4 settembre 2026 – Notiziario Africa
Scritto da Elena Pasquini in data Settembre 4, 2026
- Tunisia, nuova stretta contro oppositori e società civile
- Sudan: il sostegno straniero alimenta la guerra e le vittime civili
- Sharpeville, i sopravvissuti al massacro in Sudafrica chiedono giustizia e fanno causa al Governo
- Madagascar, la Francia restituisce i teschi trafugati 128 anni fa
Questo e molto altro nel Notiziario Africa di Radio Bullets a cura di Elena L. Pasquini
Durante la mia vita mi sono dedicato a questa lotta del popolo africano. Ho combattuto contro il dominio bianco e contro il dominio nero. Ho coltivato l’ideale di una società democratica e libera in cui tutte le persone vivano insieme in armonia e con pari opportunità. È un ideale per il quale spero di vivere e che spero di realizzare. Ma se necessario, è un ideale per il quale sono pronto a morire
È il 1964, Nelson Mandela è sul banco degli imputati a Pretoria. Verrà condannato all’ergastolo. Sono le sue parole che vogliamo ricordare oggi, perché in Africa quella lotta non è finita.
Ed è con la lotta della Tunisia che apriamo oggi il notiziario, perché lì si fa sempre più dura la repressione del dissenso, lì dove dove ancora, oppositori politici e attivisti, pagano un prezzo altissimo in nome della libertà. Poi, torneremo in Sudan, perché un rapporto delle Nazioni Unite rivela il ruolo delle reti esterne che fornendo armi, uomini e supporto, alimentano la guerra, che è la madre di ogni diritto calpestato e di ogni libertà negata.
Quindi di nuovo in Sudafrica dove dopo oltre sessant’anni i superstiti e le famiglie delle vittime del massacro di Sharpeville chiedono giustizia e fanno causa al governo di Pretoria per il dolore subito, per le incolmabili perdite.
Di diritti calpestati e riparazioni tardive, capaci di riaccendere antiche tensioni, parla invece la notizia della restituzione, dopo oltre cent’anni, dei teschi trafugati dalla Francia dal Madagascar durante l’occupazione coloniale.
Cambieremo quindi pagina, per parlare di ambiente e della lotta contro il tempo del Burundi che deve salvare le sue preziose aree umide.
Infine, come sempre, la musica, con Beldina Odenyo, Heir of the Cursed, che si è tolta la vita nel 2021 e la cui storia, di sradicamento, violenza e perdita è ora un documentario.
Oggi, 4 settembre 2026.
Tunisia
La stretta repressiva su società civile e opposizione in Tunisia non arretra. Ieri si è aperto, in un lampo, il processo d’appello che segnerà la sorte di 34 persone condannate in primo grado a pene che vanno dai 5 ai 45 anni per cospirazione contro la sicurezza dello Stato. “
C’è un senso di sorpresa, stupore e anche di interrogativi su come sia stato possibile fissare l’udienza in soli tre giorni”, spiega a Radio France Internationale, Haifa Chebbi, una degli avvocati che è anche la figlia di Ahmed Nejib Chebbi, arrestato e incarcerato a dicembre dello scorso anno.
“Siamo stati avvisati lunedì per giovedì. Noi, come avvocati, non abbiamo nemmeno avuto il tempo di incontrare i vari imputati e parlare con loro della situazione”, racconta.
Non sembrano esserci molte speranze di veder ribaltato l’esito del primo grado, in un caso che Amnesty International non esita a definire “ingiusto”, dove “figure dell’opposizione sono state incarcerate unicamente per la loro pacifica opposizione politica”, scrive l’organizzazione per i diritti umani in una nota diffusa il giorno prima dell’udienza.
Molti, prosegue Amnesty International, “languono in carcere con problemi di salute in peggioramento, e le recenti ondate di calore hanno ulteriormente aggravato le condizioni di detenzione all’interno di celle scarsamente ventilate”.
“È ora di porre fine a questo schema di strumentalizzazione del sistema giudiziario per colpire il dissenso”, dice Sara Hashash, vicedirettrice regionale per il Medio Oriente e il Nord Africa.
Sotto assedio, scrive Human Rights Watch, anche la società civile.
A partire dal 2024, “il governo tunisino ha sistematicamente represso le organizzazioni della società civile e i loro membri soffocando di fatto il vivace spazio civico emerso dopo la rivoluzione del 2011”, scrive l’organizzazione per i diritti umani che ha pubblicato un nuovo rapporto in cui documenta la crescente repressione che colpisce i gruppi della società civile.
“Procedimenti giudiziari abusivi, arresti arbitrari, detenzioni, indagini finanziarie e penali, sospensioni di massa e minacce di scioglimento”: sono questi gli strumenti con cui il governo di Kais Saied tenta di far tacere le voci che esprimono dissenso.
Tra chi è stato preso di mira, le organizzazioni che offrono aiuto e assistenza ai migranti, ai rifugiati, ai richiedenti asilo, quelle che lottano contro razzismo e discriminazione.
Le associazioni hanno dovuto smettere di operare, tra il 2025 e il 2026, almeno 14 persone sono state condannate al carcere. Tra loro Saadia Mosbah, di cui vi avevamo parlato in un precedente notiziario a luglio, condannata a otto anni di reclusione e a pesanti pene pecuniarie con l’accusa di reati finanziari.
La stessa Amnesty International è stata fatta oggetto di indagini. Moltissime le organizzazioni sospese, almeno una ventina secondo Human Rights Watch.
“Il potere giudiziario, che ordina le sospensioni, è sotto il controllo dell’esecutivo dal 2022, anno in cui il presidente Saied ha adottato misure radicali per soffocare l’indipendenza della magistratura.
Oltre a questa stretta, le associazioni hanno dovuto affrontare ulteriori restrizioni. Le banche private hanno imposto limitazioni ingiustificate a molte associazioni, come la revoca dell’accesso a conti in valuta forte o in dinari convertibili, il blocco o la restituzione di fondi esteri inviati a conti tunisini, o la chiusura dei loro conti bancari.
Alcuni gruppi hanno segnalato che le autorità hanno negato loro l’accredito per l’osservazione elettorale, imposto regolamenti più severi per l’accesso a carceri e centri di detenzione, o vietato determinati eventi pubblici”, sostiene HRW.
“Smantellando lo spazio per la società civile, le autorità stanno cercando di assicurarsi che non rimanga nessuno a chiedere loro conto delle proprie azioni”, ha detto Bassam Khawaja, vicedirettore per il Medio Oriente e il Nord Africa di Human Rights Watch.
Sudan
Una guerra non è mai soltanto responsabilità di chi si affronta su un campo di battaglia. A guardarci dentro, gli attori coinvolti sono sempre molti più.
Ad alimentare la mattanza che da oltre tre anni insanguina il Sudan non ci sono soltanto i paramilitari delle Forze di Supporto Rapido e le Forze armate sudanesi. Ci sta anche il resto del mondo.
Un nuovo rapporto della Missione internazionale indipendente delle Nazioni Unite che investiga la guerra del Sudan, pubblicato ieri, non lascia spazio a dubbi. Diversi Paesi hanno reclutato, addestrato e schierato personale straniero per sostenere le RSF, hanno trasferito armi, munizioni, tecnologia militare e offerto supporto logistico.
Ci sono inoltre fondati motivi, secondo gli investigatori dell’ONU, per ritenere che l’Esercito abbia “utilizzato droni di provenienza estera nelle sue operazioni, causando danni a civili e infrastrutture civili”.
C’è un embargo, ci sono regole, gli Stati hanno obblighi che non rispettano. “Le conseguenze di questo sostegno esterno si fanno sentire in modo più acuto sui civili”, ha affermato Mohamed Chande Othman, presidente della Missione d’inchiesta.
“Questo sostegno esterno non ha portato maggiore protezione ai civili. Al contrario, i civili ne stanno pagando il prezzo con attacchi a case, ospedali, scuole, mercati e luoghi di rifugio”.
Gli investigatori hanno scoperto una rete transnazionale che “forniva alle RSF personale straniero, addestramento, armi e supporto logistico”, ha dichiarato Mona Rishmawi, membro esperto della Missione d’inchiesta.
“Questo sostegno ha alimentato le operazioni delle RSF nel campo di Zamzam e successivamente durante la presa di El-Fasher, dove la Missione ha documentato gravi violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario, nonché crimini internazionali, tra cui condotte che presentavano i tratti distintivi del genocidio”.
Accanto alle RSF hanno combattuto circa duemila ex contractor colombiani, mentre le RSF hanno ottenuto supporto logistico, aiuto nel reclutamento, addestramento, armi, da organizzazioni di base non solo in Colombia, ma anche in altri Paesi, come gli Emirati Arabi Uniti. Supporto che è transitato per il Ciad, per la Libia, per la Somalia.
A segnare il cambio di passo nel conflitto, il potenziamento dei droni, impiegati da entrambe le parti ma con tecnologie arrivate dall’estero.
È grazie a quei droni capaci di colpire sempre più lontano che si è fatto strage a Kalogi, nel Kordofan – 114 morti, 60 bambini – e Ad-Da’ein, nel Darfur orientale, – almeno 70 persone uccise, che si è stretta in una morsa di terrore la città di El Obeid. Gli investigatori dell’Onu ritengono inoltre che gli attacchi con droni producano danni differenziali per donne e ragazze, e sui bambini.
Non solo rappresentano un’alta percentuale tra le vittime, ma gli attacchi hanno, per esempio, colpito “strutture sanitarie e infrastrutture essenziali hanno interrotto i servizi di salute materna”, e l’accesso alle cure ostetriche.
“Gli operatori sanitari hanno riferito un aumento di aborti spontanei, nati morti e complicazioni della gravidanza durante periodi di ripetuti attacchi aerei, che hanno associato allo stress acuto, alla limitazione degli spostamenti e al ritardo nell’accesso alle cure”, si legge nell’analisi.
La missione ha chiesto ai Paesi coinvolti di rispondere alle accuse mosse, ma solo alcuni Stati hanno risposto. Con il Governo del Sudan che continua a non cooperare per accertare la verità.
Un lavoro di documentazione, quello redatto dalla Missione, che può costare carissimo. Preoccupa, scrivono gli investigatori, “il deterioramento del contesto di protezione e per le molestie e le intimidazioni nei confronti di sopravvissuti, esperti, vittime, testimoni e altre persone ritenute collaborare agli sforzi di documentazione e accertamento delle responsabilità, compresa la missione.
Gli interlocutori hanno descritto il timore di sorveglianza, arresti, ritorsioni e minacce nei confronti di giornalisti, avvocati e difensori dei diritti umani, dentro e fuori il Sudan, da parte di entrambe le parti”.
Sudafrica
Nella primavera del 1960, il 21 marzo, nella township di Sharpeville, ghetto in Sudafrica, la polizia apre il fuoco sulla folla raccolta davanti alla stazione di polizia.
Migliaia di persone protestano pacificamente contro la legge che impone loro – neri, indiani e meticci – di mostrare un lasciapassare per allontanarsi dal luogo dove sono stati costretti a vivere dalla politica segregazionista dell’apartheid, di dimostrare che potevano essere nel luogo dove si trovavano.
Il leader del partito, Robert Sobukwe, leader del Pan-Africanist Congress allora disse: “Bisogna insegnare alla nostra gente, ora e in modo continuativo, che in questa campagna osserveremo la non violenza assoluta”. Il numero delle persone che persero la vita fu, invece, di 91, i feriti furono 238.
“Il tempo era bellissimo, c’era il sole. Non avrei mai potuto immaginare che la giornata sarebbe andata così male”, ha raccontato Abraham Mofokeng, che all’epoca aveva vent’anni, a The Guardian.
Ora, i sopravvissuti e i familiari delle vittime di quella pagina oscura della storia sudafricana hanno deciso di intentare causa al governo del Sudafrica.
Chiedono che quell’orrore venga riconosciuto e quel dolore compensato, e accusano il governo di non aver mai ufficialmente abrogato le norme, emesse sempre durante il regime dell’apartheid, che impedivano loro di procedere legalmente con una causa civile, di chiedere un risarcimento per quanto subito. Mofokeng è tra coloro che chiedono giustizia.
“Nel luglio del 1961, in risposta alle richieste di risarcimento presentate dalle vittime, il regime della minoranza bianca approvò una legge che esonerava il governo e chiunque agisse sotto la sua autorità per qualsiasi azione intrapresa “in buona fede per la prevenzione o la repressione di disordini interni, il mantenimento o il ripristino del buon ordine, della sicurezza pubblica o dei servizi essenziali, o la salvaguardia della vita o della proprietà”, spiega The Guardian.
La class action ha preso il via ieri, con l’assistenza legale della Lawyers for Human Rights. “Secondo LHR, questa causa legale contesta direttamente un ostacolo giuridico che ha impedito alle vittime e alle loro famiglie di ottenere giustizia per generazioni”, scrive Conviction, testata sudafricana specializzata in questioni legali.
Prima dell’inizio del processo, quel 21 marzo verrà ricordato con una marcia della memoria. In silenzio, sopravvissuti e familiari delle vittime ripercorreranno i passi compiuti dai dimostranti nel giorno della strage.
Madagascar
Per 128 anni tre teschi umani sono rimasti nel Museo di Storia nazionale di Parigi. Appartengono al popolo Sakalava del Madagascar ed uno, forse, potrebbe essere di un re, il re Toera, che regnava nella regione di Menabe. Dopo più di un secolo, alla fine di agosto, la Francia li ha restituiti alla loro terra e domenica sono tornati sull’Isola.
Furono trafugati dopo un massacro, nel 1897, il re venne decapitato. Erano gli anni brutali della colonizzazione e quei teschi nient’altro che un trofeo, un bottino in una guerra disumana che ha condotto il Madagascar sotto il dominio di Parigi fino al 1960.
“Non sono oggetti da collezione; sono il legame invisibile e indelebile che unisce il nostro presente al nostro passato”, ha affermato Volamiranty Donna Mara, ministra malgascia della cultura, come riporta Al Jazeera. Questi teschi sono stati per oltre un secolo “una ferita aperta nel cuore della nostra isola”, ha detto Mara.
Il teschio di re Toera, scrive The Conversation Africa, verrà collocato nella tomba dove riposano le spoglie del sovrano per ricomporre ciò che resta del suo corpo. Una restituzione che ha un profondo valore simbolico.
“Le reliquie reali (dady) sono state centrali nella vita politica fin dalla fondazione dei primi regni nel XVII secolo”, spiega Maurizio Esposito La Rossa, antropologo, autore del libro, Sovrani d’oro, spiriti d’argento: rituali, storia e gerarchia in Madagascar.
“Le reliquie custodiscono il potere generativo (hasina) degli antenati reali. È questo potere che legittima il regno del re vivente”, aggiunge.
Le reliquie, spiega La Rossa, hanno sempre avuto un ruolo cruciale nel ridefinire i conflitti dinastici e nelle regole di successione al trono. “Il possesso delle reliquie – o anche solo la possibilità di affermare in modo credibile di possederle – è stato per secoli il fattore decisivo per legittimare il potere reale”, spiega La Rossa.
Quella restituzione, racconta l’antropologo, non è soltanto un atto che ripara un’ingiustizia, ma ha potenzialmente anche delle conseguenze interne perché s’inserisce nella lunga storia dei rapporti di potere tra due popoli, i Sakalava e i Merina, quest’ultimi prima della colonizzazione avevano combattuto contro i Sakalava e ne avevano preso le reliquie.
L’atto di restituzione, aggiunge La Rossa, “ha anche riacceso le tensioni all’interno del Madagascar: tra il governo centrale e la monarchia locale Sakalava, e tra i rami dinastici rivali che si contendono il trono dei Menabe”, che avrebbero voluto la restituzione dei teschi alla famiglia e non allo Stato.
“La restituzione, pur essendo indubbiamente un gesto di riparazione, è anche un atto politico che può ridefinire (o consolidare) le gerarchie locali preesistenti”, conclude La Rossa.
Burundi
È una corsa contro il tempo, quella del Burundi, una corsa a piantare alberi il più velocemente possibile, a mutare il rapporto tra l’uomo e le sue terre più fragili, tra il bisogno di cibo per gli uomini e quello di acqua per gli ecosistemi assetati, tra la sua gente e le sue preziose terre umide.
A Nord, al confine con il Ruanda, otto laghi e tante paludi formano un ambiente unico che il cambiamento climatico e la desertificazione tornano a minacciare.
“Diversi fiumi si sono già prosciugati durante la stagione secca. Nella riserva naturale di Bugesera, alcuni fiumi, tra cui il Gacamirindi e i corsi d’acqua della palude di Rufunzo, stanno già attraversando periodi di siccità durante la stagione secca. Il fiume Gitamo, tuttavia, è in gran parte protetto, sebbene la situazione rimanga preoccupante.
Anche i livelli idrici dei laghi Cohoha e Rweru diminuiscono durante questo periodo”, scrive Inundi Radio Culture, un’emittente radiofonica burundese senza scopo di lucro, che tratta temi di natura sociale e culturale.
Il Lago Gitamo o Nagitamo, nella provincia di Kirundo, è uno di questi preziosi laghi. È piccolo e non si vede neppure quando si tenta di allargare la mappa di Google. Sono 21 ettari d’acqua che vent’anni fa stavano scomparendo, con tutto il loro patrimonio di specie, di pesci.
“Ci sono moltissimi pesci da pescare qui di nuovo. Peschiamo prevalentemente un pesce chiamato localmente Mamba e Mara”, racconta un pescatore intervistato da Deutsche Welle.
Per molto tempo, la pressione degli uomini, l’agricoltura praticata lungo le coste del lago, hanno messo in pericolo il Nagitamo, poi grazie al progetto di Inades-Formation, una rete di associazioni pan-africane, c’è stata una inversione di tendenza.
Si è iniziato a piantare vicino all’acqua l’Aeschynomene elaphoxylon, un albero localmente chiamato Umerare, le cui radici sono luogo di riproduzione dei pesci, e si è iniziato a praticare un’agricoltura sostenibile in terre più lontane, sulle colline piuttosto che lungo gli argini.
È così che il lago è rimasto in vita, che sono tornati gli uccelli e i pesci in quell’area che adesso è un’area protetta. Il clima, però, sta cambiando, la siccità minaccia ora tutto quel sistema di laghi interconnessi.
Come il resto del Paese. “Le nuove piantine messe a dimora nell’ambito della tutela ambientale si seccano rapidamente a causa delle scarse precipitazioni, compromettendo così le strategie di ripristino dell’ecosistema.
Il fenomeno sta peggiorando a livello nazionale”, scrive Inundi Radio Culture, che riporta un dato allarmante: già nel 2014, il 10 percento dei fiumi del Burundi era secco.
E la situazione rischia di peggiorare. Secondo l’ambientalista Innocent Banirwaninzigo, intervistato dalla radio burundese, “il calo del livello dei laghi e il progressivo prosciugamento dei fiumi” sono dovuti alla siccità, ma c’è anche un problema di rapporto con gli esseri umani: l’elevata densità di popolazione costringe l’agricoltura “a coltivare intensivamente la terra senza darle il tempo di rigenerarsi. Questo sovrasfruttamento favorisce l’erosione del suolo e ne riduce progressivamente la capacità di trattenere l’acqua”, si legge su Inundi Radio Culture.
Il bisogno di terra, conduce, inoltre, alla deforestazione che non fa altro che aggravare il fenomeno di degrado. Un circolo vizioso che porta, alla fine, a mancanza d’acqua e alla diminuzione della produzione agricola.
L’unica strada, secondo Banirwaninzigo, è quella di continuare a piantare alberi, lungo fiumi e laghi, ma di farlo su larga scala. Alberi autoctoni, alberi, che come racconta l’esperienza del Lago Nagitamo, sono gli unici a proteggere davvero le falde acquifere.
Invito all’ascolto. Heir of the Cursed, Beldina Odenyo.
Beldina Odenyo si è tolta la vita nel 2021. La sua storia è la sofferenza dell’esilio, il dolore di essere stata strappata alla sua terra, il Kenya, e a sua madre, che poi è morta anche lei, troppo presto, come una sua sorella.
Lo strappo di ogni radice, e poi la violenza, e poi la condanna al razzismo, quindi il tentativo di affidare quella sofferenza e quel dolore alla musica: è questa la storia di Beldina che oggi è un documentario, ‘Bel’, firmato da Louise Lockwood, uscito nella seconda metà di agosto.
‘Bel’, grazie ad un archivio di canzoni, scritti e video-diari personali, esplora i luoghi oscuri da cui ha tratto linfa vitale la malattia della mente che ha condotto l’artista kenyota divenuta scozzese, alla morte.
Il suo album di debutto è uscito postumo, lo scorso anno, per volontà della sorella Leah che ha voluto ricostruire la sua opera mettendone insieme le demo. Porta il nome con cui Beldina è nota al pubblico dei teatri, dei palcoscenici dove si è esibita, Heir of the Cursed, traduzione del nome in lingua Tetela di Patrice Lumumba, leader indipendentista del Congo.
La musica non la salva, non la salva il successo che la vede trionfare all’Usher Hall, e lascia a noi il vuoto di un’arte ancora incompiuta.
Poesia, ricerca sonora, jazz, soul, folk music, teatro. Tutto si fonde nel percorso artistico di Beldina, nata in Kenya, cresciuta nel Dumfriesshire, “il luogo dove i sogni muoiono”, aveva detto in un’intervista a Greater Govanhill. Unica famiglia nera in un raggio di 80 chilometri, unica bambina nera a scuola, trascinata via dalla sua città Kisumu, a soli sette anni, eppure musicista precoce, che sale un palco quattro anni dopo.
Quella che ascoltate è “A way from rage”, prima traccia del suo unico lavoro pubblicato, brano che le fu commissionato nel 2019 in occasione del 70° anniversario della Mental Health Foundation e che esplora la complessità, la fatica, le frustrazioni e poi il sollievo del percorso mai rettilineo e piano di guarigione, di cura dal dolore che scava dentro, che si nutre dei traumi di passato troppo duro.
Playlist completa: https://www.youtube.com/watch?v=pZmM6C0QRbo&list=PLYtmOPEG-UQk
Con l’invito ad ascoltare quest’album splendido, a vedere il documentario, e a scoprire l’opera di Heir Of the Cursued, di cui vi lasciamo ampio materiale nel testo del podcast, vi salutiamo, vi ringraziamo per essere stati con noi oggi e vi aspettiamo, come sempre, lunedì, con le notizie dal mondo.
Immagine di copertina: Generata con AI
Musica: King David/Ponds5
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