22 gennaio 2026 – Notiziario Mondo

Scritto da in data Gennaio 22, 2026

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  • Siria: nuova tregua di quattro giorni tra esercito e forze curde. Liberati i prigionieri dal carcere di al-Aktan, le famiglie alla ricerca dei propri cari
  • Iran–Stati Uniti: escalation verbale mentre il Paese resta isolato dal mondo. Il governo rilascia il primo bilancio ufficiale del numero delle vittime
  • Gaza, Trump lancia il “Board of Peace” per Gaza, ma la Palestina non è nominata
  • Venezuela, sequestrata la settima petroliera dagli Stati Uniti
  • Brasile, le penne dimagranti sono fuori legge
  • Guinea-Bissau, elezioni fissate al 6 dicembre dopo il colpo di Stato
  • Sud Sudan: rafforzamento militare a Bor segnala possibile offensiva imminente

Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets – a cura di Stefania Cingia

 

Siria

In Siria è stata annunciata una nuova tregua tra l’esercito governativo e le forze a guida curda, nel tentativo di contenere l’escalation militare nel nord-est del Paese.

L’accordo coinvolge l’esercito siriano e le Forze Democratiche Siriane (SDF), la coalizione curdo-araba sostenuta dagli Stati Uniti che controlla vaste aree della regione. Secondo quanto riferito dalle parti, la tregua dovrebbe durare quattro giorni e prevede la sospensione delle operazioni militari reciproche.

La decisione arriva dopo settimane di scontri, bombardamenti e tensioni crescenti soprattutto nelle province orientali, dove convivono interessi militari contrapposti: Damasco, le forze curde, milizie alleate del governo, la presenza militare statunitense e cellule ancora attive dello Stato Islamico.

Le Forze Democratiche Siriane hanno dichiarato che la tregua è stata concordata per proteggere i civili e ridurre il rischio di un conflitto più ampio, sottolineando la necessità di stabilizzare un’area già devastata da anni di guerra e crisi economica.

Dal canto suo, il governo siriano ha confermato l’intesa senza però modificarne la propria linea politica: per Damasco, le SDF restano forze irregolari presenti su territori che lo Stato considera sotto la propria sovranità.

Il cessate il fuoco non affronta però le cause strutturali del conflitto. La questione centrale resta irrisolta: il futuro politico e amministrativo delle aree curde, che chiedono autonomia, e il rifiuto del governo siriano di qualsiasi forma di autogoverno non controllata da Damasco.

Sul piano umanitario, la tregua potrebbe offrire una breve finestra di respiro a una popolazione stremata.

Il nord-est della Siria ospita centinaia di migliaia di sfollati, campi profughi sovraffollati e strutture detentive che raccolgono familiari ed ex combattenti legati all’ISIS, una situazione che le organizzazioni internazionali definiscono altamente instabile.

Analisti e osservatori sottolineano che si tratta di una tregua fragile e temporanea, più simile a una pausa tattica che a un vero passo verso una soluzione politica.

In assenza di un accordo complessivo sul futuro della Siria e sul ruolo delle potenze straniere coinvolte, il rischio di nuove violenze resta elevato.

In libertà

Nel nord della Siria, decine di famiglie stanno cercando notizie dei propri cari all’esterno del carcere di al-Aktan, vicino a Raqqa, dopo che la struttura è stata liberata dall’esercito siriano.

Secondo l’agenzia Anadolu, la prigione era sotto il controllo delle Forze Democratiche Siriane, a guida curda, e ospitava anche presunti membri dell’ISIS.

Dopo la presa del carcere da parte dell’esercito, si sono verificati scontri e, successivamente, il rilascio dei detenuti e il ritiro delle forze SDF dall’area.

Iran

Proteste in Iran: crisi economica e nuove tensioni

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha lanciato l’avvertimento più esplicito finora agli Stati Uniti: Teheran, ha detto, risponderà “con tutto ciò che ha a disposizione” in caso di un nuovo attacco.

Le dichiarazioni sono contenute in un editoriale pubblicato sul Wall Street Journal, nel quale Araghchi affronta sia la crisi interna iraniana sia le crescenti tensioni regionali.

Il capo della diplomazia iraniana minimizza le proteste che hanno attraversato il Paese, definendo la “fase violenta dei disordini” come limitata a meno di 72 ore e attribuendo la responsabilità delle violenze a “manifestanti armati”.

Nel testo, Araghchi richiama anche la guerra di dodici giorni lanciata da Israele contro l’Iran lo scorso giugno.

Sottolinea che, a differenza dell’“autocontrollo” mostrato allora da Teheran, questa volta le forze armate iraniane non esiterebbero a reagire in modo totale. “Non è una minaccia – scrive – ma una realtà che devo trasmettere con chiarezza. Detesto la guerra, ma conosco le sue conseguenze”.

Secondo il ministro, un conflitto su larga scala sarebbe “feroce” e durerebbe molto più a lungo di quanto Israele e i suoi alleati prospettino a Washington. Una guerra che, avverte, rischierebbe di “inghiottire l’intera regione” e di avere ripercussioni globali, colpendo direttamente le popolazioni civili ben oltre il Medio Oriente.

Le dichiarazioni arrivano mentre l’invito di Araghchi al Forum Economico Mondiale di Davos è stato revocato, ufficialmente a causa della repressione delle proteste in corso in Iran.

Sul fronte statunitense, il Wall Street Journal riferisce che il presidente Donald Trump continua a fare pressione sui suoi consiglieri per ottenere opzioni militari “decisive” contro il regime iraniano.

Secondo fonti dell’amministrazione, Trump avrebbe chiesto più volte piani che producano un risultato netto, inclusi scenari che prevedono il rovesciamento del governo di Teheran.

Tra le ipotesi allo studio anche attacchi più circoscritti, come operazioni contro infrastrutture dei Guardiani della Rivoluzione.

Al momento, riferiscono le fonti, il presidente non ha escluso il ricorso alla forza, mentre una portaerei statunitense e caccia americani sono in movimento verso il Medio Oriente.

Intanto, sul piano interno, l’Iran resta in gran parte isolato dal mondo.

L’organizzazione NetBlocks segnala che il blackout nazionale di internet dura da oltre 300 ore, dall’8 gennaio. Secondo l’osservatorio, la restrizione è utilizzata per impedire la circolazione di immagini e informazioni sulla repressione delle proteste, mentre il regime continua a comunicare verso l’estero attraverso canali controllati.

A completare il quadro, le dichiarazioni durissime di Trump a NewsNation: il presidente ha affermato che gli Stati Uniti “cancellerebbero l’Iran dalla faccia della Terra” se Teheran fosse coinvolta in un suo eventuale assassinio. Parole che hanno provocato una risposta immediata da parte delle forze armate iraniane, che hanno avvertito Washington di non colpire la Guida suprema Ali Khamenei.

Il primo bilancio ufficiale delle vittime

L’Iran ha reso noto per la prima volta un bilancio ufficiale delle vittime della repressione delle proteste che hanno attraversato il Paese nelle ultime settimane. Secondo quanto riferito dalla televisione di Stato, 3.117 persone sono state uccise durante gli scontri.

I dati arrivano dal ministero dell’Interno e dalla Fondazione dei Martiri e dei Veterani, un ente governativo che assiste le famiglie dei caduti in guerra. Le autorità affermano che 2.427 delle vittime erano civili e membri delle forze di sicurezza, senza però fornire dettagli sul resto dei morti.

Si tratta di cifre significativamente inferiori a quelle diffuse dalle organizzazioni per i diritti umani. La Human Rights Activists News Agency, con sede negli Stati Uniti e considerata affidabile per il monitoraggio delle proteste in Iran, parla di almeno 4.902 morti, con il timore che il numero reale possa essere ancora più alto. L’organizzazione si basa su una rete di attivisti interni al Paese che verificano singolarmente i decessi.

La discrepanza non sorprende: in passato, il governo iraniano ha sottostimato o omesso i bilanci delle vittime.

Anche in questo caso, l’accesso a informazioni indipendenti è reso estremamente difficile dal blackout di internet, dal blocco delle comunicazioni internazionali e dalle restrizioni imposte ai giornalisti sul territorio.

Nel racconto ufficiale, le autorità continuano a definire i manifestanti come “rivoltosi”, sostenendo – senza fornire prove – che le proteste siano state orchestrate da Stati Uniti e Israele.

Il numero dei morti supera quello registrato in qualsiasi altra ondata di proteste degli ultimi decenni e richiama, per portata e violenza, il caos che precedette la Rivoluzione islamica del 1979.

Secondo la Human Rights Activists News Agency, quasi 26.500 persone sono state arrestate. Le dichiarazioni di alcuni funzionari alimentano inoltre il timore che una parte dei detenuti possa essere condannata a morte: l’Iran è già oggi uno dei Paesi con il più alto numero di esecuzioni al mondo.

Anche se le proteste si sono fermate da giorni, il bilancio potrebbe continuare a salire, man mano che emergono nuove informazioni da un Paese sempre più isolato e sotto controllo militare.

Gaza

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato il lancio del cosiddetto “Board of Peace” (BoP), un organismo internazionale che, secondo la Casa Bianca, supervisionerà la ricostruzione di Gaza e la stabilizzazione della Striscia devastata dal conflitto con Israele iniziato nell’ottobre 2023. La firma ufficiale del BoP è prevista per giovedì a Davos, in Svizzera, durante il World Economic Forum.

Pur essendo stato presentato come uno strumento per la ricostruzione di Gaza, il mandato ufficiale del BoP non menziona il territorio palestinese. Il documento delinea invece una struttura internazionale più ampia, finalizzata a promuovere stabilità, governance legittima e pace duratura in aree colpite o minacciate da conflitti.

Accanto alla struttura civile, è prevista una componente militare internazionale, guidata dal generale statunitense Jasper Jeffers, con il compito di “disarmo permanente” e stabilizzazione sul terreno.

Adesioni e rifiuti

Alcuni Paesi hanno già confermato la partecipazione: Israele (nonostante il mandato di arresto internazionale contro Netanyahu), Pakistan, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Marocco, Argentina, Ungheria e Bielorussia. La scelta di aderire, secondo esperti, è motivata da accesso diretto alla Casa Bianca, influenza sulle decisioni operative e protezione politica in scenari futuri.

Al contrario, Francia, Danimarca, Norvegia e Svezia hanno rifiutato di partecipare. Altri Paesi – tra cui India, Indonesia, Giappone e gran parte dell’Europa – non hanno ancora preso posizione. Alcuni, come Cina e Russia, restano cauti, preferendo canali multilaterali tradizionali come le Nazioni Unite o iniziative parallele come la Global Governance Initiative di Pechino.

E proprio il presidente russo Vladimir Putin ha dichiarato che la Russia sta ancora valutando la proposta di adesione.

La precisazione arriva dopo che Trump, parlando al Forum economico mondiale di Davos, aveva affermato che Putin aveva già accettato l’invito. “È stato invitato e ha accettato”, aveva detto ai giornalisti dopo un incontro con il segretario generale della NATO.

Poco dopo, Putin ha però smentito questa versione, spiegando che il ministero degli Esteri russo sta ancora esaminando la proposta e che una risposta ufficiale arriverà in seguito.

Critiche e rischi per l’ONU

Il BoP ha sollevato preoccupazioni per il suo potenziale impatto sul sistema multilaterale guidato dalle Nazioni Unite. Secondo analisti, la creazione di un organismo con poteri autonomi e membri selezionati rischia di svuotare di autorità l’ONU, trasformandola in un esecutore secondario delle decisioni di Washington, pur senza abolirla formalmente.

Esperti sottolineano che la riuscita del BoP dipenderà più dalla stabilità politica di Trump che dalla struttura stessa. L’adesione al board, soprattutto per chi può permettersi la “tassa” di un miliardo di dollari per un seggio permanente, è percepita come una scelta politica più che economica, con il rischio di frammentare ulteriormente il quadro internazionale.

Venezuela

Le forze militari statunitensi hanno preso il controllo della settima petroliera collegata al Venezuela, nell’ambito della strategia dell’amministrazione Trump di dominare la produzione e l’esportazione di petrolio del Paese sudamericano.

Secondo il Comando Sud degli Stati Uniti, la nave, denominata Motor Vessel Sagitta, è stata sequestrata “senza incidenti”. La petroliera, battente bandiera liberiana e di proprietà di una società di Hong Kong, operava in violazione della quarantena di navi sanzionate nel Mar dei Caraibi, istituita dalla Casa Bianca.

Il comando militare non ha precisato se la guardia costiera statunitense sia stata coinvolta nel controllo della nave, come avvenuto in precedenti sequestri. La Sagitta aveva trasmesso per l’ultima volta la propria posizione oltre due mesi fa, mentre lasciava il Mar Baltico.

Il sequestro rientra in un più ampio piano della Casa Bianca, avviato dopo la sorprendente operazione di rimozione del presidente venezuelano Nicolás Maduro del 3 gennaio. L’obiettivo dichiarato è gestire la produzione, la raffinazione e la distribuzione globale del petrolio venezuelano, oltre a generare risorse per ricostruire l’industria energetica del Paese.

Trump ha incontrato di recente dirigenti del settore petrolifero, illustrando l’intenzione di investire 100 miliardi di dollari per modernizzare gli impianti venezuelani e vendere tra i 30 e i 50 milioni di barili di petrolio sul mercato internazionale. “Abbiamo già preso 50 milioni di barili”, ha dichiarato martedì, aggiungendo che la strategia contribuirà a ridurre significativamente i prezzi globali del petrolio.

I precedenti sequestri sono avvenuti principalmente vicino alle coste venezuelane, fatta eccezione per la petroliera Bella 1, catturata nel Nord Atlantico a inizio gennaio dopo aver tentato di dirigersi verso l’Europa.

Brasile

In Brasile, l’Agenzia nazionale di vigilanza sanitaria, l’Anvisa, ha vietato la vendita e disposto il ritiro immediato di alcuni farmaci dimagranti molto diffusi sui social network.

Nel mirino dell’autorità sanitaria ci sono le penne a base di tirzepatide dei marchi Synedica e TG, note online come le cosiddette “penne del Paraguay”, e la retatrutide, vietata in tutte le sue formulazioni. Secondo Anvisa, questi prodotti venivano pubblicizzati e venduti senza alcuna autorizzazione ufficiale.

Il provvedimento, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, proibisce produzione, importazione, commercializzazione, distribuzione, pubblicità e utilizzo dei farmaci e si applica a chiunque li venda o li promuova, anche attraverso i social media.

Nel caso della retatrutide, l’agenzia sottolinea che la sostanza è ancora in fase di sperimentazione clinica e non può essere commercializzata. I prodotti venduti con questa indicazione, quindi, non offrono alcuna garanzia di sicurezza, efficacia o qualità.

L’attenzione delle autorità è aumentata anche dopo il caso di una donna ricoverata da oltre un mese in seguito all’uso di una penna dimagrante acquistata illegalmente.

Anvisa invita i cittadini a diffidare di medicinali venduti online senza registrazione e ribadisce che l’uso di prodotti non autorizzati può comportare gravi rischi per la salute.

Guinea-Bissau

In Guinea-Bissau, le autorità di transizione hanno annunciato che le elezioni presidenziali e legislative si terranno il 6 dicembre. È il primo calendario elettorale ufficiale dalla presa di potere dei militari nel novembre 2025.

La data è stata stabilita con un decreto firmato dal presidente della transizione, il generale Horta Inta-a, che ha promesso elezioni “libere, eque e trasparenti”, da organizzare progressivamente nelle prossime settimane.

L’annuncio arriva in un contesto di forte pressione diplomatica da parte della Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale, l’ECOWAS, che da tempo chiede un ritorno rapido all’ordine costituzionale. All’inizio di gennaio, una missione di alto livello guidata dal presidente della Sierra Leone ha incontrato le autorità di transizione per sollecitare tempi più brevi e un processo inclusivo.

L’ECOWAS non ha ancora reagito ufficialmente alla data di dicembre e continua a chiedere la liberazione di tutti i detenuti politici e garanzie sul funzionamento delle istituzioni. Sul tavolo restano anche possibili sanzioni mirate.

Le tensioni restano elevate soprattutto per la detenzione di Domingos Simões Pereira, figura di primo piano dell’opposizione, considerata uno dei principali nodi nei rapporti tra il governo di transizione e la comunità internazionale.

Il generale Horta Inta-a aveva preso il potere il 26 novembre 2025, interrompendo il processo elettorale a poche ore dalla proclamazione dei risultati, giudicati regolari dagli osservatori internazionali.

Resta ora da capire se il nuovo calendario sarà sufficiente a soddisfare le richieste regionali e a evitare nuove pressioni politiche ed economiche sul Paese.

Sud Sudan

A Bor, capoluogo dello stato sudsudanese di Jonglei, è arrivato martedì il capo dell’esercito, il generale Paul Nang, mentre le forze governative continuano a mobilitare rinforzi pesanti nella zona.

Secondo fonti di sicurezza, la mossa prepara una offensiva imminente contro la SPLA in Opposition, il principale gruppo armato di opposizione. Negli ultimi giorni, civili hanno visto colonne di soldati e mezzi militari dirigersi verso la città, sia per rafforzarne la difesa sia per avanzare verso le aree controllate dai ribelli nel nord-est.

L’escalation segue i recenti successi della SPLA-IO, che ha conquistato diversi centri amministrativi, alimentando i timori di un’avanzata verso Bor e, potenzialmente, verso Juba.

Il governo non ha fornito dettagli sull’operazione, mentre l’opposizione accusa le autorità di aver compromesso l’accordo di pace del 2018. Intanto, in diverse regioni del Paese, crescono le preoccupazioni per un ritorno a un conflitto su larga scala.

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