1 luglio 2019 – Il notiziario in Genere

Scritto da in data Luglio 1, 2019

Combattere la tampon tax si può: con i libri. La casa resta uno dei posti più pericolosi per una donna: lo dice un rapporto delle Nazioni Unite. Ma le famiglie stanno cambiando, in tutto il mondo. A Minorca come in Catalogna, ecco i Punt Lila: vi raccontiamo cosa sono. E infine ancora dati, schiaccianti: la violenza sulle donne in guerra

Ecco il webnotiziario del lunedì di Radio Bullets, a cura di Lena Maggiaro con la voce al microfono di Barbara Schiavulli

Canzoni: David Guetta – Dangerous / Axel, Soledad – No es no /Julian Cohen – The flight (rape song)

Libri e assorbenti

In Italia è in corso una battaglia di cui non parla nessuno, e che per quanto coinvolga metà della popolazione, poco interessa: quella dell’Iva sugli assorbenti, tassati da noi come beni di lusso al 22%. La notizia è già uscita ma vogliamo raccontarvela anche noi, perché si tratta di un’idea semplice quanto geniale. Viene dalla Germania e ne parla Valigia Blu: anche lì c’è il problema della tampon tax, gli assorbenti sono infatti tassati al 19%.

La startup The Female Company ha messo in vendita un libro con 15 assorbenti e 46 pagine con storie sulle mestruazioni dai tempi antichi fino ai giorni nostri, accompagnate dalle illustrazioni di Alica Läuger e Ana Curbelo. Perché un libro?
Perché in Germania i libri sono tassati al 7%, scrive Valigia Blu. A poche settimane dalla prima pubblicazione il libro con i tamponi inclusi (costo 3 euro e 11 centesimi) ha già venduto oltre 10mila copie. La prima tiratura era andata esaurita in un solo giorno. Una delle co-fondatrici ha spiegato che l’idea è venuta a lei e al suo team dopo aver lavorato per più di un anno a sensibilizzare sulla tassazione dei tamponi. 100 copie sono state spedite ad altrettanti importanti politici tedeschi per sensibilizzarli sul tema.

https://www.facebook.com/thefemalecompany/videos/325560364824493/?__xts__%5B0%5D=68.ARDpU4afVUAp-BeHt11ioiYCgo-lFc7e6HQfH7j4-YAtySBH1F3psnF7KxNfpxuu0djE3qVDBtiGQNZu5ymWVEuDquBaFrJ-XfR0zEEO20ibasd59opYBMQqqVHbTuhDyqRo7gIWRv2SfxctCT0qk60kYulRhsiwYsb91ZgMVbzwZOB8HWYSVStlCyv0QaN8lbZohQW-8g5m_vAKezKOKg3k2FbuJ0Fnyw6cX-YQg8e9fKGxRgFFD5R9N2784tnIDX1uV5rzkJfG6ONQ9puDRWRarr9lK7T1lLC_PTJ8IEhgXAA2d0WuwgzMq7wPdDNki2gswk-w88mEqfr6UlGD_bcH-U-c6t6SPeE&__tn__=-R

Il rapporto UN sulla famiglia

Un nuovo rapporto delle Nazioni Unite racconta che troppo spesso le famiglie diventano, in tutto il mondo, il luogo delle discriminazioni e delle violenze contro le donne. Per una donna, uno dei posti più pericolosi è la casa. Questo a causa della “sconvolgente pervasività della violenza da partner”, spiega la Women’s Executive Director delle Nazioni Unite, Phumzile Mlambo-Ngcuka. Lo riporta l’Associated Press: nel 2017, per esempio, ogni giorno 137 donne sono state uccise da un componente della famiglia, spiega.

Il report naturalmente riconosce l’importanza “vitale” delle famiglie da un punto di vista Culturale ed economico, ma spiega anche che, in tutte le regioni del mondo, tanti sono gli sforzi per negare l’autonomia delle donne e il loro diritto all’autodeterminazione, in nome della protezione dei “valori familiari”.

“Tutto questo non è accettabile e si può permettere che resti immutato”, ha detto Mlambo-Ngcuka. “Le donne di tutto il mondo, e i loro alleati, non permetteranno un passo indietro rispetto a tutto ciò che abbiamo raggiunto”.

Nonostante i grandi progressi nell’eliminare legalmente la discriminazione contro le donne, ha detto, “non è un caso” che i progressi più lenti si siano riscontrati proprio nel diritto famigliare e nelle sue implicazioni sul diritto di una donna a scegliere chi e quando sposarsi e il suo diritto al divorzio e all’eredità di denaro e patrimoniale.

Il rapporto di 287 pagine intitolato “Famiglie in un mondo che cambia” fornisce dati sulla varietà di forme familiari, basate sui numeri della popolazione – di tutti i redditi – in 86 paesi nel mondo.

Secondo i dati, il 38% delle famiglie a livello globale è formato da coppie che vivono con figli, il 27% è rappresentato da famiglie allargate, l’8% sono famiglie monoparentali, la stragrande maggioranza guidata da donne che spesso si destreggiano tra lavoro retribuito, figli e lavoro domestico non retribuito. Le famiglie che comprendono coppie senza figli rappresentano il 13% circa.

Le famiglie dello stesso sesso sono sempre più diffuse in tutte le regioni: dal mese scorso sono 42 i paesi in tutto il mondo che permettono alle coppie dello stesso sesso il diritto di sposarsi o formare un’unione civile. Allo stesso tempo, tuttavia, il report sottolinea come circa 68 paesi criminalizzino ancora le relazioni sessuali consensuali tra partner dello stesso sesso: in 11 di questi paesi tali rapporti sono punibili con la morte.

Mlambo-Ngcuka ha detto che il rapporto mostra autorevolmente per la prima volta che le famiglie sono diverse. “Le famiglie, in tutte le loro diversità, possono essere fattori determinanti per l’uguaglianza di genere”, dice la direttrice, a patto che i governi adottino politiche con i diritti delle donne.

Secondo la ricercatrice Shahra Razavi, l’età del matrimonio è aumentata in tutte le regioni del mondo, passando da 21,9 al 1990 al 23,3 nel 2010: questo ha permesso alle donne di completare i loro studi, prendere piede nel mercato del lavoro e sostenersi economicamente.

In alcuni casi, ha detto Razavi, le donne scelgono di ritardare il matrimonio o optano per la convivenza. “In alcuni paesi dell’America Latina, dell’Africa meridionale e dell’Europa, fino a tre quarti delle donne di età compresa tra 25 e 29 anni convive”.

In Indonesia, il più grande paese musulmano del mondo, ad esempio, una sentenza legale ha vietato il matrimonio dei bambini e la violenza domestica, ha detto.

In India, dopo l’implacabile difesa da parte delle donne musulmane, la Corte Suprema ha dichiarato incostituzionale la pratica secondo la quale un marito può divorziare da sua moglie sul posto semplicemente dicendo “Ti divorzio” tre volte, ha detto Sharafeldin. La Tunisia ha bandito la poligamia e l’Egitto ha fissato l’età del matrimonio a 18 anni. “È tempo che famiglie, in tutte le loro diverse forme, diventino uno spazio sicuro per donne, uomini e bambini insieme”, conclude.

In Spagna

Il Consiglio di Minorca ha deciso, per il secondo anno consecutivo, di attuare il protocollo per le violenze sessiste e sessuali nelle feste locali dell’isola. L’iniziativa consiste nel consentire a un punto Lila di sostenere le vittime di questo tipo di violenza, e l’iniziativa sarà estesa anche ad altri villaggi sull’isola durante i mesi estivi.

Come si legge sulla pagina Facebook Rosapercaso, sono postazioni presenti a molte Feste Major, dedicate a informare e assistere in ogni caso di violenza sessista o contro la comunità LGBTQ. “È sempre più frequente che chi gestisce il bar della festa, per esempio, sia tenuto a fare un corso per imparare a prevenire e a individuare episodi di violenza maschilista. E prima che inizi il concerto, viene letto un manifesto in cui si ricorda che la festa è una festa per tutti e che non verrà ammesso alcun comportamento discriminatorio e che sono considerati violenza anche gli insulti, le umiliazioni, la gelosia, allungare le mani e fare battute sessiste”. No es no, insomma. No è no.

Si chiamano Punt Lila, in Catalunya, e iniziano a essere presenti a ogni Festa Major, nel bel mezzo della musica e degli…

Posted by Rosapercaso on Monday, June 24, 2019

Violenza in tempo di guerra e di pace

La violenza sessuale è in aumento sia all’interno che al di fuori dei contesti bellici. E le vittime principali restano le donne. È quanto emerge dall’ultimo report del progetto Armed Conflict Location and Event Data (Acled), che ha analizzato i dati raccolti da 400 eventi di violenza sessuale registrati tra gennaio 2018 e giugno 2019. La ricerca evidenzia, scrive il Guardian, un aumento generale dei casi ai danni di donne e ragazze; solo nel 5% dei dati registrati le vittime erano di sesso maschile. E il numero totale di episodi segnalati è quasi raddoppiato nei primi tre mesi del 2019 rispetto allo stesso periodo del 2018.

Gli autori del rapporto affermano che ciò è dovuto “in gran parte a una tendenza al rialzo delle violenze nella Repubblica Democratica del Congo, che registra costantemente alti livelli di violenza sessuale segnalata”. “È importante ricordare che la violenza sessuale all’interno o all’esterno del conflitto rimane un problema pressante per le vittime, indipendentemente dal sesso o dall’età”, spiega Roudabeh Kishi, direttrice della ricerca di Acled.

Nel 2018, la Repubblica Democratica del Congo è in cima alla lista tra le regioni ad alto rischio, seguita da Sudan del Sud, Burundi, India e Sudan. Con il 2019, l’India sale al secondo posto dietro la RDC. Seguono il Sudan del Sud e il Burundi, con il Mozambico e lo Zimbabwe con gli stessi risultato. In entrambi gli anni, i ricercatori hanno scoperto che i casi sono spesso accompagnati da aggressioni letali, specialmente durante i conflitti armati.

In Africa e Asia meridionale la maggior parte delle aggressioni, secondo la ricerca, è stata commessa da milizie politiche, gruppi armati anonimi o non identificati. In Medio Oriente, Asia sud-orientale, Europa orientale e sud-orientale e nei Balcani, sono le forze statali a essere le principali responsabili. Nel periodo analizzato, sono stati registrati oltre 100 episodi di violenza sessuale perpetrati dal governo, che hanno causato più di un quarto di tutti gli incidenti verificatisi o più comuni in India, RDC, Myanmar, Sudan Del Sud, Burundi e Sudan. Non ci sono statistiche complete per il numero di donne e uomini sottoposti a violenza sessuale durante il conflitto, ma si ritiene che si parli di migliaia di persone.  Anche dove la violenza organizzata non è l’obiettivo primario, spesso le donne affrontano ancora alti livelli di targeting al di fuori dei conflitti convenzionali: ad esempio, tentativi da parte di uno stato di far rispettare l’ordine attraverso la repressione o una folla che si rivolge a una donna accusata di indecenza. È accaduto per esempio in Burundi e Pakistan. “È dannoso scoprire che alcuni stati sono tra i principali autori di tali violenze. L’impunità gioca un ruolo inquietante nella continuazione di tale violenza”, conclude Roudabeh Kishi.

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