24 agosto 2026 – Notiziario Mondo
Scritto da Barbara Schiavulli in data Agosto 24, 2026
- Iran, il “D-Day economico” e la guerra senza bombe.
- Gaza e Cisgiordania, quando anche un aquilone diventa guerra.
- Congo, un’altra strada verso la pace.
- Francia e Arabia Saudita, la riabilitazione di MBS.
- Kazakistan, un Parlamento nuovo per un potere antico
- Grecia, l’Odissea riporta i turisti a Itaca.
- Indonesia, Superman contro gli incendi, 17enne diventa star del web.
- Giappone, in vacanza per dormire. Introduzione: il rumore di una sedia.
Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets a cura di Barbara Schiavulli
Palestina e Israele
Quattro aquiloni sono arrivati dalla Striscia di Gaza nelle comunità israeliane oltre il confine. L’esercito israeliano li ha esaminati e ha dichiarato che non trasportavano esplosivi o materiali sospetti e non avevano costituito un pericolo.
Non è stato però possibile stabilire in modo indipendente chi li abbia lanciati né con quale intenzione.
Eppure, il ministro della Difesa Israel Katz ha definito ogni lancio «un atto di guerra»: «Un pallone equivale a un aquilone e un aquilone equivale a un drone, con o senza esplosivi». Insieme a Benjamin Netanyahu ha minacciato attacchi contro i presunti responsabili e nuove evacuazioni delle zone utilizzate per i lanci.
Il timore israeliano nasce anche dal ricordo degli aquiloni incendiari che nel 2018 provocarono numerosi incendi. Ma quelli ritrovati adesso, secondo lo stesso esercito, erano innocui.
Hamas nega qualsiasi responsabilità e sostiene che siano giocattoli lanciati dai bambini nei campi degli sfollati, accusando Israele di costruire un pretesto per proseguire gli attacchi.
Anche questa versione non può essere confermata indipendentemente. Resta però un fatto: si minaccia di evacuare interi quartieri per oggetti che, finora, non contenevano nulla.
Domenica, intanto, due attacchi israeliani nel centro di Gaza hanno ucciso almeno due palestinesi e ne hanno feriti sette. Fra le vittime Mohammad Abdel-Salam Taha, quattro anni, colpito dalle schegge dopo il bombardamento di un edificio ad Az-Zawayda. L’esercito israeliano ha dichiarato che sta verificando i due episodi.
Dall’entrata in vigore della tregua, nell’ottobre 2025, le autorità sanitarie di Gaza riferiscono oltre 1.280 palestinesi uccisi; Israele segnala la morte di quattro suoi soldati. Una tregua che ha ridotto la guerra, senza riuscire a fermare le uccisioni.
In Cisgiordania occupata, durante un’incursione nel campo profughi di al-Askar, vicino Nablus, i soldati israeliani hanno ucciso il quattordicenne Islam Ajouri, secondo le autorità sanitarie palestinesi.
L’esercito afferma di stare esaminando l’accaduto. A Nur Shams, militari israeliani hanno issato la bandiera nazionale sul minareto di una moschea; il Waqf di Tulkarm ha denunciato una profanazione.
A Osarin, coloni hanno incendiato una stanza e un’automobile e lasciato scritte di vendetta. Nello stesso giorno, un israeliano è stato ferito in un accoltellamento vicino Gerico e un sospettato è stato successivamente arrestato.
Sul piano politico, Israel Katz, ministro della difesa Israelano, ha dato all’esercito due settimane per preparare il trasferimento alla polizia dei poteri civili sugli israeliani che vivono negli insediamenti. Il progetto non è ancora entrato in vigore.
Fonti militari citate da Haaretz ritengono però che possa facilitare nuovi avamposti e richiedere una forma di annessione giuridica.
E mentre Mansour Abbas chiede la fine dell’occupazione, Gadi Eisenkot, fra i principali avversari elettorali di Netanyahu, promette che neppure con lui nascerà uno Stato palestinese. La contesa israeliana sembra quindi riguardare sempre meno il futuro politico dei palestinesi e sempre più il modo in cui impedirlo.
Intanto, Siria e Israele hanno davvero ripreso a parlarsi: delegazioni di alto livello si sono incontrate in Giordania, con la mediazione statunitense, per fermare gli attacchi israeliani e riaprire i negoziati sulla sicurezza.
La delegazione siriana era guidata dal ministro Asaad al-Shaibani; secondo fonti israeliane, quella israeliana dal capo del Mossad Roman Gofman.
A Gaza un aquilone senza esplosivo può essere dichiarato un atto di guerra. In Giordania, dopo i bombardamenti, la guerra torna a chiamarsi diplomazia.
In mezzo restano le persone, costrette ogni volta a capire se devono alzare gli occhi al cielo per guardare un gioco o per cercare un riparo.
Iran e USA
Washington ha scelto perfino il linguaggio di una battaglia militare. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha annunciato per oggi un «D-Day economico» contro l’Iran: quella che definisce la più grande offensiva finanziaria mai organizzata contro un avversario.
L’obiettivo dichiarato è tagliare ogni entrata al governo iraniano, colpendo esportazioni petrolifere, reti finanziarie clandestine, petroliere ombra e società straniere che continuano a commerciare con Tehran.
Bessent avverte anche i paesi accusati di praticare una politica di “accomodamento”: chi mantiene legami economici con l’Iran, dice, dovrà affrontarne le conseguenze.
Ma i dettagli delle nuove misure saranno presentati soltanto alle 18 GMT, le 20 in Italia: al momento non è quindi possibile confermare quali sanzioni verranno effettivamente introdotte.
Tehran risponde con due voci. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi definisce la pressione statunitense «un film già visto» e sostiene che l’Iran sappia come resistere. Più minaccioso Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale: se la guerra economica continuerà, avverte, non uscirà «neppure una goccia di petrolio» né dallo Stretto di Hormuz né dal resto del Golfo.
E ogni paese che aiuterà Washington sarà considerato parte di un atto di guerra. Una minaccia, non ancora un provvedimento operativo, ma sufficiente a scuotere mercati e rotte marittime.
Mentre il capo dell’esercito pakistano Asim Munir arriva a Tehran per tentare una mediazione, l’Iran starebbe valutando anche l’ingresso nel Patto di difesa della Mecca, firmato da Arabia Saudita, Turchia e Pakistan. L’invito è stato riferito da un dirigente dell’agenzia del Parlamento iraniano, ma non è stato confermato ufficialmente dai governi coinvolti.
La guerra economica non produce crateri, ma svuota salari, consuma risparmi e rende più fragile la vita quotidiana. E la pressione esterna non cancella la repressione interna.
Secondo la Kurdistan Human Rights Network, l’attivista curda Shirin Masoudi sarebbe stata arrestata senza mandato a Mahabad e trasferita in un centro dell’intelligence. La famiglia non conosce accuse né condizioni di detenzione. Il caso non è verificabile in modo indipendente.
Tehran chiede dignità a Washington. Ma la dignità non può fermarsi alla frontiera: deve valere anche per una famiglia che aspetta di sapere dove sia stata portata una figlia.
Repubblica Democratica del Congo
Il governo della Repubblica Democratica del Congo e i ribelli dell’AFC-M23 hanno concordato in Svizzera una nuova tabella di marcia per rilanciare i negoziati di pace.
Cinque giorni di colloqui, con la partecipazione di Stati Uniti, Qatar, Togo, Unione Africana e Svizzera, hanno prodotto scadenze e un meccanismo per controllare le violazioni del cessate il fuoco. La prima missione è prevista oggi a Minembwe, nel Sud Kivu.
Restano però nodi pesanti: le sanzioni contro l’M23, la liberazione dei detenuti e le riforme politiche. E soprattutto, mentre si negozia, nel Nord e nel Sud Kivu si continua a combattere.
Dal 2025 i ribelli hanno conquistato Goma e vaste aree dell’est, una terra ricchissima di coltan e altri minerali indispensabili ai nostri dispositivi elettronici.
Kigali nega di sostenere l’M23, ma l’ONU ha chiesto al Ruanda di ritirare le proprie truppe e interrompere ogni appoggio. In Congo di accordi ne sono stati firmati molti: la pace comincerà quando, dopo le strette di mano, smetteranno finalmente di fuggire le famiglie.
Guinea
A Conakry, una montagna di rifiuti è crollata sulle abitazioni accanto alla discarica di Dar-es-Salam, dopo le forti piogge della notte. Il bilancio provvisorio è di almeno 30 morti e 22 feriti, sei gravi. Le ruspe continuano a scavare e si teme che vi siano altre persone sepolte.
Il sito avrebbe dovuto chiudere proprio domenica e il pericolo era noto: un altro crollo aveva già ucciso otto persone nel 2017.
Le piogge hanno fatto precipitare la montagna, certo, ma quando la povertà costringe le famiglie a vivere accanto a una discarica, anche i rifiuti diventano un’arma mortale.
Tunisia
È salito a undici il numero dei corpi recuperati dopo il naufragio di un’imbarcazione al largo di Zarzis, nel sud della Tunisia. A bordo c’erano quindici tunisini: quattordici di Ben Guerdane e uno di Zarzis. C’è un solo sopravvissuto; tre persone restano disperse, mentre le ricerche proseguono senza sosta.
A Ben Guerdane, le famiglie aspettano e cresce la rabbia. Il sindacato UGTT chiede un’inchiesta e risposte sulle condizioni economiche che spingono tanti giovani a partire. Perché questa volta a prendere il mare erano ragazzi tunisini, in fuga da un futuro che non riuscivano più a vedere.
Grecia
Il successo dell’Odissea di Christopher Nolan potrebbe portare nuovi viaggiatori a Itaca, la leggendaria patria di Ulisse. La piccola isola ionica, appena tremila abitanti e ancora lontana dal turismo di massa, spera in un aumento delle prenotazioni dalla prossima stagione. Alberghi e ristoratori raccontano di un interesse già crescente.
C’è però un dettaglio quasi omerico: a Itaca non è stata girata neppure una scena. Il sindaco aveva contattato la produzione, senza successo. Inoltre, quando il film è uscito, l’isola era già al completo: il vero “effetto Nolan” si potrà misurare soltanto il prossimo anno. Ulisse non è tornato davvero a casa, insomma. Ma forse lo faranno i turisti.
Francia
Emmanuel Macron riceve a Parigi il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman per una visita di due giorni. Si è cominciato domenica sera con la finale della Coppa mondiale di e-sport; oggi arriveranno gli accordi su sanità, trasporti ed energia, insieme al primo Consiglio di partenariato strategico franco-saudita. Sul tavolo anche difesa, petrolio e guerre in Medio Oriente.
Nel programma reso pubblico dall’Eliseo, però, i diritti umani non compaiono. E quel silenzio pesa. Nel 2018 il giornalista Jamal Khashoggi fu assassinato e fatto a pezzi nel consolato saudita di Istanbul: l’ONU definì il delitto un’esecuzione extragiudiziale, mentre l’intelligence statunitense concluse che MBS aveva approvato l’operazione. Riyadh lo nega.
Otto anni dopo, il principe è tornato a essere un partner indispensabile. La realpolitik sa voltare pagina molto in fretta; il problema è che su quella pagina resta ancora il corpo di un giornalista.
Svezia
Circa 50 mila persone, secondo gli organizzatori, hanno attraversato Stoccolma chiedendo una politica climatica più coraggiosa. In piazza oltre 280 organizzazioni e Greta Thunberg, a tre settimane dalle elezioni del 13 settembre.
Il governo di destra di Ulf Kristersson ha ridotto le tasse sulla benzina e gli obblighi di utilizzare carburanti a basse emissioni. Scelte che, secondo gli esperti, mettono a rischio gli obiettivi svedesi: tagliare del 70 per cento le emissioni dei trasporti entro il 2030 e raggiungere la neutralità climatica nel 2045.
Il governo difende una transizione graduale per tutelare imprese e competitività. Ma il 37 per cento degli elettori considera il clima una priorità. E 50 mila persone in strada ricordano alla politica una cosa semplice: incendi e ondate di calore non aspettano i tempi delle campagne elettorali.
Ucraina e Russia
A Kyiv sono arrivati sei leader nordici e baltici. Le priorità del vertice sono difesa aerea, protezione delle infrastrutture durante l’inverno e nuove sanzioni contro Mosca.
Sul tavolo anche un dato enorme: all’Ucraina mancano 27 miliardi di dollari per la difesa, in parte perché fondi destinati alla fine dell’anno sono già stati spesi per droni e altre urgenze.
Intanto si combatte un’altra battaglia, quella politica. Zelenskyy respinge la richiesta dell’ex ministro Mykhailo Fedorov di votare durante la guerra: sarebbe «uno tsunami» capace di dividere il paese. Fedorov risponde che la democrazia non può essere ostaggio di Putin.
Ma portare alle urne soldati, profughi e cittadini sotto occupazione è quasi impossibile. Il dilemma resta: una democrazia va protetta dalle bombe, ma anche dal rischio che l’emergenza diventi eterna.
Kazakistan
In Kazakistan, il nuovo Parlamento ha già un padrone. Secondo tre exit poll diffusi dai media statali, Adilet ha ottenuto tra il 70 e il 72 per cento dei voti. Il partito, creato dagli uomini del presidente Kassym-Jomart Tokayev e rinforzato assorbendo la vecchia formazione di governo Amanat, controllerà quindi il primo Kurultai: la Camera unica da 145 seggi introdotta dalla nuova Costituzione.
L’affluenza ufficiale ha superato il 74 per cento. Quattro partiti minori dovrebbero entrare in Parlamento, ma sono considerati sostanzialmente fedeli al presidente. I risultati definitivi non sono ancora stati pubblicati. Del resto, candidati indipendenti e autentiche forze di opposizione erano già rimasti fuori dalla corsa.
La riforma, presentata come uno strumento per rendere più efficiente il processo legislativo, potrebbe soprattutto consolidare il potere di Tokayev. La nuova Costituzione gli consente infatti di candidarsi per un altro mandato di sette anni. Lui dice di non aver ancora deciso; intanto annuncerà entro dieci giorni il nuovo vicepresidente, scelto personalmente.
Cambiano il nome, l’architettura e perfino il numero delle Camere. Ma se tutti i partiti ammessi guardano nella stessa direzione, il pluralismo resta soprattutto una scenografia. E un Parlamento senza una vera opposizione può approvare le leggi molto rapidamente: proprio perché nessuno ha la possibilità di fermarlo.
Canada e Usa
Saltano i negoziati commerciali tra Stati Uniti e Canada e il confine più lungo del mondo torna a essere una linea di scontro.
Washington ha imposto dazi del 50 per cento su una serie di prodotti canadesi; Ottawa risponderà dall’8 settembre con tariffe dello stesso valore su merci statunitensi, tra cui acciaio, latticini ed elettronica. Il premier Mark Carney parla apertamente di «guerra commerciale» e accusa gli Stati Uniti di usare i rapporti economici come un’arma.
Ma queste battaglie non restano nei palazzi: significano prezzi più alti, aziende in difficoltà e posti di lavoro a rischio. La propaganda è gratis; il conto dei dazi, invece, arriva sempre a lavoratori e consumatori.
Stati Uniti
Nel Nevada, l’Hawk Fire corre più veloce delle squadre di soccorso. Alimentato dal vento e da una vegetazione estremamente secca, ha già divorato circa 60 chilometri quadrati alla periferia di Reno, distruggendo abitazioni e attività.
Quarantaduemila persone hanno ricevuto l’ordine di evacuare, mentre altre 45 mila devono prepararsi a partire. Sei i feriti, tra cui tre soccorritori. L’incendio sarebbe stato provocato dall’uomo, ma la causa resta sotto indagine.
Il governatore ha mobilitato la Guardia nazionale. Una madre è riuscita a prendere soltanto i cani, qualche vestito, le fotografie del matrimonio e le ceneri di sua madre. Quando cambia il vento, un’intera vita deve entrare in una borsa.
Messico
Rubén Rocha Moya, governatore dello Stato messicano di Sinaloa, ha chiesto una nuova aspettativa a tempo indeterminato, meno di ventiquattro ore dopo essere tornato al lavoro. Il Dipartimento di Giustizia statunitense lo ha incriminato insieme ad altri nove funzionari, accusandoli di aver aiutato il cartello di Sinaloa nel traffico di droga.
Rocha respinge ogni accusa; il Messico afferma che le prove ricevute finora non bastano per estradarlo, mentre l’indagine nazionale resta aperta.
Il suo ritorno ha suscitato la critica della presidente Claudia Sheinbaum, che ha ricordato come nessun interesse personale venga prima del paese. In uno Stato devastato dalla violenza dei cartelli, questo valzer di poltrone trasmette soprattutto un messaggio: l’incertezza resta al comando.
India e Pakistan
Per mesi, 150 donne sindhi pakistane sono rimaste promesse spose, con il matrimonio sospeso insieme ai loro visti. Dopo l’attacco di Pahalgam e la crisi culminata nell’operazione militare Sindoor, l’India aveva chiuso il valico terrestre di Wagah-Attari e bloccato l’ingresso dei cittadini pakistani.
Secondo il dirigente comunitario Rajesh Jhambia, grazie all’intervento dello Shadaani Darbar, un importante santuario induista del Sindh, il ministero dell’Interno indiano ha infine concesso i visti alle donne e ai familiari, imponendo però l’ingresso in aereo.
Da aprile sono così arrivate in India passando da Dubai, Muscat, Sri Lanka, Bangladesh e altri paesi, per sposarsi a Nagpur, Raipur, Jodhpur e Pune.
Altre 300 donne starebbero ancora aspettando. Perché quando i governi chiudono una frontiera non fermano soltanto merci e viaggiatori: dividono famiglie, rinviano matrimoni e trasformano la geografia in una condanna.
Indonesia
Ogni pomeriggio, dopo la scuola, l’adolescente indonesiano Rudiyansah indossa un costume da Superman, lo bagna perché non prenda fuoco e raggiunge suo padre, volontario antincendio, nelle torbiere attorno a Palangka Raya, nel Borneo.
Aiuta le squadre dal 2023 e sogna di diventare guardia forestale. Il video delle sue imprese è diventato virale e il ministro delle Foreste lo ha chiamato «eroe della foresta», promettendogli sostegno per gli studi.
Ma dietro il mantello c’è un paese soffocato dal fumo: quest’anno gli incendi hanno già bruciato almeno 285 mila ettari e la siccità prosciuga le fonti d’acqua.
Il suo coraggio commuove, ma lascia una domanda: possibile che a difendere una foresta debba essere anche un ragazzo? Superman può essere un simbolo; prevenzione, mezzi e responsabilità restano compito degli adulti.
Cina
A Pechino i robot non si limitano più a giocare a tennis. Ai Mondiali degli umanoidi gareggiano oltre duemila macchine provenienti da 16 paesi.
Tiangong Ultra ha corso i cento metri in 9 secondi e 39, più veloce del record di Usain Bolt; un altro robot ha saltato 2 metri e 88. Risultati impressionanti, ma naturalmente non omologabili come record sportivi umani.
Nell’esibizione con l’ex tennista Zheng Jie, il robot Galbot ha servito oltre i cento chilometri orari, è caduto e si è rialzato. Però la sfida vera non è battere Bolt: è collegare un cavo, piegare i vestiti o intervenire in un’emergenza senza che una mano umana debba arrivare a salvarli.
Giappone
Un terremoto di magnitudo 5,9 ha svegliato Tokyo e il Giappone orientale. L’epicentro, secondo l’Agenzia meteorologica giapponese, è stato localizzato nel sud della prefettura di Ibaraki, a 70 chilometri di profondità.
Almeno 37 persone sono rimaste ferite in cinque prefetture, quasi tutte cadendo o urtando mobili nel panico. Nessun allarme tsunami e nessuna anomalia negli impianti nucleari.
Alcuni treni hanno subito ritardi e a Tokyo si è rotta una condotta idrica. Le autorità chiedono prudenza per possibili nuove scosse: il terremoto dura pochi secondi, la paura molto di più.
In Giappone non si viaggia più soltanto per vedere qualcosa, ma anche per chiudere finalmente gli occhi. Sempre più alberghi propongono pacchetti di “sleep tourism”: l’Hotel 1899 di Tokyo offre questionari sul riposo, tisane personalizzate, cuscini speciali e sali da bagno.
il Chinzanso misura persino le onde cerebrali, mentre il Malibu Hotel prepara materassi e biancheria in base alla postura dell’ospite.
La formula intercetta una clientela stanca, stressata e desiderosa di disconnettersi dagli schermi. E consente agli hotel, naturalmente, di aumentare la spesa per soggiorno. Nel 2025 il Giappone ha accolto il record di 42,7 milioni di visitatori.
Attenzione, però: questi servizi possono migliorare il comfort, non curare l’insonnia. Resta il paradosso: dopo aver trasformato ogni minuto da svegli in produttività, adesso vendiamo come lusso anche il diritto di dormire.
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