2 gennaio 2026 – Notiziario Africa

Scritto da in data Gennaio 2, 2026

  • Il 2026 dell’Africa: le sfide che segneranno il nuovo anno
  • Il continente dei conflitti dimenticati, dal Sudan al Sahel
  • Democrazie sotto assedio e piazze in fermento tra autoritarismi, elezioni e giovani che resistono
  • Tra emergenza climatica e potenza creativa: risorse, resilienza e soft power africano

Questo e molto altro nel notiziario Africa di Radio Bullets a cura di Elena L. Pasquini

 

«Non guardiamo né verso Est né verso Ovest; guardiamo avanti.»

È con le parole di Kwame Nkrumah, primo presidente del Ghana, leader della lotta anticolonialista e tra i padri del panafricanismo, che apriamo il nostro notiziario Africa, il primo del nuovo anno.

Con lo sguardo avanti, proveremo a raccontare le sfide che attendono il continente più giovane del nostro mondo. Età media di diciannove anni, popolazione in crescita, una vitalità politica che si esprime nella voglia di cambiamento delle nuove generazioni: l’Africa è però, ancora, un continente ferito dalla guerra, piegato dalla miseria e dalle emergenze climatiche.

Inizieremo dai suoi troppi fronti, dai conflitti armati in corso e dalle tensioni che lo scuotono. E poi vi porteremo nell’Africa che lotta per i suoi diritti e per la sua democrazia; tra le pieghe di un’economia che potrebbe essere, ma non è, ricchezza diffusa; nel suo prezioso e fragile patrimonio naturale; e infine lì dove la sua creatività immagina nuovi mondi: nella musica, nell’arte, nella moda.

Oggi, 2 gennaio 2026, queste sono le sfide delle Afriche che guardano al futuro.

 

Conflitti armati

 

La speranza che le armi smettano di portare morte in Sudan è una luce flebile. Due giorni prima della fine dell’anno, un’ultima indagine dell’Unicef nella città di Um Baru, nel Darfur settentrionale, ci dice che oltre la metà dei bambini soffre di malnutrizione acuta. «Si tratta di tassi tra i più alti mai registrati» in una valutazione di questo tipo, scrivono le Nazioni Unite. Segno dell’aggravarsi di un conflitto armato che si stima sia costato la vita a circa 150 mila persone e ne ha costrette oltre 12 milioni a lasciare le proprie case, da quando la guerra civile tra le Forze armate sudanesi e i paramilitari delle Forze di Supporto Rapido è scoppiata nella primavera del 2023.

Solo dalla fine di ottobre, da quando si sono intensificati gli attacchi nella città di El Fasher, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati ha riferito che circa 19.400 rifugiati sudanesi hanno attraversato il confine con il Ciad orientale.

Non sembrano esserci margini per una soluzione negoziale, mentre il conflitto continua a essere alimentato dal flusso di armi che arrivano, tra gli altri, dagli Emirati Arabi Uniti. È questo il primo e più drammatico fronte dell’Africa in guerra, e la prima, più grave crisi umanitaria del pianeta.

Un’escalation in Sudan, secondo il Council on Foreign Relations, potrebbe determinare non solo ulteriori atrocità di massa e nuovi sfollamenti, ma anche condurre la violenza a dilagare nei Paesi vicini.

Sono molti, però, i fronti caldi destinati a segnare l’anno a venire.

Nella regione del Sahel, i conflitti armati che attraversano Mali, Burkina Faso, Niger e Nigeria stanno sempre più «fondendosi in un unico teatro di violenza interconnesso», come spiega ACLED, l’Armed Conflict Location and Event Data, nel suo rapporto sulle guerre da tenere sotto osservazione nel 2026. Gruppi come il JNIM, Jamaʿat Nuṣrat al-Islām wa-l muslimīn e Islamic State Sahel Province (ISSP) «espandono il controllo, prendono di mira le infrastrutture, le reti commerciali e i flussi di entrate statali», ricorda The North Journal, con tattiche che colpiscono sempre più spesso la distribuzione di beni essenziali, come carburante e trasporti.

C’è anche la Somalia, dove il gruppo di matrice islamista al-Shabab, legato ad al-Qaeda, continua a destabilizzare l’intera regione, e dove si sono fatti sempre più intensi gli attacchi aerei statunitensi con la giustificazione dalla lotta al terrorismo, tra i Paesi che si affacciano al nuovo anno con prospettive di pace labilissime.

Pace che non sembra essere un obiettivo a breve termine nemmeno nella Repubblica Democratica del Congo. Nonostante cinque accordi firmati nel 2025, nessun vero passo avanti è stato compiuto nella de-escalation della guerra tra l’M23, gruppo armato sostenuto dal Ruanda, e il governo di Kinshasa, che è però solo un’ultima fase, drammatica, di un conflitto che va avanti da tre decenni.

«Il 2026 inizia sotto una nube di tensione. Sul campo, eventi e retorica sembrano contraddire gli accordi firmati negli ultimi mesi, sia a Doha che a Washington. Ci sono stati pochissimi progressi concreti nel processo di pace, ma sono state conseguite nuove conquiste territoriali, a volte persino consolidando territori esistenti. Gli spostamenti di massa della popolazione continuano questa settimana», scrive Radio France Internationale. «Nessuna pace, nessun ritiro effettivo e una belligeranza continua», secondo la testata francese.

Vecchi fronti, sempre infiammati o che rischiano di infiammarsi di nuovo, come in Sud Sudan, sull’orlo di una nuova guerra civile, o in Etiopia, dove «gli scontri armati tra l’esercito etiope e le milizie sostenute dall’Eritrea, aggravati dagli sforzi dell’Etiopia per ottenere l’accesso a un porto sul Mar Rosso, riaccendono la guerra nella regione di confine», secondo il Council on Foreign Relations, e su cui devono restare puntati gli occhi del mondo.

Occhi che non possono, però, dimenticare, tra gli altri, il Mozambico, dove si intensifica l’insurrezione nel Nord; il Ciad, dove cresce la violenza dei gruppi armati; e il Camerun, dove resta alta la tensione per una possibile escalation del conflitto che scuote la regione anglofona del Paese. Perché ogni guerra si nutre, prima di tutto, del silenzio, e cresce quando le voltiamo le spalle.

 

Diritti e democrazia

 

Due uomini in uniforme, inginocchiati, puntano i fucili sui dimostranti. Uomini e donne che gridano, piangono, cercano i corpi dei loro cari. Sono le immagini che raccontano la Tanzania dopo le elezioni di ottobre. Immagini simboliche e tragiche, però, non di un solo Paese, ma piuttosto di un continente dove lo spazio democratico è sempre più spesso eroso da un autoritarismo normalizzato da leggi, tribunali e apparati di sicurezza. Un continente dove in molti Paesi il voto non è libero, dove il dissenso viene soffocato con la violenza – dalla Nigeria al Camerun, al Kenya –, dove le libertà fondamentali e i diritti umani sono repressi, e non solo dove c’è la guerra.

E poi colpi di Stato, giunte militari al potere, uomini al vertice da decenni che non intendono lasciare il timone, l’uso sistematico dell’interruzione di internet – che negli ultimi anni “ha raggiunto un livello record in tutta l’Africa”, come ricordava in primavera The Guardian; la compressione dei diritti LGBTQ+, l’aumento della violenza di genere, le violazioni contro migranti e rifugiati, le restrizioni alla libertà religiosa e di espressione.

Questo è stato il 2025, e queste le tensioni che attraverseranno il nuovo anno. Ma c’è anche, soprattutto, una generazione di giovani coraggiosi, che scendono in piazza, protestano, a costo della vita, per quei diritti soffocati, per il cibo, il lavoro, la giustizia.

Se da una parte c’è l’Africa immobile del potere, dall’altra c’è quella vitalissima della società civile.

La Tanzania, che Freedom House ha declassato da Paese parzialmente libero a Paese non libero e dove la presidente Samia Suluhu Hassan è stata riconfermata con l’89% dei voti mentre i candidati dell’opposizione erano stati incarcerati o esclusi – non è un caso isolato. “

L’aumento dei colpi di Stato, il ritorno dei governi militari e la chiusura dello spazio democratico indicano tutti lo stesso problema: il fallimento della governance”, ha detto alla BBC Mo Ibrahim, la cui fondazione analizza e valuta proprio la governance dei Paesi africani. “Il rischio per l’Africa è che questi modelli negativi si diffondano senza controllo, e gran parte dei progressi faticosamente ottenuti negli ultimi decenni potrebbero essere invertiti”, aggiunge Ibrahim.

Dalla Tanzania al Kenya, alla Guinea, al Madagascar, al Marocco, alla Tunisia, all’Uganda, alla Nigeria, sono molti i Paesi su cui resterà alta l’attenzione, in particolare lì dove i movimenti di piazza offrono spiragli su prospettive di cambiamento. “Molti analisti ritengono che le manifestazioni potrebbero diventare una caratteristica crescente della politica africana”, sostiene, sempre sulla BBC, Nerima Wako, direttrice esecutiva di Siasa, un’organizzazione keniota che promuove l’impegno politico giovanile, e che spiega: “Stiamo assistendo a molte proteste. Non è il modo migliore per ottenere un cambiamento, ma spesso è l’unico. Lobbying, petizioni, SMS ai parlamentari, email. Ti dicono che questi sono i sistemi che devi usare. Quando non funzionano, non ti resta che protestare”.

La domanda è quanto la piazza riuscirà a incidere su antichi e radicati poteri sempre più repressivi e se sarà capace di generare nuovi movimenti politici.

Il 2026 sarà anche, per molti Paesi, l’anno dell’appuntamento alle urne. Tornate elettorali delicatissime, a partire da gennaio, il 15, in Uganda, dove corre di nuovo, dopo aver cambiato la Costituzione, l’ottantunenne, autocrate, Yoweri Kaguta Museveni, da quattro decenni al potere. Ad aprile tocca al Benin, dove l’anno si è chiuso con un tentativo di colpo di Stato, mentre nella Repubblica del Congo si vota il 22 marzo, e ancora una volta cerca la riconferma l’ultraottantenne Denis Sassou-Nguesso, al potere dal 1997.

E poi Capo Verde, Zambia, Gambia, Algeria, Gibuti, forse il Marocco, e le cruciali elezioni di due tra i Paesi sempre in bilico tra la pace e la guerra: l’Etiopia e il Sud Sudan.

 

Economia

 

L’Africa è un gigante, un gigante economico. O almeno potrebbe esserlo. È terra di risorse preziose, di minerali, energia, foreste, terreni agricoli e talenti, innovazione. È un mercato immenso ed è immensa ricchezza, ma è anche immensa diseguaglianza sociale. Agli andamenti dell’economia africana guardiamo poco, in un racconto del continente che parla quasi solo e sempre di guerra, emergenze e miseria. Eppure, non solo l’economia dell’Africa ci riguarda in prima persona, ma spesso le radici delle crisi sono proprio là dove guardiamo di meno.

Africa sempre al centro di una competizione geopolitica intensa, anche nel 2026, con Paesi che tentano di ridefinire modelli di sovranità economica scrollandosi di dosso il giogo neocoloniale e la pressione che arriva dal resto del mondo per accaparrarsi risorse, influenza e il suo grande, giovane mercato.

«L’Africa si avvia verso il 2026 con cauto ottimismo. Nonostante le gravi sfide globali, come i conflitti in corso in tutto il mondo e l’accesso limitato a finanziamenti accessibili, il continente ha dimostrato una forte resilienza», scrive Pulse of Africa.

Da una parte, secondo il Fondo Monetario Internazionale, la crescita nel 2026 potrebbe raggiungere il 6%, con crescite a due cifre per Sud Sudan e Guinea, “trainati dal boom del petrolio e dell’industria mineraria”, come riporta Africa News; Uganda, Ruanda ed Etiopia, intorno al 7%. Dall’altra, il rischio di shock “climatici, instabilità politica e debito elevato”. E una persistente, gravissima, sperequazione sociale.

Secondo l’African Economic Outlook (AEO) 2025, come riporta Pulse, «l’Africa deve utilizzare meglio le proprie risorse per guidare lo sviluppo. Il rapporto descrive un continente ricco di persone, risorse naturali, denaro e imprese, risorse che rimangono in gran parte inutilizzate». Secondo il rapporto, «con riforme ben pianificate e attuate gradualmente, l’Africa potrebbe raccogliere circa 1,43 trilioni di dollari all’anno dalle proprie economie. … In breve, l’Africa ha le risorse per colmare il suo divario di sviluppo se sfrutta efficacemente il proprio capitale».

Finanze pubbliche, miniere e agricoltura, i settori chiave, ma anche le sue tante, piccole imprese. «Un messaggio potente – scrive Pulse del rapporto dell’African development bank – il percorso dell’Africa verso una crescita sostenibile non dipende esclusivamente dagli aiuti esterni o dagli investimenti esteri. Gran parte della soluzione risiede nel continente stesso: in sistemi migliori, politiche più intelligenti e un utilizzo più completo delle risorse e delle persone che l’Africa già possiede».

Un continente, però, che non smette di accendere gli appetiti del resto del mondo: la corsa all’Africa sembra solo mutare forma. E così serve allargare lo sguardo alle strategie di Europa e Stati Uniti, che continuano a puntare soprattutto sui progetti infrastrutturali e sul digitale, con iniziative come il Global Gateway e i suoi attesi 300 miliardi di investimenti entro il 2027; oppure alla Cina, tramite la Belt and Road Initiative; alla Russia, con le sue forniture militari e la tecnologia energetica; e ai Paesi del Golfo.

Dall’altra parte ci sono i paesi del Sahel, che non la nascita dell’Alleanza degli Stati del Sahel (AES) tra Mali, Niger e Burkina Faso hanno segnato una rottura con i modelli regionali precedenti strappando i legami con l’Occidente e l’ex-potenza coloniale, la Francia. Nel 2026 sarà cruciale capire se i progetti dell’Alleanza riusciranno a sostenere crescita e infrastrutture senza dipendere da capitali esterni.

Centrali restano l’innovazione digitale e l’agricoltura, che continua a essere il settore chiave dell’economia. «L’agricoltura rimane un settore fondamentale in Africa e impiega circa il 60 per cento della forza lavoro del continente», scrive la FAO. Ed è anche uno dei settori più vulnerabili al cambiamento climatico.

 

Clima, ambiente e agricoltura

 

Non c’è motivo di sperare che il 2026 segni un cambio di passo significativo nella lotta al cambiamento climatico. Forse è, invece, all’Africa, dove le popolazioni più vulnerabili pagano il prezzo più alto per siccità, alluvioni ed eventi estremi, che dobbiamo guardare per immaginare soluzioni capaci di proteggere un ambiente prezioso e fragile e di rendere le comunità sempre più resilienti di fronte ai mutamenti e agli shock.

Un rapporto di Oxfam, pubblicato a marzo, fotografava le dimensioni dell’emergenza per quella che è soltanto una, gravissima, conseguenza del cambiamento climatico: oltre 116 milioni di persone nell’Africa orientale e meridionale non hanno accesso sufficiente all’acqua potabile. “Il cambiamento climatico sta amplificando eventi meteorologici estremi … e ha portato alla scomparsa di oltre il 90% dei ghiacciai tropicali africani e all’esaurimento delle falde acquifere. Ciò ha avuto effetti a catena su piccoli agricoltori, pastori e pescatori africani, lasciando milioni di persone senza cibo di base, acqua potabile o reddito”, si legge nello studio.

Inoltre, la combinazione di conflitti armati e degrado ambientale spinge milioni di persone verso lo sfollamento forzato: un rapporto del Danish Refugee Council prevede altri 3,1 milioni di sfollati entro il 2026 in Africa subsahariana, che si aggiungono agli oltre 40 milioni di africani già costretti ad abbandonare le loro case.

Eppure, è proprio l’Africa a farsi sempre spazio di strategie e soluzioni innovative per affrontare le conseguenze della crisi climatica. Durante la Africa Climate Summit (ACS2) di Addis Abeba, a settembre, i leader africani hanno lanciato iniziative come l’“Africa Climate Innovation Compact” e la “African Climate Facility”, con l’obiettivo di mobilitare 50 miliardi di dollari l’anno per finanziare soluzioni climatiche locali, energie rinnovabili e resilienza ambientale, come racconta Reuters. Il nodo ora è rendere l’impegno concreto e capire come queste risorse verranno impiegate.

Di concreto c’è stata, invece, l’espansione dell’energia verde: “20 paesi hanno battuto record di importazioni di pannelli solari nei 12 mesi fino a giugno. Secondo il think tank Ember, le importazioni di apparecchiature fotovoltaiche dalla Cina sono aumentate del 60% nell’ultimo anno, passando da 9 GW nel 2024 a 15 GW di capacità, con una triplicazione delle importazioni verso paesi al di fuori del Sudafrica”, scrive il britannico The Guardian. Tuttavia, si parte da una base molto bassa: solo il 4% dell’energia solare globale proviene dall’Africa.

Nei prossimi mesi, varrà la pena esplorare con più attenzione le buone pratiche locali, le soluzioni pensate per rispondere alle crisi. Di questa l’Africa sembra davvero un laboratorio. Si tratta di progetti tra i più vari, da quell di riforestazione comunitaria, alcuni con una lunga storia alle spalle, come il “Buffelsdraai Landfill Site Community Reforestation Project” in Sudafrica, di ecovillaggi sostenibili basati sull’agricoltura rigenerativa, e di programmi agricoli che mirano a ridare vita ai suoli degradati, portare la produzione alimentare nelle città e gestire l’acqua per far fronte alla scarsità.

 

Musica, moda, arte

 

Se c’è un momento che segnerà l’anno della cultura africana, sarà il 31 gennaio quando la leggenda dell’afrobeat, Fela Kuti, riceverà il Lifetime Achievement Award ai Grammy Awards 2026. Un riconoscimento postumo, che segue l’inserimento del suo album Zombie del 1976 nella Hall of Fame. “L’eredità di Fela nella musica internazionale e nell’impegno nigeriano è innegabile. Rimane uno degli artisti musicali più audaci e politicamente impegnati provenienti dalla Nigeria … La sua musica fondeva strumentazioni e generi locali come l’highlife ghanese con il funk, il jazz e il soul americani. Ha dato vita al genere Afrobeat”, scrive OKeyAfrica.

“Celebrate dal pubblico globale, le industrie culturali e creative africane potrebbero diventare le prossime gemme del continente”, sostiene Le Monde, che parla della “promessa di un soft power” africano, che si scontra ancora, però, “con infrastrutture deboli” e la difficoltà di monetizzare i talenti.

E la musica è certamente parte di questa promessa. Il 2026 della musica africana conta di essere, sempre di più, l’anno dell’espansione dell’influenza non solo dell’Afrobeat contemporaneo, ma dell’Amapiano, il sound sudafricano che sta avendo negli ultimi anni un forte impatto nell’industria musicale globale e una crescita di ascolti velocissima.

“Secondo  i dati pubblicati da Spotify Africa, il sottogenere della musica house ha registrato un aumento del 5668 % negli streaming a livello globale tra il 2018 e il 2023, con oltre un miliardo di stream. Solo tra il 2022 e il 2023, il suo ascolto è più che raddoppiato, crescendo del 101 %, con il Regno Unito al terzo posto per numero di streamer del genere, dopo Sudafrica e  Stati Uniti”, racconta Jak Hutchcraft, sul magazine Huck, autore di un reportage dalla cittadina di Mamelodi, vicino a Johannesburg, luogo di nascita dell’Amapiano.

Africa, teatro di grandi Festival, da Ultra South Africa che si terrà a Cape Town e  Johannesburg ad Aprile, al di Sauti za Busara di Zanzibar, al Saint-Louis Jazz Festival in Senegal vi lasciamo le date dei nove eventi da non perdere.

La creatività africana, non è però soltanto musica.

La moda è sempre più un linguaggio forte, artistico e politico, che parla di identità, sostenibilità, sfide. È l’“Afrothencity”, rinascimento della moda africana, tra materiali indigeni e narrazioni culturali nel design contemporaneo. Moda che che si racconta ad eventi come la Lagos Fashion Week, ma anche sulle passerelle internazionali, come è stata quest’anno Copenhagen. E per chi avesse voglia si scoprire gli stilisti assolutamente da non perdere, il link alle scelte di Vouge Italia.

Cresce, nel mondo, anche la visibilità internazionale dell’arte contemporanea africana, che è stata protagonista quest’anno di una fiera a Basilea, nella città dove si tiene una delle più prestigiose fiere di arte contemporanea del mondo, e che tornerà a giungo dal 17 al 21.

 

Foto di copertina: Mamelodi, Pretoria, South Africa. Foto di Mpumelelo Macu su Unsplash.

Musica: King David – Pond5

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