11 luglio 2025 – Notiziario Mondo
Scritto da Barbara Schiavulli in data Luglio 11, 2025
- Gaza: strage di bambini in fila davanti ad una clinica.
- L’ONU contro Washington: “Sanzioni a Francesca Albanese? Precedente pericoloso”.
- Ucraina: assassinato in pieno giorno alto ufficiale dei servizi segreti.
- Iran: arrestato calligrafo a Mashhad. Nessuna notizia da 10 giorni.
- Trump elogia il presidente liberiano per il suo “buon inglese”. Peccato che il paese parli inglese da due secoli
Introduzione al notiziario: l’illusione dell’uguaglianza
Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets a cura di Barbara Schiavulli
Israele e Palestina
Le Nazioni Unite hanno duramente criticato la decisione degli Stati Uniti di imporre sanzioni a Francesca Albanese, relatrice speciale dell’ONU per i diritti umani nei Territori palestinesi occupati, definendo il gesto “un precedente pericoloso”.
Il portavoce del Segretario generale, Stéphane Dujarric, ha chiarito che i relatori speciali sono esperti indipendenti nominati dal Consiglio ONU per i Diritti Umani, e non rispondono né al Segretario generale né agli Stati membri.
“I paesi hanno tutto il diritto di non essere d’accordo con i loro rapporti, ma l’uso di sanzioni unilaterali contro esperti dell’ONU è inaccettabile”, ha dichiarato.
Le sanzioni contro Albanese arrivano a pochi giorni dalla pubblicazione di un suo rapporto che accusa multinazionali come Microsoft, Amazon, Alphabet e Palantir di collaborare all’occupazione israeliana fornendo infrastrutture militari e sorveglianza nei Territori palestinesi.
Con questa mossa, Washington manda un messaggio inquietante: chi osa documentare le violazioni israeliane, anche in ambito ONU, può essere punito.
Non è solo una ritorsione contro una singola esperta — è un attacco frontale all’indipendenza del sistema dei diritti umani internazionale.
La risposta delle Nazioni Unite è importante, ma il rischio è che resti confinata al piano simbolico. Il fatto che Francesca Albanese sia stata colpita proprio per aver fatto il suo lavoro, ossia denunciare l’illegalità dell’occupazione e i suoi complici globali, dimostra quanto lo spazio per la verità e la giustizia si stia rapidamente restringendo.
Intanto Francesca Albanese, ha risposto dicendo che quelle di Trump sono misure “calcolate per indebolire la sua missione.
Continuerò a fare quello che devo fare. Sì, certo, sarà impegnativo… Ci sto mettendo tutto ciò che ho”, ha dichiarato Albanese ai giornalisti durante una visita a Lubiana.
■ OSTAGGI/CESSATE IL FUOCO: Israele e Hamas potrebbero raggiungere un accordo per il cessate il fuoco/la presa di ostaggi entro una o due settimane, ma non in un giorno o due, ha dichiarato un alto funzionario israeliano ai giornalisti a Washington, DC, durante la visita del Primo Ministro Netanyahu.
Il funzionario ha aggiunto che se le due parti accettassero una tregua proposta di 60 giorni, Israele userebbe quel tempo per offrire un cessate il fuoco permanente che richiederebbe il disarmo di Hamas .
In caso di rifiuto, ha affermato il funzionario, ” procederemo ” con le operazioni militari a Gaza.
“Le principali questioni in discussione a Doha sono le linee lungo le quali si ritireranno le IDF. Netanyahu chiede che l’esercito rimanga a Rafah per costruire l’infrastruttura per una gigantesca ‘città umanitaria’ per i cittadini di Gaza, con l’obiettivo finale di spingerli in Egitto .
Hamas si oppone al controllo israeliano di Rafah, così come i mediatori. La questione sarà decisa solo quando Witkoff arriverà in Qatar.
■ CISGIORDANIA: Un uomo israeliano, il 22enne Shalev Zvuluny, è morto per le ferite riportate dopo che due palestinesi hanno aperto il fuoco in un centro commerciale di un insediamento in Cisgiordania e hanno tentato di accoltellare i passanti, hanno riferito i servizi di emergenza .
Secondo i medici presenti sul posto, al momento non è chiaro chi abbia sparato il colpo mortale.
La polizia israeliana ha dichiarato che sia un civile che un soldato hanno aperto il fuoco contro gli aggressori, uccidendoli entrambi, aggiungendo che l’IDF, lo Shin Bet e le forze di polizia stanno rastrellando la zona.
■ GAZA: Sedici palestinesi, tra cui 10 bambini e tre donne, sono stati uccisi nei pressi di una clinica sanitaria a Deir al Balah, nel centro della Striscia di Gaza. Lo denuncia l’organizzazione umanitaria Project Hope, che gestiva la struttura.
Il bombardamento è avvenuto ieri nei pressi dell’incrocio di Altayara, mentre i pazienti — tra cui bambini malnutriti — attendevano l’apertura della clinica per ricevere cure, integratori e assistenza materna.
«È stata una scena orribile. Le persone cercavano salute e hanno trovato la morte», ha dichiarato il dottor Mithqal Abutaha, responsabile del progetto.
Il presidente di Project Hope ha parlato di una “palese violazione del diritto internazionale umanitario”, sottolineando che a Gaza “nessuno e nessun luogo è più al sicuro”.
Le attività della clinica sono state sospese a tempo indeterminato.
L’IDF ha dichiarato di” rammaricarsi di qualsiasi danno causato a civili non coinvolti e si impegna a minimizzare tali danni il più possibile”.
Questa non è più solo una tragedia palestinese. È una vergogna globale.
Il Ministero della Salute, guidato da Hamas, ha dichiarato che 82 palestinesi sono stati uccisi e 247 feriti negli attacchi israeliani nelle ultime 24 ore. Secondo il Ministero, 57.762 palestinesi sono stati uccisi a Gaza dall’inizio della guerra.
L’ufficio stampa di Hamas ha dichiarato che 773 palestinesi sono stati uccisi in attacchi nei pressi dei centri di assistenza della Gaza Humanitarian Foundation da quando hanno iniziato a operare a fine maggio.
Secondo il comunicato, 5.101 persone sono rimaste ferite e 41 risultano disperse in incidenti legati ai centri di assistenza della GHF.
Le IDF hanno lanciato un’offensiva su vasta scala nella parte sud-occidentale di Khan Yunis , secondo quanto riportato da fonti palestinesi, aggiungendo che decine di persone sono rimaste ferite. La gente del posto ha riferito di spari intermittenti dagli elicotteri.
ISRAELE: Il giornalista israeliano Israel Frey, noto per le sue inchieste sull’occupazione israeliana nei Territori palestinesi e collaboratore di testate come Haaretz e YNET, è stato arrestato con l’accusa di “istigazione” dopo un post su X in cui commentava la morte di cinque soldati israeliani a Gaza, definendo il mondo “un posto migliore” senza di loro.
L’arresto ha suscitato la dura reazione del Committee to Protect Journalists (CPJ): “Dimostra la crescente intolleranza verso la libertà di espressione da parte delle autorità israeliane dall’inizio della guerra lo scorso 7 ottobre”, ha dichiarato Sara Qudah, direttrice regionale del CPJ.
I legali di Frey, Riham Nassra e Michal Pomeranz, sostengono che il post non configuri sostegno al terrorismo, ma si tratti piuttosto di un arresto politico.
Frey era già stato preso di mira: il 16 ottobre era finito in clandestinità dopo che la sua casa era stata attaccata da un gruppo dell’estrema destra per aver espresso solidarietà ai civili di Gaza.
Dati inquietanti: dal 7 ottobre 2023, 85 giornalisti palestinesi sono stati arrestati. Quello di Frey è il primo caso documentato di arresto e indagine contro un giornalista israeliano per aver espresso un’opinione.
L’arresto di Israel Frey non è solo una questione giudiziaria: è l’ennesimo segnale. Il dissenso, anche se pacifico e scomodo, non trova più spazio nemmeno per chi, come Frey, è parte del tessuto mediatico israeliano.
In un clima sempre più militarizzato e polarizzato, la libertà di stampa è tra le prime vittime del conflitto.
Mentre si chiede trasparenza e verità sulla guerra a Gaza, la voce di chi prova a raccontarla — da entrambi i lati del muro — rischia la galera.
■ LIBANO: Le IDF hanno affermato di aver ucciso Muhammad Jamal Murad , un comandante di artiglieria di Hezbollah, nel Libano meridionale.
Iran
Le autorità iraniane hanno arrestato il calligrafo Sadegh Mansouri durante una lezione a Mashhad il 1° luglio. Da allora nessuna notizia: la sua famiglia non ha ricevuto alcuna informazione sul luogo di detenzione o sul suo stato di salute.
Secondo l’organizzazione per i diritti umani Hengaw, Mansouri — membro dell’Associazione Calligrafi del Khorasan — era già sottoposto a monitoraggio elettronico insieme alla moglie, Zahra Akbari, insegnante, per una precedente condanna non meglio specificata.
L’arresto arbitrario, avvenuto durante una lezione pubblica, rientra nelle pratiche ben note del regime iraniano: detenzioni forzate, scomparse, silenzio assoluto verso i familiari, specialmente nei confronti di insegnanti, artisti e attivisti.
La domanda non è più “dov’è Sadegh Mansouri?”, ma quante voci dobbiamo ancora perdere prima che l’indifferenza ceda il passo alla solidarietà.
Unione Europea
Ursula von der Leyen ha superato un voto di sfiducia al Parlamento europeo, promosso da una fazione dell’estrema destra. La mozione, avanzata dall’eurodeputato romeno Gheorghe Piperea, l’accusava di mancanza di trasparenza nei negoziati con Pfizer durante la pandemia.
Solo 175 deputati hanno votato a favore, ben lontani dai 480 necessari per far cadere la presidente della Commissione.
I voti favorevoli sono arrivati soprattutto dalle nuove formazioni sovraniste come Patriots for Europe e European of Sovereign Nations, con il sostegno esterno di leader come Viktor Orbán.
Ma il fronte dell’estrema destra si è dimostrato diviso: Fratelli d’Italia, che fa parte del gruppo ECR, ha votato contro la mozione per non compromettere i rapporti con la presidente, che Giorgia Meloni sta cercando di influenzare da tempo.
Von der Leyen ha definito le accuse “bugie” e ha attaccato i promotori della sfiducia come “complottisti”, “anti-vax” e “apologeti di Putin”.
Tuttavia, il voto ha lasciato segni evidenti: molti tra Socialisti, Verdi e Liberali hanno confermato il sostegno solo in cambio di impegni precisi, come il no ai tagli al welfare.
Von der Leyen ha salvato la poltrona, ma ha perso parte dell’autorità. Il voto, pur fallito, è un campanello d’allarme: la sua corsa a inseguire la destra — su temi come migrazione e ambiente — sta logorando la fiducia dei suoi stessi alleati.
Il messaggio è chiaro: se vuole governare fino alla fine del mandato, dovrà scegliere se farsi garante dell’Europa democratica o rincorrere il consenso a destra. Una posizione ambigua, in tempi di crisi, può essere fatale.
Russia e Ucraina
A Kyiv, un colonnello dei servizi di sicurezza ucraini (SBU), identificato dai media locali come Ivan Voronych, è stato ucciso a colpi di pistola in un parcheggio nella mattinata di giovedì.
Le immagini di sorveglianza, verificate da Reuters, mostrano un uomo che si avvicina rapidamente e spara almeno cinque volte prima di fuggire.
Il movente resta ignoto. Né l’SBU né la polizia di Kyiv hanno rilasciato ipotesi ufficiali, mentre le indagini proseguono. L’attentato arriva in un momento delicato per l’intelligence ucraina, coinvolta — seppur senza ammissioni pubbliche — in operazioni sotto copertura oltre i confini russi, tra cui l’eliminazione di alti ufficiali di Mosca.
L’agguato si inserisce in un contesto già tesissimo: due giorni prima, l’Ucraina ha subito il più massiccio attacco aereo dall’inizio della guerra, con oltre 700 droni e una raffica di missili.
Nella notte tra mercoledì e giovedì, nuovi bombardamenti hanno colpito otto distretti di Kyiv, causando almeno due morti e sedici feriti.
L’eliminazione di un alto ufficiale dell’SBU nel cuore della capitale — in pieno giorno, con modalità da esecuzione — non è solo un duro colpo per l’apparato di sicurezza ucraino, ma anche un segnale d’allarme.
Che si tratti di un regolamento di conti interno, di una fuga di informazioni o di un’operazione orchestrata da Mosca, il messaggio è chiaro: nessuno è al sicuro, nemmeno nella “retrovia”.
E mentre i fronti di guerra si spostano — con Mosca che avanza lentamente e Trump che perde la pazienza con Putin — il conflitto ucraino entra in una nuova fase: fatta di ombre, vendette incrociate e instabilità crescente.
Canada e Brasile e USA
Il presidente Donald Trump ha annunciato nuovi dazi commerciali su scala globale: il 35% su tutti i prodotti importati dal Canada a partire dal 1° agosto e tariffe del 15-20% per quasi tutti gli altri partner commerciali.
Il Brasile rischia invece un’imposta del 50%, scatenando una dura reazione da parte del presidente Lula, che ha promesso misure di ritorsione.
Nel suo consueto stile unilaterale, Trump ha avvisato il premier canadese Carney che eventuali ritorsioni faranno salire ulteriormente le tariffe.
In Australia, intanto, preoccupano i dazi sui farmaci: Canberra ha già fatto sapere che non metterà a rischio il proprio sistema sanitario per compiacere Washington.
Il caso più esplosivo resta il Brasile: secondo Trump, le tariffe sono anche una risposta ai processi contro Jair Bolsonaro, definito “vittima di una caccia alle streghe”.
Lula ha risposto con fermezza, accusando Bolsonaro (e il figlio Eduardo) di fare lobbying a favore dei dazi e ha annunciato una revisione della politica commerciale con gli USA.
Trump rilancia la sua politica economica di scontro totale: dazi come strumento di potere, anche ideologico.
L’uso della leva commerciale per difendere alleati politici (come Bolsonaro) o punire dissensi giudiziari è una deriva pericolosa. Se da un lato la retorica “America First” può compattare l’elettorato interno, dall’altro rischia di isolare gli Stati Uniti, destabilizzare i mercati globali e accendere nuove guerre commerciali.
Ma la vera domanda è: quanto durerà prima che il boomerang colpisca anche i consumatori americani?
Stati Uniti
Durante un incontro ufficiale, Donald Trump ha elogiato il presidente della Liberia, Joseph Boakai, per il suo “ottimo inglese”, chiedendogli persino dove avesse studiato.
Una domanda che, nella migliore delle ipotesi, rivela un certo smarrimento storico — e nella peggiore, una gaffe degna dei suoi greatest hits.
Cosa sembra essergli sfuggito? Ve lo dico io, e soprattutto lo direi a lui. Che la Liberia è l’unico paese africano nato da ex schiavi americani liberati, che parla inglese come lingua ufficiale da più di 200 anni e che — guarda caso — ha persino un accento americano. Un dettaglio che, a quanto pare, ha colpito l’orecchio presidenziale.
La capitale si chiama Monrovia, in onore del presidente James Monroe, e il primo ospedale nazionale porta il nome di JFK. La bandiera? Praticamente la stessa degli Stati Uniti, con una sola stella invece di cinquanta.
Dieci presidenti liberiani erano nati negli USA, compresa Ellen Johnson Sirleaf, la prima donna presidente africana eletta democraticamente e vincitrice del Premio Nobel per la Pace.
Ah, e se il nome Weah suona familiare, è perché il figlio dell’ex presidente George Weah gioca per la nazionale americana e la Juventus.
Che dire, complimenti a Trump per aver scoperto che in Liberia parlano inglese. Chissà, magari nel prossimo incontro con il Canada si sorprenderà che lì dicano “hello” senza accento texano.
Scherzi a parte, questa piccola uscita riflette qualcosa di più grande: l’ignoranza diffusa — anche ai livelli più alti — verso la storia, la complessità e la dignità dei paesi africani.
Per alcuni, l’Africa resta un blocco indistinto fatto di guerre, povertà e savane, dove l’istruzione è un miraggio e parlare inglese è un miracolo. E quando invece si scopre che un capo di Stato africano padroneggia la lingua di Shakespeare… sorpresa!
Non serve offendersi, come ha saggiamente detto il ministro degli Esteri liberiano. Ma forse sì, serve ricordare che anche l’ignoranza istituzionalizzata è un problema diplomatico.
E come sempre, tra una gaffe e un’elezione, Trump riesce a ricordarci che a volte il vero problema non è il tono, ma la domanda.
Messico
Almeno 215 sacchi contenenti resti umani sono stati rinvenuti nella più grande fossa comune clandestina scoperta in Messico nel 2025. Il sito si trova nella zona di Las Agujas, alla periferia di Guadalajara, capitale dello stato di Jalisco, epicentro delle attività dei cartelli.
Secondo gli esperti, i resti apparterrebbero ad almeno 35 persone, ma il numero potrebbe salire. Le ricerche sono condotte da esperti forensi e dai “Guerreros Buscadores” — un gruppo di madri, sorelle e figlie di desaparecidos, che da anni cercano i propri cari scomparsi in solitudine o con mezzi rudimentali.
Hanno chiesto alle autorità di “continuare a scavare” per assicurarsi che non restino altre vittime sepolte nel silenzio.
Dal 2006, anno in cui è cominciata la cosiddetta “guerra al narcotraffico”, in Messico sono scomparse oltre 127.000 persone e più di 500.000 sono state uccise. La strage silenziosa dei desaparecidos si consuma ogni giorno, tra omertà, impunità e istituzioni troppo spesso colluse o indifferenti.
Quella di Guadalajara non è una notizia di cronaca nera: è un atto d’accusa contro uno Stato che ha perso il controllo di intere porzioni del proprio territorio.
Eppure, le uniche a cercare, scavare, denunciare — con pale, foto sbiadite e mani nude — sono spesso le donne. Quelle che la violenza non ha ucciso, ma ha lasciato senza risposte.
Ogni sacco rinvenuto è una ferita aperta nella memoria collettiva di un paese che continua a seppellire i suoi figli nell’ombra. E ogni corpo restituito alla terra, è anche una forma di giustizia. Anche se tardiva. Anche se straziante.
Corea del Sud
La Corte distrettuale centrale di Seul ha approvato oggi il ri-arresto dell’ex presidente sudcoreano Yoon Suk Yeol, accusato di aver imposto illegalmente la legge marziale lo scorso dicembre per contrastare l’opposizione parlamentare.
Yoon, figura di spicco della destra conservatrice, aveva definito la misura — attuata il 3 dicembre — “necessaria” per contrastare i suoi avversari, che a suo dire stavano sabotando l’agenda di governo. Fu impeached l’11 dicembre e formalmente accusato di ribellione, abuso di potere e falsificazione di documenti ufficiali, reati che in Corea del Sud possono essere puniti con l’ergastolo o la pena di morte.
Dopo una prima scarcerazione a marzo, era stato autorizzato a difendersi a piede libero. Ma oggi, dopo una nuova udienza, la corte ha accolto la richiesta del procuratore speciale, ordinando la sua detenzione immediata.
Il caso Yoon è uno spartiacque per la democrazia sudcoreana. Mai prima d’ora un presidente eletto aveva tentato di sospendere l’ordine costituzionale per restare al potere.
La decisione del tribunale conferma che nessuno è al di sopra della legge, nemmeno chi occupa il vertice dello Stato. In un’Asia sempre più segnata da derive autoritarie, la Corea del Sud sceglie — per ora — di restare fedele al suo Stato di diritto. Ma l’ombra del golpe fallito resta, come monito e come ferita.
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