21 settembre 2026 – Notiziario Mondo
Scritto da Barbara Schiavulli in data Settembre 21, 2026
- Iran: minacce di distruzione e diplomazia sotto pressione.
- Caraibi, quattro uccisi dai militari USA e nessuna prova pubblica.
- Malta: arresti tra i giurati nel processo per l’omicidio di Dafne Caruana Galizia.
- Germania, Berlino sceglie la sinistra, il nordest premia AfD.
- Marocco, alle urne tra carovita e sfiducia.
- Cina, il futuro sale sul ring.
- Gibuti, due giornalisti scomparsi.
Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets a cura di Barbara Schiavulli
Palestina e Israele
Nella Cisgiordania occupata, un colono israeliano è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco vicino all’insediamento di Neve Tzuf. Secondo le autorità israeliane, un palestinese ha sparato da un’auto verso persone riunite presso una sorgente. Il sospettato è stato successivamente arrestato.
In un altro episodio, vicino a Jenin, soldati israeliani hanno ucciso un automobilista palestinese: l’esercito sostiene che stesse tentando un investimento. Reuters precisa che questa versione non è stata verificata indipendentemente.
Dopo la sparatoria, le forze israeliane sono entrate anche a Biddu, a nordovest di Gerusalemme. Secondo il governatorato palestinese di Gerusalemme, citato da Anadolu, hanno circondato la moschea Abdullah bin Jaber mentre i fedeli erano dentro per la preghiera pomeridiana.
Netanyahu ha ordinato di intensificare le operazioni militari. E per chi vive nei territori occupati, anche il momento della preghiera può diventare un’attesa sotto assedio.
E ancora, strade chiuse e spostamenti interrotti a Gerusalemme per Yom Kippur, il giorno più sacro del calendario ebraico.
Secondo testimoni citati da Anadolu, le autorità israeliane hanno chiuso quasi tutti i checkpoint tra la Cisgiordania e la città. Alcuni residenti palestinesi di Gerusalemme, rimasti dall’altra parte, non sono riusciti a tornare a casa.
Le restrizioni sono previste fino a lunedì sera. Per queste persone, significa aspettare davanti a un passaggio chiuso, pur avendo una casa a cui tornare.
Iran e USA
Trump dice di stare decidendo cosa fare con l’Iran. E parlando con Fox News arriva a evocare la possibilità di far saltare in aria un’intera nazione. Una nazione: dentro questa parola ci sono persone, case, ospedali. Non soltanto un governo.
Teheran risponde minacciando rappresaglie contro basi e interessi americani in tutta la regione. Avverte inoltre che considererà parte del conflitto qualsiasi paese che aiuti Washington ad attaccare.
Il comando iraniano sostiene che siano in preparazione nuove operazioni: è una sua dichiarazione, non la conferma di un attacco imminente.
Eppure un canale diplomatico resta aperto. Secondo il responsabile della sicurezza Mohsen Rezaei, l’Iran ha trasmesso attraverso il Qatar sette condizioni: tra quelle rese note, fine della guerra su tutti i fronti, sblocco dei fondi iraniani e rimozione del blocco navale americano.
Intanto gli Houthi rivendicano attacchi contro Riad e il polo petrolifero di Yanbu, senza conferme saudite sui bersagli dichiarati. Tra Hormuz e Mar Rosso, le restrizioni alla navigazione continuano a mettere sotto pressione commerci e forniture energetiche.
Al Cairo, al-Sisi incontra il direttore della CIA Ratcliffe: chiede una soluzione diplomatica e l’attuazione della tregua a Gaza.
A Teheran, invece, chiude un centro di lingua francese, accusato dalle autorità di attività contro la sicurezza nazionale. Accuse da dimostrare. Anche gli spazi culturali finiscono nella stretta, mentre alla popolazione si chiede di convivere con l’ennesima minaccia di guerra.
Yemen
Quasi 147.000 persone costrette a lasciare casa in diciotto giorni. È il bilancio dell’ente governativo yemenita per gli sfollati, relativo al periodo tra il primo e il 18 settembre. Oltre ventunmila famiglie, mentre gli Houthi avanzano contro le forze del governo riconosciuto internazionalmente, soprattutto lungo la costa occidentale e nella provincia di Taiz.
Intanto Trump sostiene che gli Houthi non combatteranno gli Stati Uniti. Un dirigente del movimento, intervistato da Associated Press, conferma l’impegno a non colpire le navi americane, nel quadro della tregua del 2025. Ma avverte gli altri paesi: chi affiancherà militarmente l’Arabia Saudita rischia di diventare un bersaglio.
È questo il punto: l’intesa con Washington non significa pace per lo Yemen, né ferma gli attacchi contro il regno saudita. E l’avanzata degli Houthi vicino allo stretto di Bab el-Mandeb mette sotto pressione anche una rotta fondamentale per il commercio internazionale.
Le famiglie, però, devono trovare una strada per sopravvivere. Cercano riparo in otto province, soprattutto Taiz e Lahj; ad Aden molte vengono ospitate da altri nuclei familiari. Migliaia hanno affrontato anche il mare verso Gibuti, secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, citata da Reuters.
Servono aiuti immediati: acqua, cibo, cure, un tetto. Perché una promessa di non sparare alle navi americane non offre alcuna garanzia a un bambino yemenita. E allontanarsi dalle bombe non basta, se poi non c’è un posto dove vivere.
Gibuti
Da sabato, intorno all’una del pomeriggio, non ci sono più contatti con Micah Reddy e Kooki Mahmoud, scomparsi a Gibuti mentre lavoravano. Reddy è un giornalista investigativo sudafricano, coordinatore per l’Africa del Consorzio internazionale dei giornalisti investigativi. Mahmoud è il giornalista locale che lo affiancava.
L’ICIJ denuncia di non aver ricevuto risposte dalle autorità. Anche il Comitato per la protezione dei giornalisti chiede di chiarire dove siano e garantirne la sicurezza.
Non sappiamo se siano stati arrestati né cosa sia accaduto. Le famiglie aspettano notizie. E due persone partite per cercare risposte sono diventate, loro malgrado, la domanda più urgente.
Malta
A Malta si apre un nuovo capitolo nel caso di Daphne Caruana Galizia, la giornalista assassinata con un’autobomba nel 2017. Tre giurati, il marito di una di loro e un giurato supplente sono stati arrestati, dopo l’assoluzione dell’imprenditore Yorgen Fenech, accusato di essere il mandante dell’omicidio.
Il sospetto riguarda le dichiarazioni rese sotto giuramento durante la selezione della giuria: alcuni avrebbero nascosto commenti pubblicati sui social contro Daphne. Un giurato avrebbe inoltre usato il telefono durante il processo, violando il divieto.
Attenzione: sono ipotesi da verificare. La polizia precisa che l’indagine riguarda il rispetto del giuramento; non dimostra che il verdetto sia stato comprato o manipolato.
Fenech resta assolto, con otto voti contro uno. La procura ha annunciato l’intenzione di ricorrere e la famiglia spera in un nuovo processo, che però non è garantito.
Perché la giustizia per una giornalista uccisa richiede anche questo: poter avere fiducia nell’imparzialità di chi giudica.
Marocco
In Marocco si vota mercoledì 23 settembre per rinnovare i 395 seggi della Camera dei rappresentanti. Ma per i partiti la sfida comincia prima dello scrutinio: convincere gli elettori che andare alle urne possa cambiare qualcosa.
Al centro della campagna ci sono lavoro e costo della vita. Reuters racconta soprattutto la disillusione dei giovani, mentre i partiti di governo promettono occupazione e investimenti.
La comunicazione elettorale si sposta sempre più sulle piattaforme digitali. Ma una campagna che funziona sul telefono non necessariamente funziona nella vita: i consensi online non pagano la spesa.
C’è poi un elemento da ricordare: la monarchia conserva il controllo su ambiti fondamentali della politica, limitando il margine d’azione dei partiti.
Per questo conterà anche l’affluenza. La domanda è quante persone credano ancora che la propria scheda possa diventare una risposta ai problemi quotidiani.
Spagna
A Ceuta, territorio spagnolo sulla costa nordafricana, oltre mille minorenni migranti non hanno un posto sicuro dove dormire. Lo racconta El País: soprattutto adolescenti tra i quattordici e i diciassette anni, rimbalzati tra polizia, uffici e servizi sociali. Di notte, per alcuni, resta una spiaggia.
L’accoglienza è satura dagli arrivi di fine luglio. Il governo locale denuncia di essere stato lasciato solo; Madrid contesta il blocco dei trasferimenti verso altri territori.
Sono minori: ogni eventuale rimpatrio richiede una valutazione individuale e garanzie di tutela. Ma aspettare una decisione non dovrebbe significare dormire all’aperto.
La politica discute di competenze, risorse, responsabilità. Intanto un ragazzo di quattordici anni deve decidere dove passare la notte. E quella che nei comunicati si chiama emergenza, per lui è diventata la vita di tutti i giorni.
Germania
Due elezioni, due vincitori molto diversi e uno sconfitto comune: la CDU del cancelliere Friedrich Merz.
A Berlino, la Linke arriva prima con circa il 25 per cento, davanti ai cristianodemocratici, intorno al 19. La candidata Elif Eralp ha messo al centro una questione molto concreta: potersi permettere una casa. Affitti più regolati, edilizia sociale e grandi patrimoni immobiliari da trasferire in mani pubbliche.
Per governare dovrà però trovare una maggioranza. Si guarda a socialdemocratici e Verdi, che chiedono anche impegni chiari contro l’antisemitismo. Eralp ha preso le distanze dagli slogan emersi durante un evento elettorale del suo partito e ribadito la necessità di proteggere la vita delle comunità ebraiche.
Nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore, invece, l’estrema destra di AfD raggiunge circa il 38 per cento. La SPD della presidente regionale Manuela Schwesig è attorno al 35 e mezzo. Attenzione: resta competitiva, ma rispetto al 39,6 per cento del 2021 perde consensi.
La CDU è indicata al 4,9: sotto la soglia di sbarramento. Merz parla di «disastro», ma promette di continuare con le riforme.
Arrivare primi, comunque, non significa automaticamente governare: gli altri principali partiti escludono alleanze con AfD e Schwesig potrebbe restare alla guida della regione, se riuscisse a costruire una maggioranza.
Sarebbe quindi sbagliato raccontare una Germania tutta spostata a destra. A Berlino ha vinto una sinistra che ha parlato di affitti. Perché la fiducia nella politica passa anche da una domanda semplice: con il mio stipendio, posso ancora vivere nella mia città?
Russia e Ucraina
Zelensky annuncia un incontro con Trump a New York, durante la settimana dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. L’intesa è arrivata in una telefonata: secondo il presidente ucraino, il colloquio potrebbe cambiare molto.
Al centro, possibili passi per ridurre le ostilità: sicurezza energetica, approvvigionamenti alimentari e protezione dei civili. Zelensky ha ringraziato Washington per la recente visita a Kyiv di Steve Witkoff e Jared Kushner e per la firma di nuove sanzioni contro Mosca.
Per ora, dunque, c’è un appuntamento, non un accordo. La differenza, per chi vive sotto i bombardamenti, si misurerà nella possibilità di passare una notte senza correre al riparo.
Russia
Russia Unita, il partito di Putin, si avvicina al 58 per cento nel voto di lista. Secondo la Commissione elettorale russa, citata da Associated Press, il dato riguarda circa il 58 per cento dei seggi scrutinati: lo spoglio non è concluso.
Sono le prime parlamentari dall’invasione su vasta scala dell’Ucraina, ma sarebbe fuorviante leggerle come una libera misurazione del consenso alla guerra: l’opposizione è stata drasticamente limitata e la lista di Jabloko, contraria al conflitto, esclusa.
Intanto Mosca è stata colpita da quello che il sindaco Sobianin definisce il più vasto attacco dall’inizio della guerra. Danneggiate una raffineria e abitazioni; nella regione, secondo le autorità russe, il bilancio è di tre morti. Zelensky rivendica attacchi contro infrastrutture petrolifere e logistiche.
La guerra entra sempre più nella vita dei russi. Ma nelle urne, lo spazio per contestarla resta strettissimo. E un risultato elettorale non racconta le voci a cui è stato impedito di partecipare.
Groenlandia
Trump annuncia un accordo per rafforzare la presenza militare americana in Groenlandia. La Danimarca accoglie la notizia con prudente ottimismo: l’isola, assicurano Copenaghen e il governo groenlandese, resterà sotto sovranità danese, nel rispetto del diritto all’autodeterminazione dei suoi abitanti.
Ma attenzione: i dettagli dell’intesa non sono ancora pubblici. Trump parla di controllo permanente americano sulla sicurezza. Una formula impegnativa, soprattutto dopo aver minacciato di prendere l’isola senza escludere la forza.
Gli Stati Uniti possono già schierare militari in Groenlandia grazie a un accordo di difesa esistente. Bisognerà quindi capire quali poteri aggiuntivi otterranno.
Secondo le anticipazioni, l’intesa escluderebbe basi di paesi avversari, come Russia e Cina. Resta la domanda fondamentale: quanto spazio avranno i groenlandesi nelle decisioni sul proprio futuro? Perché l’Artico è strategico, certo. Ma è anche casa di qualcuno.
Stati Uniti
Ad Austin, in Texas, un agente dell’ICE, la polizia federale dell’immigrazione, ha sparato a un venezuelano, ferendolo al torso. Secondo le autorità locali, è stato ricoverato in condizioni gravi ma stabili.
La dinamica resta da chiarire. La polizia cittadina precisa di non aver partecipato all’operazione. Il sindaco Kirk Watson chiede che l’indagine coinvolga anche investigatori locali: non ritiene appropriato che l’ICE indaghi da sola sul proprio agente, riferisce Associated Press.
Il deputato Greg Casar domanda inoltre la pubblicazione delle riprese delle telecamere indossate dagli agenti.
Perché quando lo Stato usa un’arma, spiegare che cosa è successo non è una concessione. È il minimo che deve ai cittadini.
L’amministrazione Trump prepara sanzioni contro l’intera Corte penale internazionale. Lo riferisce il Wall Street Journal, citando proprie fonti: dopo sei-sette mesi di transizione, verrebbe vietata la maggior parte delle transazioni con la Corte.
Attenzione: è un piano riportato dalla stampa, non una misura già entrata in vigore. Potrebbe però ostacolare pagamenti e servizi bancari fino a paralizzare il lavoro dell’istituzione.
La stretta segue i mandati d’arresto contro Netanyahu e l’ex ministro Gallant per presunti crimini a Gaza.
E le conseguenze andrebbero oltre quei procedimenti: se si impedisce a una corte di funzionare, si restringe anche la strada delle vittime verso la giustizia.
Caccia ai narcotrafficanti
Un’altra imbarcazione colpita nei Caraibi, altre quattro persone uccise. L’esercito statunitense annuncia un attacco compiuto sabato contro una barca che, secondo Washington, trasportava droga. Ma, riferisce Associated Press, non ha fornito prove del carico.
Dall’inizio della campagna militare dell’amministrazione Trump, il bilancio sale ad almeno 231 morti in 69 attacchi contro imbarcazioni.
La Casa Bianca parla di conflitto armato con i cartelli e giustifica i raid con la necessità di fermare il narcotraffico e le morti per overdose.
Ma fermiamoci un momento su quella parola: «sospetti». Perché tra accusare qualcuno e ucciderlo dovrebbe esserci lo spazio per accertare le responsabilità. Qui vediamo le esplosioni. Le prove, invece, continuiamo ad aspettarle. E chi muore su quelle barche non potrà più contestare la versione di chi ha sparato.
Haiti
Cinque anni dopo l’assassinio del presidente haitiano Jovenel Moïse, diciotto sospettati sono stati trasferiti negli Stati Uniti per essere processati in Florida. Secondo gli investigatori americani, proprio nel sud dello Stato sarebbe stato organizzato il complotto.
Moïse fu ucciso nella sua abitazione nel luglio 2021. Ad Haiti, le indagini sono rimaste intrappolate tra minacce ai magistrati, violenza delle bande e collasso delle istituzioni.
Negli Stati Uniti ci sono già state condanne, ma per questi imputati le responsabilità devono ancora essere accertate. I detenuti colombiani hanno denunciato percosse e confessioni estorte; le famiglie chiedono cure e un processo equo.
L’estradizione può aprire una strada verso la giustizia. Racconta però anche il fallimento di uno Stato che, dopo cinque anni, non è riuscito a celebrare in patria il processo per l’uccisione del proprio presidente.
Messico
Le forze federali resteranno a Sinaloa per tutto il tempo necessario. È la promessa della presidente messicana Claudia Sheinbaum, in visita nello Stato sconvolto dagli scontri tra fazioni del cartello.
Nessun ritiro dell’esercito o della Guardia nazionale. Ma la risposta annunciata comprende anche fondi straordinari, sostegni energetici e venti nuove scuole superiori: l’obiettivo è offrire ai giovani alternative al reclutamento criminale.
Sheinbaum chiede poliziotti migliori e fine dell’impunità. Non indica però quando tornerà la normalità.
Per chi vive a Sinaloa, sarà questa la misura del successo: poter uscire, studiare e lavorare senza paura. La presenza dello Stato deve diventare anche questo.
Perù
In Perù, sessanta giorni di stato d’emergenza nei distretti di Pisco e San Andrés, sulla costa a sud di Lima. Il governo vuole fermare l’ondata di criminalità: la polizia avrà il sostegno dei militari e per i grandi eventi servirà un’autorizzazione preventiva.
Il provvedimento sospende alcune garanzie costituzionali, comprese quelle sull’inviolabilità del domicilio e sulla libertà di riunione. Previsti anche controlli più severi nelle carceri, per impedire che i gruppi criminali continuino a impartire ordini dall’interno.
La richiesta di protezione dei cittadini è concreta. Ma anche la rinuncia ai diritti lo è. E il risultato andrà misurato sulla sicurezza delle persone, non sul numero di soldati nelle strade.
Afghanistan e Pakiestan
Almeno tre morti e diversi feriti nella provincia afghana di Kunar, al confine con il Pakistan. È il bilancio di un bombardamento attribuito all’aviazione pakistana da un funzionario provinciale, citato da Tolo News e ripreso dal Times of India.
I talebani minacciano una risposta durissima, pur lasciando aperta la possibilità del dialogo. Kabul respinge inoltre l’accusa di ospitare il TTP, il movimento dei talebani pakistani, distinto da quello che governa l’Afghanistan.
Il rischio è un’altra spirale di attacchi e rappresaglie. E per chi vive lungo il confine, la differenza tra una minaccia e un bombardamento è concreta: significa poter restare a casa oppure dover cercare riparo.
Pakistan
In Pakistan, la protesta è prevista per il 27 settembre. Gli arresti, invece, sono già cominciati. A Lahore la polizia ha arrestato Aleema Khan, sorella dell’ex premier incarcerato Imran Khan: trenta giorni di detenzione preventiva, perché secondo le autorità la sua presenza in pubblico minaccerebbe la sicurezza.
Il suo partito denuncia un arresto illegale, a una settimana dalla marcia per chiedere la liberazione dell’ex premier, mentre crescono le preoccupazioni per la sua salute.
Il ministro dell’Interno promette di fare tutto il possibile per bloccare il corteo. Ecco il messaggio a chi vuole scendere in piazza: la repressione può arrivare direttamente a casa.
Cina
Stati Uniti e Cina competono per dominare l’intelligenza artificiale, ma ora discutono di come avvertirsi quando qualcosa va storto. A New York, il segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha proposto alla Cina un sistema di comunicazione sugli incidenti legati all’IA, soprattutto quelli che potrebbero minacciare la sicurezza nazionale.
È una proposta, ancora da definire. I colloqui preparano l’incontro previsto giovedì tra Trump e Xi Jinping alla Casa Bianca.
Sul tavolo anche possibili riduzioni dei dazi e forniture di minerali strategici.
La corsa tecnologica continua. Almeno si comincia a discutere di un principio essenziale: se il rischio supera i confini, anche la comunicazione deve farlo.
A Shanghai, robot umanoidi si affrontano in una gabbia d’acciaio, nella lega URKL. Benvenuti nel futuro: gli abbiamo dato sembianze umane e organizzato un combattimento.
La scena incuriosisce, certamente. Ma suggerisce anche una domanda: che cosa vogliamo far fare alle macchine che costruiamo a nostra immagine? Aiutarci nei lavori pericolosi, assisterci, liberarci tempo? Oppure intrattenerci riproducendo quello che sappiamo già fare benissimo: picchiarci?
Un incontro tra robot non dimostra che le macchine stiano diventando violente. Racconta, semmai, le scelte di chi organizza lo spettacolo.
E almeno qui possiamo concederci un sospiro di sollievo: sul ring finiscono i circuiti, non le ossa.
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