Messico: ucciso il giornalista Francisco Leyva
Scritto da Barbara Schiavulli in data Luglio 29, 2026
L’omicidio del giornalista investigativo Francisco Leyva in Oaxaca riaccende i riflettori sulla crisi della libertà di stampa in Messico, uno dei paesi più pericolosi al mondo per chi racconta corruzione, politica e criminalità organizzata.
Il giornalista messicano Francisco Alejandro Leyva Aguilar, 60 anni, è stato ucciso mercoledì scorso nello Stato meridionale di Oaxaca. Con la sua morte sale ancora il bilancio di una lunga scia di sangue che continua a colpire la stampa messicana, dove fare informazione significa troppo spesso mettere in conto la possibilità di non tornare a casa.
Un cronista che raccontava quello che altri preferivano tacere
Leyva era conosciuto per le sue inchieste sulla corruzione politica e sulla violenza dei gruppi criminali che operano nello Stato di Oaxaca. Da anni raccontava gli intrecci tra potere, interessi economici e criminalità organizzata, temi che in Messico continuano a rappresentare uno dei fronti più pericolosi del giornalismo.
La Procura di Oaxaca ha aperto un’indagine sull’omicidio e ha chiesto il coinvolgimento della Procura speciale federale per i reati contro la libertà di espressione, mentre gli investigatori stanno analizzando le immagini di videosorveglianza e raccogliendo prove balistiche per identificare gli autori dell’agguato.
Anche il governatore dello Stato, Salomón Jara, ha condannato pubblicamente l’omicidio ricordando che Leyva era “un giornalista critico del governo”, sottolineando che nessuna differenza politica può giustificare un atto di violenza contro chi esercita il diritto di informare.
Una lunga lista di giornalisti uccisi
L’assassinio di Francisco Leyva non è un episodio isolato. All’inizio di luglio le autorità messicane hanno confermato che i resti ritrovati nello Stato di Veracruz appartenevano alla giornalista Roxana Guzmán, rapita un mese prima da un gruppo armato. Secondo l’organizzazione per la libertà di stampa Article 19, anche i giornalisti Luis Ángel López e Manuel Moreno sono stati uccisi a giugno in relazione al loro lavoro.
Reuters riporta che almeno cinque giornalisti sono stati uccisi in Messico dall’inizio del 2026, mentre altre ricostruzioni giornalistiche parlano di un numero ancora più alto, segno anche della difficoltà di classificare alcuni casi e di stabilire con certezza il legame diretto tra gli omicidi e l’attività professionale delle vittime.
Nel 2025, secondo i dati di Article 19 citati da Reuters, sette giornalisti sono stati uccisi mentre svolgevano il loro lavoro. Reporter Senza Frontiere ha invece registrato nove omicidi di giornalisti nello stesso anno, definendolo il più sanguinoso degli ultimi tre.
La differenza nei numeri dipende dai diversi criteri utilizzati dalle organizzazioni per attribuire un omicidio all’attività giornalistica.
Il paese più pericoloso per i giornalisti fuori dalle guerre
Da anni il Messico viene considerato uno dei luoghi più pericolosi al mondo per fare informazione al di fuori delle aree di guerra.
Le organizzazioni internazionali che monitorano la libertà di stampa denunciano un sistema nel quale la maggior parte degli attacchi contro i giornalisti rimane impunita. Minacce, intimidazioni, aggressioni e omicidi raramente portano all’individuazione e alla condanna dei responsabili, alimentando un clima nel quale il silenzio diventa spesso una forma di sopravvivenza.
Molti cronisti locali lavorano senza adeguate misure di protezione, soprattutto nelle regioni dove il potere politico si intreccia con quello dei cartelli della droga e della criminalità organizzata.
Sono proprio i giornalisti che raccontano corruzione amministrativa, narcotraffico, violazioni dei diritti umani e violenza a diventare i bersagli più esposti.
Quando uccidere un giornalista significa colpire tutti
Ogni giornalista assassinato rappresenta una perdita che va ben oltre la sua redazione o la sua famiglia. Significa privare una comunità di una voce, interrompere un’inchiesta, scoraggiare altri cronisti dal seguire le stesse piste.
In Messico questo meccanismo si ripete da anni. L’impunità non colpisce soltanto le vittime, ma finisce per diventare un messaggio rivolto a tutti coloro che continuano a raccontare ciò che il potere politico o criminale preferirebbe restasse nascosto.
La morte di Francisco Leyva ricorda ancora una volta che, in alcune parti del mondo, il giornalismo continua a essere una professione da cui si può non fare ritorno. E che difendere la libertà di stampa significa, prima di tutto, difendere il diritto dei cittadini a conoscere la verità.
i potrebbe interessare anche:
- Israele e Palestina: La guerra delle parole
- Trump: l’Iran non avrà mai armi nucleari
- Iran, la guerra entra nella terza settimana
- Libano, ONU: indagine su uccisione giornalisti da parte di Israele
- “Libano come Gaza: Israele vuole annessione”
- Cina, dentro le prigioni del Partito
- Quando abbiamo smesso di riconoscerci
- An American in Rome – Ep. 2
- Israele costruisce un muro all’interno di Gaza
E se credi in un giornalismo indipendente, serio e che racconta il mondo recandosi sul posto, è proprio quello in cui crediamo anche noi. Siete voi a supportarci e finanziarci per le nostre rassegne, i nostri podcast, il nostro laoro sul campo. Aiutaci a dare voce a chi non ha voce. Puoi darci una mano passando parola e cliccando su Sostienici