Quando abbiamo smesso di riconoscerci

Scritto da in data Luglio 21, 2026

Quando una società smette di essere una comunità e comincia a diventare folla? Non accade con un colpo di Stato, non arriva all’improvviso, non c’è una sirena che ci avverte che da oggi siamo qualcosa di diverso da quello che eravamo.

Succede lentamente, quasi senza far rumore, ogni volta che una vita vale un po’ meno della nostra rabbia, ogni volta che la sete di punire diventa più importante del desiderio di capire, ogni volta che smettiamo di vedere un essere umano e cominciamo a vedere soltanto un’etichetta, un nemico, un colore della pelle, un passaporto, una fedina penale, una divisa, fino al punto in cui la persona scompare e resta soltanto il bersaglio.

Viviamo immersi in un rumore continuo che ci ha anestetizzati. Scorriamo immagini di guerra mentre facciamo colazione, guardiamo uomini morire in un video di pochi secondi, leggiamo di bambini sepolti sotto le macerie e, un istante dopo, discutiamo del tempo o di una partita di calcio, come se il nostro cervello avesse imparato a spostare il dolore in un angolo per impedirgli di disturbarci.

È successo qualcosa di profondo alla nostra capacità di riconoscere la carne, il sangue, la paura, il volto dell’altro, perché ormai reagiamo alle vite degli altri come reagiremmo ai personaggi di un videogioco: si vince, si perde, si elimina un avversario e la partita ricomincia.

Poi arrivano due notizie che sembrano non avere nulla in comune e invece raccontano lo stesso paese, la stessa Italia.

Da una parte c’è Mario Roggero, un gioielliere condannato in via definitiva per avere ucciso due rapinatori che scappavano dopo che, secondo tre gradi di giudizio, il pericolo era cessato. Anche se chiunque può immaginare la paura del gioielliere, rapinato più volte, con la famiglia in pericolo, la giustizia esiste proprio perché spiega il confine tra quello che uno può fare o no.

Una sentenza che comunque, può essere discussa, criticata, ma che rappresenta comunque la decisione della giustizia di uno Stato democratico, eppure, ed è la cosa peggiore perché crea confusione, c’è chi pensa che quella condanna possa trasformarsi in un merito politico, chi immagina che quell’uomo possa diventare un candidato, un simbolo, un esempio da esibire davanti agli elettori, come se il messaggio da consegnare al paese sia che togliere la vita a qualcuno possa essere compatibile con l’idea di rappresentare le istituzioni.

Dall’altra parte c’è un uomo,  Abderrahim Fakir, che entra vivo in un intervento di polizia e ne esce morto. Mentre gli operatori sanitari stanno a guardare. La magistratura dovrà stabilire che cosa sia accaduto davvero e anche se le immagini sono piuttosto esaustive, uno Stato serio non emette sentenze prima dei giudici e non sostituisce il processo con i commenti sui social.

I poliziotti hanno pochi secondi per decidere cosa fare e probabilmente non sono preparati a distinguere un uomo con un disagio mentale, non sanno come calmare un uomo che non è armato, che non stava minacciando, non sono riusciti a vedere neanche un malato di asma prima di uno straniero.

E proprio perché uno Stato è tale, ogni volta che una persona muore mentre si trova nelle mani delle istituzioni dovrebbe sentirsi attraversato da una domanda enorme, scomoda, ineludibile, una domanda che non è contro la polizia ma a difesa della democrazia: com’è stato possibile?

Perché lo Stato ha un monopolio che nessun cittadino possiede: il monopolio della forza. Ed è proprio per questo che deve essere infinitamente più responsabile di chiunque altro. La forza senza controllo diventa arbitrio. L’autorità senza trasparenza diventa paura. E la paura, prima o poi, finisce sempre per divorare la libertà.

Quello che mi spaventa, però, non sono soltanto questi fatti, mi preoccupa quello che rivelano di noi: la velocità con cui scegliamo da che parte stare prima ancora di conoscere la verità, la facilità con cui trasformiamo ogni tragedia in una curva da stadio, il bisogno quasi disperato di avere sempre un colpevole da odiare e un eroe da idolatrare, anche quando la realtà è infinitamente più complessa delle nostre convinzioni.

Abbiamo smesso di fidarci della giustizia, ma nello stesso tempo ci siamo convinti di poterla sostituire. Ognuno di noi si sente giuria, giudice e boia. Bastano pochi secondi, una fotografia, un titolo, un cognome straniero, una pelle più scura, un video incompleto, e il verdetto è già scritto. Non ci interessa sapere, ci interessa condannare.

È così che nasce una società pericolosa, perché quando accettiamo che alcune vite valgano meno di altre, quando decidiamo che qualcuno abbia perso il diritto a essere considerato una persona, allora il confine continua a spostarsi.

Oggi è il migrante. Domani il povero. Domani sera chi professa una religione diversa, poi chi ama la persona sbagliata, chi vota il partito sbagliato, chi semplicemente la pensa diversamente da noi.

La storia non ha mai cominciato perseguitando tutti, ha sempre iniziato scegliendo qualcuno di cui fosse facile convincere gli altri che non meritasse gli stessi diritti. E noi, oggi, quel meccanismo lo alimentiamo ogni giorno.

Continuiamo a raccontarci che l’Italia non sia un paese razzista, ma forse dovremmo smettere di chiedere conferme a chi quel razzismo lo subisce e provare, per una volta, ad ascoltare il nostro linguaggio, le nostre battute, le nostre paure, le gerarchie invisibili che costruiamo quando una morte ci commuove soltanto se appartiene alla persona giusta e ci lascia indifferenti se il cognome, il colore della pelle o il luogo di nascita ci consentono di prendere le distanze.

La sicurezza che ci promettono, non può nascere dalla paura, non nasce dalle pistole, non nasce da campagne elettorali costruite sulla vendetta e nemmeno da una divisa trasformata in simbolo di impunità.

La sicurezza nasce quando nessuno è costretto a scegliere la criminalità perché il lavoro non esiste, quando i quartieri non vengono abbandonati, quando le scuole insegnano a pensare invece che a temere, quando si investe nella conoscenza reciproca invece che nella costruzione del nemico, quando lo Stato torna a rispondere ai cittadini e non pretende che siano i cittadini ad adattarsi alle sue paure.

Perché non sarà mai la paura a salvarci: la paura costruisce muri e dietro quei muri cresce soltanto altra paura.

L’unica sicurezza possibile nasce dalla fiducia, dalla giustizia, dalla cultura, dall’uguaglianza delle opportunità e dalla certezza che ogni vita, anche quella che ci mette più a disagio, continui ad avere lo stesso identico valore della nostra. Se perdiamo questo, non avremo perso soltanto il buon senso, avremo perso la parte migliore di noi.

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