25 dicembre 2025 – Notiziario Mondo

Scritto da in data Dicembre 25, 2025

  • Gaza e Cisgiordania, Natale sotto assedio. Addio al regista palestinese Mohammed Bakri.
  •  Honduras, vince le elezioni il presidente di destra Asfura con l’ombra di Washington.
  •  Afghanistan: demolito lo storico cinema Ariana a Kabul.
  • Myanmar, elezioni sotto le armi.
  • Thailandia e Cambogia, si torna a parlare
  • Trump chiede a Babbo Natale che il comico Colbert venga messo a dormire per sempre.
Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets a cura di Barbara Schiavulli
Introduzione: Natale: la tregua che non c’è

Israele e Palestina

Per la prima volta dall’inizio del genocidio nell’enclave sotto assedio, nell’ottobre 2023, migliaia di cristiani palestinesi hanno celebrato pubblicamente il Natale in massa nella Striscia di Gaza assediata e nella Cisgiordania occupata.

Negli ultimi due anni, le celebrazioni natalizie a Gaza sono state interrotte a causa dell’aggressione israeliana. Nella Cisgiordania occupata, sono state attenuate o addirittura annullate in segno di solidarietà con i palestinesi nell’enclave sotto assedio.

A Betlemme, il luogo di nascita biblico di Gesù Cristo, migliaia di persone hanno marciato per le strade, mentre i festeggiamenti erano in pieno svolgimento, indossando abiti da Babbo Natale e suonando musica.

A Gaza, i palestinesi si sono recati alla chiesa della Sacra Famiglia, che ha subito gravi danni a causa degli attacchi israeliani e che funge da rifugio per i palestinesi sfollati, per celebrare il Natale.

■ GAZA: Le IDF hanno colpito la parte orientale della città di Gaza, ha riportato l’agenzia di stampa saudita Al Hadath, aggiungendo che gli aerei israeliani hanno attaccato anche nella città di Rafah, nel sud della Striscia.

Le IDF hanno dichiarato che un ordigno esplosivo improvvisato è esploso nei pressi di un veicolo blindato israeliano nella zona di Rafah, ferendo leggermente un agente.

In seguito all’incidente, l’ufficio del Primo Ministro Netanyahu ha condannato Hamas per le continue violazioni del cessate il fuoco e del piano in 20 punti di Trump, affermando che “il loro continuo e persistente rifiuto pubblico di disarmare è una flagrante violazione” dell’accordo.

Il funzionario di Hamas, Mahmoud Mardawi, ha affermato che l’esplosione è stata causata da bombe piazzate da Israele e che Hamas ha segnalato l’incidente ai mediatori.

■ IL PIANO DI TRUMP PER GAZA: L’istituzione di un governo palestinese tecnocratico è l’unica cosa che permetterebbe ad Hamas di cedere il potere a Gaza, anche prima che inizino i colloqui per il disarmo, ha dichiarato ad Haaretz un funzionario regionale informato sui colloqui tra Stati Uniti, Egitto, Turchia e Qatar.

La fonte ha aggiunto che “la forza internazionale di stabilizzazione dovrebbe fungere da agenzia di supervisione” che supervisionerebbe il disarmo di Hamas, “mentre il governo e la polizia di Gaza dovrebbero fungere da livello intermedio tra la forza di stabilizzazione” e Hamas.

L’Egitto ha fornito a Israele i nomi di diverse decine di palestinesi che potrebbero far parte del governo tecnico, ha affermato la fonte, mentre Washington ha recentemente fornito una lista di nomi più breve.

Ma fino allo scorso fine settimana, ha aggiunto, Israele non aveva ancora risposto, e un incontro tenutosi a Miami la scorsa settimana ha esaminato le modalità per spingere Israele ad approvare la lista.

Un’altra fonte regionale ha dichiarato ad Haaretz che ” la richiesta di disarmare Hamas come primo passo da compiere non è praticabile”

Il Segretario di Stato americano Marco Rubio e il Ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot “hanno concordato di continuare ad attuare” il piano di pace per Gaza del Presidente degli Stati Uniti Trump, ha affermato il Dipartimento di Stato in una nota.

I funzionari di Hamas hanno dichiarato al ministro degli Esteri turco Hakan Fidan di aver soddisfatto i requisiti dell’accordo di Trump, ma che il continuo attacco di Israele a Gaza impedisce l’attuazione della seconda fase, ha riferito una fonte del ministero degli Esteri turco a Reuters.

È morto a 72 anni l’attore e regista Mohammed Bakri, simbolo dell’impegno artistico per la causa palestinese. Bakri è scomparso mercoledì in un ospedale di Nahariya, a causa di problemi cardiaci e polmonari.

Nato in Galilea nel 1953, aveva lavorato in grandi produzioni israeliane e internazionali, collaborando anche con Costa-Gavras e i fratelli Taviani. La fama mondiale arrivò con il documentario Jenin, Jenin, che denunciava i crimini di guerra nel campo profughi di Jenin durante la Seconda Intifada, film poi bandito da Israele.

per Bakri l’arte non era intrattenimento, ma presa di posizione. La sua eredità resta quella di un cinema che sceglie di testimoniare, anche a costo della censura e dell’isolamento.

■ ISRAELE: La Knesset ha approvato con una votazione preliminare un disegno di legge sostenuto dal governo per istituire una commissione d’inchiesta politicizzata il 7 ottobre 2023, che darebbe al Primo Ministro Netanyahu influenza sulla sua composizione e sul suo mandato. Il disegno di legge è stato approvato con una maggioranza di 53 sostenitori, con 48 parlamentari contrari.

Prima del voto, i genitori delle vittime del 7 ottobre hanno gridato “vergogna” e “gli indagati non possono nominare gli investigatori” dalla tribuna dei visitatori.

Durante il voto, membri del partito Yesh Atid del leader dell’opposizione Yair Lapid e il leader del partito della Lista Araba Unita Mansour Abbas hanno strappato copie del disegno di legge .

Il Consiglio di ottobre, che rappresenta le famiglie delle vittime e dei sopravvissuti del 7 ottobre, ha affermato che ” un governo che promuove una legge di insabbiamento dopo un massacro non è legittimo “.

■ CIG: Martedì, il Belgio si è unito al caso presentato dal Sudafrica alla Corte internazionale di giustizia sostenendo che Israele ha commesso un genocidio a Gaza, unendosi a una lista crescente di paesi – tra cui Brasile, Colombia, Irlanda, Messico, Spagna e Turchia – che sono intervenuti nell’azione legale.

■ LIBANO: L’IDF ha affermato di aver colpito diversi siti collegati a Hezbollah nel sud del Libano

Siria

La Siria ha annunciato l’arresto di un alto dirigente di Daesh in un’operazione congiunta tra le forze di sicurezza siriane e la coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti.

Il fermato è Taha al-Zoubi, noto come Abu Omar Tibiya, indicato come il “wali”, cioè il governatore dell’ISIS per Damasco. È stato catturato insieme ad alcuni collaboratori dopo mesi di sorveglianza, secondo il ministero dell’Interno siriano.

L’arresto segnala che l’ISIS resta attivo, anche se in forma clandestina. Colpire i vertici locali serve a indebolire le reti operative, ma non cancella la minaccia in un Paese ancora fragile e frammentato.

Nigeria

Un’esplosione ha colpito una moschea nel nord-est della Nigeria, durante la preghiera serale. L’attacco è avvenuto a Maiduguri, nello Stato di Borno: almeno cinque i morti e decine i feriti, secondo la polizia.

Gli inquirenti parlano di un probabile attentato suicida, dopo il ritrovamento di frammenti di una cintura esplosiva.

Nessuna rivendicazione, ma la zona è da anni epicentro dell’insurrezione jihadista di Boko Haram e della sua filiale Islamic State West Africa Province. Il conflitto ha causato oltre 40mila morti e circa due milioni di sfollati dal 2009, secondo le Nazioni Unite.

Maiduguri era rimasta relativamente calma negli ultimi anni. L’attacco segnala una possibile recrudescenza della violenza jihadista nel nord-est, nonostante anni di operazioni militari, e riaccende l’allarme sulla sicurezza di una regione mai davvero uscita dalla guerra.

Senegal

Almeno 12 persone sono morte dopo il naufragio di un’imbarcazione carica di migranti al largo delle coste del Senegal. La barca, con a bordo circa 100 persone dirette verso l’Europa, si è capovolta vicino alla città di Mbour, secondo fonti di sicurezza citate dall’AFP.

Sono stati recuperati dodici corpi e decine di persone sono state soccorse, ma si teme che ci siano dispersi. Il Senegal resta uno dei principali punti di partenza della pericolosa rotta atlantica verso le Isole Canarie, spesso affrontata su barche sovraffollate e precarie.

Il presidente Bassirou Diomaye Faye ha espresso cordoglio alle famiglie delle vittime, mentre proseguono le ricerche in mare.

Unione Europea e Usa

La Commissione europea avverte Washington: l’Unione europea risponderà a eventuali “misure ingiustificate” dopo che gli Stati Uniti hanno vietato l’ingresso a cinque cittadini europei accusati di voler censurare voci americane online.

Tra loro c’è Thierry Breton, commissario UE per il digitale, già protagonista di uno scontro pubblico con Elon Musk sull’intervista a Donald Trump.

Il segretario di Stato Marco Rubio parla di “attivisti radicali” e di campagne di censura straniere. Bruxelles replica: le regole europee servono a garantire concorrenza leale e tutela dei cittadini, non a colpire opinioni.

La presidente Ursula von der Leyen difende la libertà di espressione come pilastro della democrazia europea. Per Emmanuel Macron, le restrizioni sui visti sono un atto di intimidazione contro la sovranità digitale UE.

Non è solo un caso visti: è il braccio di ferro tra il modello regolatorio europeo e l’approccio americano alla libertà online. La domanda è chi decide le regole del digitale globale — Bruxelles o Washington.

Russia e Ucraina

Alla vigilia di Natale, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha parlato al Paese, affermando che, nonostante la guerra, la Russia non può “occupare” ciò che conta di più: il cuore e l’unità dell’Ucraina.

Nel discorso ha evocato anche un “sogno condiviso” degli ucraini — la morte di Vladimir Putin — precisando che nella preghiera si chiede qualcosa di più grande: la pace.

Zelensky ha ricordato soldati al fronte, prigionieri e vittime, ribadendo che l’Ucraina “lotta, prega e merita” la pace. È il terzo Natale celebrato il 25 dicembre, dopo l’adozione del calendario gregoriano.

E ancora, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha chiesto un incontro diretto con il presidente statunitense Donald Trump per affrontare i nodi più sensibili di un futuro accordo di pace con la Russia, a partire dal controllo dei territori.

Dopo l’ultimo round di colloqui USA–Ucraina a Miami, Zelensky ha detto che le parti si sono avvicinate a un piano quadro in 20 punti, pensato come base politica per la fine della guerra, da discutere anche con Europa e Mosca. Kiev chiede che le decisioni su confini e territori siano prese “a livello di leader”.

Resta però lo stallo: Washington spinge per un compromesso, mentre Mosca pretende il ritiro ucraino da parte del Donetsk. Nessun accordo neppure sulla centrale nucleare di Zaporizhzhia, sotto controllo russo.

Il dialogo avanza, ma il cuore del conflitto resta intatto. Senza un’intesa sui territori, la scelta resta brutale: congelare la guerra sulle linee attuali o prepararsi a un conflitto ancora lungo.

Stati Uniti

 Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha scelto il giorno di Natale per rilanciare lo scontro politico. In un messaggio pubblicato su Truth Social, Trump ha augurato “Buon Natale a tutti”, ma ha subito attaccato quella che definisce la “sinistra radicale”, accusata di voler distruggere il Paese.

Nel post, il presidente rivendica i risultati della sua amministrazione: confini “non più aperti”, linea dura su sicurezza e diritti civili, crescita economica sostenuta, borsa ai massimi storici e un PIL al 4,3%, superiore alle attese.

Trump attribuisce il rilancio a dazi e politiche commerciali, parlando di “trilioni di dollari” di prosperità e della “sicurezza nazionale più forte di sempre”.

Un messaggio dai toni da comizio, che si chiude con il consueto “God Bless America”.

anche a Natale, Trump resta fedele alla sua strategia comunicativa: mescolare retorica divisiva e autocelebrazione. Gli auguri diventano un altro strumento per consolidare la base elettorale e ribadire la narrazione di un’America risollevata solo sotto la sua guida.

Alla vigilia di Natale, il presidente Donald Trump torna all’attacco dei media. In un post su Truth Social ha definito il comico Stephen Colbert un “relitto patetico” che andrebbe “messo a dormire”, riferendosi alla fine annunciata del The Late Show, prevista per il 2026.

Il programma, leader di ascolti e spesso critico verso Trump, è stato cancellato dalla CBS, che parla di una scelta economica. Ma la decisione arriva poco dopo un accordo da 16 milioni di dollari tra la rete e Trump, alimentando sospetti di pressioni politiche.

Il presidente ha rilanciato anche la minaccia di revocare le licenze alle emittenti troppo critiche, mentre il suo candidato alla guida della Federal Communications Commission, Brendan Carr, ha messo in dubbio l’indipendenza dell’agenzia.

non è solo uno scontro con la satira, ma un messaggio al sistema mediatico americano. Tra cause legali, pressioni economiche e minacce regolatorie, Trump prova a ridefinire i confini della libertà di stampa negli Stati Uniti.

Negli Stati Uniti, il Dipartimento di Giustizia ha annunciato il ritrovamento di oltre un milione di nuovi documenti potenzialmente legati al caso Jeffrey Epstein. I file, consegnati da FBI e procura di New York, sono in fase di revisione e la loro pubblicazione slitta di settimane, nonostante una scadenza fissata dal Congresso.

Tra gli oltre 11mila documenti già diffusi emergono testimonianze durissime di presunte vittime: racconti di traffico sessuale, abusi sistematici e minacce, spesso iniziati in età infantile. Le carte includono email, verbali FBI e segnalazioni raccolte nel corso di decenni.

La presenza dei nomi nei fascicoli non implica colpe, ma il materiale getta nuova luce sull’ampiezza della rete di violenze che ruotava attorno a Epstein.

più che una questione giudiziaria, è una ferita aperta. I ritardi nella pubblicazione alimentano sfiducia e sospetti, mentre le vittime chiedono verità, contesto e responsabilità in uno dei casi più oscuri della storia recente americana.

Honduras

L’autorità elettorale dell’Honduras ha proclamato vincitore delle presidenziali il conservatore Nasry Asfura, con il 40,3% dei voti. Entrerà in carica il 27 gennaio per un mandato di quattro anni.

Asfura, sostenuto apertamente dal presidente statunitense Donald Trump, ha superato di misura il candidato centrista Salvador Nasralla, fermo al 39,5%.

Nasralla contesta la legittimità del risultato e denuncia brogli diffusi. Chiede un riconteggio voto per voto di diecimila seggi e accusa la commissione elettorale di aver favorito Asfura. Anche Rixi Moncada, candidata del partito di governo arrivata terza, parla di “colpo di Stato elettorale”.

Sul voto pesa anche il sostegno pubblico di Trump nei giorni precedenti alle elezioni, che alimenta le accuse di ingerenza straniera.

l’Honduras entra in una nuova crisi post-elettorale. Con due candidati su tre che rifiutano il risultato, la presidenza Asfura nasce fragile, in un Paese dove la democrazia resta esposta a pressioni interne ed esterne.

Afghanistan

A Kabul viene demolito uno dei simboli della memoria culturale afghana. L’Ariana Cinema, testimone della vita culturale dagli anni Sessanta a oggi, è stato raso al suolo per far posto a un centro commerciale da 3,5 milioni di dollari. Al suo posto sorgeranno negozi, ristoranti, un hotel e una moschea.

Il cinema era chiuso dal 2021, dal ritorno al potere dei Taliban, ma restava un punto di riferimento nel cuore di Kabul, memoria di un’epoca in cui la città era chiamata la “Parigi dell’Asia centrale”.

Secondo il comune, l’edificio era inutilizzato e non storicamente rilevante. Ma per artisti e cittadini rappresentava uno degli ultimi legami con un Afghanistan aperto, creativo, vivo. Un luogo che aveva riaperto nel 2004 e che, anche tra blackout e proiezioni interrotte, era tornato a essere spazio di comunità.

La demolizione dell’Ariana Cinema racconta le priorità del regime: controllo ideologico e ricerca di entrate economiche sotto sanzioni. Non è solo un edificio che scompare, ma un pezzo di identità culturale cancellato. In Afghanistan, il cemento avanza dove l’arte non è più tollerata.

Bangladesh

Il Bangladesh Nationalist Party prepara una prova di forza: cinque milioni di sostenitori attesi per accogliere il rientro dall’esilio londinese di Tarique Rahman, dopo quasi 17 anni fuori dal Paese. A febbraio si vota, e Rahman è ormai uno dei principali candidati alla premiership.

Figlio dell’ex premier Khaleda Zia, rientra dopo l’estromissione dell’arcirivale Sheikh Hasina e l’assoluzione dalle accuse che lo avevano bloccato. I sondaggi danno il BNP in testa, mentre l’Awami League è esclusa dal voto e minaccia proteste.

Il Paese, guidato da un governo ad interim con Muhammad Yunus, entra in una fase delicatissima.

il rientro di Rahman è un test cruciale: per la capacità del BNP di mobilitare senza violenze e per la credibilità delle elezioni. In gioco c’è la stabilità democratica di un Paese segnato da anni di scontri, repressione e attacchi alla stampa.

Filippine

A Natale il mondo sembra, per un attimo, più umano. Succede anche nelle guerre. Nelle Filippine, il conflitto tra il governo e la guerriglia maoista della New People’s Army, in corso da oltre mezzo secolo e costato circa 60mila morti, conosce spesso una tregua natalizia.

Una pausa informale che si ripete da decenni, almeno dal 1986.

Un’eccezione in un mondo sempre più violento. Secondo il Peace Research Institute Oslo, nel 2024 erano attivi 61 conflitti armati, il numero più alto dal 1946. Guerre più lunghe, più letali, con meno processi di pace e meno missioni internazionali.

Gli esperti parlano di un ordine globale in crisi, con istituzioni multilaterali come le Nazioni Unite sempre più marginalizzate e grandi potenze più interessate alla vittoria che alla pace.

le tregue di Natale, come quella filippina, non fermano le guerre. Ma creano fiducia, proteggono le comunità e ricordano che la pace può nascere dal basso. Piccoli silenzi delle armi, oggi sempre più rari, ma carichi di significato.

Thailandia e Cambogia

Ufficiali militari di Thailandia e Cambogia hanno avviato nuovi colloqui al confine, dopo oltre due settimane di scontri che hanno causato almeno 86 morti e centinaia di migliaia di sfollati.

I negoziati seguono un vertice straordinario a Kuala Lumpur, convocato dall’ASEAN per salvare la tregua mediata dalla Malaysia e dal presidente statunitense Donald Trump.

Sul terreno però si continua a combattere: Phnom Penh accusa Bangkok di bombardamenti aerei, mentre la Thailandia denuncia colpi di artiglieria contro aree civili.

Gli Stati Uniti, tramite il Dipartimento di Stato, chiedono un cessate il fuoco immediato e l’attuazione degli accordi di pace di ottobre, con il coinvolgimento del segretario di Stato Marco Rubio.

I colloqui rappresentano il tentativo più concreto di fermare l’escalation, ma la violenza in corso mostra quanto la tregua resti fragile. Senza garanzie reali e fiducia reciproca, la diplomazia rischia di restare un esercizio parallelo alla guerra.

Myanmar

In Myanmar la giunta militare avvia elezioni a tappe, a partire da domenica, mentre il Paese è ancora attraversato da una guerra civile. Il voto arriva dopo il colpo di Stato del 2021 che ha rovesciato il governo eletto di Aung San Suu Kyi, arrestata insieme a migliaia di oppositori.

Il suo partito, la National League for Democracy, è stato sciolto, come decine di altre forze politiche. In corsa restano solo partiti approvati dai militari, tra cui l’Union Solidarity and Development Party, espressione diretta dell’esercito guidato dal generale Min Aung Hlaing.

Il voto non sarà nazionale e un quarto dei seggi parlamentari resta riservato ai militari per Costituzione. L’United Nations e diversi Paesi occidentali definiscono l’elezione una farsa, mentre Cina e Russia sostengono il processo.

Più che restituire democrazia, il voto serve a blindare il potere della giunta e a cercare una legittimità internazionale di facciata. In un Paese diviso e in armi, le urne rischiano di diventare solo un altro strumento di controllo militare.

Cina

In Cina è in corso la repressione religiosa più dura degli ultimi anni. Vescovi cattolici riconosciuti dal Vaticano sono scomparsi, chiese protestanti non ufficiali vengono perquisite e sorvegliate, mentre nuove norme rafforzano i poteri della polizia su credo, parola e pensiero religioso.

Secondo le stime, in Cina vivono fino a 160 milioni di cristiani, molti dei quali appartenenti alle cosiddette house churches, comunità clandestine nate per sottrarsi al controllo statale del Partito Comunista Cinese.

Il presidente Xi Jinping ha imposto dal 2018 la “sinizzazione” delle religioni: chiese obbligate a esporre simboli del Partito, sermoni censurati, studio del pensiero di Xi nei seminari. Anche l’accordo con il Vaticano sulla nomina dei vescovi non ha fermato arresti e pressioni.

Pechino non mira a eliminare la religione, ma a piegarla. La fede è tollerata solo se diventa strumento di lealtà politica. Per milioni di cristiani cinesi, credere significa oggi scegliere tra obbedienza allo Stato o clandestinità.

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