28 agosto 2026 – Notiziario Africa
Scritto da Elena Pasquini in data Agosto 28, 2026
- Nigeria, caccia ai rapitori dopo il sequestro di massa
- Sette fronti contro Abiy: l’Etiopia verso il caos?
- Somalia, l’emergenza fame dimenticata dal mondo
- Viaggio nel cuore della cultura gastronomica del Ghana. L’intervista ad Afia Amoako
Nell’era della tecnologia dell’informazione, non credo che il lusso di non sapere, il lusso di usare la mancanza di conoscenza come scusa per l’inazione, possa essere sostenuto. Credo che dobbiamo collettivamente cercare di trovare la volontà di intervenire, di agire il più rapidamente possibile e di evitare uccisioni e genocidi.
Sono le parole di Kofi Annan. È il 1999, il Segretario generale delle Nazioni Unite fa riferimento al Ruanda, ma quell’intervento resta un monito al mondo che si volta dall’altra parte, sempre. Che non guarda ciò che ha davanti agli occhi. È davanti agli occhi di tutti la spirale di violenza in cui è intrappolata la Nigeria, ed è da qui che iniziamo, con la caccia all’uomo lanciata dal presidente Bola Tinubu per salvare centinaia di persone rapite. Il mondo però ha davanti agli occhi anche l’Etiopia, e non guarda. Il Paese è sull’orlo di un conflitto che sembra poter coinvolgere non soltanto lo Stato del Tigray, ma molti altri Stati della federazione. E poi, la Somalia, che affronta nell’assoluta incuranza del mondo una gravissima crisi alimentare. Quindi il Kenya, dove la scoperta di un po’ di oro alluvinale ha scatenato una corsa che è diventata emergenza.
Cambieremo pagina, poi, con una nostra intervista ad Afia Amoako, una ricercatrice, viaggiatrice, narratrice, che ha percorso il suo Paese, il Ghana, per raccogliere storie di cibo e ricette, tutte a base vegetale, e per raccontarci di un’antica e affascinante cultura gastronomica. Il suo viaggio è diventato un libro che non può che invitare a metterci ai fornelli.
Infine la musica di Angélique Kidjo che ha fatto la storia e ha una stella sulla Hollywood Walk of Fame.
Oggi 28 agosto 2026.
Nigeria
In Nigeria è caccia all’uomo, caccia senza quartiere. Il presidente Bola Tinubu ha lanciato una campagna di vasta scala per riportare a casa centinaia di persone rapite in un attacco simultaneo ad alcune moschee nel Nord del Paese lo scorso fine settimana. Sarebbero circa 600 le persone rapite, anche se non è possibile conoscere con esattezza in numero di quanti sono stati portati via con la forza nei dintorni di Dekara, un villaggio nello Stato di Niger. Ciò che sappiamo è in un video, pubblicato sui social network domenica dai rapitori. Donne, bambini, uomini, in mezzo al bosco, raccolti come bestiame, come merce da vendere nel mercato dell’orrore. Nessuno fino ad ora è stato in grado di verificare dove e quando quei video sono stati girati. Secondo quanto riporta l’agenzia di stampa Reuters, riferendo le parole di un funzionario della zona, 30 persone sarebbero state uccise nell’attacco, mentre in duemila avrebbero cercato rifugio nel vicino Benin, ha detto all’agenzia di stampa il capo della comunità di Dekara.
“Coloro che hanno perpetrato questo vile attacco contro nigeriani indifesi sono nemici della pace e nemici dell’umanità che non resteranno impuniti”, ha scritto il Presidente Tinubu sul suo account X, annunciando un’operazione congiunta che coinvolge Forze Armate, polizia nigeriana, il Dipartimento dei Servizi di Sicurezza dello Stato e tutte le agenzie di sicurezza e intelligence del Paese.
Tinubu, con il mandato presidenziale in scadenza e le elezioni a gennaio, deve fronteggiare una crisi che si è andata deteriorando nel tempo: i rapimenti di massa a scopo di riscatto hanno continuato a crescere dall’inizio dell’anno e dal Nord sembrano diffondersi verso Sud. In un Paese profondamente scosso da ondate di violenza crescente e di natura profondamente diversa, la sicurezza sarà uno dei temi caldi della tornata elettorale.
Secondo le Nazioni Unite sarebbero oltre 800.000 le persone sfollate nel Nord-Ovest del Paese. “Se correvi in una stanza, le davano fuoco”, racconta Fatima, una donna ascoltata dalla BBC nel campo di Gusau, un campo spontaneo dove ha trovato rifugio dopo un attacco nel villaggio di Bia Buki. “Se uscivi e cominciavi a correre, ti sparavano”, ha detto. Aprivano il fuoco e sparavano. Fatima spiega alla testata britannica come avvengono gli attacchi, racconta delle centinaia di motociclette, ognuna con a bordo anche tre persone, che piombano nel villaggio e seminano il caos.
Tante sono le persone che stanno cercando di fare quello che possono per fermare la violenza, alcuni unendosi a gruppi di vigilantes che hanno il supporto del governo. A terrorizzare la popolazione in questa parte della Nigeria solo a volte sono gruppi di militanti islamisti, nella maggior parte dei casi si tratta di bande armate che hanno fatto del rapimento un business. Attaccano all’improvviso, arrivano a decine, centinaia, in motocicletta, e sparano indiscriminatamente, senza una ragione, incuranti della fede, della provenienza etnica.
A volte rapiscono per chiedere un riscatto, a volte taglieggiano, impongono il pizzo. Si tratta, però, solo di una faccia della violenza che attraversa la Nigeria, alle prese con una multiforme e incoercibile crisi di sicurezza. Il Paese continua a fare i conti con l’insurrezione islamista, con le pressioni separatiste nel Sud-est, con l’instabilità nelle regioni centrali piagate da lotte comunitarie per l’accesso a risorse sempre più scarse, per l’acqua, per la terra dove pascolare le mandrie o coltivare il cibo.
Etiopia
Non è una, ma sono tante le faglie che attraversano l’Etiopia e fanno tremare questa terra fragile, percorsa da milizie che si muovono e combattono guerre di potere, sfruttando i confini tracciati dalle divisioni etniche. È una geografia difficile da decifrare. Le notizie sono poche, frammentate. I giornalisti difficilmente arrivano dove le tensioni stanno rischiando di far sprofondare il Paese non in una nuova guerra, ma in tante guerre tutte diverse che pure sono un unico caos.
La scorsa settimana due droni hanno colpito Mekelle, la capitale del Tigray, nel Nord del Paese e tredici persone sono state ricoverate all’ospedale universitario Ayder, secondo quanto riferito dalle autorità tigrine. È il terzo raid nel giro di poco tempo, da quando si sono riaccese le tensioni tra il TPLF, il Fronte di liberazione del popolo del Tigray, e il Governo federale guidato da Abiy Ahmed, che tra il 2020 e il 2022 hanno combattuto una guerra tra le più devastanti nel nostro tempo e che ha contato un numero imprecisato di vittime, sicuramente oltre le 600 mila.
Il Governo è stato accusato di aver colpito con i droni anche nella regione Amhara, al confine con il Tigray. Lì, è aperto lo scontro con le milizie Fano, che sono state alleate del governo contro il TPLF durante la guerra del Tigray, ma che ora sembrerebbero aver cambiato schieramento. E c’è chi sostiene, per muovere una guerra senza quartiere al governo federale.
Una guerra su larga scala, è lo scenario su cui si affaccia con terrore l’Etiopia. La fotografia della violenza armata nel Paese sembra quasi impossibile, le milizie si sono divise, separate in fazioni, hanno mutato fronte, poi ribaltato di nuovo alleanze in questi anni tesi. Certe, però, sono le parole di Zemene Kassie, presidente del Movimento Nazionale Amhara Fano. In un’intervista al quotidiano svizzero Le Temps, Kassie ha dichiarato che sette movimenti armati sarebbero pronti ad accordarsi per rovesciare il governo di Abiy Ahmed: tra loro, fazioni tigrine, dall’Oromia, Benishangul-Gumuz, dalla regione somala e dal Sudan.
Kassie, che sostiene di avere il controllo dell’80 per cento delle zone rurali dello Stato, ha detto che l’alleanza “ha un obiettivo immediato: la rimozione del Primo Ministro Abiy Ahmed, e un obiettivo a lungo termine: costruire un Paese “in cui sia bello vivere, dopo la caduta di Abiy Ahmed”, scrive Daily News Egypt.
Alla notizia dell’alleanza – per rendere meglio la complessità dello scenario e le correnti che attraversano i vari movimenti – ha replicato immediatamente Ato Eskinder Nega, ex presidente del Partito Balderas e membro del Movimento Nazionale Amhara Fano, sul servizio in amarico Deutsche Welle, affermando “che è inaccettabile che il suo movimento tenti di formare un’alleanza con altre forze senza l’approvazione di tutti i suoi membri”.
L’accordo, comunque, non ha precedenti e vede insieme chi fino a poco prima si era combattuto, e che non ha mai risolto antiche dispute territoriali, come quelle che vedono l’uno contro l’altro gli amhara e i tigrini, ma pone una sfida diretta ad Addis Abeba.
“L’Etiopia nell’agosto del 2026 è uno stato in guerra nell’Amhara, in una situazione di pace fallita nel Tigray, impegnato in una logorante controinsurrezione in Oromia e in un lento disfacimento politico nelle sue periferie somale e afar. Il partito al governo ha appena ottenuto una vittoria schiacciante in un’elezione che non si è potuta svolgere in un’intera regione e in parti di un’altra. Il contesto informativo in Etiopia è volutamente conteso. Il governo limita l’accesso dei giornalisti alle zone di conflitto; i media della diaspora, schierati su entrambi i fronti, pubblicano come fatti le affermazioni provenienti dal campo di battaglia”.
È questo il quadro, come lo racconta Daily News Egypt, lo scenario in cui a restare in trappola sono sempre, ancora una volta, i civili. Quelli che stanno tremando, di nuovo, a Mekelle, e in tante altre parti del Paese.
Somalia
Chi soffre la fame non fa rumore, si consuma, si spegne. Chi muore di fame non grida. Non grida la Somalia, che fugge dalle terre rurali in cerca di aiuto. Non gridano i suoi bambini. Forse sanno che nessuno ascolta. Il mondo consumista, opulento, che butta più di quanto può mangiare, ha le spalle voltate e i cordoni della borsa tirati.
Quattro stagioni delle piogge senz’acqua, un Paese nella morsa della siccità, intrappolato nella violenza: quest’anno in soli sei mesi, altre 500 mila persone hanno dovuto lasciare le proprie case, l’85 percento sono donne e bambini. Nove persone su dieci sono sfollati climatici.
Baidoa è una città della Somalia sud-occidentale. Sorge su un altopiano e il suo clima è, o forse era, tra quelli che hanno fatto guadagnare alla Somalia l’appellativo di ‘Svizzera dell’Africa’. Alla periferia di Baidoa, Medici senza frontiere lancia l’allarme e chiede di non aspettare che venga dichiarata la carestia per intervenire.
Metà dei 21 mila bambini visitati dall’organizzazione umanitaria in 14 campi profughi cittadini soffrono di malnutrizione acuta e uno su quattro di malnutrizione grave. Il numero di bambini costretti ad essere ricoverati è cresciuto del 78 percento, mentre si diffondono morbillo e difterite. Un terzo delle 888 famiglie su cui MSF ha condotto la sua indagine sopravvive con un solo pasto al giorno.
“Dietro ogni statistica c’è un bambino”, afferma Allara Ali, coordinatrice del progetto di MSF in Somalia. “Quello che stiamo vedendo è scioccante e va ben oltre la soglia di un’emergenza estremamente critica. Altrettanto scioccante è la mancanza di urgenza da parte dei donatori, che continuano a ridurre e ritirare il sostegno dalla Somalia”.
Medici senza Frontiere sta aumentando i posti letto, distribuendo aiuti e acqua potabile – che in Somalia è sempre più costosa, 200 litri sono passati da 2 euro a 8 euro. Ma non basta: “Un letto d’ospedale può salvare la vita di un bambino oggi”, afferma Ali. “Ma non può proteggerlo se poi torna in un rifugio senza cibo, acqua potabile e servizi essenziali.”
Le persone consumate dalla fame quest’anno sono raddoppiate e sono 6,5 milioni in tutto il Paese. La comunità internazionale ha donato appena il 30 percento delle risorse necessarie per fronteggiare l’emergenza. Il Piano di risposta all’emergenza umanitaria è già stato ridotto e potrà raggiungere meno della metà delle persone che hanno bisogno, solo 2,4 milioni. Gli Stati Uniti hanno completamente interrotto il loro sostegno, il Regno Unito lo ha dimezzato. La mancanza di fondi ha costretto decine di centri sanitari alla chiusura.
“A seguito di tagli senza precedenti agli aiuti umanitari, 205 strutture sanitarie e nutrizionali sono già state chiuse. L’impatto sui bambini è stato immediato: nei primi sei mesi di quest’anno, la Somalia ha registrato un aumento del 32% (rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso) dei bambini ricoverati nei centri di stabilizzazione con malnutrizione acuta grave e complicazioni. Un numero inferiore di strutture significa viaggi più lunghi per le mamme e i loro bambini; viaggi più lunghi significano cure più tardive; cure più tardive significano malattie più gravi e un maggior rischio di morte prevenibile”, ha dichiarato James Elder, portavoce dell’UNICEF, che di recente ha visitato i centri di accoglienza.
“Ho incontrato decine di bambini malnutriti, arrivati in ospedale in condizioni gravissime perché le strutture di assistenza sul territorio erano chiuse. Famiglie che hanno perso raccolti e bestiame sono alla ricerca di sostegno per i loro figli malnutriti”, ha raccontato.
Come Hajio che un tempo aveva una casa, i suoi figli andavano a scuola e possedeva del bestiame. Con la siccità tutti i suoi animali sono morti, non gli è rimasto più nulla, è fuggito, e vive in un rifugio di plastica e bastoni, dove non c’è riparo dal caldo feroce e dalla violenza della pioggia. Hajio non ha ricevuto nulla dalla comunità internazionale, nessun aiuto, solo vestiti e un po’ di pomodori da una comunità vicina, una comunità povera, in una terra povera.
L’autunno che si avvicina, intanto, non porterà nulla di buono. Si attendono gli eventi estremi di El Niño: inondazioni e altre fughe.
Kenya
Non c’è quasi più spazio nel piccolo fiume di Cheporor, nella regione di Kanyarkwat, nel Kenya occidentale. Attaccati gli uni agli altri, con le gambe nel fango di terra rossa, picconano, raccolgono l’acqua in catini di metallo e la filtrano. Uomini, donne e bambini con la schiena piegata e un’inesauribile frenesia.
Sperano di trovare un pugno d’oro, di essere più fortunati di chi scava gomito a gomito con loro. Nelle ultime settimane sono arrivati in massa in questo villaggio che un tempo era quieto e che ora rischia di diventare epicentro di una crisi umanitaria da sovraffollamento.
È la corsa all’oro innescata da una scoperta fortuita ad aver condotto in questa terra remota di pastorizia e boschi, oltre 10 mila persone in una settimana, dal Kenya, ma anche dalla vicina Uganda. Ora sono rimasti in oltre 2.500 a cercare l’oro alluvionale.
La notizia che Manasse Lomachar aveva venduto tre grammi d’oro per 36.000 scellini kenioti (circa 280 dollari) ha iniziato a circolare veloce come la luce. È questo, secondo un pastore di capre della zona sentito dalla BBC, ad aver scatenato la corsa di chi sa che anche una piccola quantità di quel minerale prezioso può fare la differenza nelle vite misere e precarie dei tanti figli di questa terra, molti, oggi, minatori improvvisati in cerca del colpo di fortuna.
“Lomachar afferma che la sua scoperta è avvenuta puramente per caso. Mentre era alla ricerca di una capra scomparsa, si è imbattuto in un gruppo di donne che setacciavano il letto di un fiume. “Mi sono unito a loro, ed è così che [il villaggio] si è reso conto che in questa zona c’era dell’oro”, racconta la testata britannica.
Una scoperta, quella di Lomachar che, a quanto si dice, è stata assai più consistente del poco oro che le donne da sempre strappano con fatica al fiume per portarsi a casa pochi dollari la settimana.
Samuel Kiarie, vice commissario della contea, ha visitato il sito all’inizio di agosto, documentando il sovraffollamento, le pratiche di scavo artigianali, con grandi e profonde fosse potenzialmente pericolose, la mancanza di servizi essenziali, con i minatori che dormono all’aperto e non hanno a disposizione sufficiente acqua potabile, e lo sfruttamento del lavoro minorile.
“Molti bambini in età scolare sono coinvolti nelle attività minerarie, e anche i più piccoli vengono portati qui e lasciati incustoditi. Questo rappresenta un grave rischio per le loro vite”, ha affermato, come riporta la Kenya News Agency. L’arrivo della stagione delle piogge potrebbe rendere ancora più pericolose le operazioni di scavo.
Eppure per il piccolo villaggio, la scoperta dell’oro non sembra essere soltanto un’emergenza umanitaria e sanitaria, ma anche un potenziale, grande business.
“Gli affari vanno a gonfie vele grazie al gran numero di persone che sono venute qui”, ha detto Benson Lokipuna, un residente di Kanyarkwat, scrive l’agenzia kenyota. Intorno al sito minerario sono immediatamente fiorite un gran numero di attività commerciali che offrono pane, acqua, l’indispensabile per vivere, ai minatori che affidano ogni speranza alla generosità della terra e dell’acqua.
Ghana. Il viaggio di Afia Amoako nella cultura gastronomica della sua terra
Nello spazio di una cucina la cultura di un popolo arriva a una sintesi quasi perfetta. Mani sapienti tessono insieme le multiformità della geografia, la volubilità del clima, le storie di radicamento e migrazione, la mescolanza di popoli, i saperi antichi e le religioni. È un arazzo, come quello che racconta Afia Amoako, l’arazzo della cucina della sua terra, il Ghana. Afia, giovane ricercatrice, scrittrice e viaggiatrice, viene dalla comunità Asante, da una terra di boschi nella parte meridionale del Paese, ma ha percorso tutto il Ghana, in lungo e in largo, per raccogliere la conoscenza antica degli ingredienti, le antiche ricette, quelle più vicine e quelle più lontane, e si è interrogata sui cambiamenti che investono l’agricoltura e il cibo. Poi ha pubblicato un libro. “Eat with Afia” è un caleidoscopio di colori e bellezza, un’immersione intensa alla radice della relazione tra esseri umani e natura, un libro dedicato alla cucina vegetale del Ghana. L’opera, frutto di cinque anni di lavoro, iniziati subito dopo la fine della scuola, mentre studiava per il suo PhD in epidemiologia, è uscita proprio in questi giorni e abbiamo voluto chiedere ad Afia di condividere con noi qualcosa del viaggio che l’ha condotta a documentare la tradizione gastronomica del Ghana, tanto affascinante, quanto fragile. Alla fine di quest’intervista, non vi resterà altro se non la voglia di mettervi ai fornelli oppure in viaggio.
Elena. Afia ha iniziato a condividere storie di cibo sin da quando era a scuola. Come è nata la passione per la cucina? Cosa ha influenzato la tua decisione di raccontare la tradizione culinaria del Ghana?
Afia. Ho sempre amato cucinare; per la mia famiglia, cucinare era un’esperienza gioiosa. Non è mai stato percepito come un compito gravoso che mia madre doveva sbrigare. Gran parte della preparazione avveniva in collaborazione e anche il momento del pasto era vissuto in comunità. Il mio rapporto con il cibo è stato caratterizzato da un’esperienza gioiosa, collaborativa e orientata alla condivisione. Credo che sia stato proprio questo a plasmare la mia passione e a farla crescere nel tempo.
Elena. Hai compiuto un lungo viaggio per documentare la cultura e la tradizione culinaria del Ghana. Cosa hai scoperto, cosa ha davvero cambiato le tue prospettive?
Afia. Ritenevo importante visitare gran parte del Paese per esplorare a fondo – e anche condividere – la varietà della cucina locale. Uno degli aspetti che ha maggiormente cambiato la mia prospettiva – e che ha persino modificato il mio modo di comunicare certe ricette – è stato il viaggio in diverse zone del Ghana settentrionale. Il nord del Paese è diverso dal sud sia per clima che per popolazione, e questo si riflette naturalmente sull’alimentazione. Essendo cresciuta nel sud, e più precisamente ad Accra – che è praticamente un crogiolo di tutte le diverse culture del Ghana – la mia comprensione della cucina del nord era filtrata proprio da questa realtà multiculturale, dove si cerca di soddisfare gusti e preferenze specifici, soprattutto quelli del sud. Quando però mi sono recata nel nord e ho vissuto direttamente quel contesto – osservando i climi diversi e i metodi di cottura sostenibili adottati per adattarsi sia alla stagione delle piogge che a quella secca – la mia comprensione della cucina settentrionale è cambiata radicalmente; ho scoperto una varietà di ingredienti e tecniche di preparazione che prima non conoscevo bene. Un esempio significativo è l’uso dello Shea Butter – o burro di karité, come viene chiamato da alcuni – e dei suoi svariati impieghi, fondamentali in molte tradizioni culinarie del nord del Ghana.
Elena. Perché hai scelto di incentrare il tuo libro e il tuo lavoro su ricette a base vegetale?
Afia. La mia alimentazione è prevalentemente a base vegetale. Quindi, negli ultimi dieci anni, ho esplorato la cucina ghanese proprio attraverso questa lente. Credo che non sarei riuscita a scrivere un libro di cucina come quello che ho realizzato senza questa prospettiva. Questo approccio mi ha costretta a riflettere sulle basi stesse della cucina ghanese. Storicamente, la cucina ghanese – o il cibo ghanese, a seconda della zona del Paese in cui ci si trova – pur essendo di tipo onnivoro, si è sempre concentrata in gran parte su alimenti di origine vegetale. È possibile ritrovare gran parte della nostra cultura, della nostra storia agricola, e persino delle nostre tradizioni e della religione, proprio attorno ai prodotti vegetali. Scegliere di concentrarmi sulla cucina a base vegetale – almeno per il mio primo libro – mi ha permesso di mettere in risalto la varietà e la ricchezza dei nostri piatti. Prendiamo ad esempio una zuppa: può essere preparata con qualsiasi tipo di carne, ma gli ingredienti vegetali ne costituiscono un elemento essenziale.
Elena. Religione, storia, e la dominazione coloniale. Come hanno influenzato il cibo del Ghana?
Afia. Una cosa che cerco di trasmettere nel mio libro è l’uso di vari motivi, come i simboli Adinkra, e di diversi proverbi tradizionali per comunicare il significato di certi ingredienti: non si tratta solo di cibo, ma di elementi che hanno assunto significati specifici. Prendiamo ad esempio la palma: parlo di come, per alcune popolazioni, venga chiamata “l’albero completo”, poiché la palma è in grado di sostenere gran parte della vita quotidiana. Diventa quindi qualcosa di più del semplice cibo; connette le persone a significati culturali e tradizioni. L’alcol ricavato dal frutto della palma, e la linfa di palma vengono utilizzati anche nei riti funebri. Si usano quando un parente è venuto a mancare: si versa una libagione in suo onore mentre entra nell’aldilà. I confini si fanno quindi un po’ sfumati quando si parla di cibo. Inoltre, una cosa che ho sentito ripetere spesso visitando luoghi diversi è: “Ho imparato a usare (quell’ingrediente) perché ho dormito, ho sognato e un antenato me lo ha detto”, oppure “qualcuno nel nostro passato comunicava con una divinità che gli ha suggerito di mangiarlo perché faceva bene”. È così che si formano alcune delle scelte e delle prospettive su alcuni ingredienti fondamentali della cucina ghanese.
Elena. Quali ingredienti o tecniche di cottura rivestono una particolare importanza nella cucina ghanese?
Afia. Ne approfondisco diversi aspetti nel mio libro. La fermentazione, ad esempio, gioca un ruolo fondamentale nella cucina ghanese; credo infatti che, rispetto ad altre culture dell’Africa occidentale, qui gli alimenti fermentati siano molto più diffusi e rilevanti. L’Africa occidentale è una realtà estremamente variegata, quindi non posso parlare a nome di tutti, ma nel libro tratto ampiamente la fermentazione: non mi limito a quella dei cereali — volta a conferire quel tipico sapore di lievito madre — ma parlo anche di un metodo di conservazione essenziale. Tratto inoltre la fermentazione delle spezie, un processo che non conferisce un sapore acido, bensì un gusto sapido e ricco di umami, tipico ad esempio dei semi di carruba africana (locust beans) o dei semi di baobab fermentati. Si tratta di una forma di fermentazione basata su principi scientifici molto diversi, che a mio avviso meriterebbe di essere conosciuta da più persone. È proprio questo l’aspetto che vorrei mettere in risalto quando si parla di lavorazione degli ingredienti nella cucina ghanese.
Elena. Cosa pensi che la cultura culinaria del tuo Paese, possa insegnare al nostro mondo contemporaneo riguardo al rapporto tra esseri umani, cibo e ambiente? Quali lezioni possiamo trarne?
Afia. Un tema che sta già diventando molto popolare, come quello della stagionalità. Gran parte del nostro modo di mangiare in Ghana è dettato dalle stagioni. In certi periodi dell’anno si trovano i platani, in altri i pomodori; è questo a determinare l’alimentazione delle persone. Poi, tendiamo a utilizzare la pianta nella sua interezza, non limitandoci a una sola parte. Un buon esempio è il sorgo: ovviamente ne mangiamo i semi come cereale, ma i fusti vengono usati per colorare il cibo. Li impieghiamo in varie preparazioni e sono anche ricchi di ferro. Molti alimenti, specialmente nel nord del Ghana, vengono sottoposti a diversi processi e usi: essiccazione, pestatura, fermentazione. Si cerca di sfruttare al massimo ogni singola coltura, soprattutto considerando la situazione attuale, tra crisi climatica e condizioni ambientali instabili. L’uso sostenibile di tutti gli ingredienti è un aspetto che noi ghanesi – e gli abitanti dell’Africa occidentale in generale – gestiamo molto bene; credo sia un tema a cui anche le persone al di fuori della nostra regione dovrebbero prestare maggiore attenzione.
Elena. La cucina del Ghana è una cucina complessa, ma quali sono i fattori principali che stanno influenzando la tradizione culinaria e gastronomica del tuo Paese?
Afia. Direi che uno dei fattori è il clima. Diverse zone del Ghana hanno climi differenti, il che influisce sulle piante e sulle colture che possono crescere; alcune di queste sono essenziali per la cucina del nord del Paese, ma non possono essere coltivate nel sud, dove il clima è troppo piovoso e umido per quel tipo di agricoltura. Tuttavia, col passare del tempo — e soprattutto vivendo in un mondo globalizzato — anche le pressioni economiche e i fenomeni migratori giocano un ruolo importante nelle abitudini e nelle scelte alimentari delle persone. Nel mio libro di cucina, ad esempio, parlo molto di ingredienti come il riso autoctono o il miglio. Molti piatti che un tempo venivano preparati con riso locale oggi utilizzano varietà d’importazione, come il riso jasmine, oppure sostituiscono il miglio con il mais. Oltre alla migrazione e alle pressioni globali, come anche il cambiamento climatico e l’irregolarità delle temperature stanno influenzando le scelte delle persone riguardo a cosa coltivare e cosa mangiare. Quindi sì, credo che questi siano i fattori principali.
Elena. Credi che ci siano aspetti del patrimonio culinario del tuo Paese, o dell’Africa occidentale, che rischiano di andare perduti?
Afia. Sì, credo che questo stia accadendo in molti modi. C’è la rapida urbanizzazione: le persone si spostano dalle zone rurali verso città come Accra, dove ormai il cibo tende a essere piuttosto uniforme. Questo è sicuramente un fattore che potrebbe accelerare la perdita di alcune ricette tradizionali. Citerei anche le dinamiche globali: per esempio, il Ghana dipende fortemente dal cacao come principale coltura da reddito e, per coltivarlo, è necessario abbattere alberi, sottraendo vaste aree alle zone boschive. Si passa quindi da colture destinate all’autosostentamento alla produzione di colture commerciali. Un altro esempio è l’impatto significativo del cambiamento climatico sulle tradizioni culinarie: le stagioni agricole cambiano, rendendo alcune varietà di cereali e prodotti più adatte di altre a queste condizioni meteorologiche instabili. Per certi versi, questo è un vantaggio, poiché permette a qualcuno di tornare a coltivare varietà autoctone; tuttavia, a causa dell’instabilità, altri si concentrano maggiormente su colture ad alta resa – come mais o riso – capaci di resistere a tali fluttuazioni. Sono due spinte diverse, due fenomeni che avvengono simultaneamente a causa del cambiamento climatico. Le motivazioni sono molteplici e si tratta di una tendenza che non riguarda solo l’Africa occidentale, ma l’intero continente e molti altri Paesi, specialmente nel Sud del mondo.
Ph. credits: Afia Amoako.
Invito all’ascolto. Batonga di Angélique Kidjo con Cumbiafrica e Alé Kumá
Non potevamo non dedicare un brano a lei. Angélique Kidjo, la prima musicista africana a ricevere una stella nella storia della Hollywood Walk of Fame. Angélique Kidjo ha vinto cinque Grammy Awards e la scorsa settimana ha fatto la storia. Quella stella che l’artista del Benin ha dedicato all’Africa è il riconoscimento per una carriera che ci ha fatto cambiare il modo di guardare al continente e alla sua musica.
“Noi africani non ci rendiamo nemmeno conto di quanto abbiamo dato al mondo”, ha affermato Angélique Kidjo durante la cerimonia. “Senza il blues portato dagli schiavi in America, non esisterebbero l’R&B, il rock and roll, la musica soul e il jazz. Tutto questo proviene dall’Africa”, ha detto alla BBC.
Il brano che vi invitiamo ad ascoltare oggi è un nuovo arrangiamento di una canzone iconica, Batonga, pubblicata per la prima volta nel 1991, nell’album Logozo, e che a giugno è diventata un singolo dal sound afro house insieme a Cumbiafrica e Alé Kumá, remix che “incorpora voci in spagnolo, yoruba e fon, creando un dialogo musicale tra le tradizioni dell’Africa occidentale e i suoni elettronici latini contemporanei”, scrive Mixmag Caribbean.
Perché la musica di Angélique Kidjo supera barriere, mescola generi, intreccia radici e costruisce ponti. Inventa, anche, come la parola ‘Batonga’.
La storia di quell’invenzione, che risale all’infanzia di Kidjo, la racconta ABC, network australiano. Quando lei e le sue amiche andavano a scuola, “venivano molestate dai ragazzi che cercavano di dissuaderle”. Ma “anziché arrabbiarsi”, Kidjo crea la parola “batonga”. “Ogni volta che i ragazzi le prendevano in giro, le ragazze dicevano questa parola, irritandoli non poco, perché loro non ne conoscevano il significato. Nella mente di Kidjo, voleva dire: “Lasciatemi in pace. Posso essere chiunque io voglia essere”, scrive ABC.
Con l’invito ad ascoltare il remix di Batonga, ma anche l’album del 1991 e l’ultimo lavoro di Angélique Kidjo, Hope!!, uscito all’inizio dell’anno, vi salutiamo. Vi ringraziamo per essere stati con noi e vi aspettiamo lunedì, con le notizie dal mondo.
Immagine di copertina: Genreta con AI
Musica: King David/Ponds5
Ti potrebbe interessare anche:
- Israele e Palestina: La guerra delle parole
- Trump: l’Iran non avrà mai armi nucleari
- Iran, la guerra entra nella terza settimana
- Libano, ONU: indagine su uccisione giornalisti da parte di Israele
- Cisgiordania: la nuova dottrina di sicurezza per i coloni
E se credi in un giornalismo indipendente, serio e che racconta il mondo recandosi sul posto, è proprio quello in cui crediamo anche noi. Siete voi a supportarci e finanziarci per le nostre rassegne, i nostri podcast, il nostro laoro sul campo. Aiutaci a dare voce a chi non ha voce. Puoi darci una mano passando parola e cliccando su Sostienici



