20 aprile 2026 – Notiziario Mondo
Scritto da Barbara Schiavulli in data Aprile 20, 2026
- L’Iran non si fida degli Stati Uniti e rifiuta il secondo round di colloqui in Pakistan.
- Libano: tregua fragile, distruzione sistematica.
- Malesia: incendio devasta villaggio galleggiante, migliaia senza casa.
- Cina: Un robot umanoide vince la mezza maratona di Pechino, battendo il record mondiale umano.
- Spagna: la sinistra globale si riunisce contro l’avanzata della destra.
- Congo orientale: accordo su aiuti e prigionieri, ma la guerra resta sullo sfondo.
- Stati Uniti: strage di bambini in Louisiana.
Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets a cura di Barbara Schiavulli
Iran e i negoziati
Il negoziato si ferma prima ancora di cominciare.
L’Iran ha annunciato che non parteciperà al secondo round di colloqui con gli Stati Uniti previsto in Pakistan, infliggendo un colpo diretto ai tentativi di prolungare un cessate il fuoco sempre più fragile, mentre la guerra si avvicina ai due mesi.
La decisione, riportata dall’agenzia ufficiale iraniana, arriva poche ore dopo che Donald Trump aveva dichiarato che i negoziatori americani sarebbero arrivati a Islamabad già lunedì, alimentando le speranze di un’intesa prima della scadenza della tregua, fissata per il 22 aprile.
Speranze che si sono rapidamente dissolte. Teheran accusa Washington di richieste “eccessive”, aspettative “irrealistiche” e continui cambi di posizione, oltre a indicare nel blocco navale statunitense dei propri porti una violazione diretta del cessate il fuoco.
Durante una riunione ai massimi livelli, il primo vicepresidente iraniano Mohammad Reza Aref ha definito l’approccio americano “immaturo” e incoerente: prima la richiesta di negoziare sotto pressione, poi un irrigidimento della linea.
Eppure, fino a poche ore prima, i segnali erano diversi. Fonti iraniane avevano lasciato intendere la possibilità di una partecipazione, e lo stesso presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf aveva parlato di “nessun passo indietro nella diplomazia”.
A cambiare il quadro, con ogni probabilità, sono state le nuove dichiarazioni di Trump, che ha minacciato apertamente di colpire infrastrutture civili iraniane — centrali elettriche e ponti — nel caso in cui Teheran non accetti l’accordo proposto dagli Stati Uniti.
Nel frattempo, la delegazione americana guidata dal vicepresidente JD Vance si prepara comunque alla partenza, mentre in Pakistan le misure di sicurezza sono già state rafforzate per un vertice che ora rischia di non tenersi affatto.
Il risultato è un ritorno al punto di partenza: una tregua in scadenza, negoziati congelati e un’escalation verbale che rende sempre più difficile distinguere la diplomazia dalla minaccia.
Come se non bastasse, un cacciatorpediniere americano ha aperto il fuoco contro una nave cargo battente bandiera iraniana nel Golfo di Oman, dopo che — secondo Washington — aveva ignorato l’ordine di fermarsi. Il presidente Donald Trump ha dichiarato che l’imbarcazione è stata colpita nel vano motore e ora si trova sotto controllo dei marines.
Teheran parla invece di “pirateria armata” e accusa gli Stati Uniti di aver violato il cessate il fuoco in vigore dall’8 aprile, promettendo una risposta militare.
L’incidente arriva mentre lo Stretto di Hormuz — snodo chiave per il petrolio globale — resta di fatto paralizzato tra blocco navale americano e restrizioni iraniane.
E con la tregua in scadenza mercoledì, ogni scontro in mare rischia di diventare la scintilla di un’escalation molto più ampia.
Libano
Nelle ultime 24 ore, due soldati israeliani sono morti nel sud del Libano. Entrambi colpiti da ordigni esplosivi attribuiti a Hezbollah: uno mentre era su un veicolo del genio militare, l’altro ferito il giorno prima e morto successivamente. È il segnale più chiaro che, nonostante il cessate il fuoco dichiarato, il terreno resta attivo, instabile, letale.
Ma il dato più rilevante non è solo quello militare. Secondo fonti riportate da Haaretz, l’esercito israeliano sta portando avanti una distruzione sistematica dei villaggi nel sud del Libano: case civili, scuole, edifici pubblici rasi al suolo con un obiettivo preciso — svuotare l’area.
È una strategia che richiama apertamente quanto visto a Gaza: creare una zona cuscinetto non solo militare, ma demografica. Rendere impossibile il ritorno della popolazione lungo il confine.
Israele ha pubblicato per la prima volta la mappa della propria nuova linea di dispiegamento nel sud del Libano.
Una linea che entra per 5–10 chilometri oltre il confine, portando sotto controllo israeliano decine di villaggi libanesi, molti ormai abbandonati.
È accaduto pochi giorni dopo l’accordo di cessate il fuoco
Intanto, l’esercito libanese prova a ricucire ciò che resta: riaprire strade, ponti, collegamenti distrutti dai bombardamenti. Ma il dato umano pesa più di tutto: circa il 15% della popolazione è stata costretta a lasciare le proprie case.
E poi c’è il costo di questa guerra che si finge contenuta. Mantenere la zona di sicurezza nel sud del Libano richiederebbe — secondo fonti della difesa israeliana — circa 80 mila riservisti ogni anno.
Il doppio di quanto previsto: oltre 6 miliardi di dollari l’anno. Una guerra che non si chiama guerra, ma ha il prezzo di una guerra permanente.
Sul piano diplomatico, le crepe sono evidenti. Israele accusa la Francia di non essere un attore utile nei negoziati, lamentando un impegno insufficiente. Parigi risponde con una linea opposta: rafforzare l’esercito libanese, non sostituirlo.
Perché un intervento militare diretto contro Hezbollah — dicono — rischierebbe di far esplodere di nuovo una guerra civile.
Un’immagine diventata virale mostra un soldato israeliano mentre danneggia una statua di Gesù nel sud del Libano, nella cittadina cristiana di Debel.
Dopo iniziali verifiche, l’esercito israeliano ha confermato che la foto ritrae effettivamente un proprio militare operativo nell’area, aprendo un’indagine sull’accaduto.
Lo scatto, diffuso dal giornalista palestinese Younis Tirawi, ha scatenato forti reazioni sui social, tra accuse di mancanza di rispetto e di disumanizzazione. L’IDF ha dichiarato che, se confermati, tali comportamenti non sono in linea con i valori dell’esercito.
Un soldato francese della missione UNIFIL è stato ucciso in un attacco armato contro una postazione nel sud del Libano, nella zona di Ghanduriyah. Altri tre peacekeeper sono rimasti feriti.
Il segretario generale dell’ONU Antonio Guterres ha condannato l’attacco, mentre il presidente francese Emmanuel Macron ha identificato la vittima: il sergente maggiore Florian Montorio.
È il terzo episodio mortale contro caschi blu nelle ultime settimane, segnale di un’escalation che mette sempre più a rischio le forze internazionali.
Parigi accusa Hezbollah, che però nega. UNIFIL ha aperto un’indagine, parlando di attacco da parte di attori non statali.
Palestina e Israele
Nella Cisgiordania occupata, la violenza non ha più bisogno nemmeno di una scintilla per accendersi.
Nel villaggio palestinese di Turmus Ayya, durante la notte, coloni israeliani hanno incendiato un’auto, tentato di dare fuoco a una casa e lasciato graffiti carichi di odio: una stella di David e una parola, “vendetta”. Non è solo vandalismo. È un messaggio. È intimidazione sistematica.
Il giorno prima, gli stessi coloni avevano provato a creare un nuovo avamposto in Area B — una zona che, secondo gli accordi di Oslo, è sotto controllo civile palestinese ma sicurezza israeliana. Sono stati fermati dalle forze israeliane. Nessuno scontro con i palestinesi del villaggio vicino.
Eppure, poche ore dopo, è arrivato comunque un raid dell’esercito israeliano.
Un intervento militare senza un conflitto diretto che lo giustifichi sul momento. Un meccanismo che si ripete: violenza dei coloni da una parte, presenza militare dall’altra. Non necessariamente come risposta, ma come parte dello stesso spazio operativo.
Il giorno precedente, gruppi di coloni mascherati avevano già attaccato due comunità palestinesi. L’esercito israeliano ha dichiarato di aver ricevuto notizia di uno degli episodi solo “a posteriori”, aggiungendo che il caso è stato trasferito alla polizia.
Repubblica Democratica del Congo
Un passo avanti, ma ancora lontano dalla pace. Il governo della Repubblica Democratica del Congo e il gruppo armato M23 hanno raggiunto un accordo per facilitare l’ingresso degli aiuti umanitari e liberare prigionieri entro dieci giorni, al termine di colloqui tenuti a Montreux, in Svizzera.
L’intesa prevede accesso rapido e sicuro agli aiuti nelle regioni orientali, devastate da oltre trent’anni di conflitto, e l’impegno a proteggere civili, infrastrutture essenziali e operatori umanitari. Le parti hanno anche concordato meccanismi di monitoraggio del cessate il fuoco.
Ma il contesto resta fragile. Dal 2021, il movimento M23 — sostenuto, secondo Kinshasa, dal Ruanda — ha conquistato ampie aree dell’est del Paese, incluse città chiave come Goma e Bukavu. Anche dopo un accordo di pace mediato dagli Stati Uniti a dicembre, i combattimenti non si sono fermati.
Il Ruanda nega il sostegno diretto, sostenendo invece di agire per contrastare gruppi armati legati al genocidio del 1994.
Ora l’obiettivo dichiarato è costruire fiducia. Ma sul terreno, dove milioni di civili restano intrappolati tra fronti armati, la distanza tra accordi e realtà resta profonda.
E in Congo, troppo spesso, gli accordi arrivano prima della fine della guerra.
Restiamo in Congo, perché il primo ministro Anatole Collinet Makosso ha rassegnato le dimissioni insieme all’intero governo.
La decisione arriva pochi giorni dopo l’insediamento del presidente Denis Sassou Nguesso, rieletto per un nuovo mandato a marzo.
Secondo una nota ufficiale, le dimissioni aprono la strada alla formazione di un nuovo esecutivo, mentre l’attuale governo resterà in carica per gestire gli affari correnti.
Makosso, in carica dal 2021, ha ringraziato il presidente per la fiducia ricevuta.
Un passaggio politico atteso, che segue la riconferma al potere di Sassou Nguesso e segna l’inizio di una nuova fase di governo — senza però cambiare gli equilibri al vertice.
Spagna
A Barcellona, oltre 6.000 attivisti e leader progressisti provenienti da più di 40 Paesi si sono riuniti per rilanciare una risposta globale all’avanzata delle destre radicali.
L’iniziativa, promossa dal premier spagnolo Pedro Sánchez, punta a ricostruire un fronte progressista capace di riconquistare consenso, soprattutto tra le classi popolari sempre più attratte da narrazioni populiste.
Al centro del dibattito: disuguaglianze economiche, costo della vita e crisi delle istituzioni internazionali. Tra i partecipanti anche leader come Luiz Inácio Lula da Silva, che hanno chiesto riforme globali e maggiore giustizia sociale.
Il vertice arriva in un momento in cui le destre nazionaliste guadagnano terreno in Europa e nel mondo, spesso capitalizzando su paura, inflazione e sfiducia nelle élite.
L’obiettivo dichiarato è chiaro: dimostrare che esiste un’alternativa politica credibile.
Ma la sfida è tutta lì — trasformare un’alleanza di idee in consenso reale.
Francia
Il presidente francese Emmanuel Macron incontrerà martedì a Parigi il premier libanese Nawaf Salam, nel pieno di una tregua di dieci giorni tra Israele e Hezbollah.
Parigi ribadisce il sostegno all’integrità territoriale del Libano e chiede il pieno rispetto del cessate il fuoco. Sul tavolo anche l’attacco contro i caschi blu dell’UNIFIL, costato la vita a un soldato francese.
Secondo l’ONU, la responsabilità sarebbe di Hezbollah, che però nega. Macron chiederà chiarezza e responsabilità.
Un incontro diplomatico che arriva mentre sul terreno la tregua resta fragile — e sotto pressione.
Ucraina
Sparatoria nel cuore di Kyiv, dove un uomo armato di fucile automatico ha ucciso sei persone prima di barricarsi in un supermercato con diversi ostaggi.
Almeno 14 i feriti, trasportati in ospedale.
L’assalitore, un uomo di 58 anni con precedenti penali e regolare porto d’armi, è stato poi ucciso dalle forze speciali dopo circa 40 minuti di negoziazione fallita. Tra le vittime, una persona presa in ostaggio e uccisa all’interno del negozio, oltre ad altre colpite in strada.
Secondo il presidente Volodymyr Zelenskyy, l’uomo era nato in Russia e aveva vissuto a lungo nella regione di Donetsk. Prima dell’attacco avrebbe incendiato il proprio appartamento.
La polizia ha tentato di trattare, offrendo assistenza ai feriti all’interno, ma senza risposta. L’intervento è scattato quando la situazione è diventata insostenibile.
I servizi di sicurezza ucraini hanno definito l’attacco un atto di terrorismo.
Un episodio raro nella capitale ucraina dall’inizio dell’invasione russa, che riporta la violenza armata nel cuore della vita quotidiana, lontano dal fronte ma non dalla paura.
Stati Uniti
È una delle peggiori sparatorie degli ultimi anni negli Stati Uniti. A Shreveport, otto bambini tra uno e quattordici anni sono stati uccisi in un attacco legato a violenza domestica.
Sette corpi sono stati trovati all’interno di una casa, mentre un altro bambino è morto tentando di fuggire dal tetto. Due donne, di cui una è la madre dei suoi figli, restano in condizioni gravi.
Secondo le prime ricostruzioni, l’aggressore, identificato come Shamar Elkins e padre di 7 dei bambini morti, avrebbe prima sparato a una donna, poi si sarebbe spostato in un’abitazione vicina, dove ha colpito i minori. È stato ucciso dalla polizia dopo un inseguimento.
Le autorità parlano di una scena “estremamente cruenta”. Alcuni bambini hanno tentato di scappare dalla porta sul retro.
È la sparatoria più mortale negli Stati Uniti da oltre due anni. Dall’inizio del 2026 si contano già più di cento episodi simili.
Ora si riapre il dibattito su violenza domestica e accesso alle armi.
Elkins ha prestato servizio nella Guardia Nazionale dell’Esercito della Louisiana (LANG) per sette anni, fino al 2020, come riferito da un funzionario dell’esercito a USA TODAY. La LANG è una forza militare a doppio status che serve sia lo stato della Louisiana che il governo federale degli Stati Uniti.
Il soldato semplice Elkins era uno specialista di sistemi di segnalazione e di supporto al fuoco e non è mai stato impiegato in missione, aggiunge l’articolo.
Elkins aveva una precedente condanna risalente al 2019. Secondo quanto riportato dai media, si era dichiarato colpevole di uso illegale di armi e aveva ricevuto la libertà vigilata.
Pacifico
Gli Stati Uniti hanno condotto un nuovo attacco nel Mar dei Caraibi, uccidendo tre persone a bordo di un’imbarcazione sospettata di traffico di droga.
Il comando militare U.S. Southern Command ha parlato di un’operazione contro una barca legata a un’organizzazione definita terroristica, senza però fornire dettagli o prove pubbliche.
È l’ultimo episodio di una campagna intensificata sotto Donald Trump: in poco più di una settimana, 17 persone sono state uccise in sei raid. Dall’inizio dell’operazione, almeno 180 morti e decine di imbarcazioni distrutte.
Washington sostiene di essere in “conflitto armato” con i cartelli della droga. Ma critiche arrivano da opposizione, ONG e Nazioni Unite, che parlano di esecuzioni extragiudiziali e possibili violazioni del diritto internazionale.
On April 19, at the direction of #SOUTHCOM commander Gen. Francis L. Donovan, Joint Task Force Southern Spear conducted a lethal kinetic strike on a vessel operated by Designated Terrorist Organizations. Intelligence confirmed the vessel was transiting along known… pic.twitter.com/yMtPhXBdNn
— U.S. Southern Command (@Southcom) April 20, 2026
Malesia
Un vasto incendio ha distrutto quasi completamente Kampung Bahagia, un villaggio galleggiante nella città costiera di Sandakan.
Le fiamme, divampate nella notte tra sabato e domenica, hanno ridotto in cenere circa 1.000 delle 1.200 abitazioni presenti, lasciando oltre 9.000 persone senza casa, secondo l’agenzia statale Bernama.
L’incendio ha interessato un’area di oltre quattro ettari. Le operazioni di spegnimento sono state complicate dalle condizioni di bassa marea, che hanno limitato l’accesso all’acqua per i soccorsi.
Decine di vigili del fuoco sono intervenuti dopo l’allarme scattato all’1:32 di notte, mentre l’area è stata dichiarata zona di disastro poche ore dopo.
Le operazioni si sono concluse intorno a mezzogiorno, senza vittime segnalate.
Le autorità locali hanno dichiarato le abitazioni non più sicure, mentre il governo federale e quello dello Stato di Sabah stanno coordinando assistenza e alloggi temporanei per gli sfollati.
A major fire swept through a floating village in Sandakan, Malaysia, destroying around 200 homes. Authorities launched rescue and relief operations, with no casualties reported pic.twitter.com/VamUA8oyGj
— TRT World (@trtworld) April 19, 2026
Cina
A Pechino, un robot umanoide ha corso più veloce del record mondiale umano nella mezza maratona.
Un risultato che fino a poco tempo fa sembrava fantascienza.
Il robot sviluppato da Honor ha completato i 21 chilometri in 50 minuti e 26 secondi, battendo il tempo del primatista umano Jacob Kiplimo, che a marzo aveva chiuso in circa 57 minuti.
Un salto enorme rispetto all’anno scorso, quando il miglior robot impiegava oltre due ore e quaranta.
La gara, organizzata nella zona tecnologica di Pechino, non è stata perfetta: alcuni robot sono caduti alla partenza, altri hanno urtato le barriere. Ma il dato resta: le macchine stanno imparando a muoversi — e a competere — sempre meglio.
Circa il 40% dei robot ha completato il percorso in autonomia, gli altri erano controllati a distanza. Il modello vincente, progettato con gambe lunghe e sistema di raffreddamento avanzato, è stato pensato per imitare gli atleti umani.
Gli esperti parlano già di possibili applicazioni industriali, ma il significato va oltre la tecnologia: è anche una questione geopolitica.
Per la Cina, lo sviluppo dei robot umanoidi è parte di una competizione diretta con gli Stati Uniti, inserita nel piano strategico 2026-2030.
E se oggi corrono una maratona, domani potrebbero entrare nelle fabbriche, nei servizi, nella sicurezza.
Per molti spettatori, il segnale è chiaro: non è solo una gara. È l’inizio di una nuova era, in cui l’uomo non è più automaticamente il più veloce.
Ti potrebbe interessare anche:
- Israele e Palestina: La guerra delle parole
- Trump: l’Iran non avrà mai armi nucleari
- Iran, la guerra entra nella terza settimana
- Iran, negate cure a Mohammadi per infarto
- “Stop al rinnovo automatico dell’accordo con Israele”
E se credi in un giornalismo indipendente, serio e che racconta il mondo recandosi sul posto, puoi darci una mano cliccando su Sostienici