19 dicembre 2025 – Notiziario Africa
Scritto da Elena Pasquini in data Dicembre 19, 2025
- Sudan, un rapporto dell’ONU denuncia le atrocità nell’attacco al campo per sfollati di Zamzam.
- In Somalia escalation di attacchi aerei statunitensi contro al-Shabaab.
- Almeno 22 civili uccisi in un conflitto tra comunità nella Repubblica Democratica del Congo.
- Malawi: la crisi alimentare è sempre più grave.
Questo e molto altro nel Notiziario Africa, a cura di Elena L. Pasquini
Forse non ci rendiamo conto che le vittime civili non sono “danni collaterali”. Sono uomini e donne con nomi e cognomi che perdono la vita. Sono bambini che rimangono orfani, privati del loro futuro. Sono persone che soffrono la fame, la sete, il freddo, o che restano mutilate a causa della potenza degli ordigni moderni.
Sono le parole di Papa Francesco, pronunciate all’inizio del 2024 davanti alla diplomazia mondiale accreditata in Vaticano. Parole che ci ricordano, oggi, con forza: dietro ogni numero, c’è una vita, c’è una storia.
Non sono numeri gli oltre mille civili uccisi nel campo per sfollati di Zamzam, in Sudan, durante l’offensiva di aprile. Lo conferma un nuovo rapporto dell’ONU.
Dal Sudan ci spostiamo in Somalia, dove i numeri parlano dei bombardamenti statunitensi. Poi nella Repubblica Democratica del Congo, vicino alla capitale, dove si riaccende un antico conflitto. Quindi in Malawi, alle prese con una nuova devastante crisi alimentare.
E infine, a New York, per una mostra fotografica che racconta come l’Africa ha immaginato se stessa a metà del Novecento.
Oggi, 19 dicembre 2025.
Sudan
Era aprile, tra l’11 e il 13. Tre giorni è durata l’offensiva dei paramilitari delle Forze di Supporto Rapido sul campo per sfollati interni di Zamzam, il più grande campo nel Darfur settentrionale, in Sudan. Un attacco che è costato la vita a 1.013 persone e ne ha costrette alla fuga centinaia di migliaia.
Un rapporto dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite, pubblicato ieri, fa luce su quell’attacco, l’ennesimo massacro nella guerra scoppiata nella primavera del 2023 tra le Forze armate sudanesi, guidate da Abdel Fattah al-Burhan, e le FSR dell’ex alleato Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti.
Il rapporto documenta uccisioni, stupri, ogni forma di violenza sessuale, torture e rapimenti, “gravi violazioni del diritto internazionale umanitario e gravi abusi del diritto internazionale dei diritti umani”. Sono state 319 le persone giustiziate sommariamente all’interno del campo.
Tentavano di fuggire o sono state ammazzate nelle loro case, al mercato, nelle strutture sanitarie, mentre erano sui banchi di scuola, mentre pregavano nelle moschee. “Un leader della comunità sopravvissuto ha raccontato di come due combattenti di RSF abbiano inserito i loro fucili attraverso piccoli fori nella finestra della stanza in cui si nascondeva con altri dieci uomini, e abbiano aperto il fuoco, uccidendone a caso otto.
Una donna, tornata al campo il giorno dopo l’aggressione mortale, alla ricerca del figlio quindicenne scomparso, ha dichiarato: ‘Il campo era vuoto. Ho visto cadaveri sparsi per le strade. Solo polli, asini e pecore vagavano in giro’. Quel giorno non ha trovato suo figlio”, scrive l’Alto Commissariato dell’ONU.
Uccisioni di civili che potrebbero costituire crimini di guerra. Crimini come le violenze sessuali, che secondo il rapporto sembrerebbero usate deliberatamente per “infliggere terrore nella comunità”: stupri, stupri di gruppo, schiavitù sessuale.
Crimini come la fame, arma di guerra, a cui le RSF hanno costretto la popolazione di Zamzam, bloccando l’ingresso di acqua e carburante. Venivano giustiziati sommariamente quanti tentavano di portare beni essenziali nel campo.
“I risultati contenuti in questo rapporto sono un ulteriore, duro promemoria della necessità di un’azione tempestiva per porre fine al ciclo di atrocità e violenza, e per garantire l’assunzione di responsabilità e il risarcimento delle vittime”, ha affermato l’Alto commissario Volker Türk.
“Il mondo non deve restare a guardare mentre tale crudeltà diventa all’ordine del giorno in Sudan”.
Arriva invece dall’Organizzazione Mondiale della Sanità un altro dato devastante: solo quest’anno sono state uccise 1.600 persone negli attacchi ai centri sanitari. Tedros Adhanom Ghebreyesus, il direttore generale dell’OMS, ha dichiarato che sono stati documentati 65 attacchi.
“L’attacco più recente è stato quello con un drone, avvenuto domenica, contro un ospedale militare a Diling, capoluogo della provincia del Kordofan meridionale, che negli ultimi mesi è diventato un punto caldo negli scontri tra l’esercito sudanese e le forze paramilitari Rapid Support Forces”, scrive l’Agenzia di Stampa Associated Press.
“Ogni attacco priva sempre più persone dei servizi sanitari e dei medicinali, bisogni che non cessano mentre le strutture vengono ricostruite e i servizi ripristinati”, ha scritto Ghebreyesus in un post su X.
Somalia
“In coordinamento con il governo federale della Somalia, il Comando africano degli Stati Uniti ha condotto un attacco aereo contro al-Shabaab il 14 dicembre 2025”. Recita così la nota stringata dell’AFRICOM. Nessun dettaglio, scrivono i militari americani, né sulle unità né sulle risorse impiegate, per non compromettere la sicurezza delle operazioni in corso.
Operazioni in Somalia che, dall’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, si sono succedute una dopo l’altra, in un’escalation senza precedenti, secondo i dati del rapporto della New America Foundation.
Da quando Trump è stato rieletto, il think tank statunitense ha registrato, solo quest’anno fino al momento in cui scriviamo, 114 attacchi diretti contro gruppi armati, ma che hanno fatto anche vittime civili.
Questa volta l’attacco che aveva come obiettivo il gruppo di matrice islamista affiliato ad Al Qaeda ha colpito a 50 km a nord-est della città portuale di Kismayo, nel Basso Giuba, un tempo parte del Kenya britannico e poi passata alla Somalia italiana.
“AFRICOM, insieme al governo federale della Somalia e alle forze armate somale, continua ad agire per ridurre la capacità di al-Shabaab di minacciare la patria degli Stati Uniti, le nostre forze armate e i nostri cittadini all’estero”, recita il comunicato. Ennesimo raid in una strategia che si fa sempre più dura.
David Sterman, analista politico senior presso la New America Foundation, ha dichiarato ad Al Jazeera che sembra esserci “un segnale di richiesta da parte della Casa Bianca per un’escalation” e “una volontà di consentire un uso più chiaramente offensivo degli attacchi, con meno controlli e regolamentazioni”.
Un’escalation possibile anche perché è caduta una rilevante restrizione: quella che richiedeva l’approvazione della Casa Bianca per gli attacchi fuori dalle zone di guerra.
Grazie a una direttiva di Pete Hegseth, Segretario alla Difesa degli Stati Uniti, l’AFRICOM ha ora maggiore autorità e autonomia nel condurre gli attacchi.
Già al suo primo mandato, spiegano gli analisti, Trump aveva intensificato drasticamente le operazioni, che dal 2011 impiegano droni.
“Gli Stati Uniti hanno una lunga storia di impegno militare in Somalia, che risale alla sanguinosa battaglia di Mogadiscio del 1993. L’operazione fallita, nota come ‘Black Hawk Down’, portò al ritiro delle forze statunitensi, destabilizzando ulteriormente la Somalia e aprendo la strada all’ascesa di gruppi estremisti locali”, scrive la New America Foundation.
La recente escalation è iniziata a febbraio di quest’anno, con un attacco che un alto ammiraglio della Marina statunitense ha definito “il più grande attacco aereo della storia mondiale” da una portaerei, come ricorda Al Jazeera.
Attacco in una guerra che è stata, secondo lo statunitense Africa Center for Strategic Studies, la terza più letale del continente, con 7.289 vittime.
“Tuttavia, l’intensificazione delle operazioni ha sollevato preoccupazioni circa le vittime civili. A dicembre, il quotidiano investigativo Drop Site News ha riferito che gli attacchi aerei statunitensi e le forze somale hanno ucciso almeno 11 civili, tra cui sette bambini, durante un’operazione del 15 novembre nella regione del Basso Giuba, citando testimoni”, scrive Faisal Ali su Al Jazeera.
Repubblica Democratica del Congo
Nkana è un villaggio a circa 75 chilometri a nord-est di Kinshasa, la capitale della Repubblica Democratica del Congo, nel territorio di Kwamouth, provincia di Mai-Ndombe.
Alle 4 del mattino del 23 novembre, Nkana è stato attaccato dai combattenti Mobondo, miliziani della comunità etnica Yaka. Sono morti oltre 22 civili, secondo quanto ha riferito questa settimana l’organizzazione per i diritti umani Human Rights Watch.
L’attacco sembrerebbe motivato dalle crescenti tensioni tra le comunità. La strage di Nkana sarebbe stata una punizione degli Yaka contro la comunità Teke per non aver scelto tra gli Yaka il nuovo capo tradizionale. In centinaia sono stati costretti a fuggire e, nonostante l’esercito abbia intensificato il controllo nell’area, molti hanno ancora paura di tornare alle loro case.
“La violenza a Kwamouth è solo uno dei tanti conflitti etnici mortali in Congo”, ha affermato Lewis Mudge, direttore per l’Africa centrale di Human Rights Watch. “L’attenzione globale sugli accordi di pace nel Congo orientale non dovrebbe distogliere l’attenzione dalla violenza e dall’ingiustizia incontrollate e dai cicli di impunità in altre aree”, ha aggiunto.
Negli ultimi anni, la violenza in quella parte della provincia di Mai-Ndombe si è fatta più intensa. Human Rights Watch aveva già documentato ondate di attacchi tra il 2022 e il 2023, in un conflitto che ha le sue radici in antiche e radicate diseguaglianze sociali.
Nell’altopiano di Bateke, che significa “l’altopiano del popolo Teke”, il popolo Teke ha storicamente “posseduto gran parte della terra e dei titoli consuetudinari nel territorio di Kwamouth”, spiega Human Rights Watch, mentre gli Yaka, come i membri di altre comunità, fornivano loro le braccia per coltivarla.
Alcuni sono diventati agricoltori, pagando una tassa ai proprietari Teke, tassa che però pagano tutti gli agricoltori ai proprietari terrieri, indifferentemente dall’etnia.
Secondo Mudge, “per affrontare la violenza interetnica nel Congo occidentale sono necessarie giustizia e responsabilità, sistemi di allerta precoce efficaci e un impegno concreto per smantellare le strutture che permettono ai gruppi armati di prosperare”.
Malawi
Non c’è cibo da portare in tavola in Malawi. Troppo poco, ma soprattutto troppo costoso.
L’inflazione al 28 percento è la più alta del continente, la resa del mais, da cui dipende in buona parte l’agricoltura del Paese, è crollata del 20 percento a causa della siccità e degli eventi climatici estremi. Manca valuta estera e carburante. L’agricoltura, il settore che occupa un quarto della popolazione, è in ginocchio.
Il nuovo presidente, l’anziano ex capo di Stato Peter Mutharika, eletto a settembre, ha ereditato un Paese pieno di debiti che ha bisogno, con urgenza, di 119 milioni di dollari di aiuti umanitari entro marzo, ma ne ha raccolti appena 26.
L’emergenza è tale che a ottobre è stato dichiarato lo stato di calamità, per la quinta volta in dieci anni.
“I soldi che guadagno non bastano [per comprare il cibo di cui abbiamo bisogno] … Cerco di convincere i miei figli ad andare a scuola senza mangiare, dicendo loro che avranno da mangiare dopo la scuola, perché la situazione è difficile”, ha detto Monica Jasteni, che gestisce una piccola attività di pesca e integra i pochi guadagni con un po’ di agricoltura, a The New Humanitarian, che alla crisi alimentare del Malawi dedica un’ampia analisi.
“Il fallimento del raccolto [del mais] ha colpito duramente soprattutto i piccoli agricoltori, la spina dorsale della produzione alimentare”, scrive Dingaan Mithi su The New Humanitarian, che spiega come la crisi non sia però imputabile solo alla volatilità climatica.
“Il settore agricolo è fondamentale per l’economia del Malawi, rappresentando quasi un quarto del PIL e impiegando tre quarti della popolazione, principalmente attraverso l’agricoltura di sussistenza.
Tuttavia, nell’ultimo decennio, gli incrementi di produttività hanno subito una stagnazione, con un’eccessiva dipendenza dal mais che ha portato al degrado del suolo e a carenze di micronutrienti nella dieta delle persone”, scrive Mithi.
La scelta della nuova amministrazione è, ancora una volta, quella di ricorrere alla vecchia pratica dei sussidi, distribuendo fertilizzanti e sementi a basso costo. Il programma, però, potrà raggiungere solo una piccola parte degli agricoltori.
Quello che serve, suggeriscono gli analisti, sono interventi molto più radicali, che vanno dalla gestione del debito pubblico alla riforma delle politiche agricole, per adeguarle alle sfide che oggi pone il cambiamento climatico.
Fotografia
Uno scatto in uno studio fotografico, una donna in posa, il ritratto di un cittadino comune, immagini che raccontano la cultura giovanile o quelle che immortalano la scena musicale nell’Africa centrale e occidentale della metà del Novecento. Fotografie che, una dopo l’altra, hanno contribuito a plasmare l’immaginario politico africano e la solidarietà panafricana.
Saranno esposte fino al 26 luglio del prossimo anno al Museum of Modern Art di New York. La mostra Ideas of Africa: Portraiture and Political Imagination, curata da Oluremi C. Onabanjo, studiosa anglo-nigeriana di fotografia e arti africane, è la prima che il MoMA dedica alla ritrattistica africana.
“Quando, negli anni ’50 e ’60, giovani uomini e donne entravano in studio per farsi fotografare a Bamako, Kinshasa e Accra, non si limitavano a vestirsi per la macchina fotografica. Con i loro abiti stirati, i vestiti a fantasia, gli occhiali da sole e il portamento, rappresentavano l’indipendenza”, scrive Simone Bainbridge su The Art Newspaper.
Immagini che avrebbero inoltre contribuito a creare nuove forme di solidarietà transnazionali, mettendo in relazione e in dialogo i movimenti della decolonizzazione in Africa con la lotta per i diritti civili negli Stati Uniti.
La mostra riunisce opere di fotografi tra cui Seydou Keïta, Malick Sidibé, Jean Depara e Sanlé Sory, ma anche di James Barnor e Kwame Brathwaite, fotografi, questi ultimi, residenti in Europa e Nord America, che hanno contribuito alla costruzione dell’Africa come idea politica.
“Concentrandomi sull’immaginazione, incoraggio le persone a sintonizzarsi sul potenziale interpretativo di un ritratto fotografico, non solo sulla sua utilità documentaria.
L’inclusione delle opere di Brathwaite e Barnor, così come le iterazioni transgenerazionali di Air Afrique, testimonia la trasmissione letterale di idee e immagini panafricane attraverso lo spazio e il tempo”, afferma Onabanjo, come riporta Bainbridge, che conclude: “Piuttosto che nostalgia, Ideas of Africa propone una lettura più dinamica di queste immagini, testimonianza di come l’indipendenza appariva e veniva immaginata.
Nei loro sguardi sicuri e nel loro fascino, i soggetti immaginavano un mondo diverso”.
Foto di copertina: UN Photo/Albert Gonzalez Farran United Nations Photo, CC BY-NC-ND 2.0
Musica: King David – Pond5
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