Se il jazz va oltre i confini
Scritto da Radio Bullets in data Luglio 17, 2026
“Improvvisazione e assenza di confini”, la definizione di jazz secondo alcune voci.
E a Gaeta questi due elementi hanno permeato i concerti organizzati nell’ambito del Gaeta Jazz Festival, con un piccolo “anticipo” romano, in quel del Monk.
Sassofoni in grotte che furono dei pirati, o suonati nei Giardini dei Bastioni di Carlo V, giusto dietro il lido Serapo, dove nel fine settimana si assembrano famiglie in zona e in villeggiatura…o ancora i djset suonati fino alle prime ore del mattino nello Stadio Ciriniello.
Gaeta
Gaeta deve il suo nome dalla nutrice di Enea, Caieta.
E allora vediamo una musica che nutre e che come l’eroe troiano che ha superato confini e territori, amato e ferito, approda dove si può mescolare alle onde del mare.
Tra la decadenza delle chiese chiuse e della città medievale e stabilimenti modernissimi.

La musica
La musica ascoltata nelle giornate di festival è quella degli strumenti strumenti tradizionali, ma anche di tanta elettronica, arrivando al cantautorato di Giorgio Poi, preceduta dall’elettronica di Godblesscomputers, Danilo Plessow (MCDE) e Admiral.
D’altra parte ce lo hanno insegnato Alex Britti e Pino Daniele, ma anche Otomo Yoshilde che le frontiere tra generi e strumenti possono essere scavallate senza visti d’ingresso.
Perché il jazz è questo e molto altro, è ormai un genere “classico”, ma riesce ad essere sempre nuovo e contemporaneo, stupire, incantare (quando capita, anche, infastidire).
Quelle che si sono svolte a Gaeta dal 9 al 12 luglio sono state giornate godibili in molti sensi, dall’udito al palato, alla sensazione tattile della sabbia tra i piedi, da un pubblico più esperto ma anche da un pubblico più vicino alla canzone italiana che mette in fila “sole, cuore, amore” (o “piove, caucciù, amianto”, nel caso specifico).
Passando per chi apprezza la “cazzimma” di una milanese arrabbiata e piena di influenze, come solo il jazz sa essere.
Artisti e artiste più affermati, come Venna, si sono accostati ad emergenti, come la splendida Arya, che sceglie il palco pontino anche per rappare contro l’industria discografica italiana, tra Eryka Badu e il MI AMI.
E come spesso accade nelle migliori cene, il piatto forte è servito per ultimo.
E il fraseggio jazzistico si lega alla reinterpretazione dei brani di Umiliani, con la reinterpretazione di pezzi originali “sparati” sul palco.
Infine i live di Gabriele Poso e l’invasione di palco finale durante il concerto degli Addict Ameba.
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