Leader sempre più anziani, cittadini sempre più giovani

Scritto da in data Giugno 11, 2026

Il 14 giugno Donald Trump compirà ottant’anni. Un traguardo personale che diventa inevitabilmente una questione politica, perché il presidente degli Stati Uniti è oggi uno dei leader più anziani del pianeta.

E non si tratta di un’eccezione isolata. Dall’Africa al Medio Oriente, passando per l’Europa e le Americhe, il potere mondiale continua a essere saldamente nelle mani di uomini che hanno attraversato decenni di storia, mentre governano società sempre più giovani, connesse e radicalmente diverse da quelle che li hanno portati al comando.

Secondo un’analisi del Pew Research Center sui leader dei 186 Stati membri delle Nazioni Unite, soltanto sedici capi di Stato o di governo sono più anziani di Trump. Un dato che racconta molto più di una semplice statistica anagrafica: racconta la difficoltà delle élite politiche mondiali a rinnovarsi e il crescente scollamento tra chi governa e chi vive le trasformazioni del presente.

Il club dei grandi anziani del potere

Se Trump appare anziano agli occhi dell’opinione pubblica americana, nel panorama internazionale è quasi un giovane veterano. A guidare la classifica c’è il presidente del Camerun, Paul Biya, che ha novantatré anni e governa il Paese da quasi quarantaquattro anni. Quando Biya arrivò al potere, Ronald Reagan era alla Casa Bianca, l’Unione Sovietica esisteva ancora e Internet non era nemmeno un progetto civile.

Subito dopo troviamo il re dell’Arabia Saudita, Salman bin Abdulaziz Al Saud, novantenne, sul trono dal 2015 ma figura centrale della monarchia saudita da decenni. Tra i dieci leader più anziani figurano inoltre presidenti africani che sono diventati simboli della longevità politica: dall’Uganda di Yoweri Museveni allo Zimbabwe di Emmerson Mnangagwa, passando per il Congo-Brazzaville di Denis Sassou Nguesso e la Guinea Equatoriale di Teodoro Obiang Nguema Mbasogo.

Non è un dettaglio secondario che molti di questi paesi siano classificati da organizzazioni internazionali come sistemi poco democratici o apertamente autoritari.

La longevità al potere, infatti, raramente dipende soltanto dal consenso. Spesso è il risultato di apparati consolidati, opposizioni indebolite, controlli istituzionali limitati e sistemi politici costruiti per garantire continuità più che alternanza.

L’età, naturalmente, non determina da sola la qualità di un governo, ma quando si accompagna a decenni di permanenza al potere, diventa inevitabilmente una lente attraverso cui osservare la salute democratica di uno Stato.

La generazione TikTok che arriva al governo

All’estremo opposto della classifica c’è una figura che sembra uscita da un’altra epoca storica. Il più giovane leader nazionale del mondo è Balen Shah, trentaseienne primo ministro del Nepal, arrivato al potere dopo proteste guidate dai giovani.

Shah non rappresenta soltanto un ricambio generazionale. Rappresenta un diverso modo di costruire consenso e identità politica. Rapper, personaggio mediatico, con una forte presenza sui social network, considera YouTube e TikTok tra le sue principali fonti di reddito e ha pubblicato una canzone sull’unità nazionale alla vigilia del suo insediamento.

La sua figura racconta una trasformazione che la politica tradizionale fatica ancora a comprendere. Per la prima volta nella storia contemporanea, una generazione cresciuta interamente nell’ecosistema digitale inizia a entrare nelle stanze del potere.

Accanto a lui troviamo la premier islandese Kristrún Frostadóttir, trentottenne, e il presidente del Burkina Faso Ibrahim Traoré, anch’egli trentottenne e diventato negli ultimi anni un simbolo controverso di leadership giovane nel continente africano.

La distanza tra un capo di governo nato nell’era dei social media e presidenti che hanno iniziato la propria carriera politica quando il telefono fisso era ancora un lusso racconta forse meglio di qualsiasi analisi la velocità con cui il mondo sta cambiando.

Chi rappresenta davvero il presente?

L’età mediana dei leader mondiali è sessantatré anni. La maggioranza si colloca tra i quaranta e i sessantanove anni. Numeri che, in apparenza, sembrano ragionevoli. Eppure la questione non riguarda soltanto quanti anni abbia un leader, ma quanto riesca a comprendere il mondo che governa.

Negli Stati Uniti il dibattito è diventato centrale negli ultimi anni. Dopo la presidenza di Joe Biden e il ritorno di Trump alla Casa Bianca, una larga maggioranza di americani si è dichiarata favorevole all’introduzione di limiti di età per le cariche elettive federali.

In un sondaggio del Pew Research Center, quasi l’80 per cento degli intervistati si è detto favorevole a un tetto anagrafico per i rappresentanti politici.

Dietro questa richiesta non c’è necessariamente una forma di discriminazione verso gli anziani. Piuttosto emerge una domanda di rappresentanza. Molti cittadini si chiedono se persone nate prima della televisione possano davvero interpretare le sfide dell’intelligenza artificiale, delle crisi climatiche, dell’economia delle piattaforme digitali e delle nuove forme di partecipazione politica.

È una domanda legittima, ma che non ha una risposta semplice. La storia è piena di leader anziani capaci di visione e di giovani politici incapaci di governare. L’età non garantisce né saggezza né incompetenza.

Il problema non è l’età, ma il ricambio

Forse la vera questione non riguarda gli ottant’anni di Donald Trump o i novantatré di Paul Biya. Il problema è capire se i sistemi politici siano ancora in grado di produrre nuove classi dirigenti.

In molte democrazie occidentali la politica sembra aver smesso di essere un ascensore sociale. Nelle autocrazie il ricambio è spesso percepito come una minaccia alla stabilità del potere. In entrambi i casi, il risultato è simile: leader sempre più anziani governano società che cambiano sempre più velocemente.

Il paradosso del XXI secolo è tutto qui. Viviamo nell’epoca dell’innovazione permanente, delle rivoluzioni tecnologiche e delle trasformazioni sociali accelerate. Eppure, in molti casi, continuiamo a essere guidati da uomini che appartengono a mondi che non esistono più.

La domanda che attraversa il pianeta non è se un ottantenne possa governare, la domanda è se le nuove generazioni abbiano davvero la possibilità di farlo.

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