3 giugno 2026 – Notiziario Mondo

Scritto da in data Giugno 3, 2026

  • Libano: cercasi tregua.
  • Al Jazeera: Stati Uniti, i corpi donati alla scienza usati per addestrare medici militari israeliani.
  • Sudan, colpiti mercato e ospedale nel Darfur. Europa, stretta su migranti e deportazioni.
  • Senegal, crisi politica nel pieno dell’emergenza economica.
  • Bangladesh, i Rohingya rischiano di essere dimenticati.
  • Giappone: scomparsi da decenni tornano gli ibis crestati.

Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets a cura di Barbara Schiavulli 

Libano

Donald Trump annuncia una de-escalation tra Israele e Hezbollah. Secondo il presidente statunitense, dopo colloqui con il premier israeliano Benjamin Netanyahu e contatti indiretti con Hezbollah attraverso mediatori, le due parti avrebbero accettato di ridurre le ostilità. Trump ha assicurato che le truppe israeliane non entreranno a Beirut e che Hezbollah avrebbe interrotto gli attacchi contro Israele.

Ma sul terreno la situazione racconta una storia diversa. Né Israele né Hezbollah hanno confermato ufficialmente l’esistenza di un accordo. Anzi, poche ore dopo l’annuncio, Netanyahu ha minacciato nuovi bombardamenti sulla capitale libanese se Hezbollah continuerà a colpire città e civili israeliani.

Secondo fonti israeliane, un massiccio attacco contro la periferia sud di Beirut, Dahiyeh, era già stato preparato e sarebbe stato rinviato soltanto dopo l’intervento diretto della Casa Bianca.

L’ambasciata libanese a Washington sostiene che Hezbollah abbia accettato una proposta americana che prevede la sospensione dei raid israeliani su Beirut in cambio dello stop agli attacchi oltre confine.

Ma la fragilità dell’intesa è evidente. Israele e Hezbollah hanno continuato a scambiarsi colpi anche dopo il cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti ad aprile e gli scontri non si sono mai realmente fermati.

La questione sta diventando anche un problema politico interno per Netanyahu. I suoi avversari lo accusano di aver ceduto alle pressioni americane su questioni di sicurezza nazionale.

L’ex premier Naftali Bennett ha parlato di un governo che ha perso il controllo della sovranità israeliana, mentre Yair Lapid ha accusato Netanyahu di permettere a Washington di dettare la politica militare di Israele.

 Anche figure storicamente vicine all’establishment della sicurezza, come l’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot, hanno definito umiliante la richiesta americana di fermare gli attacchi.

Da parte sua Netanyahu respinge le critiche e ribadisce che la posizione israeliana non è cambiata.

Il ministro della Difesa Israel Katz ha confermato che Israele ha rinunciato a colpire Beirut solo su richiesta degli Stati Uniti, avvertendo però che qualsiasi nuovo attacco di Hezbollah provocherà nuovi bombardamenti sulle periferie meridionali della capitale.

 Secondo diverse ricostruzioni giornalistiche, Trump avrebbe espresso in privato una crescente irritazione nei confronti di Netanyahu, accusandolo di mettere a rischio sia i negoziati con l’Iran sia la posizione internazionale degli Stati Uniti nella regione.

Intanto l’Iran alza il tono dello scontro. Teheran avverte che un nuovo attacco israeliano contro Beirut avrebbe conseguenze dirette e ribadisce che una tregua permanente in Libano è una condizione indispensabile per qualsiasi accordo con Washington.

 Secondo fonti iraniane, la Repubblica Islamica avrebbe persino sospeso alcuni contatti con i mediatori impegnati nei colloqui sul cessate il fuoco finché Israele continuerà le operazioni in Libano.

Pakistan e Iran coordinano gli sforzi diplomatici per salvare la tregua, mentre la Cina chiede il ritiro completo delle truppe israeliane dal territorio libanese e il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite viene sollecitato ad adottare misure vincolanti contro Israele.

Nel frattempo a Washington è iniziato un nuovo round di negoziati tra Libano e Israele, il primo dialogo di questo livello tra i due Paesi da oltre trent’anni. Beirut punta a ottenere un cessate il fuoco stabile che impedisca nuovi attacchi e consenta il ritorno degli sfollati nelle aree meridionali del Paese.

Il primo ministro Nawaf Salam continua a difendere la strada negoziale definendola “l’opzione meno costosa per il Libano e per i libanesi”.

Perché mentre la diplomazia cerca di sopravvivere, nel sud del Libano si continua a morire. Nelle ultime ore almeno undici persone sono state uccise in attacchi israeliani.

Tra le vittime figurano il dentista James Karam e i suoi due figli, colpiti mentre viaggiavano in auto tra Marjayoun e Nabatieh. Altri civili sono stati uccisi a Jibchit, Toul, Harouf e in altre località della regione. Due soldati libanesi sono rimasti feriti in un attacco con drone.

Israele ha inoltre emesso un nuovo ordine di evacuazione per la città di Nabatieh, accusando Hezbollah di violare il cessate il fuoco.

A Marwaniyah i soccorritori hanno recuperato dalle macerie i corpi di sei membri della famiglia Abdullah: Hassan, la moglie Hanan e quattro dei loro figli, Ali, Ibrahim, Leen e Julia. Un solo figlio è sopravvissuto ed è ricoverato in ospedale.

Sale anche il bilancio dell’attacco vicino all’ospedale Jabal Amel di Tiro: almeno quattro morti e 127 feriti. Il bombardamento ha interrotto elettricità, ossigeno e sistemi di terapia intensiva.

Secondo fonti locali alcuni pazienti ricoverati in condizioni critiche sarebbero morti dopo il collasso delle apparecchiature salvavita. Jabal Amel era uno degli ultimi ospedali del sud del Libano ancora in grado di garantire cure intensive, chirurgia e assistenza pediatrica.

Sul fronte opposto Hezbollah rivendica nuovi attacchi contro le forze israeliane. Il gruppo afferma di aver colpito veicoli militari, carri armati e postazioni israeliane nel sud del Libano e nel nord di Israele.

Un ufficiale israeliano è stato ucciso e sette soldati feriti in un attacco con drone vicino al castello di Beaufort. Hezbollah sostiene inoltre di aver costretto truppe israeliane a ritirarsi dall’area di Hadatha dopo un attacco con missili anticarro.

L’ultima escalation ha già provocato oltre 3.400 morti e più di un milione di sfollati in Libano. Dal lato israeliano sono morti almeno 27 soldati, un appaltatore della difesa e due civili. Le sirene continuano a risuonare nel nord di Israele mentre droni e razzi attraversano regolarmente il confine.

Il costo della guerra continua intanto a crescere. Secondo il ministro delle Finanze libanese, le perdite economiche hanno già superato i venti miliardi di dollari e potrebbero raggiungere i venticinque miliardi se i combattimenti dovessero proseguire.

La tregua esiste sulla carta. In Libano, come spesso accade, la guerra continua a scrivere la sua versione dei fatti.

Guerra conto l’Iran

A tre mesi dall’inizio della guerra tra Iran, Israele e Stati Uniti, i combattimenti sul campo si intrecciano con una difficile trattativa diplomatica.

Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha dichiarato davanti alla Commissione Esteri del Senato che la Guida Suprema iraniana Mojtaba Khamenei, ferita durante gli attacchi congiunti israelo-americani che hanno ucciso suo padre Ali Khamenei il 28 febbraio scorso, è viva e starebbe assumendo un ruolo sempre più attivo nella gestione del Paese.

Rubio ha ribadito che Washington è pronta a discutere un accordo con Teheran, ma a condizioni molto rigide: la riapertura completa dello Stretto di Hormuz, la fine di qualsiasi pedaggio imposto alle navi in transito e soprattutto severe limitazioni, se non la cessazione, del programma di arricchimento dell’uranio. Solo allora, ha spiegato, gli Stati Uniti potrebbero prendere in considerazione un alleggerimento delle sanzioni.

Ma mentre la diplomazia cerca una via d’uscita, la guerra continua a espandersi nel Golfo Persico. Le Guardie Rivoluzionarie hanno rivendicato l’attacco contro la nave portacontainer MSC Sariska V, battente bandiera panamense, colpita da un missile da crociera a circa settanta chilometri dalle coste irachene.

Secondo Teheran si è trattato di una rappresaglia per un precedente attacco americano contro una nave commerciale iraniana. L’esplosione ha provocato un incendio a bordo ma non ha causato vittime.

Le Guardie Rivoluzionarie accusano inoltre la compagnia che gestisce l’imbarcazione di aver facilitato spedizioni legate agli insediamenti israeliani nei territori occupati, inserendo l’attacco nel più ampio confronto regionale con Israele e gli Stati Uniti.

Nelle ultime ore il conflitto ha rischiato di allargarsi ulteriormente. Le difese aeree del Kuwait sono state attivate dopo un attacco con missili e droni contro infrastrutture militari del Paese.

Parallelamente, le Guardie Rivoluzionarie hanno dichiarato di aver colpito con missili e droni il quartier generale della Quinta Flotta della Marina statunitense in Bahrein e una base aerea americana nella regione, in risposta a un bombardamento statunitense contro una struttura militare iraniana sull’isola di Qeshm.

Le rivendicazioni iraniane non sono state confermate in modo indipendente e, al momento, Washington non ha rilasciato commenti ufficiali.

Teheran continua inoltre a utilizzare lo Stretto di Hormuz come leva strategica. Per la prima volta ha diffuso dati ufficiali sul traffico marittimo attraverso il passaggio da cui transita una quota significativa del petrolio mondiale.

Dall’inizio di maggio oltre trecento navi straniere hanno richiesto autorizzazioni per attraversarlo, con Cina e India tra le principali destinazioni delle rotte commerciali. Un segnale che conferma quanto il controllo delle vie energetiche resti centrale nella strategia iraniana.

Sempre nella regione, un soldato statunitense e uno britannico sono morti durante un’esercitazione nella base aerea di Erbil, nel Kurdistan iracheno. L’incidente è avvenuto nello stesso giorno in cui l’Iran lanciava missili contro basi di gruppi curdi iraniani nel nord dell’Iraq, anche se al momento non emergono collegamenti tra i due episodi.

Sul fronte interno, l’Iran si prepara infine a rendere omaggio ad Ali Khamenei. Le autorità hanno annunciato una cerimonia funebre di Stato della durata di tre giorni, rinviata a causa della guerra. Secondo il governo, fino a venti milioni di persone potrebbero partecipare agli eventi previsti tra Teheran, Qom e Mashhad, dove l’ex Guida Suprema sarà sepolta.

Un funerale che sarà molto più di una commemorazione. Sarà una dimostrazione di continuità politica e di forza interna in un momento in cui il futuro della Repubblica islamica resta al centro delle tensioni regionali, mentre la guerra continua a minacciare l’intero Medio Oriente.

Palestina e Israele

A Gaza continua una guerra che ufficialmente dovrebbe essere in pausa. Nelle ultime ventiquattro ore almeno un palestinese è stato ucciso e altri nove feriti in attacchi israeliani.

Dall’inizio della guerra il bilancio ha superato i 72 mila morti e i 172 mila feriti. E dal primo giorno del cessate il fuoco, entrato in vigore l’11 ottobre scorso, oltre 930 palestinesi sono stati uccisi e quasi 2.900 feriti, secondo il Ministero della Salute di Gaza.

Nelle ultime ore un drone israeliano ha colpito Az-Zawayda, nel centro della Striscia, mentre un altro attacco contro un’auto civile a Deir al-Balah ha provocato un morto e diversi feriti.

In Cisgiordania proseguono arresti e incursioni. Le forze israeliane hanno fermato quattro studentesse dell’Università di Birzeit durante un raid notturno. Secondo le organizzazioni palestinesi per i diritti dei detenuti, nelle carceri israeliane restano detenute 89 donne, tra cui minorenni e donne incinte.

Intanto esperti delle Nazioni Unite denunciano che la crescente violenza dei coloni israeliani in Cisgiordania sta diventando uno strumento di espulsione forzata della popolazione palestinese, parlando di un clima di “terrore quotidiano”.

Ha suscitato particolare indignazione anche il caso di Mahmoud al-Najjar, giovane studente di medicina di Gaza e unico sopravvissuto della sua famiglia dopo un bombardamento israeliano. Fermato dalle autorità israeliane mentre lasciava la Striscia per raggiungere l’Italia e proseguire gli studi all’Università di Tor Vergata, di lui non si hanno più notizie.

ISRAELE: Durante la cerimonia di insediamento del nuovo direttore del Mossad, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha lanciato un messaggio diretto a Teheran: “I giorni del regime iraniano sono contati e noi contribuiremo a far sì che ciò accada”.

Netanyahu ha ribadito che il Mossad resterà in prima linea contro quella che definisce l’aggressione iraniana e ha promesso di impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari.

Le dichiarazioni arrivano mesi dopo le rivelazioni secondo cui i servizi segreti israeliani avrebbero valutato la possibilità di incoraggiare forme di rivolta interna per favorire la caduta della Repubblica islamica.

Alla guida dell’agenzia arriva ora Roman Gofman, ex consigliere militare del premier. La sua nomina è stata approvata dall’Alta Corte nonostante le polemiche e l’opposizione del precedente direttore del Mossad, David Barnea, che aveva tentato fino all’ultimo di bloccarla.

USA: Un’inchiesta rilanciata da Al Jazeera riaccende il dibattito sull’utilizzo dei corpi donati alla ricerca scientifica negli Stati Uniti. Secondo i documenti esaminati dai giornalisti, la University of Southern California avrebbe venduto al Dipartimento della Marina statunitense decine di cadaveri destinati formalmente alla ricerca e alla formazione medica.

Alcuni di questi corpi sarebbero stati utilizzati a Los Angeles per l’addestramento chirurgico di personale sanitario militare israeliano.

Al centro delle polemiche c’è il tema del consenso. Famiglie e associazioni sostengono che molti donatori non fossero stati informati della possibilità che i loro resti potessero essere impiegati in programmi collegati all’ambito militare.

L’università difende invece la legittimità delle proprie attività, affermando che il programma ha finalità educative e mediche indipendentemente dall’identità dei partecipanti.

La vicenda ha suscitato forti reazioni negli Stati Uniti, soprattutto per il legame con l’esercito israeliano mentre continua la guerra a Gaza, alimentando nuove domande sui limiti etici della ricerca medica e sulla trasparenza dei programmi di donazione dei corpi.

Kenya

In Kenya due persone sono morte durante le proteste contro la costruzione di una struttura destinata alla quarantena di cittadini statunitensi esposti al virus Ebola all’interno della base aerea militare di Laikipia. Le circostanze delle morti non sono ancora state chiarite.

La Corte Suprema keniana ha ordinato al governo di rendere pubblico l’accordo siglato con Washington e ha prorogato il blocco del progetto fino a quando non saranno disponibili maggiori informazioni. Secondo i documenti emersi, la struttura dovrebbe riservare cinquanta posti letto a cittadini americani.

Intanto arriva una notizia incoraggiante dalla vicina Repubblica Democratica del Congo: cinque operatori sanitari contagiati da Ebola nell’est del Paese sono guariti e sono stati dimessi dall’ospedale di Bunia. I medici parlano di un segnale positivo nella lotta contro il virus.

Senegal

Si complica la situazione politica in Senegal. L’ex primo ministro Ousmane Sonko ha annunciato che il suo partito, Pastef, non parteciperà al nuovo governo formato dal presidente Bassirou Diomaye Faye, segnando una rottura sempre più evidente tra due leader che fino a poco tempo fa erano alleati.

La crisi arriva mentre il Paese affronta una pesante emergenza finanziaria. Un’inchiesta ha infatti rivelato miliardi di dollari di debiti non dichiarati accumulati dalle precedenti amministrazioni, facendo salire il debito pubblico oltre il 130 per cento del prodotto interno lordo.

L’instabilità politica rischia ora di complicare anche i negoziati con il Fondo Monetario Internazionale, che ha congelato un programma di prestiti da 1,8 miliardi di dollari in attesa di chiarimenti sulla situazione economica del Paese.

Sudan

In Sudan un drone a lungo raggio ha colpito un mercato affollato e un ospedale rurale nella città di Kubum, nel Darfur meridionale, causando morti e feriti tra i civili. Il bilancio esatto non è ancora noto.

L’attacco arriva mentre si intensificano gli scontri tra le tribù Salamat e Beni Halba, entrambe alleate delle Forze di Supporto Rapido, le RSF. Secondo un medico locale impegnato nei soccorsi, il drone sarebbe stato lanciato dall’area di Nyala per sostenere una delle fazioni coinvolte nei combattimenti, aggravando ulteriormente una crisi che continua a colpire soprattutto la popolazione civile.

Sudafrica

Almeno cinque cittadini mozambicani sono stati uccisi durante attacchi xenofobi avvenuti nel fine settimana a Mossel Bay, città costiera del Sudafrica. Lo ha reso noto il governo del Mozambico.

Circa ottocento mozambicani sono rimasti coinvolti nelle violenze. Trecento sono già rientrati nel loro Paese, mentre oltre cinquecento sono stati accolti in strutture di emergenza nella provincia del Capo Occidentale in attesa del rimpatrio.

Un episodio che riporta l’attenzione sulle periodiche esplosioni di violenza contro i migranti che attraversano il Sudafrica in cerca di lavoro e sicurezza.

Libia

Restano in custodia cautelare i due cittadini italiani fermati in Libia mentre partecipavano alla Flotilla di terra diretta verso Gaza. I due sono comparsi davanti a un procuratore libico che ha disposto il prolungamento della detenzione fino alla prossima udienza.

Il Consolato Generale d’Italia a Bengasi ha presentato una nuova richiesta ufficiale per poter effettuare una visita consolare. Intanto la Farnesina, insieme all’Ambasciata italiana a Tripoli e al Consolato di Bengasi, continua a seguire il caso in contatto con le autorità locali nel tentativo di ottenere il rientro dei due connazionali il prima possibile.

Le famiglie sono state informate sugli sviluppi della vicenda e sulle iniziative diplomatiche avviate dall’Italia per la loro tutela.

Belgio

Caos nei cieli del Belgio, dove uno sciopero improvviso dei controllori di volo ha costretto le autorità a chiudere temporaneamente lo spazio aereo nazionale. Centinaia di voli sono stati cancellati e solo all’aeroporto di Bruxelles si contano circa duecento collegamenti soppressi.

La protesta è stata indetta contro un progetto che prevede la creazione di una torre di controllo digitale centralizzata nella città di Namur, destinata a sostituire parte delle attività oggi svolte negli aeroporti di Liegi e Charleroi.

Le autorità prevedono il ritorno alla normalità nelle prossime ore, ma migliaia di passeggeri hanno subito ritardi, cancellazioni e modifiche ai propri itinerari.

Europa

L’Unione Europea compie un nuovo passo verso un forte irrigidimento delle politiche migratorie. Le principali istituzioni europee hanno raggiunto un accordo per accelerare le espulsioni dei migranti senza diritto di soggiorno e consentire la creazione di centri di rimpatrio in Paesi terzi, sul modello dell’intesa tra Italia e Albania.

Secondo i sostenitori della riforma, il sistema attuale non funziona: meno di un terzo delle persone a cui viene respinta la richiesta d’asilo lascia effettivamente il territorio europeo. Ma organizzazioni umanitarie e gruppi per i diritti umani denunciano un arretramento storico delle tutele fondamentali.

I critici parlano di una politica sempre più simile a quella adottata dall’amministrazione Trump negli Stati Uniti, con maggiori poteri per le autorità, più detenzioni e il rischio di trasferire persone verso Paesi dove potrebbero subire persecuzioni o violazioni dei diritti umani. L’accordo dovrà ora ricevere l’approvazione definitiva degli Stati membri e del Parlamento europeo, ma il via libera appare ormai vicino.

Regno Unito

Nel Regno Unito cresce la polemica per il caso di Henry Nowak, studente di 18 anni accoltellato a morte a Southampton lo scorso dicembre. Le immagini delle bodycam della polizia, diffuse dopo la condanna dell’assassino, mostrano il ragazzo ammanettato a terra mentre ripete più volte “sono stato accoltellato” e “non riesco a respirare”. Un agente gli risponde: “Non credo proprio, amico”, mentre i soccorritori tardano a comprendere la gravità delle sue condizioni.

L’assassino, Vickrum Digwa, ventitreenne di religione sikh, è stato condannato all’ergastolo con un minimo di 21 anni di carcere. Dopo l’aggressione aveva sostenuto falsame

nte di essere stato attaccato da Nowak, affermando che il giovane gli aveva strappato il turbante e aggredito per motivi razziali. Quando la polizia arrivò sul posto, gli agenti concentrarono inizialmente la loro attenzione sulle accuse di Digwa, ammanettando la vittima. Henry morì poco dopo. Solo quando si resero conto delle ferite gli tolsero le manette e iniziarono le manovre di rianimazione.

Il caso ha provocato un’ondata di indignazione nel Paese. Il primo ministro Keir Starmer ha dichiarato che esistono “domande serie” sul ruolo che le accuse di razzismo possono aver avuto nelle decisioni prese dagli agenti intervenuti quella sera. La polizia dell’Hampshire ha presentato scuse ufficiali, mentre uno degli agenti coinvolti si è dimesso e altri tre sono stati inseriti come testimoni nell’inchiesta interna.

La vicenda è rapidamente diventata terreno di scontro politico. Nigel Farage, leader del partito Reform UK, ha accusato le forze dell’ordine di aver avuto più paura di essere considerate razziste che di fermare un assassino.

Martedì alcune centinaia di persone si sono radunate davanti alla stazione di polizia di Southampton scandendo lo slogan “I can’t breathe”, la stessa frase pronunciata da Nowak prima di morire e che richiama inevitabilmente il caso di George Floyd negli Stati Uniti.

La famiglia del giovane ha definito il trattamento riservato a Henry “disumano e degradante”, ma il padre ha chiesto pubblicamente che la morte del figlio non venga utilizzata per alimentare odio, divisioni o tensioni razziali. Nel frattempo l’ufficio del procuratore generale sta valutando le richieste ricevute per un possibile aumento della pena inflitta all’assassino.

Ucraina e Russia

La città più colpita è stata Dnipro, dove hanno perso la vita sedici persone. Tra le vittime ci sono una donna, il figlio di otto anni e una bambina di tre anni estratti senza vita dalle macerie di edifici residenziali. Altre sei persone sono morte a Kiev, dove decine di quartieri hanno subito danni a palazzi, infrastrutture civili e servizi pubblici. Nella capitale almeno 81 persone sono rimaste ferite.

L’attacco è proseguito fino all’alba e arriva mentre la Russia intensifica la propria campagna aerea approfittando delle difficoltà ucraine nel reperire sistemi di difesa antiaerea. Secondo Kiev, la carenza di missili Patriot, aggravata anche dall’impegno militare statunitense in altri teatri di crisi, sta rendendo sempre più vulnerabili le città ucraine agli attacchi balistici.

Il presidente Volodymyr Zelensky ha lanciato un nuovo appello agli alleati occidentali chiedendo ulteriori sistemi di difesa. “Se l’Ucraina non verrà protetta dai missili balistici, questi attacchi continueranno”, ha dichiarato.

Mosca sostiene invece di aver colpito esclusivamente infrastrutture militari e industriali legate allo sforzo bellico ucraino e presenta l’offensiva come una risposta agli attacchi condotti da Kiev in territorio controllato dalla Russia. Vladimir Putin ha affermato che la guerra è entrata in una nuova fase e ha lasciato intendere che i bombardamenti proseguiranno.

Stati Uniti

Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che introduce un nuovo quadro volontario per le aziende che sviluppano intelligenza artificiale avanzata. Il provvedimento incoraggia i produttori a condividere con il governo i modelli più sofisticati fino a trenta giorni prima del loro rilascio pubblico.

La Casa Bianca precisa che non si tratta di un sistema di autorizzazione obbligatoria, ma di una collaborazione volontaria finalizzata alla sicurezza nazionale. L’ordine prevede anche il rafforzamento delle difese informatiche federali e la creazione di un centro di coordinamento per individuare vulnerabilità nei software basati sull’intelligenza artificiale.

Trump ha inoltre chiesto un’applicazione più rigorosa delle leggi contro chi utilizza l’IA per compiere intrusioni informatiche o danneggiare sistemi senza autorizzazione.

Donald Trump ha nominato direttore ad interim dell’intelligence nazionale Bill Pulte, fedelissimo del presidente e attuale responsabile delle politiche federali per la casa e i mutui. Pulte sostituisce Tulsi Gabbard, dimessasi a fine maggio dopo divergenze con la Casa Bianca sulla politica verso l’Iran.

La scelta sta suscitando forti critiche perché il ruolo richiede una significativa esperienza in materia di sicurezza nazionale, competenza che i detrattori sostengono Pulte non possieda. I democratici accusano Trump di aver scelto un alleato politico più che un esperto di intelligence, mentre la Casa Bianca difende la nomina definendola una scelta di fiducia e continuità.

L’amministrazione Trump continua a ridisegnare il volto dello Stato sociale americano. Una nuova norma restringe drasticamente le esenzioni dai requisiti lavorativi per accedere a Medicaid, il programma sanitario destinato alle fasce più vulnerabili della popolazione.

Secondo le organizzazioni per i diritti civili, milioni di persone affette da patologie gravi, tra cui tumori, HIV e insufficienza renale, rischiano di perdere la copertura sanitaria se non riusciranno a dimostrare che la loro condizione impedisce concretamente di lavorare. Il Congresso aveva già stimato che circa cinque milioni di persone potrebbero perdere l’assistenza medica.

Sul fronte immigrazione, la Casa Bianca sta preparando una nuova stretta sull’asilo. Le richieste presentate oltre un anno dopo l’arrivo negli Stati Uniti potrebbero essere respinte senza nemmeno un colloquio preliminare, aprendo direttamente la strada all’espulsione dei richiedenti.

Intanto emerge un nuovo caso che coinvolge la famiglia del presidente. In Albania la procura anticorruzione ha aperto un’indagine su modifiche urbanistiche che avrebbero favorito un maxi resort di lusso legato alla società di investimento di Jared Kushner, genero di Trump. Il progetto interessa un’area costiera protetta, habitat di fenicotteri, foche e tartarughe marine, e ha già provocato proteste da parte di ambientalisti e associazioni locali.

Colombia

Sale la tensione in vista del ballottaggio presidenziale in Colombia. Il presidente Gustavo Petro ha definito il voto una battaglia tra democrazia e quello che ha chiamato “fascismo mafioso”, accusando il candidato della destra Abelardo de la Espriella di legami con reti paramilitari e denunciando presunti episodi di compravendita di voti durante il primo turno.

Anche il candidato progressista Iván Cepeda ha chiesto un’indagine sulle elezioni, sostenendo che siano state registrate centinaia di migliaia di irregolarità e ipotizzando interferenze straniere nel processo elettorale. I risultati diffusi finora, tuttavia, sono ancora preliminari e non definitivi.

Nel frattempo, centinaia di giovani sono scesi spontaneamente in piazza a Bogotá per sostenere Cepeda, trasformando la campagna elettorale in una mobilitazione sempre più accesa e polarizzata.

Bolivia

Si aggrava la crisi in Bolivia, dove il ministro della Difesa Marcelo Salinas si è dimesso dopo oltre un mese di proteste che chiedono le dimissioni del presidente Rodrigo Paz. La sua uscita di scena viene letta come un ulteriore segnale della crescente instabilità che attraversa il Paese.

Le manifestazioni, sostenute da lavoratori, contadini, minatori, autotrasportatori e insegnanti, denunciano quella che viene definita la peggiore crisi economica degli ultimi quarant’anni. In tutto il Paese si contano circa cento blocchi stradali, che stanno provocando carenze di cibo, carburante e medicinali, soprattutto nella capitale La Paz.

Il governo accusa i manifestanti di voler destabilizzare l’ordine democratico e punta il dito contro l’ex presidente Evo Morales, che respinge le accuse e sostiene che la rivolta sia una risposta alle politiche economiche e alla vicinanza dell’attuale governo agli Stati Uniti. Intanto Paz avverte che la Bolivia è vicina a un punto di rottura e non esclude misure straordinarie per ristabilire l’ordine.

Bangladesh

Le Nazioni Unite lanciano un nuovo allarme sulla situazione dei rifugiati Rohingya in Bangladesh. Secondo l’UNHCR, i drastici tagli ai finanziamenti umanitari stanno mettendo a rischio servizi essenziali come assistenza alimentare, sanità, istruzione e protezione per una delle più grandi popolazioni di rifugiati al mondo.

Dal 2017 oltre 750 mila Rohingya sono fuggiti dalle persecuzioni in Myanmar trovando rifugio nei campi del Bangladesh. Oggi però le risorse diminuiscono mentre aumentano i bisogni, aggravati dall’arrivo di circa 150 mila nuovi profughi fuggiti dalle violenze nello Stato di Rakhine dal 2024.

L’agenzia delle Nazioni Unite avverte che il ritorno in Myanmar resta impossibile a causa del conflitto e delle persecuzioni. Sempre più persone tentano quindi pericolose traversate via mare: il 2025 è già l’anno più mortale mai registrato nel Golfo del Bengala e nel Mare delle Andamane, con quasi 900 Rohingya morti o dispersi nel tentativo di raggiungere altri Paesi della regione.

Corea del Sud

Urne aperte in Corea del Sud per le elezioni amministrative locali, considerate il primo grande test politico per il presidente Lee Jae Myung dopo il suo primo anno alla guida del Paese.

Oltre 44 milioni di elettori sono chiamati a scegliere governatori, sindaci, consiglieri locali e responsabili dell’istruzione in più di quattromila incarichi pubblici. Più di dieci milioni di persone avevano già votato in anticipo, con un’affluenza tra le più alte mai registrate.

Gli analisti osservano il voto con attenzione perché offrirà un’indicazione concreta sul livello di consenso di cui gode il governo, in un momento in cui la Corea del Sud affronta sfide economiche, tensioni regionali e un acceso confronto politico interno. I risultati definitivi sono attesi nelle prossime ore.

Giappone

Una buona notizia arriva dal Giappone. Otto ibis crestati, una specie dichiarata estinta nel Paese dopo decenni di caccia e distruzione dell’habitat, sono stati liberati in natura nella regione di Noto, dove erano stati osservati per l’ultima volta allo stato selvatico.

L’operazione è il risultato di oltre vent’anni di programmi di conservazione e riproduzione in cattività. L’ultimo ibis giapponese era morto nel 2003, ma grazie anche alla collaborazione con la Cina e a un lungo lavoro di recupero la popolazione è tornata a crescere. Oggi in Giappone vivono centinaia di esemplari e altri dieci uccelli saranno presto rilasciati in libertà.

Per un Paese ancora segnato dal terremoto che ha colpito la penisola di Noto nel 2024, il ritorno di questi uccelli è stato accolto come un simbolo di rinascita e speranza.

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