31 dicembre 2025 – Notiziario Mondo
Scritto da Barbara Schiavulli in data Dicembre 31, 2025
- Israele caccia 37 ong, tra cui Medici Senza frontiere da Gaza.
- Yemen: Gli emirati si ritireranno nel pieno della crisi con l’Arabia Saudita.
- Guinea, Doumbouya vince le presidenziali.
- Anche nel 2026 l’Afghanistan rimarrà una delle peggiori crisi al mondo.
- Venezuela, Trump rivendica un’azione segreta contro un porto.
- Bolivia, minatori in piazza contro le riforme.
- Iran: Le proteste vanno oltre l’economia: gli studenti chiedono libertà e la fine del regime.
- Morte di Khaleda Zia, figura storica del Bangladesh.
- Brasile, maxi operazione contro la violenza sulle donne
Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets a cura di Barbara Schiavulli
Introduzione: Radio Bullets, Un altro anno dalla parte degli ultimi
C’è un modo per iniziare un nuovo anno che non passa dagli slogan, ma dalla memoria.
Da quello che abbiamo visto, raccontato, attraversato insieme.Il 2025 non è stato un anno facile. È stato un anno in cui il mondo ha continuato a bruciare mentre qualcuno ci chiedeva di abbassare lo sguardo. Noi non l’abbiamo fatto.
Siamo saliti su una flotilla, abbiamo guardato il mare come si guarda una promessa e una prigione insieme. Abbiamo raccontato cosa significa essere fermati, controllati, zittiti — e perché continuare a parlare resta un atto politico.
Abbiamo visto cadere un regime in Siria, e insieme a lui l’illusione che la fine di un potere coincida automaticamente con la fine della paura. Abbiamo raccontato l’Africa ogni giorno, senza ridurla a emergenza, con un nuovo notiziario che prova a restituire complessità, dignità, voce.
E abbiamo fatto una scelta che per noi vale più di mille editoriali: dare spazio a una giornalista afghana che scrive per Radio Bullets, mentre nel suo Paese alle donne è vietato lavorare, studiare, esistere nello spazio pubblico. Scrive sapendo che ogni parola è una disobbedienza. E noi con lei.
Radio Bullets non si è mai fermata. Nemmeno quando era scomodo, nemmeno quando era rischioso, nemmeno quando era stancante, nemmeno quando ci hanno hackerato i social.
Ma l’informazione indipendente non vive di eroismi: vive di sostegno. Vive di chi sceglie di esserci.
Perché raccontare il mondo con decenza costa. Ascoltare gli ultimi costa. Raggiungere luoghi lontani costa.Se volete un anno migliore, più giusto, più consapevole, questo è il momento di difendere chi continua a raccontarlo. Noi restiamo. Con voi.
Israele e Palestina
■ GAZA: Il governo israeliano ha dichiarato che revocherà la licenza di 37 organizzazioni umanitarie per operare a Gaza, tra cui Medici Senza Frontiere, ActionAid e Oxfam, a causa di quelle che ha definito violazioni degli standard di sicurezza e trasparenza.
Il Ministero degli Affari della Diaspora israeliano ha affermato che “le verifiche di sicurezza hanno rivelato che i dipendenti di alcune organizzazioni erano coinvolti in attività terroristiche… in particolare, Medici Senza Frontiere”.
Medici Senza Frontiere, che attualmente sponsorizza centinaia di operatori umanitari a Gaza, ha dichiarato di essersi rifiutata di collaborare con la politica israeliana, poiché la legge francese le impedisce di fornire informazioni sul suo personale. Secondo la nuova direttiva israeliana, l’ organizzazione umanitaria dovrà evacuare il suo personale dalla Striscia entro il 1° marzo.
Regno Unito, Canada, Francia, Giappone e molti altri Paesi hanno espresso “serie preoccupazioni per il rinnovato deterioramento della situazione umanitaria a Gaza, che rimane catastrofica” in una dichiarazione congiunta.
Fonti mediche hanno riferito che Israele ha ucciso una bambina palestinese e ne ha ferite altre due nell’ultima violazione del cessate il fuoco a Gaza.
La bambina di 11 anni è stata uccisa a colpi d’arma da fuoco dall’esercito israeliano nella zona di al-Zarqa, nel quartiere di al-Tuffah, nella parte orientale di Gaza City, un’area dalla quale le forze israeliane si erano ritirate in base all’accordo di cessate il fuoco.
In un altro incidente, una donna e un bambino sono rimasti feriti da colpi d’arma da fuoco israeliani che hanno preso di mira i civili sfollati nel campo di Halawa nella città di Jabalia, nel nord di Gaza, secondo fonti mediche.
■ CISGIORDANIA: Durante la notte , coloni israeliani hanno attaccato i palestinesi nel villaggio beduino di Mukhmas, vicino a Gerusalemme, con pietre e mazze, ferendo due persone che sono state evacuate in ospedale, ha riferito un testimone , aggiungendo che almeno un veicolo è stato vandalizzato e i pannelli solari sono stati danneggiati.
L’ IDF ha arrestato 15 persone durante un raid nel villaggio di Tuqu , ha riferito l’agenzia di stampa palestinese WAFA.
■ ISRAELE: In un’intervista con Army Radio , il ministro delle Finanze di estrema destra Bezalel Smotrich si è rifiutato di ritrattare la sua minaccia di “investire” il presidente della Corte Suprema israeliana Isaac Amit, che ha definito un “megalomane violento” lunedì.
Smotrich ha affermato che Amit sta “calpestando il popolo” di Israele, aggiungendo che “l’inevitabile conseguenza dell’azione violenta di una parte è che anche l’altra parte deve agire con violenza… Chiunque mi calpesti, io calpesto lui a mia volta”.
Alla domanda se i suoi commenti potessero rappresentare un reale pericolo per la vita di Amit, Smotrich ha risposto: “Vuoi parlare della persecuzione che stanno subendo i membri del governo? Basta con l’ipocrisia”.
Amit ha denunciato i commenti di Smotrich in una lettera aperta, affermando che “hanno oltrepassato una linea rossa”, ma “non mi faranno deviare dal mio percorso”.
Centinaia di agenti della Polizia di Frontiera rimarranno nel villaggio beduino meridionale di Tarabin al-Sana fino a nuovo avviso , ha dichiarato la polizia, in seguito a un raid su larga scala nel villaggio avvenuto lunedì.
La polizia ha definito l’operazione “un’attività completa per rafforzare la governance”, condotta in risposta ad “atti di vendetta da parte di criminali nel fine settimana”.
Le IDF e il Ministero della Difesa hanno dichiarato che amplieranno il loro sostegno alle famiglie dei soldati deceduti per suicidio dopo il servizio militare nella guerra a Gaza.
Finora, i casi non sono stati gestiti dalle IDF, lasciando alle famiglie il compito di dimostrare al Ministero della Difesa che vi fosse un collegamento tra la morte dei loro congiunti e il loro servizio militare.
■ ISRAELE-USA: Una fonte vicina al primo ministro Netanyahu ha dichiarato ad Haaretz che l’incontro con il presidente degli Stati Uniti Trump “è stato eccellente … È evidente che comprende le posizioni che Netanyahu gli ha presentato”.
Trump ha apertamente appoggiato lo sfollamento forzato dei palestinesi da Gaza. Lo ha definito “volontario”, nonostante Israele imponga un assedio sanitario, blocchi cibo e carburante e lasci bambini morire di ipotermia in tende allagate.
“Più della metà di Gaza se ne andrà se ne avrà l’opportunità”, ha affermato Trump, suggerendo che i palestinesi sceglieranno di abbandonare la loro patria per “un clima migliore”.
Ha elogiato Israele per aver “rispettato il piano [di cessate il fuoco] al 100%”, nonostante le autorità abbiano documentato 969 violazioni israeliane in 80 giorni, tra cui 418 palestinesi uccisi e 1.141 feriti dall’inizio del cosiddetto “cessate il fuoco”.
I media tradizionali hanno ampiamente ignorato questo momento monumentale: un presidente degli Stati Uniti che sostiene apertamente la pulizia etnica mentre Israele sfrutta le privazioni umanitarie per forzare la migrazione.
Netanyahu ha anche parlato con il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance dopo l’incontro con Trump, ha affermato il suo ufficio.
■ RICONOSCIMENTO DEL SOMALILAND DA PARTE DI ISRAELE: In una riunione di emergenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sul riconoscimento del Somaliland da parte di Israele , l’ambasciatrice Tammy Bruce, vice rappresentante degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite, ha affermato che “Israele ha lo stesso diritto di intrattenere relazioni diplomatiche di qualsiasi altro stato sovrano”.
Intervenendo in una conferenza stampa a Istanbul insieme al suo omologo somalo, il presidente turco Erdogan ha affermato che la decisione di Israele è un passo illegale e inaccettabile , aggiungendo che Israele sta cercando di trascinare il Corno d’Africa nella destabilizzazione.
Siria
In Siria, le autorità hanno arrestato 21 persone nella provincia di Latakia, accusate di legami con l’ex presidente Bashar al-Assad. Gli arresti arrivano dopo violenze settarie nei quartieri a maggioranza alawita della città, seguite all’imposizione di un coprifuoco notturno.
Le tensioni sono esplose dopo una serie di proteste della minoranza alawita, scossa dall’attentato a una moschea a Homs che ha causato otto morti. L’attacco è stato rivendicato da un gruppo islamista vicino all’Islamic State.
Secondo osservatori indipendenti, durante gli scontri un giovane alawita è stato ucciso e negozi e auto sono stati vandalizzati. Le forze di sicurezza hanno rafforzato la presenza nella zona.
Dopo la caduta di Assad, la Siria resta fragile. Le minoranze, in particolare quella alawita che era collusa con il dittatore, temono rappresaglie e mancanza di protezione reale.
Le promesse di unità del nuovo potere centrale si scontrano con una realtà segnata da vendette, radicalizzazione e conti ancora aperti.
Iran
In Iran, studenti universitari in diverse città sono scesi in piazza contro il regime, scandendo slogan come “studenti, siate la voce del popolo” e “morte alla Repubblica islamica”.
Le proteste, iniziate domenica a Teheran per il crollo della valuta, si sono rapidamente estese assumendo un carattere apertamente politico, con richieste di libertà, uguaglianza e fine del sistema di potere.
Alla mobilitazione si sono uniti anche commercianti, che hanno chiuso negozi e centri commerciali in varie città, da Hamedan all’isola di Qeshm. Il rial continua a precipitare, oscillando oltre 1,4 milioni per dollaro, alimentando rabbia e incertezza.
Sotto pressione, il presidente Masoud Pezeshkian ha accettato le dimissioni del governatore della Banca centrale e promesso riforme economiche e dialogo.
Il collasso della moneta ha fatto da detonatore, ma la protesta va oltre l’economia: torna in piazza una contestazione diretta al vertice del potere, compresa la figura della Guida suprema Ali Khamenei. Un segnale che il disagio sociale si sta trasformando, ancora una volta, in sfida politica aperta.
Yemen
Gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato il ritiro delle ultime forze rimaste in Yemen, dopo che Arabia Saudita ha chiesto l’uscita entro 24 ore dei militari emiratini.
Una decisione che segna un’escalation tra due ex alleati chiave del Golfo.
Poche ore prima, la coalizione guidata da Riyadh aveva bombardato il porto di Mukalla, sostenendo di aver colpito un carico di armi legato agli Emirati e destinato ai separatisti del Sud.
Abu Dhabi nega: nessuna arma, solo rifornimenti per le proprie forze antiterrorismo, e parla di un attacco “sorprendente”.
Al centro dello scontro c’è il Consiglio di Transizione del Sud, sostenuto dagli Emirati ma visto da Riyadh come una minaccia diretta alla sicurezza saudita.
Washington prova a mediare, mentre altri Paesi del Golfo chiedono dialogo.
La crisi rivela la frattura profonda tra le monarchie del Golfo: interessi divergenti su Yemen, influenza regionale e persino petrolio. Un conflitto dentro il conflitto che rischia di destabilizzare non solo lo Yemen, ma anche gli equilibri energetici globali.
Guinea
In Guinea, l’autorità elettorale ha proclamato provvisoriamente il presidente uscente Mamady Doumbouya, leader del golpe vincitore delle elezioni del 28 dicembre con l’86,72% dei voti al primo turno.
Un risultato schiacciante che chiude la transizione militare iniziata con il colpo di Stato del 2021 contro Alpha Condé.
Secondo i dati ufficiali, l’affluenza è stata dell’80,9%. Doumbouya ha superato nettamente il principale sfidante, Abdoulaye Yero Baldé, in una competizione segnata da un’opposizione frammentata.
L’annuncio è arrivato a Conakry e ora dovrà essere convalidato dalla Corte Suprema, che ha otto giorni per esaminare eventuali ricorsi.
Il voto segna formalmente il ritorno all’ordine costituzionale, ma restano forti ombre: figure chiave dell’opposizione sono state escluse o costrette all’esilio e alcuni gruppi avevano invitato al boicottaggio.
La stabilità promessa da Doumbouya dovrà ora misurarsi con inclusione politica e credibilità democratica.
Burkina Faso e Mali
Mali e Burkina Faso hanno annunciato il divieto d’ingresso per i cittadini statunitensi, in risposta alla decisione del presidente USA Donald Trump di vietare l’accesso negli Stati Uniti a maliani e burkinabé.
Le giunte militari parlano di principio di reciprocità. Il bando americano, esteso a 20 Paesi il 16 dicembre, riguarda anche Stati governati da giunte che si sono staccati dall’ECOWAS.
Washington motiva la scelta con il peggioramento della sicurezza. Bamako e Ouagadougou, però, accusano gli USA di punire interi Paesi.
È l’ennesimo segnale della rottura tra Sahel e Occidente: la diplomazia dei visti sostituisce il dialogo, mentre l’insicurezza resta il nodo irrisolto che alimenta isolamento e tensioni.
Eurostar
Tutti i collegamenti Eurostar sono stati cancellati o fortemente ritardati martedì a causa di un guasto alla linea elettrica nel Tunnel della Manica, aggravato dal blocco di un treno Le Shuttle.
La compagnia parla di “gravi disagi” proprio all’inizio del picco di viaggi di fine anno. Eurostar ha invitato i passeggeri a rimandare il viaggio e a non recarsi in stazione senza un biglietto valido.
Le tratte tra Londra, Parigi e Bruxelles risultano cancellate o con forti ritardi, mentre a St. Pancras gli annunci confermavano lo stop totale dei servizi.
Ucraina e Russia
La Russia ha lanciato ondate di droni contro infrastrutture portuali e navi civili nella regione di Odesa, nel sud dell’Ucraina. Due mercantili civili battenti bandiera panamense sono stati colpiti mentre entravano nei porti per caricare grano.
Sono stati attaccati anche i porti di Pivdennyi e Chornomorsk e depositi di petrolio. Kiev denuncia un’azione mirata a colpire la logistica e il traffico marittimo. Nonostante i danni, le autorità riferiscono che i porti restano operativi.
Odesa è vitale per l’economia di guerra ucraina e per l’export agricolo globale. L’escalation sul Mar Nero mostra come il conflitto si stia spostando sempre più sul fronte marittimo, con rischi crescenti per il commercio civile.
Islanda
Natale insolitamente caldo in Islanda. L’ufficio meteorologico ha confermato temperature record alla vigilia, con punte di 19,8 gradi a Seyðisfjörður, nell’est del Paese. Valori eccezionali per dicembre, quando di solito si oscilla tra meno uno e quattro gradi.
Secondo i meteorologi, il fenomeno è stato causato da aria molto calda combinata a forti venti, con un effetto föhn che ha ulteriormente riscaldato l’aria vicino alle montagne. Superato anche il precedente record nazionale del 2019.
Ma la tregua dura poco: per Capodanno è già scattata un’allerta meteo gialla per il sud-est e i fiordi orientali.
Stati Uniti
Negli Stati Uniti, musicisti e compagnie di danza stanno cancellando spettacoli al Kennedy Center per protestare contro il cambio di nome voluto dal presidente Donald Trump, che ha ribattezzato la storica istituzione Trump-Kennedy Center.
Il celebre gruppo jazz The Cookers ha annullato il concerto di Capodanno, mentre la compagnia Doug Varone and Dancers ha rinunciato a uno spettacolo previsto per aprile. Gli artisti parlano di una scelta di principio legata a libertà di espressione e indipendenza culturale.
Il nuovo presidente del centro, Richard Grenell, ha attaccato duramente il boicottaggio. Intanto, secondo i media, le vendite dei biglietti sono in calo.
La battaglia sul Kennedy Center va oltre il nome: è uno scontro frontale sul controllo delle istituzioni culturali. La politicizzazione della cultura sta spaccando il mondo artistico americano — e rischia di svuotare simboli che per decenni hanno rappresentato pluralismo e libertà creativa.
Venezuela
È raro che un presidente USA renda pubblica un’operazione coperta dal segreto. Ma Donald Trump lo ha fatto, rivendicando un attacco a una struttura portuale in Venezuela.
Secondo i media statunitensi, il raid con droni sarebbe stato condotto dalla CIA, colpendo un deposito legato al traffico di droga.
L’operazione si inserisce in una strategia di pressione più ampia che prende di mira non solo i narcos, ma direttamente il presidente venezuelano Nicolás Maduro.
Washington ha schierato nel Caribe la più grande flotta militare degli ultimi cinquant’anni, sequestrato petroliere venezuelane e intensificato gli attacchi contro imbarcazioni sospettate di narcotraffico.
Trump sostiene che colpire queste infrastrutture significhi tagliare i fondi al regime. Ma i critici parlano di intervento illegale e imperialista, avvertendo che la caduta di Maduro potrebbe aprire a caos e violenze diffuse.
La scelta di rendere pubblica un’azione attribuita ai servizi segreti segna un salto politico pericoloso. La linea dura degli Stati Uniti rischia di trasformare la “guerra alla droga” in uno scontro diretto per il cambio di regime, con conseguenze imprevedibili per il Venezuela e per l’intera regione.
Organizzazioni per la difesa della libertà di stampa chiedono al governo del Venezuela la liberazione immediata e incondizionata di 22 giornalisti e operatori dell’informazione detenuti, definendo gli arresti arbitrari e privi delle garanzie minime di legge.
L’Alianza Regional por la Libre Expresión e Información denuncia sparizioni forzate temporanee, negazione dell’accesso agli avvocati, incomunicabilità e mancanza di cure mediche.
Tra i detenuti ci sono la giornalista Nakary Ramos e il marito Gianni González, arrestati da oltre otto mesi mentre svolgevano il loro lavoro, oltre a figure note come Roland Carreño, Biagio Pilieri e Nicmer Evans.
Il Colegio Nacional de Periodistas chiede misure umanitarie urgenti, soprattutto per Pilieri, detenuto da 16 mesi all’Helicoide.
In Venezuela la giustizia penale viene sempre più usata come arma contro il dissenso. Colpire i giornalisti significa colpire il diritto dei cittadini a sapere — e spingere l’intero Paese verso l’autocensura.
Bolivia
In Bolivia, i minatori hanno lanciato candelotti di dinamite e fuochi d’artificio contro la polizia a La Paz, nell’ottavo giorno di proteste contro le riforme economiche del nuovo presidente Rodrigo Paz. Le forze dell’ordine hanno risposto con lacrimogeni e proiettili di gomma vicino al Congresso.
Al centro della rabbia c’è il taglio dei sussidi ai carburanti, in vigore da vent’anni, che ha quasi raddoppiato il prezzo della benzina. I minatori sono affiancati da insegnanti e gruppi indigeni, aree storicamente vicine al Movimiento al Socialismo.
Paz punta su “capitalismo per tutti”, rialzo del salario minimo e apertura ai mercati, anche riavvicinando la Bolivia agli Stati Uniti.
Ma l’urgenza di risanare i conti, tra carenza di dollari e liberalizzazioni, rischia di innescare uno scontro sociale profondo con le basi popolari del Paese.
Perù
Le autorità peruviane hanno dichiarato che una persona è morta e almeno altre 40 sono rimaste ferite in uno scontro frontale tra due treni sulla linea ferroviaria che serve Machu Picchu.
Secondo la procura di Cusco, la città più vicina all’antico sito Inca, la vittima era il capotreno di uno dei treni coinvolti.
Le autorità hanno dichiarato che sono in corso le operazioni per identificare i passeggeri feriti, molti dei quali erano visitatori stranieri.
Brasile
Nello Stato di San Paolo, la polizia civile ha arrestato 233 persone nell’ambito di una vasta operazione contro la violenza domestica e familiare ai danni delle donne. L’azione, chiamata “Capodanno, Nuova Vita”, è scattata tra il 29 e il 30 dicembre ed è tuttora in corso in diverse aree dello Stato.
Secondo le autorità, all’operazione partecipano circa 1.500 agenti e 450 veicoli. Il ministro per la Sicurezza pubblica Osvaldo Nico Gonçalves ha avvertito che il numero degli arresti potrebbe aumentare, ribadendo che la tutela delle donne è una priorità assoluta.
L’iniziativa è coordinata con il ministero statale delle Politiche per le Donne e arriva dopo un record di femminicidi nel 2025, il più alto dall’inizio delle rilevazioni.
La risposta repressiva segnala un cambio di passo, ma le autorità sottolineano che senza denunce e protezione efficace delle vittime la violenza di genere resterà un’emergenza strutturale in Brasile.
Afghanistan
L’Afghanistan resterà una delle più gravi crisi umanitarie al mondo anche nel 2026. Agenzie ONU e partner umanitari hanno lanciato un appello da 1,7 miliardi di dollari per assistere quasi 18 milioni di persone in condizioni critiche.
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Secondo le stime, il 45% della popolazione, oltre 21 milioni di persone, avrà bisogno di aiuti il prossimo anno.
Le priorità restano cibo, acqua e igiene: durante la stagione più dura, oltre un terzo degli afghani affronterà livelli di insicurezza alimentare di crisi o peggio. La siccità ha distrutto fino all’80% del grano coltivato senza irrigazione in alcune regioni.
A pesare è anche il ritorno forzato di circa 5 milioni di persone da Iran e Pakistan, spesso in aree già impoverite e senza servizi.
Il paradosso è “fare di più con meno”: nel 2026 si punta a raggiungere più persone con meno fondi rispetto all’anno scorso. Ma senza un cambio strutturale — politico, climatico ed economico — l’Afghanistan resta intrappolato in una crisi permanente, pagata soprattutto da donne e bambini.
Bangladesh
È morta a 80 anni Khaleda Zia, prima donna a guidare il Bangladesh e figura centrale della sua storia politica recente. Lo ha annunciato il suo partito, il Bangladesh Nationalist Party. Era ricoverata a Dhaka dopo una lunga malattia.
Khaleda Zia fu primo ministro per due mandati, negli anni Novanta e nei primi Duemila, ed è stata una delle prime donne a governare democraticamente un Paese a maggioranza musulmana. La sua carriera è stata segnata da una durissima rivalità con Sheikh Hasina, tra alternanze al potere, repressioni, arresti e accuse di corruzione.
Negli ultimi anni era diventata il simbolo dell’opposizione a un sistema sempre più autoritario. Il governo ha proclamato giorni di lutto nazionale.
Con la morte di Khaleda Zia si chiude un’epoca: quella del duello politico che ha definito il Bangladesh per oltre trent’anni. Resta aperta la domanda sul futuro dell’opposizione e sugli equilibri democratici del Paese.
Oceano Indiano
A quasi dodici anni dalla scomparsa del volo Malaysia Airlines MH370 con 239 persone a bordo, riprende la caccia a uno dei più grandi misteri dell’aviazione.
Nel sud dell’Oceano Indiano, una nuova missione utilizza droni sottomarini di ultima generazione per scandagliare i fondali.
L’aereo, partito da Kuala Lumpur e diretto a Pechino, sparì dai radar meno di un’ora dopo il decollo l’8 marzo 2014. Le ricerche ufficiali, le più costose di sempre, furono interrotte nel 2017 senza risultati.
Ora il governo malese ha autorizzato un nuovo tentativo affidato alla società statunitense Ocean Infinity, con un contratto “no find, no fee”: 70 milioni di dollari solo se il relitto verrà trovato.
Tecnologia più avanzata e un’area di ricerca molto più ristretta riaccendono le speranze delle famiglie. Ma MH370 resta una ferita aperta: finché l’aereo non verrà localizzato, verità e responsabilità continueranno a mancare — non solo per i parenti delle vittime, ma per la sicurezza dell’aviazione globale.
Thailandia e Cambogia
La Thailandia ha rilasciato 18 soldati Cambogiani, detenuti da luglio, nell’ambito del nuovo cessate il fuoco entrato in vigore nel fine settimana.
La tregua ha fermato venti giorni di scontri lungo il confine, che hanno causato almeno 101 morti e oltre mezzo milione di sfollati.
Bangkok aveva inizialmente rinviato il rilascio denunciando violazioni dell’accordo, accuse respinte da Phnom Penh. I militari sono stati consegnati a un valico di frontiera dopo 155 giorni di detenzione.
La de-escalation è fragile. Il conflitto si era già riacceso dopo il fallimento di una precedente tregua mediata dagli Stati Uniti di Donald Trump e dalla Malesia di Anwar Ibrahim. Ora la pace dipende dal rispetto effettivo degli impegni sul terreno.
Taiwan e Cina
Taiwan resta in massima allerta dopo le imponenti esercitazioni militari cinesi attorno all’isola.
Pechino ha lanciato l’operazione Justice Mission 2025, con razzi, navi e decine di aerei — 35 dei quali hanno superato la linea mediana dello Stretto.
Taipei parla di una provocazione grave e mantiene attivi i centri di emergenza, nonostante alcune unità cinesi si stiano allontanando. Le manovre, le più estese finora, hanno già causato cancellazioni di voli e il dispiegamento di jet e navi taiwanesi.
Il messaggio di Cina è chiaro: dimostrare capacità di accerchiamento e deterrenza, anche in risposta al recente maxi-pacchetto di armi USA per Taiwan. La tensione resta alta e il rischio di escalation non è rientrato.
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