è tutta la distanza che conosciamo.

Il presidente brasiliano Lula porta al centro un altro tema: chi decide il futuro di un paese. Respinge le interferenze straniere nelle elezioni e ribadisce che il Brasile non è il cortile di nessuno.

Alla vigilia del voto brasiliano, è un messaggio anche a Washington: cooperazione non significa accettare che una potenza esterna scelga per gli altri.

L’emiro del Qatar, infine, chiede un sistema di sicurezza regionale fondato sul rispetto della sovranità. Il punto è impedire che un paese possa trascinare i propri vicini in una guerra che non hanno scelto.

Dai discorsi e dagli incontri di questa prima giornata emergono dunque minacce, aperture e alcuni impegni. Ma il criterio per giudicarli resta fuori dal Palazzo di Vetro: quanti aiuti passano, quante persone possono tornare a casa, quanti attacchi vengono fermati.

Per chi cerca un familiare sotto le macerie, la differenza tra un bel discorso e una decisione è molto semplice. La decisione può ancora salvare qualcuno.

I titoli di oggi

  • USA e Iran si incontrano all’ONU per tre ore.
  • Yemen: si riforniscono i caccia. E la pace?
  • Palestina: la tregua che continua a contare i morti.
  • Mali, la sicurezza promessa e quella che manca.
  • Nazioni Unite, la pace al microfono e la guerra fuori.
  • Groenlandia, più spazio ai militari americani.
  • Messico: uragano Polo, il pericolo arriva anche senza toccare terra

Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets a cura di Barbara Schiavulli

Yemen

La Gran Bretagna si prepara a rifornire in volo i caccia sauditi, mentre in Yemen si intensificano gli scontri tra gli Houthi, il movimento sostenuto dall’Iran, e le forze governative appoggiate da Riad.

Un aereo cisterna della Royal Air Force opererà da Cipro, permettendo ai velivoli sauditi di restare in aria più a lungo. Londra parla di un intervento temporaneo e «difensivo». Ma rifornire i caccia significa comunque sostenere concretamente un’operazione militare.

Sul terreno, il Guardian riporta fino a 169 morti in tre giorni, sulla base delle informazioni delle parti in conflitto. Secondo l’agenzia Saba, legata agli Houthi, i raid della coalizione a guida saudita hanno ucciso a Mocha sei civili, tra cui due bambini.

Il movimento denuncia anche nove detenuti morti nel bombardamento di una prigione. Il governo yemenita accusa invece gli Houthi di aver lanciato missili contro un mercato nella provincia di Lahj. Sono denunce delle parti: l’attribuzione va tenuta presente.

E il rischio è che il conflitto coinvolga altri paesi. Il leader degli Houthi ha intimato a Turchia e Pakistan di non sostenere militarmente Riad. Il G7, da parte sua, chiede all’Iran di interrompere il sostegno al movimento e agli Houthi di fermare gli attacchi e tornare al negoziato.

Intanto l’Arabia Saudita ha riavviato, a capacità ridotta, l’oleodotto che porta il greggio verso il Mar Rosso, aggirando lo stretto di Hormuz. La notizia ha fatto scendere il Brent di oltre due dollari al barile.

Ecco il doppio conto di questa guerra: sui mercati si misura quanto costa il petrolio. Nelle famiglie, chi manca all’appello. Il primo può scendere. Il secondo, finché si continua a sparare, non fa che salire.

Iran

Prima la minaccia di annientare l’Iran. Poi l’annuncio di tre ore di colloqui «molto produttivi». A New York, il 22 settembre, la diplomazia tra Washington e Teheran è tornata a muoversi a margine dell’Assemblea generale dell’ONU.

Donald Trump ha annunciato contatti tra le delegazioni e un nuovo appuntamento nel prossimo futuro. Ma c’è una precisazione importante: l’inviato americano Steve Witkoff ha spiegato che i colloqui si sono svolti attraverso mediatori, che passavano dall’una all’altra delegazione. Dunque, una ripresa del confronto, non un faccia a faccia confermato.

Sul versante americano erano coinvolti Witkoff e Jared Kushner. Secondo la televisione statale iraniana IRIB, a rappresentare Teheran era il ministro degli Esteri Abbas Araghchi.

L’ottimismo, per ora, è soprattutto quello dichiarato da Trump. Non sono stati annunciati un accordo né impegni concreti condivisi. E il presidente continua a presentare all’Iran la stessa alternativa: un futuro di prosperità oppure la distruzione. È difficile costruire fiducia mentre si continua a minacciare l’interlocutore.

Resta centrale lo stretto di Hormuz. Un alto funzionario iraniano ha detto a Reuters che potrebbe riaprire entro sette giorni, se gli Stati Uniti riducessero la pressione militare e togliessero il blocco ai porti iraniani. Ma l’agenzia Fars ha riportato una smentita. Quella settimana, quindi, non è un conto alla rovescia concordato.

Intanto Washington propone, insieme agli alleati arabi, un fondo da dieci miliardi di dollari per ricostruire infrastrutture energetiche e sviluppare rotte alternative a Hormuz. Anche questo resta un progetto, non un risultato acquisito.

La notizia è che le parti hanno ripreso a parlarsi, sia pure attraverso intermediari. È un passaggio importante. Ma per chi vive sotto la minaccia degli attacchi, o paga questa guerra attraverso il costo della vita, tre ore di colloqui diventano una svolta soltanto quando cambiano qualcosa fuori dalla stanza.

Palestina e Israele

A Gaza, altre cinque persone morte e venticinque ferite nelle ultime ventiquattr’ore. Quattro uccise nei nuovi attacchi israeliani, una morta per ferite precedenti, secondo il ministero della Sanità della Striscia.

Il bilancio dal 7 ottobre 2023 raggiunge 73.919 morti. Dall’inizio della tregua, nell’ottobre scorso, i palestinesi uccisi sono almeno 1.399. Chiamarla cessate il fuoco non basta a fermare i proiettili.

Nella Cisgiordania occupata, l’agenzia palestinese Wafa riferisce di coloni che hanno danneggiato case e automobili ad Al-Mazra’a al-Sharqiya, vicino a Ramallah, e sradicato ulivi a Ni’lin. Distruggere un uliveto significa togliere anche reddito e futuro a chi lo coltiva.

Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz minaccia di evacuare tutta Gaza City se Hamas rapirà un altro israeliano, civile o militare. Cita informazioni d’intelligence su nuovi sequestri in preparazione, senza fornire dettagli che permettano di verificarle.

Katz esclude inoltre ulteriori ritiri dalla “linea gialla”, che delimita le aree sotto controllo militare israeliano, finché Hamas resterà al potere e Gaza non sarà smilitarizzata.

La minaccia riguarda, nelle sue parole, un milione di persone da spostare verso sud. Fermiamoci su questo: un’intera popolazione avvertita che potrebbe dover lasciare le proprie case per un’azione sulla quale non ha alcun controllo.

Intanto, oltre centosessanta sportivi irlandesi chiedono alla nazionale di calcio di boicottare le prossime partite contro Israele. La federazione vuole giocare, pur avendo chiesto alla UEFA di sospendere Israele dalle competizioni. Una frattura che porta anche negli spogliatoi una domanda: quando partecipare smette di essere soltanto sport?

E la richiesta di giustizia arriva in Italia. La Fondazione Hind Rajab annuncia una denuncia contro il soldato israeliano Yonatan Chalich, che indica come attualmente in vacanza in Toscana.

Gli attribuisce un possibile coinvolgimento in crimini a Gaza, compreso l’attacco all’ospedale Al-Shifa. Sono accuse da accertare, non una sentenza. Ma la domanda posta alla giustizia italiana è concreta: verificare le responsabilità, anche quando la guerra sembra lontana.

Israele elezioni

In Israele, prima ancora di scegliere chi governerà, si discute di chi potrà candidarsi. Il leader di Balad, Sami Abu Shehadeh, palestinese cittadino israeliano, rischia l’esclusione dalle elezioni di ottobre.

La richiesta arriva dal partito di estrema destra di Itamar Ben-Gvir. Al centro, un articolo scritto l’8 ottobre 2023: per la procuratrice generale contiene elementi che potrebbero configurare sostegno alla lotta armata contro Israele.

Abu Shehadeh respinge l’accusa: afferma di non aver sostenuto gli attacchi di Hamas e di condannare la violenza contro i civili.

La procuratrice invita a valutare seriamente l’esclusione, ma respinge le richieste contro altre liste e contro il deputato di sinistra Ofer Cassif.

Non c’è ancora una decisione definitiva: un’eventuale esclusione del candidato richiederebbe l’approvazione della Corte suprema.

La posta in gioco riguarda anche gli elettori: escludere un candidato significa restringere la loro possibilità di scelta. Per questo servono prove solide e garanzie rigorose. La competizione democratica comincia prima dell’apertura delle urne.

Mali

In Mali, oltre cento soldati sarebbero stati uccisi nell’attacco del 10 settembre a Dioura, nel centro del paese. Due fonti citate da Reuters stimano tra centoventi e centotrenta morti; una riferisce anche di oltre cento militari catturati.

L’esercito ammette perdite, senza quantificarle. Il gruppo jihadista JNIM, legato ad al-Qaeda, rivendica inoltre attacchi a Sévaré e Konna, dichiarando altri trentatré morti tra le forze filogovernative. Bilanci non verificati in modo indipendente. In entrambe le località, i militari maliani sono sostenuti dai russi dell’Africa Corps.

La giunta ha puntato sull’alleanza con Mosca, ma gli attacchi continuano e la sicurezza peggiora. Per chi vive in queste zone, il metro di giudizio è concreto: poter uscire di casa, lavorare, tornare vivi. Cambiare alleato militare, da solo, non mette al sicuro nessuno.

Gambia

In Gambia, Sanna Manjang, ex capo dei Junglers, il gruppo paramilitare del regime di Yahya Jammeh, è comparso davanti a un tribunale militare. L’accusa è diserzione: lasciò il paese nel 2017, dopo la caduta del presidente.

I Junglers sono accusati dall’ONU di uccisioni extragiudiziali e torture. Manjang era stato incriminato per quattro omicidi, compreso quello del giornalista Deyda Hydara, assassinato nel 2004. Ma quelle accuse sono cadute a luglio, per le difficoltà nel convocare i testimoni.

È una distinzione fondamentale: questo processo riguarda l’abbandono dell’esercito. Per le famiglie delle vittime, vedere un imputato in aula conta. Accertare le responsabilità delle uccisioni resta però un’altra promessa da mantenere.

Spagna

La Spagna lascia proseguire la richiesta americana di estradizione di Fergie Chambers, attivista statunitense e finanziatore di progetti per Gaza. Il governo autorizza l’esame dei tribunali: non ha deciso di consegnarlo agli Stati Uniti.

L’atto d’accusa americano resta riservato. Secondo il suo avvocato, Baltasar Garzón, le contestazioni riguardano riciclaggio finalizzato al finanziamento del terrorismo e reati collegati alle proteste filopalestinesi. La difesa denuncia una persecuzione politica.

Chambers resta detenuto a Madrid. Ora occorrerà esaminare le accuse e le prove: sostenere la causa palestinese non dimostra un reato, così come definirsi attivista non esonera da eventuali responsabilità. È proprio questa distinzione che la giustizia deve garantire.

Russia

In Russia, il partito di Putin consolida il controllo della Duma: secondo i risultati preliminari ufficiali, Russia Unita conquista circa il cinquantotto per cento dei voti e si avvia a occupare oltre tre quarti dei seggi.

Ma il contesto conta: opposizione repressa, informazione controllata e Yabloko, partito contrario alla guerra, escluso dalla competizione nazionale sulle liste, pur con alcuni candidati nei collegi.

Sono le prime parlamentari dall’invasione del 2022. Mosca ha fatto votare anche nei territori ucraini occupati, con annessioni non riconosciute internazionalmente.

Una maggioranza schiacciante, dunque. Ma quando si restringe la possibilità di dissentire, contare i voti non basta a misurare il consenso.

Groenlandia

Gli Stati Uniti ampliano la propria presenza militare in Groenlandia. L’accordo firmato con Danimarca e Groenlandia, a margine dell’Assemblea generale dell’ONU, non ha una scadenza.

Washington potrà potenziare la base di Pituffik e creare nuove aree militari a Narsarsuaq e Mestersvig. Il testo contempla anche il Golden Dome, il progetto americano di difesa antimissile, e amplia la libertà di movimento delle forze statunitensi.

Trump parla di controllo permanente sulla sicurezza. Ma il documento ribadisce la sovranità del Regno di Danimarca e il diritto dei groenlandesi all’autodeterminazione.

C’è però una clausola significativa: anche un’eventuale Groenlandia indipendente dovrebbe restare nella NATO e assumere gli obblighi dell’accordo.

Prima dell’entrata in vigore servono i passaggi parlamentari danesi e groenlandesi. Il testo promette rispetto per caccia, pesca e vita locale, oltre a commesse alle imprese dell’isola.

Perché sulle carte strategiche si disegnano basi. Ma nei luoghi scelti, le persone ci vivono.

Stati Uniti

In California, cinque studenti ed ex studenti di Stanford potranno chiudere il procedimento per l’occupazione dell’ufficio del presidente dell’università durante le proteste filopalestinesi del 2024.

Le accuse saranno ritirate a condizioni precise: cento ore di servizio alla comunità ciascuno e circa cinquantaduemila dollari complessivi di risarcimento all’ateneo. Il precedente processo si era concluso senza verdetto, perché la giuria non aveva raggiunto l’unanimità.

A Washington, invece, cinque grandi reti televisive sospendono la copertura condivisa del presidente: il sistema in cui una troupe riprende gli eventi anche per le altre emittenti. Protestano contro l’esclusione dalla Casa Bianca di CNN, MS NOW e Politico, che hanno fatto causa denunciando una violazione della libertà di stampa.

Il punto è semplice: seguire un presidente non significa lavorare per lui. E l’accesso dei giornalisti non dovrebbe essere un premio per chi racconta la versione più gradita al potere.

Messico

Nel Pacifico, al largo del Messico, l’uragano Polo ha raggiunto la categoria cinque, la più alta. Nell’ultimo bollettino verificato del National Hurricane Center, i venti sostenuti arrivano a circa duecentottanta chilometri orari.

Il centro dovrebbe restare al largo, ma sulle coste sudoccidentali messicane sono previste piogge intense fino a giovedì, con rischio di alluvioni e frane potenzialmente mortali, soprattutto in Guerrero e Michoacán.

Nella California meridionale, la preoccupazione riguarda soprattutto onde alte e correnti pericolose, con possibili allagamenti costieri in coincidenza con l’alta marea.

Un uragano non deve necessariamente raggiungere la terraferma per mettere in pericolo chi ci vive.

Argentina

L’Argentina ha presentato una protesta diplomatica al Regno Unito per il rinnovo di licenze petrolifere nelle acque delle Falkland, chiamate Malvine da Buenos Aires: isole amministrate dai britannici e rivendicate dall’Argentina.

Contestato anche il via libera all’acquisizione del sessantacinque per cento di un’area di esplorazione da parte di una controllata dell’israeliana Navitas Petroleum.

Buenos Aires considera illegittime queste attività senza la propria autorizzazione, richiama le risoluzioni ONU contro le iniziative unilaterali e avverte le imprese del rischio di sanzioni. Chiede però di riaprire il negoziato sulla sovranità.

La questione resta aperta. E sotto la disputa sulle bandiere ci sono anche le risorse: chi può estrarle, chi incasserà i profitti e chi ne sosterrà i rischi.

Sri Lanka

In Sri Lanka, quattordici imputati sono stati riconosciuti colpevoli di tutte le accuse per il sostegno agli attentatori della Pasqua 2019. Un quindicesimo è stato giudicato colpevole solo di alcuni reati; nove sono stati assolti.

Gli attacchi suicidi contro tre chiese e tre alberghi uccisero 279 persone, secondo il bilancio riportato dall’AFP. Famiglie riunite per la messa, persone in viaggio: una domenica trasformata in strage.

Resta separata l’indagine sull’ex capo dell’intelligence Suresh Sallay, per i presunti legami con gli attentati: accuse che respinge.

Il verdetto segna un passaggio importante. Ma per chi ha perso qualcuno, la giustizia significa anche chiarire tutte le responsabilità, comprese quelle eventualmente dentro lo Stato.

Cina

In Cina, due generali di vertice sono stati espulsi dal Partito comunista e dalle forze armate. Sono Zhang Youxia, già numero due della Commissione militare centrale e considerato il più stretto alleato militare di Xi Jinping, e Liu Zhenli, ex capo dello stato maggiore congiunto.

Secondo l’agenzia ufficiale Xinhua, sono accusati di corruzione, slealtà al partito e formazione di fazioni. Le indagini erano state annunciate a gennaio; ad agosto erano già stati rimossi dalla Commissione.

Sono accuse ufficiali, non accertamenti indipendenti. Ma la caduta di Zhang rende evidente una cosa: persino la vicinanza al vertice del potere non garantisce di conservare il proprio posto.

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