Groenlandia: se il tempo vuole

Scritto da in data Gennaio 16, 2026

NUUK – C’è un detto qui in Groenlandia che dice: “Se il tempo vuole”. Non è solo un modo di dire, ma una regola non scritta, un principio che governa la vita quotidiana più di qualsiasi calendario o agenda. La vita degli Inuit, che popolano questa enorme isola di ghiaccio da tempi immemorabili, è ancora profondamente legata alle condizioni del tempo: al vento che cambia improvviso, al mare che si chiude, al cielo che decide. Qui non è l’uomo a dominare l’ambiente, ma il contrario.

In un posto dove ci si sposta in aereo da una città all’altra o in barca d’estate, dove non esistono strade che colleghino i centri abitati, essere costretti ad aspettare due, tre giorni da qualche parte perché c’è una tempesta o una bufera di neve non è nulla di insolito.

Qui l’attesa non è una perdita di tempo: è una forma di rispetto. Si aspetta, perché non c’è alternativa. E perché forzare il tempo, qui, è considerato un atto di arroganza.

“I nostri antenati salivano sulla cima più alta che avevano intorno e guardavano il mare e il cielo, e capivano come sarebbe stata la giornata. Il colore, il movimento, le nuvole, le onde, il ghiaccio: tutto ci parla” racconta Dotthe, che possiede un grande albergo a Nuuk, mentre sorseggia una tazza di tè in una caffetteria del centro storico.

Le sue parole sembrano seguire lo stesso ritmo lento della città, dove anche il silenzio ha un suono.

Passeggiando per la capitale @schiavulli

Trump, le minacce e la pazienza artica

I piani, le minacce, i tira e molla di Donald Trump li irritano. Ne parlano, li commentano, li giudicano. Pensano che sia un pazzo, lo dicono senza mezzi termini, ma non sembrano veramente preoccupati.

Non perché sottovalutino il pericolo, ma perché la loro storia li ha abituati a resistere. La loro indole pacifica, ma non certo domata, ha fatto di loro un popolo paziente, abituato a tempi lunghi e a pressioni esterne.

“Facciamo parte di un’alleanza, non abbiamo paura di essere conquistati. Non vogliamo essere parte degli Stati Uniti. Pensate agli Inuit in Alaska. Andate da loro a chiedere come stanno, come si vive in un Paese dove se non hai soldi non ti puoi curare” incalza Liisi, la cugina di Dotthe, che ha girato il mondo in barca e ha lavorato tutta la vita nel turismo della Groenlandia.

La sua non è una risposta ideologica, ma pratica. Qui la geopolitica passa anche dalla sanità, dall’istruzione, dalla possibilità di continuare a vivere secondo i propri ritmi.

È l’indomani dell’incontro alla Casa Bianca tra i ministri degli Esteri di Groenlandia e Danimarca, e il vicepresidente americano JD Vance e il segretario di Stato Marco Rubio. I colloqui non sono arrivati a nulla.

L’isola non è stata venduta, né conquistata. “Abbiamo capito che sarebbe andato tutto bene quando i nostri ministri hanno cominciato la conferenza stampa e abbiamo visto entrare la luce nella stanza”, mi dicono. Anche la politica, da queste parti, si misura con segnali minimi, quasi simbolici.

La luce, il buio e il tempo dell’Artico

La luce è un fattore determinante nella vita di chi abita l’Artico. In inverno ce n’è solo per poche ore al giorno. Il resto è un’immensa distesa di buio che non è vuoto, ma che si riempie di stelle, dell’aurora boreale, di un chiarore lattiginoso che accompagna le notti lunghe. È un buio abitato, non spaventoso, che obbliga a guardarsi dentro e a stare insieme.

Poi, verso le undici del mattino, l’alba esplode in un rosa acceso, quasi violento, e si spegne alle quattro e mezza del pomeriggio in un tramonto rosso che sembra durare un istante e insieme un’eternità.

È una luce che non concede distrazioni, che costringe a scegliere cosa fare in quel tempo limitato. Anche per questo, qui, ogni gesto ha un peso diverso.

Perché questa terra, che per molti vale solo per quello che contiene — nickel, oro, rubini, terre rare —, è così importante? Perché qui sopra, secondo la logica del mondo industriale, non c’è quasi nulla: neanche un albero, neanche una strada che porti dall’altra parte, neanche quella frenesia continua a cui siamo abituati.

Eppure è proprio l’assenza a renderla centrale. Un vuoto che fa gola, un silenzio che disturba.

Casa, identità e memoria coloniale

Le signore al tavolo, a cui si aggiunge Inger, un’ex insegnante, mi guardano come se non potessi davvero capire la magia della natura, delle passeggiate al buio, della caccia alle balene o all’orso, del pesce surgelato o essiccato, delle barche che scivolano lente tra i fiordi, dei paesaggi che sembrano irreali. Qui il rapporto con la natura non è romantico: è necessario, quotidiano, spesso duro.

Il mercato del pesce @schiavulli

“Per noi questo posto è casa, passato, identità. Gli spiriti della terra parlavano ai nostri antenati. Giriamo il mondo, studiamo in Danimarca, ma poi si torna sempre qui. La vita semplice, in armonia con la natura, a noi piace”.

La Groenlandia è stata colonia danese per secoli, governata da lontano, osservata più che ascoltata. Solo nel 1979 è arrivata l’autonomia, ampliata nel 2009 con l’autogoverno. Ma le ferite della storia — dalle politiche di assimilazione forzata agli esperimenti sociali — sono ancora presenti, sotto la superficie. Qui l’indipendenza non è una bandiera: è un processo lento, come il disgelo.

Sorridono al mio essere tutta imbacuccata. Per loro, a meno otto gradi, è una giornata mite. Se non fosse per tutti i giornalisti che affollano le strade innevate della capitale, punteggiate da casette colorate: gialle per i presidi medici, blu per i magazzini, rosse per il commercio.

“Una volta non esistevano gli indirizzi, ci si orientava con i colori delle case” mi spiegano. Anche questo è un modo di dire che qui l’orientamento è prima di tutto umano.

Penso a Roma che ho lasciato indietro: ai clacson, al vociare, al nervosismo, all’ansia. Qui tutto questo, almeno in apparenza, non esiste. D’inverno la neve è come un analgesico che attutisce i rumori e i pensieri. D’estate, la terra si copre di fiori, mostra le sue rocce lungo la costa e cambia completamente volto.

E allora capisci che forse la Groenlandia non è importante solo per quello che nasconde sotto il ghiaccio, ma per quello che continua a ricordare sopra: che non tutto si può comprare, che non tutto si può annettere, che non tutto risponde alla logica del più forte.
Soprattutto se il tempo non vuole.

Groenlandia, l’Onu avverte gli Usa

Ti potrebbe interessare anche:

 

E se credi in un giornalismo indipendente, serio e che racconta il mondo recandosi sul posto, puoi darci una mano cliccando su Sostienici


Opinioni dei Lettori

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.I campi con * sono obbligatori



[There are no radio stations in the database]