10 luglio 2026 – Notiziario Africa

Scritto da in data Luglio 10, 2026

  • Sudan, l’ONU teme un nuovo genocidio a El Obeid.
  • In Tunisia continua la stretta contro attivisti e oppositori.
  • Sudafrica: oltre 200 arresti nel maxi blitz contro le miniere illegali.
  • Le falde sotterranee possono cambiare il futuro dell’acqua in Africa?

Questo e molto altro nel Notiziario Africa di Radio Bullest a cura di Elena L. Pasquini

Un genocidio inizia con l’uccisione di un uomo, non per ciò che ha fatto, ma per ciò che è. Una campagna di “pulizia etnica” inizia con un vicino che si rivolta contro un altro …. Dobbiamo partire dalla consapevolezza che la pace non appartiene solo agli Stati o ai popoli, ma a ogni singolo membro di queste comunità.

Kofi Annan, nel discorso di accettazione del Premio Nobel per la Pace, ci ricordava che la responsabilità di un genocidio ricade anche sugli individui. Ma se prendiamo alla lettera l’incipit della Carta delle Nazioni Unite, quel “Noi, popoli” ci ricorda che siamo tutti vicini, che tutti, ciascuno di noi, può contribuire ad un genocidio anche soltanto con il silenzio.

Le Nazioni Unite avevano lanciato l’allarme in Sudan, avevano detto cosa sarebbe accaduto nella città di El Fasher, in Darfur. Nessuno ha fatto nulla. Ora, l’orrore si sta ripetendo a El Obeid. È da qui che inizia il Notiziario Africa di oggi, da quella parola “genocidio” di cui il Sudan porta i segni.

Poi, andremo in Tunisia, dove si fa sempre più dura la repressione del dissenso, come denuncia Human Rights Watch. Quindi in Sudafrica, teatro di una maxioperazione contro l’estrazione mineraria illegale. Poi, però, volteremo pagina per raccontarvi di come l’Africa può fronteggiare la drammatica carenza di acqua potabile. Vi porteremo quindi in Puglia per il Festival di Legambiente con un calendario di concerti ed eventi che raccontano l’Africa e i suoi deserti. Musica, sempre, infine, con il coraggio di una leggenda.

Oggi, 10 luglio 2026

Sudan

Si continua a morire in Sudan. Ieri due attacchi con droni avrebbero causato la morte di quindici civili nel Kordofan Settentrionale, in una guerra che non è soltanto una guerra civile.

Genocidio. È questa la parola che la terra martoriata del Sudan grida. Ci sono “indicatori di un percorso genocida”, scrive l’Onu in un rapporto. Mentre la BBC rivela che le indagini della Corte Penale Internazionale sarebbero giunte a una svolta e dimostrerebbero i legami tra i crimini e la leadership delle Forze di Supporto Rapido che combattono da tre anni contro l’Esercito sudanese.

Ad El Fasher, la capitale del Darfur settentrionale, la città è stata assediata da 18 mesi, la popolazione è stata privata di cibo, acqua, forniture mediche.

El Fasher è stata teatro di atrocità una volta conquistata. Le “RSF hanno condotto esecuzioni porta a porta, preso di mira persone specifiche, bombardato con droni e sparatorie indiscriminate, uccidendo più di 6.000 persone in tre giorni”, scrive UN News. Le infrastrutture civili sono diventate bersagli, l’accesso per gli operatori umanitari, fortemente ristretto.

La missione d’inchiesta dell’Onu, però, aveva concluso che gli eccidi di massa delle comunità non arabe avvenuti a El Fasher “presentavano i tratti distintivi di un genocidio. Il nuovo rapporto afferma di aver trovato ulteriori prove che il modello di condotta diffuso e sistematico delle RSF, comprese uccisioni su larga scala, stupri di massa e fame deliberata, faceva parte di una politica pianificata”, scrive l’agenzia di stampa Reuters.

Le Nazioni Unite avevano avvertito la comunità internazionale sul rischio di violenze e atrocità, ma non sono state ascoltate. Ora, una missione dell’Onu mette di nuovo in guardia sull’orrore che rischia di ripetersi a El Obeid, capitale del Kordofan Settentrionale, e ancora una volta, città sotto assedio.

Secondo gli investigatori nominati dal Consiglio per i diritti umani “le Forze di Supporto Rapido (RSF) “stanno attualmente impiegando le stesse tattiche utilizzate a El Fasher anche a El Obeid, dove le loro forze hanno accerchiato la città, attaccando le infrastrutture critiche e limitando l’accesso ai servizi essenziali … La situazione a El Obeid potrebbe ulteriormente peggiorare, poiché gli attacchi a infrastrutture critiche come le centrali elettriche hanno causato blackout, interrotto le forniture idriche e ostacolato il funzionamento degli ospedali”, scrive UN News.

Venerdì, Volker Türk, Alto Commissario per i diritti umani dell’ONU, ha lanciato di nuovo l’allarme: ci sono già i segni di una nuova catastrofe, di esecuzioni sommarie, di rapimenti, di violenze sessuali e torture nella regione circostante.

Lunedì è stata avviata una nuova inchiesta.

La BBC riporta invece che la Corte penale internazionale (CPI) possiederebbe “prove concrete” di un collegamento tra i leader delle Forze di Supporto Rapido (RSF) e i crimini di guerra commessi in Darfur. Nazhat Shameem Khan, vice procuratore capo della CPI, ha dichiarato alla testata britannica che la Corte penale internazionale ha raggiunto una “svolta” “nelle indagini sui massacri di civili nelle città di el-Fasher ed el-Geneina”: “Potrebbe volerci del tempo prima che la giustizia faccia il suo corso e venga portata in tribunale, ma ci arriveremo”, ha detto Khan.

Le RSF hanno negato le accuse secondo cui i crimini commessi avrebbero una matrice etnica e prenderebbero di mira le popolazioni non arabe, “affermando che i resoconti sono stati fabbricati dai suoi nemici e muovendo controaccuse contro di loro”, scrive Reuters.

La Corte penale internazionale, ricorda BBC, indaga su crimini di guerra in Darfur da oltre 20 anni.

“Quello che vediamo sono schemi di reato che, di fatto, erano gli stessi di 20 anni fa, quando questa situazione ci fu segnalata per la prima volta dal Consiglio di Sicurezza”, ha affermato Khan. Allora erano i Janjaweed, il gruppo appoggiato dal governo sudanese, a colpire i civili non arabi del Darfur. “I Janjaweed erano uno dei gruppi che si sono poi evoluti nelle RSF”, ricorda ancora la BBC.

La guerra in Sudan ha già causato decine di migliaia di morti, causato 14 milioni di sfollati, 33,7 milioni hanno bisogno di assistenza umanitaria e l’accesso per i soccorritori è estremamente difficile, in un conflitto armato che secondo le Nazioni Unite è la “peggiore crisi umanitaria al mondo”.

Tunisia

La repressione dei diritti umani in Tunisia allarma ogni giorno di più. Mercoledì si è chiusa la 62° sessione del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, dove è stato lanciato un allarme per l’intensificarsi di una crisi che negli ultimi cinque anni, “da quando il presidente Kais Saied si è impossessato di poteri esecutivi straordinari, è peggiorata drasticamente”, come scrive l’organizzazione per i diritti umani Human Rights Watch. Una repressione che può farsi sempre più dura grazie al silenzio del mondo.

“Repressione sistematica della società civile, dei giornalisti, degli oppositori politici, degli avvocati indipendenti e dei migranti, dello stato di diritto”, è questo quello che sta accadendo in Tunisia, scrive HRW.

La repressione prende la forma di procedimenti penali, barriere amministrative, tutte per imporre il silenzio. Volker Türk aveva chiesto al governo tunisino di porre fine alla repressione. Anas Hmedi, che è la Relatrice speciale delle Nazioni Unite sull’indipendenza dei giudici e degli avvocati, ha denunciato le rappresaglie contro i giudici “per aver difeso l’indipendenza della magistratura attraverso associazioni professionali”.

Human Rights Watch ha documentato violazioni continue dei diritti umani.

Nelle ultime settimane sono state emesse durissime condanne dai tribunali tunisini nei confronti di difensori dei diritti umani.

Il 26 giugno, Sihem Benedrine, ex Presidente della commissione per la verità, è stata condannata a 25 anni di carcere e a una pesante sanzione pecuniaria, circa 600 milioni di dollari, insieme ad altri imputati.

Pochi giorni prima, a Saadia Mosbah, presidente dell’associazione antirazzista Mnemtya, sono stati comminati otto anni di reclusione e 41.400 dollari di multa. Da uno a tre anni per altri cinque attivisti di Mnemty. «Le dure condanne al carcere e le multe astronomiche rappresentano un altro colpo devastante per i difensori dei diritti umani e per tutti coloro che lottano per preservare ciò che resta dello spazio civico in Tunisia», ha dichiarato Bassam Khawaja, vicedirettore per il Medio Oriente e il Nord Africa di Human Rights Watch. «Prendendo di mira figure di spicco nel campo dei diritti umani, le autorità stanno soffocando le loro rivendicazioni e stroncando la ricerca della giustizia sociale in Tunisia».

Human Rights Watch racconta la storia di Sihem Benedrine, che dal 2014 al 2018 ha guidato l’organismo che indaga sulle violazioni dei diritti umani che hanno piagato per decenni la Tunisia. Secondo l’organizzazione per i diritti umani, la condanna sarebbe una ritorsione per il suo impegno nella commissione, ma poiché i suoi membri godono dell’immunità per le accuse che riguardano rapporti, pareri e raccomandazioni frutto del lavoro svolto in commissione, Benedrine è stata incriminata con altre accuse. Avrebbe “sfruttato la sua posizione per ottenere un vantaggio sleale per sé o per terzi”, avrebbe anche commesso “frode” e “falsificazione”, secondo le autorità tunisine.

Benedrine ha dedicato tutta la sua vita a “denunciare le violazioni dei diritti umani in Tunisia e ha subito ripetute ritorsioni da parte delle autorità”, ricorda HRW. È stata in carcere sotto Habib Bourguiba e Ben Ali, poi in esilio e non ha mai smesso di denunciare gli attacchi contro la democrazia sotto la presidenza di Saied.

Sudafrica

Vengono dal Lesotho, dal Mozambico, dallo Zimbabwe, scavavano illegalmente nella miniera di Losberg Kloof, una miniera d’oro non lontana da Johannesburg, nella regione del Gauteng, in Sudafrica. In 217 sono stati arrestati, secondo quanto riporta The Citizen, testata giornalistica sudafricana.

Le forze dell’ordine hanno sequestrato attrezzature di lavoro, ma anche armi e munizioni, nel corso dell’operazione che è parte di un più ampio tentativo di smantellare le reti minerarie illegali che impiegano migliaia di minatori stranieri, che, spinti dalla miseria e dalla fame, lavorano in condizioni molto spesso pericolose e logoranti nei giacimenti sudafricani.

Un mercato illegale, che ha relazioni strette con la criminalità organizzata, secondo le autorità sudafricane, dove si consumano omicidi ed estorsioni.

The Citizen, la scorsa settimana, aveva raccontato di come l’attività mineraria illegale stia avendo un’altra conseguenza, di come stia mettendo a rischio la sicurezza delle strade sudafricane, in particolare dell’autostrada M2 di Johannesburg, che sarebbe sull’orlo del collasso “a causa dell’estrazione illegale di sabbia nelle strutture di sostegno dei ponti”, scrive The Citizen.

Un rischio confermato dalle autorità sudafricane. “La Johannesburg Road Agency (JRA) ha attribuito la colpa all’attività mineraria illegale adiacente alla strada, una delle principali vie di accesso al centro di Johannesburg … Il portavoce del Dipartimento delle Risorse Minerarie e Petrolifere, Solly Phetla, ha detto che la sabbia viene raccolta presso i ponti in tutto il Paese”, prosegue The Citizen.

“Quando Ramaphosa ha lanciato l’iniziativa, nota come Operazione Prosper, ha descritto la criminalità organizzata come la “minaccia più immediata” per il Sudafrica. Il piano prevede il dispiegamento di 2.200 soldati che opereranno a fianco della polizia nelle zone ad alto tasso di criminalità”, racconta Africa News. Le miniere sono una delle zone più calde.

Gli arresti di questa settimana, che coinvolgono cittadini dei Paesi limitrofi, avvengono in un momento di fortissime tensioni, con il Paese attraversato da ondate di violenza verso i migranti e la stretta di Pretoria sull’immigrazione illegale. Migliaia di stranieri nelle ultime settimane hanno lasciato il Sudafrica per paura di diventare bersaglio dell’odio di gruppi locali che li accusano di rubare loro il lavoro.

Acqua

Il caldo feroce non accenna ad arrestarsi e mette in ginocchio l’Africa. Il futuro, a immaginarlo adesso, è temperature infernali, siccità e acqua che diventa preziosa come l’oro. L’Africa possiede, però, una riserva ancora inesplorata, che scorre nel suo sottosuolo.

L’Africa ‘galleggia’ su circa 0,66 milioni di chilometri cubi di oro blu. “Una quantità pari a circa 20 volte quella di acqua dolce immagazzinata in tutti i laghi africani messi insieme”, scrive Girma Yimer Ebrahim su Down to Earth, pubblicazione specializzata in tematiche ambientali.

Il gruppo di ricerca di Ebrahim, che lavora presso l’Istituto internazionale per la gestione delle acque, sta mappando le falde acquifere del continente per capire quali possono essere sfruttate in modo sostenibile, ovvero senza che rischino di esaurirsi.

“In tutta l’Africa, queste falde acquifere variano enormemente”, spiega Ebrahim. In Nord Africa, per esempio, una grande quantità è trattenuta da sabbie e sedimenti, “gigantesche spugne geologiche. Trattengono grandi volumi d’acqua che possono essere facilmente estratti. Questi acquiferi possono quindi supportare pozzi ad alta produttività pompando fino a 20 litri d’acqua al secondo”, spiega. Acqua piovana intrappolata, però, sotto strati di roccia, oltre 10 mila anni fa. “Non può essere reintegrata dalla pioggia. Una volta esaurita, è finita”, prosegue.

Nell’Africa subsahariana, invece, le falde acquifere hanno una struttura molto diversa, non sono così ricche come quelle del nord, ma possono ricaricarsi, si riempiono di nuovo durante la stagione delle piogge, sono “una riserva rinnovabile e diffusa contro la siccità”.

“Non sono sufficienti a rifornire una città o un Paese, ma possono comunque alimentare le pompe a mano delle comunità rurali e i piccoli sistemi di irrigazione”, spiega Ebrahim.

In un continente dove sono oltre 400 milioni le persone che non hanno accesso all’acqua potabile, il lavoro di mappatura del team di Ebrahim, fino ad ora, mostra che almeno 94 milioni di africani abitano in zone rurali dove le falde acquifere potrebbero essere sfruttate.

La ricerca, però, evidenzia anche un altro dato, allarmante: “Circa 535 milioni di africani vivono in aree in cui le attività umane potrebbero inquinare le falde acquifere”, si legge ancora.

Perché le falde acquifere possano essere davvero utili per affrontare le sfide di un clima sempre più arido, la loro salubrità ha bisogno di essere monitorata, così come lo sfruttamento da parte, per esempio, dei Paesi che le condividono affinché non si generino carenze. Serve, prima di tutto, collaborazione.

I ricercatori hanno iniziato a lavorare sul monitoraggio di alcuni siti pilota, quello del Bacino del fiume Mono, tra Togo e Benin, e quello del bacino del fiume Shire, condiviso da Malawi e Mozambico. Poi, potrebbe toccare all’Alto Nilo in Uganda.

Puglia, FestambienteSud 2026

Il vento del deserto, il riparo delle oasi, il tempo lento delle carovane raggiungono l’Italia, tracciando una rotta che lega il nostro Sud all’Africa. In Puglia, oggi e fino al 3 di agosto, tra la Valle d’Itria e il Gargano riprende il viaggio del festival di Legambiente per il Sud. Musica, letteratura, teatro, cibo, visite nel territorio, laboratori per guardare con occhi nuovi alla relazione tra uomo e ambiente.

“Deserto, oasi e carovane, ai confini del clima” è il secondo capitolo, che ci conduce nell’Africa sahariana, di un triennio che il Festival itinerante ha dedicato al continente africano.

“Il deserto sahariano ha rappresentato, per secoli, uno dei confini del mondo conosciuto suscitando timore ed esercitando fascino. Uno degli ambienti, come le distese di ghiaccio, dove il genere umano deve fissare la soglia delle sue aspirazioni alla pura lotta per la sopravvivenza”, racconta La Nuova Ecologia. Il deserto, oggi, si espande a causa del clima che cambia e dell’industrializzazione, che proprio della ricchezza del sottosuolo africano si alimenta, di quel petrolio e di quel gas per cui il Nordafrica non è più confine, ma centro di un mondo affamato di energia.

Desertificazione, che muta anche la geografia umana, che fa delle oasi “presìdi che preservano e riproducono risorse immateriali come solidarietà, senso della comunità, cultura, cooperazione, cura della democrazia e della pace contro il rischio dell’ingiustizia, della violenza e dello sfruttamento”, scrive ancora La Nuova Ecologia.

È in queste terre estreme, confini geografici, ecologici, culturali, che il Festival ha scelto di spingersi per aprire varchi e gettare ponti, per imparare dalla sapienza antica che attraversa i deserti, grazie alle voci che rendono ricchissimo il suo calendario di eventi.

La rassegna si apre oggi, con il concerto dei Tamikrest a Martina Franca, con la musica tuareg. Poi, la mauritana Noura Mint Seymali; la regina del deserto Amira Kheir, sudanese di adozione britannica, nata e cresciuta a Torino; il maliano Vieux Farka Touré, figlio di una leggenda, Ali Farka Touré, anima del blues africano. E ancora, ponti, contaminazioni, radici, del progetto Bambara Files, del gnawa blues di Majid Bekkas, tradizione delle confraternite di ex-schiavi neri deportati in Marocco; la spiritualità sufi di Nour Eddine e Rashmi Bhatt; il mauritano Daby Touré, con la sua musica elettronica nomade.

Accanto alle voci africane, l’Italia di autori come Daniele Sepe e Niccolò Fabi. “L’Africa non è una suggestione esotica, ma una bussola del futuro”, spiega Franco Salcuni, ideatore e anima della manifestazione, di cui cura anche la direzione generale con la collaborazione di Luciano Castelluccia. Dialoga con il deserto, FestambienteSud. “Adattarsi al deserto non è solo resistere, è trasformare la fragilità in forza: la stessa energia misteriosa che attraversa la musica che presentiamo, traduzione moderna delle ancestrali melodie pentatoniche che, secondo molti ricercatori, sono alla base stessa del blues moderno”, dice Mauro Zanda, direttore artistico del triennio sull’Africa.

Non solo musica, però, ma anche una rassegna teatrale che ha al centro il teatro civile, la letteratura, un seminario, visite sul territorio, passeggiate e FestambienteFood, progetto dedicato al cibo sostenibile e di qualità nella masseria Mangiato e nel centro storico di Vico del Gargano. Infine, il dialogo e l’approfondimento si articolano in un seminario estivo il 18 luglio a San Marco in Lamis e in un programma di forum, il 31 luglio e 1° agosto a Vico del Gargano, pensati come spazi di confronto aperti e partecipati.

Invito all’ascolto. Water no get enemy di Fela Kuti

Se vuoi fare il bagno, è l’acqua che userai
Se vuoi cucinare la zuppa, è l’acqua che userai
Se vedi che hai la testa calda, l’acqua la raffredderà
Se un bambino sta crescendo, userà l’acqua

Nulla senza acqua
Nulla senza acqua
L’acqua non ha nemici!

Canta così Fela Kuti, nel 1975. Afrobeat che pulsa, undici minuti introdotti da fiati, chitarre, tastiere, percussioni e poi la voce. Una traccia che si muove come un flusso inarrestabile d’acqua, come un fiume. Acqua di cui tutti abbiamo bisogno, che diventa metafora della vita e anche metafora di quella lotta politica inarrestabile che ha segnato la carriera di un artista iconico, leggenda nigeriana.

L’acqua non ha nemici, è la natura che “resiste all’effimera avidità degli uomini”, come si legge nell’analisi del testo di Songtell. “Fela Kuti usa questo ritmo costante per trasmettere verità che suonano come buon senso piuttosto che come rivendicazioni rivoluzionarie. Concentra il brano sulla quotidianità, costringendo l’ascoltatore a riconoscere che la sopravvivenza dipende da cose che tutti già conoscono”, si legge. Una canzone che è un monito al potere che stravolge l’ordine delle cose, una riflessione su ciò che è universale, indispensabile.

E che inizia con l’acqua, la pace, cibo, lavoro, diritti, salute, educazione, tutto ciò che serve alla vita.

Con il messaggio di Fela Kuti, che abbraccia tutte le nostre esistenze, vi salutiamo oggi, vi ringraziamo per essere stati con noi e vi aspettiamo lunedì con le notizie dal mondo.

Foto di copertina di Brett Wharton su Unsplash

Musica di King David/Ponds5

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