Cina, dentro le prigioni del Partito

Scritto da in data Luglio 20, 2026

Lavoro forzato, pestaggi, isolamento prolungato, confessioni imposte e propaganda politica. Un nuovo rapporto di Safeguard Defenders, pubblicato in vista del Nelson Mandela Day del 18 luglio, documenta un sistema carcerario cinese in cui le violazioni dei diritti umani non rappresentano episodi isolati, ma pratiche diffuse.

Basato sulle testimonianze di 59 ex detenuti, lo studio descrive un universo parallelo dove il carcere diventa uno strumento di sfruttamento economico e controllo ideologico.

Il rapporto, intitolato Behind Bars: A Survey on Prison Conditions in China, raccoglie le testimonianze di ex detenuti cinesi e stranieri passati attraverso almeno 36 istituti penitenziari distribuiti in 16 province e municipalità della Cina.

A queste si aggiungono una lunga intervista all’ex detenuto australiano Matthew Radalj, un’analisi comparata della legislazione cinese e del diritto internazionale e un caso di studio dedicato al carcere di Chishan, nella provincia dello Hunan, finito negli ultimi anni al centro di accuse internazionali relative al lavoro forzato.

Per Safeguard Defenders, organizzazione impegnata nel monitoraggio dei diritti umani in Cina, il quadro che emerge dimostra come gli abusi siano sistemici e dovrebbero rappresentare un serio monito per tutti i governi che stanno valutando accordi di cooperazione giudiziaria, di sicurezza o di estradizione con Pechino.

Un sistema immenso, milioni di detenuti

Entrata alla Shanghai Tilanqiao Prison

La Cina dispone di una delle più vaste reti carcerarie del pianeta. Secondo le stime riportate nel rapporto, ogni anno circa 850.000 persone vengono condannate al carcere e distribuite in oltre 680 prigioni sparse nel Paese.

La popolazione detenuta è stimata intorno ai 2,34 milioni di persone, un numero che renderebbe la Cina il Paese con il maggior numero di detenuti al mondo.

In un sistema di queste dimensioni, sottolinea il rapporto, anche pratiche apparentemente “ordinarie” assumono una portata enorme in termini di impatto sui diritti umani.

Le testimonianze: «Non eravamo trattati come esseri umani»

Le testimonianze raccolte descrivono condizioni di detenzione estremamente dure.

Più della metà degli intervistati, il 54%, afferma di aver subito violenze da parte del personale penitenziario oppure di altri detenuti.

Tra gli abusi denunciati figurano pestaggi con pugni e calci, l’utilizzo di taser e spray al peperoncino, lunghe posizioni di stress, incatenamento e isolamento.

Uno degli ex detenuti sintetizza la propria esperienza con una frase che attraversa l’intero rapporto:

«Non sono mai stato trattato come un essere umano.»

Ancora più inquietante è la testimonianza di Matthew Radalj, cittadino australiano incarcerato in Cina, che racconta di essere stato sottoposto a scariche di taser “quasi ogni giorno” durante il periodo di isolamento e di essere rimasto incatenato per 194 giorni consecutivi.

L’isolamento oltre i limiti della legge

Uno degli aspetti più controversi riguarda l’uso dell’isolamento.

La legge cinese stabilisce un limite massimo di 15 giorni, lo stesso limite considerato dagli standard internazionali oltre il quale l’isolamento prolungato può configurare una forma di tortura psicologica.

Secondo il rapporto, diversi detenuti sarebbero invece rimasti in isolamento ben oltre questo limite.

Ancora più problematico è il fatto che il regolamento penitenziario preveda questa misura disciplinare anche nei confronti dei detenuti che rifiutano di lavorare o che, secondo l’amministrazione, non lavorano con sufficiente impegno.

Lavorare gratis o per pochi euro al mese

Il lavoro rappresenta uno degli elementi centrali del sistema carcerario cinese.

Il 54% degli intervistati dichiara di non aver ricevuto alcun compenso per il lavoro svolto in prigione.

Chi invece veniva retribuito racconta di aver percepito somme estremamente basse: nella maggior parte dei casi 100 yuan al mese o meno, circa 15 dollari.

Il caso del carcere di Chishan offre un quadro ancora più dettagliato.

Secondo le testimonianze raccolte, alcuni detenuti politici erano costretti a lavorare fino a dodici ore al giorno, spesso in ambienti insalubri, manipolando fibre sottili che provocavano problemi respiratori oppure mantenendo la stessa posizione per ore senza pause sufficienti.

Molti attribuiscono a queste condizioni dolori cronici alla schiena, gravi perdite di peso e un peggioramento generale dello stato di salute.

Uno degli ex detenuti riassume così la realtà vissuta:

«Non si tratta di una prigione con delle fabbriche. Sono fabbriche con una prigione.»

La rieducazione politica come parte della pena

Il rapporto evidenzia che la detenzione in Cina non punta soltanto alla privazione della libertà personale, ma anche alla trasformazione ideologica del detenuto.

L’81% degli intervistati afferma di essere stato obbligato a scrivere i cosiddetti thought reports, elaborati politici che comprendono lettere di pentimento, confessioni, autocritiche e testi nei quali il detenuto deve dimostrare sostegno al Partito Comunista Cinese.

L’istruzione impartita nelle carceri, raccontano molti detenuti, consiste prevalentemente in attività di propaganda politica piuttosto che in programmi di formazione professionale utili per il reinserimento nella società.

Rifiutarsi di scrivere questi documenti o produrre testi considerati insufficientemente sinceri o “politicamente corretti” comporterebbe conseguenze concrete.

I detenuti parlano della riduzione delle possibilità di ottenere uno sconto di pena, della limitazione degli acquisti consentiti, della cancellazione delle visite familiari o delle telefonate, fino ad arrivare all’isolamento e alle punizioni fisiche.

Un detenuto racconta di essere stato privato delle cure mediche per essersi rifiutato di scrivere una confessione.

Un altro ricorda:

«Sono stato mandato in isolamento per costringermi a scrivere una confessione.»

Cure negate e vita quotidiana

Le difficoltà non riguardano soltanto il lavoro o la disciplina.

Il 58% degli intervistati dichiara di non aver ricevuto assistenza medica pur avendone bisogno.

Il 29% afferma di non aver mai avuto la possibilità di svolgere attività fisica all’aperto durante la detenzione.

In oltre la metà delle celle, inoltre, esisterebbe la figura del cosiddetto “capo cella”, un detenuto incaricato informalmente di mantenere l’ordine ricorrendo, secondo numerose testimonianze, a intimidazioni e violenze nei confronti degli altri prigionieri.

Nessun controllo realmente indipendente

Secondo Safeguard Defenders, il problema strutturale è l’assenza di un organismo realmente indipendente incaricato di vigilare sulle condizioni di detenzione.

Le prigioni sono gestite dalla polizia penitenziaria sotto il Ministero della Giustizia, mentre la supervisione è affidata alla Procura Suprema del Popolo.

Pur trattandosi formalmente di due istituzioni distinte, il rapporto osserva che in un sistema a partito unico entrambe rispondono allo stesso assetto politico e non possono essere considerate realmente autonome.

Le testimonianze raccontano inoltre come presentare reclami sia spesso inutile o addirittura rischioso.

Alcuni detenuti riferiscono di aver subito ritorsioni dopo aver denunciato gli abusi, mentre altri spiegano di non aver mai sporto denuncia semplicemente perché terrorizzati dalle possibili conseguenze.

Uno degli intervistati sintetizza così la situazione:

«Dopo aver denunciato gli abusi non solo non è successo nulla, ma hanno preso provvedimenti contro di me.»

Le criticità rispetto al diritto internazionale

L’analisi giuridica contenuta nel rapporto individua tre principali punti di contrasto tra il sistema penitenziario cinese e gli standard internazionali sui diritti umani.

Il primo riguarda il lavoro forzato. La legge cinese consente di punire chi rifiuta di lavorare o viene giudicato poco produttivo. Secondo la definizione dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, un’attività svolta involontariamente sotto minaccia di sanzioni rientra nella nozione di lavoro forzato.

Il secondo riguarda la definizione di tortura. La normativa cinese vieta torture e violenze fisiche, ma non include esplicitamente le sofferenze psicologiche, mentre il diritto internazionale considera entrambe le dimensioni.

Infine, il rapporto sottolinea come la coercizione politica sia incorporata nella stessa legislazione penitenziaria, che impone la rieducazione ideologica e l’obbligo di dimostrare il proprio ravvedimento politico attraverso confessioni e dichiarazioni scritte. Un’impostazione che, secondo gli standard internazionali, entra in conflitto con il divieto di confessioni forzate e con la tutela della libertà di pensiero e di opinione.

Il significato del Nelson Mandela Day

La pubblicazione arriva alla vigilia del Nelson Mandela Day, celebrato ogni anno il 18 luglio, giorno della nascita dell’ex presidente sudafricano.

La ricorrenza rende omaggio ai 27 anni trascorsi da Mandela come prigioniero politico durante l’apartheid e ricorda che dal 2015 le Regole minime delle Nazioni Unite per il trattamento dei detenuti portano ufficialmente il suo nome: le Nelson Mandela Rules, considerate il principale riferimento internazionale per la tutela della dignità delle persone private della libertà.

Il rapporto di Safeguard Defenders richiama proprio questi principi per sostenere che il sistema penitenziario cinese, così come emerge dalle testimonianze raccolte, si discosti profondamente dagli standard internazionali sui diritti umani e imponga una riflessione ai governi che intendono rafforzare la cooperazione giudiziaria con Pechino.

Ti potrebbe interessare anche:

E se credi in un giornalismo indipendente, serio e che racconta il mondo recandosi sul posto, puoi darci una mano cliccando su Sostienici


Opinioni dei Lettori

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.I campi con * sono obbligatori



[There are no radio stations in the database]