Combattere per i diritti umani

Scritto da in data Febbraio 9, 2019

CARACAS – Due donne accanto ai noi confabulano a bassa voce, una sta raccontando all’altra che suo figlio è scomparso da due settimane e nessuno sa dove sia. La voce a tratti le si rompe mentre cerca di trattenere le lacrime. E’ qui per vedere qualcuno dell’organizzazione per i diritti umani Foro Penal, una delle più grandi e rispettate del Venezuela. Si occupano dell’assistenza legale di tutti quelli che non possono permettersi un avvocato. Sono i paladini dei poveri, degli innocenti, degli scomparsi e dei prigionieri politici. C’è la fila in attesa, ci sono scaffali di casi, ci sono i nomi di tutte le persone che hanno chiesto aiuto e hanno raccontato la loro storia. Alfredo Romeno, è il direttore, un uomo che ricorda Antonio Banderas nei suoi quarant’anni, arriva trafelato, accaldato, e incontra subito la donna che lo guarda con gli occhi pieni di speranza. Quando arriva da noi alza lo sguardo al cielo come se ci fossero giornate troppo lunghe e faticose per essere vissute, e sono solo le 11 del mattino. Ogni caso è un incubo da attraversare che parla di dolore, ingiustizia, torture, paura, ma lo ripete più volte nella nostra chiacchierata: “Se non ci fossimo noi, se ci fermassimo per un solo attimo, nessuno saprebbe quello che sta accadendo”.

“Posso parlarti di quella che è la situazione dei diritti umani e della repressione. In queste ultime due settimane, dal 23 gennaio, è stato il periodo con più arresti nella storia che noi conosciamo e lavoriamo da 18 anni, abbiamo rappresentato più di 10 mila vittime, persone che sono state torturate, uccise o arrestate, e queste due settimane rappresentano il periodo in assoluto con più arresti, parliamo di detenzioni politiche, 988 persone arrestate, di cui 100 donne. Di queste 700 sono ancora in prigione. Prima di arrivare qui ne ho visti 18 in un centro perché i detenuti sono stati sistemati in posti diversi nel paese” .

Ci sono anche minori?

I minori, grazie alla pressione internazionale, sono stati rilasciati, erano 137, e sono stati liberati non perché il governo voleva ma perché abbiamo avviato una campagna internazionale per liberarli due settimane fa, di lunedì. All’inizio hanno detto che mentivamo, poi lo hanno ammesso. Nel 2017 ci sono state più di 5000 persone arrestate per le proteste nell’arco di tutto l’anno, per questo in media queste due settimane sono fuori dal comune. Nel 2017 ci sono stati circa 400 minori arrestati. Oggi cercavo 18 persone e ne ho trovate 80 che ancora non ci risultavano nel posto dove sono stato, quindi gli arresti potrebbero essere anche di più. Questi sono quelli che arrivano a noi, perché i familiari vengono qui e ci coinvolgono.

Bisogna fare una distinzione tra le persone arrestate o detenute e i prigionieri, è la prima volta che abbiamo molti minori prigionieri, che sono stati formalmente indagati da un ordine giudiziario. La definirei una politica generalizzata di detenzione. Quando vieni arrestato non vieni accusato, vieni solo indagato, significa che c’è la presunzione che tu sia coinvolto in una certa situazione. Quando c’è un accusa, significa che ci sarà un processo, ma qui nessuno dei prigionieri politici finisce quasi mai a processo.

Quindi cosa fate?

Andiamo in tribunale, cerchiamo di capire cosa stia succedendo, ma in realtà non dobbiamo difendere nessuno legalmente, quello che facciamo come organizzazione è più una strategia legale.

Perché tutte queste persone vengono arrestate?

Intimidazione, è un messaggio per la popolazione, perché la maggior parte, il 90 per cento sono poveri che provengono da zone povere e da lì vengono prelevati. Il messaggio è ai poveri che hanno protestato in queste due settimane. Prima le proteste avvenivano nelle zone della classe media. Questa volta nelle zone di classe media sono arrivati un sacco di poveri per partecipare alla protesta, non era mai successo così prima, ora le proteste avvengono anche nei quartieri più poveri, e non sono state arrestate solo persone che protestavano, non è andata in questo modo, arrivano la notte, alcuni sono stati presi a casa.

Ma come sapevano che erano alle proteste?

No, no, non gli interessa, molti dei ragazzi con cui ho parlato oggi, non avevano niente a che fare con le proteste, gli è stato detto che c’era un gruppo di terroristi che cercavano perché hanno tentato di uccidere un poliziotto e questi ragazzi non erano insieme, neanche si conoscono tra di loro, quello che hanno fatto, è stato prenderli a caso. Perché? E’ un modo di intimidire la gente, ora se parli con le famiglie, gli amici, sono tutti spaventati anche perché non si subisce solo l’incarcerazione, ma si viene torturati, questi 18 che ho appena visto, sono stati messi in una stanza buia, hanno lanciato una polvere lacrimogena, una perita, una piccola borsa con della polvere che si trasforma in gas, e le persone soffocano. Per esempio le botte non vengono neanche considerate tortura per un venezuelano, quando chiediamo a qualcuno dei nostri assistiti se è stato torturato rispondono, no, sono stato solo picchiato. Immaginate di stare in un posto al chiuso al buio in 10 con questa polvere che vi toglie il respiro. Usano anche la pika pika, una polvere che irrita. Ma questa è una cosa nuova non si usava prima, le persone vengono prese e portate in queste piccole case che non sono vere prigioni, 38 persone con un solo bagno, dormono per terra, in questa dove sono stato, c’è un ragazzo lgbt con l’aids che viene costantemente umiliato e costretto a pulire il bagno

Quanto a lungo vengono trattenuti?

Non si sa mai, per quanto riguarda quelli di adesso, lo sono dal 23 gennaio, le famiglie li possono vedere una volta la domenica, oggi è stata la prima vota che li ho visti come avvocato, perché gli avvocati possono andare ogni giovedì in quel posto. Ah e non c’è cibo, le famiglie la domenica portano da mangiare, sempre che riescano a procurarselo. Non possono uscire, non possono camminare, sono tutti insieme in questo posto affollato di 38 persone. Tolti i miei 18 detenuti politici, gli altri 20 sono criminali tra cui degli assassini, persone che non hanno a che fare con la protesta o con le questioni politiche. Ci sono anche due musicisti tra cui un sassofonista

Cosa riuscite a fare per loro?

Naturalmente andiamo in tribunale e sbrighiamo le pratiche burocratiche, ma non ci occupiamo solo del tribunale ma di raccogliere i casi per poi presentarli al tribunale internazionale, non è solo difesa, ma che monitoraggio delle violazioni dei diritti umani. Presentiamo denunce ai diversi organismi internazionali come le Nazioni Unite o organizzazioni per i diritti umani. Facciamo anche campagne, usiamo i social media, è un modo per sollevare la questione politica a livelli più alti. Prima dobbiamo scoprire chi sono le persone arrestate, la polizia non viene certo a dircelo, poi dobbiamo scoprire perché sono stati presi e dobbiamo provare che non hanno alcuna giustificazione a tenerli dentro. Spesso quando siamo in tribunale perfino i giudici dopo aver spedito qualcuno in prigione ci dicono “Lo sai abbiamo ricevuto ordini”. Persone innocenti, i giudici lo sanno, i procuratori lo sanno ma sono costretti a lavorare per l’esecutivo, non sono affatto indipendenti. Per questo è importante essere lì, perché se non ci fossimo, nessuno saprebbe quanti sono i prigionieri politici, nessuno saprebbe dove sono, che gli è accaduto, neanche i loro nomi saprebbero.

Un po’ come accade in Arabia Saudita?

 E’ una cosa curiosa come paesi come l’Arabia Saudita o l’Egitto, che si suppone siano di destra, eppure si arriva ad un certo punto dove non conta più l’ideologia o a quale gruppo appartieni, si usa la repressione come arma politica esattamente allo stesso modo. Arabia Saudita, Egitto che sono paesi alleati degli Stati Uniti, con un Maduro amico della Russia, usano gli stessi metodi tutti quanti. Maduro usa le stesse tecniche usate durante la dittatura in argentina, che era una dittatura di destra. Quando ascolti le storie, quando vedi sui corpi della gente quello accade, ti accorgi che sono esattamente le stesse storie. La pratica del waterboarding, l’uso di elettricità. Ci sono due tipi diversi di detenzione politica, una è la detenzione di civili: persone che protestano, studenti, minori, donne e poi c’è la detenzione dei militari, una detenzione più sofisticata.

Ci sono soldati detenuti in questo momento?

Ce ne sono 82, senza contare quelli che sono scomparsi, parliamo di ufficiali perché sono loro che arrestano, è una cosa diversa perché è una detenzione selettiva, non è a caso e vengono sistematicamente torturati, quando vengono presi, in questo caso dall’intelligence militare, ti dicono che sarai interrogato e sai che sarai torturato, vieni portato nei loro centri di tortura. C’è un posto che si chiama la stanza dei pazzi dove torturano, usano buste di plastica pratica recente, elettricità che è una tortura molto comune e il waterboarding. Non solo vengono presi gli ufficiali ma spesso anche le famiglie.

In queste due settimane ci sono state 12 sparizioni forzate, tutte all’inizio lo sono, perché sono scomparsi fino a che non scopriamo dove siano finiti, quindi tecnicamente le consideriamo sparizioni forzate. Le famiglie ci chiamano e noi con i nostri attivisti localizziamo dove si trovano, ci sono molti posti in Caracas. Questi 12 possono apparire dopo giorni, settimane, mesi. In genere quando vengono rilasciati poi vengono qui. Per esempio, abbiamo un sergente Solanos che si è ribellato a Maduro con un gruppo di soldati, alcuni sono stati presi, altri sono scappati. Non sappiamo dove sia. Così i servizi sono andati dalla sua famiglia: la cugina Carla di 19 anni è stata torturata, umiliata sessualmente, la suocera del sergente 73 anni è stata presa, ma non è stata torturata, ma la madre di questo ragazzo 63 anni è stata torturata come Carla e il fidanzato di Carla. Volevano che confessassero dove si trovava il sergente, ma loro non lo sapevano e dopo quattro giorni sono stati rilasciati. Ma questo è solo un caso, ne abbiamo molti dove accade la stessa cosa. Ma ripeto, è diverso dagli arresti generalizzati per intimidire le persone, questo serve sì a intimidire il settore militare, ma soprattutto perché c’è un grande discontento all’interno. Si pensa che siano coinvolti in una qualche cospirazione, ma basta anche twittare qualcosa di critico contro Maduro in un gruppo whatsapp, ci sono anche poliziotti in galera, agenti dei servizi segreti.

C’è una sorta di paranoia tra le autorità?

Entrambe la cose un po’ di paranoia ma anche un reale discontento all’interno del sistema militare. Tutti odiano ormai Maduro, puoi parlare con chiunque, ormai la sofferenza è troppa. Perfino i guardiani dei centri detentivi non hanno cibo, sono anche loro vittime del sistema. Vedono le loro famiglie soffrire e non ne possono più.

Perché non riescono a passare in blocco dall’altra parte, sul tavolo c’è un’offerta di amnistia dopo tutto?

E’ sopravvivenza. Chi dice di essere contro Maduro va in prigione, che si ottiene dicendo di essergli contro? Non riescono a muoversi in blocco perché l’intelligence è troppo radicata, controlla tutto quello che accade. Penso molti non riescano a capire bene cosa significhi vivere in una dittatura. C’è un sistema di intelligence civile e militare. Ci sono anche agenti della Sebin, i servizi civili di intelligence in prigione perché hanno fatto trapelare informazioni.

Siamo a un giro di boa?

Abbiamo affrontanti diverse fasi circolari, ci sono alti e bassi, non so come finirà questa volta che è sicuramente diversa dalle altre. Bisogna fare molta pressione, è la prima volta che c’è un presidente dell’opposizione riconosciuto all’estero, questo è completamente nuovo e importante. Non è riconosciuto solo dalla gente, ma dai governi, ma non so davvero come finirà. A queste persone ora al governo non importa niente della gente, non hanno paura di colpire mentre sono al potere, vogliono il controllo di tutto, ma hanno superato il limite e lo sanno.

Siete d’accordo con l’amnistia che è stata offerta?

Siamo stati quelli che all’inizio hanno lavorato alla bozza, ma non alla legge che è stata presentata ora e alla quale ci opponiamo, non si può includere persone che hanno commesso crimini contro l’umanità, non si può dare un’amnistia generalizzata che comprende eventi legati al futuro, bisogna essere molto chiari e specifici e questa legge non lo è. E ‘per tutti, per qualsiasi cosa, per chiunque si suppone accetti di dichiararsi contro il governo. Per noi non è logico. Noi crediamo che per avere una pacifica transizione, la giustizia debba essere sempre presente. Quando si parla di giustizia di transizione, nessuno ha capito cosa significhi, il punto più importante di qualsiasi transizione sono le vittime, la riparazione nei confronti delle vittime, naturalmente la riconciliazione è importante, ma anche la soddisfazione delle vittime. L’immunità non può essere la chiave per il passaggio da un potere a un altro perché creerebbe un precedente e noi questo non possiamo accettarlo, non noi di Foro Penal, ma nessuna organizzazione per i diritti umani al mondo. E ci opporremo, anche se veniamo criticati per questo, qualcuno ci ha detto “voi volete che Maduro resti”, cerchiamo di essere chiari: Maduro è un human rights abuser (uno che viola i diritti umani) e proprio per questo non è giusto che se ne vada come se qui non fosse accaduto nulla, con chiunque ha commesso cose tremende protetto da una legge di amnistia. E’ ovvio che va fatto in un modo politico e che qualcuno la passerà liscia, ma non tutti. Questa legge è piena di errori in questo senso, ma non è ancora implementata, stanno ancora discutendo, abbiamo mandato le nostre proposte, certo è che non so se le leggeranno o se accetteranno i nostri consigli.

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In questi giorni stiamo cercando di capire cosa stia succedendo in Venezuela e abbiamo parlato con diverse persone che spiegano come si è arrivati a questo punto con una storica, cosa potrebbe essere fatto ce lo spiega l’economista  e soprattutto come si vive in un paese dove lo stipendio medio è di 5 euro e una scatola di tonno, tra l’altro oggi introvabile, ne costa 7: Il prezzo della crisi.

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