2 febbraio 2026 – Notiziario Mondo
Scritto da Radio Bullets in data Febbraio 2, 2026
- Rafah riapre con limitazioni mentre Israele caccia MSF da Gaza.
- Venezuela: liberato l’attivista per i diritti umani Javeri Tarazona.
- Nigeria è lutto per la cantante Ifunanya Nwangene, uccisa da un serpente.
- Iran–USA: trattative a parole, guerra nei toni.
- Pakistan: il più grande attacco balochi degli ultimi decenni è un campanello d’allarme per Stati Uniti e Cina.
- Costa Rica svolta a destra: vince la linea dura
Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets a cura di Barbara Schiavulli e con Francesco Torri in collegamento dalla Humanity 1
Palestina e Israele
■ GAZA: Il valico di Rafah Crossing riapre dopo quasi due anni di chiusura. È l’unica uscita da Gaza non controllata direttamente da Israele e un nodo cruciale per tutti: Hamas, i mediatori, gli Stati Uniti e Israele.
Secondo Institute for National Security Studies, Israele vuole evitare che Rafah venga usata contro i propri interessi di sicurezza. L’apertura rientra nel piano di pace a 20 punti del presidente Donald Trump, ma con paletti rigidi: passaggi limitati, piena supervisione israeliana e controllo UE.
Per i palestinesi significa una boccata d’aria: almeno 16.500 pazienti attendono evacuazione medica. Ma i numeri autorizzati oscillano tra 50 e 150 persone. I giornalisti stranieri restano fuori.
Una fonte della sicurezza ha riferito ad Haaretz che la giornata di domenica è stata utilizzata per “test di sistema” in coordinamento con l’Egitto e una delegazione dell’UE che supervisionerà il lato di Gaza del valico.
Fonti palestinesi a Gaza hanno riferito ad Haaretz che, nonostante l’annuncio, i residenti non hanno ricevuto informazioni concrete su come funzionerà il valico.
Su richiesta dell’Egitto, le partenze saranno inizialmente limitate ai pazienti e ai feriti, insieme ai loro accompagnatori.
Rafah è una porta, sì. Ma stretta, vigilata e politicamente carica. Senza un vero cambio di equilibri, la riapertura rischia di essere più simbolica che umanitaria—una tregua nei flussi, non nell’assedio.
Intanto, Israele annuncia la chiusura delle operazioni di Médecins Sans Frontières a Gaza: motivo ufficiale, il mancato invio della lista dei dipendenti palestinesi. MSF replica: un pretesto che mette a rischio lo staff e blocca gli aiuti.
Il ministero israeliano sostiene presunti legami di due operatori con gruppi armati, accuse respinte dall’ONG, che denuncia l’assenza di garanzie sulla sicurezza dei propri lavoratori.
Il Ministero ha confermato che si sta muovendo per porre fine alle attività dell’organizzazione entro il 28 febbraio.
MSF fornisce circa il 20% dei posti letto ospedalieri e gestisce una ventina di strutture a Gaza Strip. Tagliare l’assistenza mentre i bisogni esplodono significa una cosa sola: meno cure, più morti. E la sanità diventa un campo di battaglia.
■ CISGIORDANIA: In Cisgiordania occupata è in corso una “guerra silenziosa”. A dirlo è UNRWA. Dal ottobre 2023, violenze dell’esercito israeliano e dei coloni illegali hanno raggiunto livelli record.
Secondo il commissario generale Philippe Lazzarini, decine di migliaia di palestinesi restano sfollati a un anno dall’operazione israeliana “Iron Wall”, la più grande ondata di sfollamenti dal 1967.
Le case vengono demolite per impedire il ritorno. Dal 21 gennaio, un’offensiva militare su larga scala nel nord della West Bank ha causato decine di morti e nuovi sfollamenti. Oltre mille palestinesi uccisi in poco più di un anno, quasi un quarto bambini.
Meno visibile di Gaza, ma non meno devastante. Qui la violenza non esplode: avanza lentamente, tra demolizioni, intimidazioni e impunità. Ed è proprio questo il suo pericolo.
Iran
L’Iran avverte: se gli Stati Uniti attaccano, il conflitto diventerà regionale. E nel frattempo alza la posta, designando gli eserciti europei come “organizzazioni terroristiche”, in risposta alla mossa dell’UE contro le Guardie Rivoluzionarie.
Washington, sotto la guida del presidente Donald Trump, ha rafforzato la presenza militare in Medio Oriente: sei cacciatorpediniere, una portaerei e tre navi da combattimento. Trump minaccia, ma dice anche che Teheran “sta parlando seriamente”.
La Guida Suprema Ali Khamenei risponde che l’Iran non ha paura delle navi americane: “Non attacchiamo, ma colpiremo duramente chi ci attacca”.
Siamo al classico gioco del pollo geopolitico: muscoli in mostra, slogan in Parlamento e “negoziati equi” evocati da entrambe le parti.
Intanto, dopo la repressione delle proteste — con migliaia di morti secondo le ONG — il rischio è che la diplomazia resti un annuncio, mentre la guerra continua a essere un’opzione sul tavolo.
Intanto, la presidenza iraniana ha pubblicato l’elenco di 2.986 persone uccise durante le proteste di fine 2025, su un totale ufficiale di 3.117 morti. Secondo il rapporto, tra le vittime ci sono civili e membri delle forze di sicurezza. Altre 131 persone restano senza identità accertata.
Il documento, diffuso dall’ufficio del presidente Masoud Pezeshkian, viene presentato come un atto di “trasparenza e responsabilità”, con la promessa di sostegno alle famiglie delle vittime.
Dare un nome ai morti è un passo raro e simbolico. Ma senza indagini indipendenti e responsabilità politiche, il rischio è che la trasparenza si fermi alla contabilità, mentre la repressione resti senza colpevoli.
E ancora Iran, è stato rilasciato su cauzione Erfan Soltani, 26 anni, arrestato durante le proteste dell’8 gennaio. Alla famiglia era stato detto che avrebbe affrontato la pena di morte, ma ora è libero dietro una cauzione di due miliardi di toman.
Le ONG parlano di pressioni internazionali, mentre Donald Trump aveva avvertito Teheran di “azioni molto dure” in caso di esecuzioni.
Iraq
In Iraq il Parlamento ha rinviato per la seconda volta la seduta per eleggere il presidente.
Motivo ufficiale: disaccordi tra i due principali partiti curdi, il Kurdistan Democratic Party e la Patriotic Union of Kurdistan, che non riescono a mettersi d’accordo sul nome.
Il premier del Kurdistan iracheno Masrour Barzani lo ha ammesso poco prima del voto: accordo zero, presidente pure.
La Corte Suprema ricorda che la Costituzione ha delle scadenze.
In teoria il presidente è curdo, il premier sciita e lo speaker sunnita. In pratica, quando manca l’intesa, il potere resta… vacante. E il calendario può aspettare.
Nigeria
In Nigeria è lutto per la morte di Ifunanya Nwangene, 26 anni, cantante emergente nota al pubblico dopo The Voice Nigeria. È morta ad Abuja dopo il morso di un cobra in casa.
Trasportata prima in una clinica senza antidoto e poi in ospedale, non è stato possibile somministrare tutti gli antiveleni necessari.
La sua morte ha riacceso il dibattito sulla qualità della sanità nigeriana, già scossa da altri casi controversi, incluso quello legato alla famiglia della scrittrice Chimamanda Ngozi Adichie.
Secondo l’World Health Organization, i morsi di serpente causano circa 30.000 morti l’anno nell’Africa subsahariana: una crisi ignorata finché non colpisce anche i quartieri ricchi delle capitali.
Sudan
In Sudan sono ripresi i voli interni per Khartoum International Airport per la prima volta dall’inizio della guerra nell’aprile 2023. Un aereo della Sudan Airways è atterrato dalla città di Port Sudan dopo quasi due anni di stop causati dai combattimenti tra esercito e Rapid Support Forces.
È un segnale simbolico di ritorno alla vita nella capitale. Ma mentre un volo atterra, il conflitto non è decollato verso la pace. E la stabilità resta, per ora, solo in pista.
E ora risaliamo verso il Mediterrano dove a bordo della Humanity 1 abbiamo Francesco Torri
Ungheria
A Budapest oltre mille persone, molte della comunità rom, sono scese in piazza per chiedere le dimissioni di János Lázár, ministro del governo ultranazionalista di Viktor Orbán.
Il motivo? Lázár ha detto che i rom sono una “riserva interna” da usare per tappare la cronica carenza di manodopera. Traduzione: se non ci sono migranti, qualcuno dovrà pur pulire i bagni dei treni.
In piazza bandiere rom, scope e spazzoloni. Non per lavorare, ma per protestare.
«Ci ha offesi nella nostra umanità», dice il musicista rom István Szilvasi. Altri ricordano una storia fatta di guerre combattute, Paese costruito e umiliazioni subite.
Lázár probabilmente non si dimetterà. Il governo neanche. Ma in Ungheria il razzismo istituzionale ormai non si nasconde più: si dichiara, si rivendica e poi si stupisce se qualcuno scende in strada a ricordare che i diritti non sono lavori sporchi da assegnare agli “altri”.
Russia e Ucraina
12 minatori sono morti e altri 7 sono rimasti feriti dopo che un drone russo ha preso di mira un autobus che li riportava a casa dopo il turno, vicino a Pavlohrad, nell’Ucraina orientale. Si dice che altri droni abbiano colpito il complesso minerario.
Nuovo round di colloqui di pace tra Russia e Ucraina mercoledì e giovedì ad Abu Dhabi. Lo annuncia il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy: Kiev dice di essere pronta a negoziati “seri” per una fine dignitosa della guerra, con mediazione statunitense.
Washington parla di incontri “costruttivi” con l’inviato russo, mentre Donald Trump rivendica progressi. Ma sul terreno la realtà resta un’altra: droni russi hanno colpito un ospedale maternità a Zaporizhzhia, ferendo donne incinte, e nuove vittime si registrano a Dnipro e Kherson.
Diplomazia al caldo degli Emirati, guerra nel gelo ucraino. Finché si discute se Mosca debba tenersi i territori occupati, i “cessate il fuoco” restano annunci. E la pace, per ora, viaggia solo nei comunicati.
Stati Uniti
Nuovo giro, nuova corsa negli **Department of Justice files su Jeffrey Epstein: oltre tre milioni di pagine e, sorpresa, spunta anche la geopolitica.
Tra le email archiviate compare un documento del 2012 che parla di Ilya Ponomarev, allora deputato russo, descritto come possibile leader di una rivolta contro Vladimir Putin.
Con una postilla rassicurante: potrebbe diventare presidente… se non viene ucciso prima.
Non manca l’Ucraina: in una corrispondenza del 2019, dopo la vittoria elettorale ma prima dell’insediamento, Volodymyr Zelenskyy viene descritto come “in cerca di aiuto”, mentre Putin lo liquida con un commento antisemita.
Peter Mandelson, ex ambasciatore britannico negli Stati Uniti, si è dimesso dal Partito Laburista dopo le nuove rivelazioni emerse dai file Epstein diffusi dal Dipartimento di Giustizia USA.
I documenti suggeriscono tre pagamenti da 25mila dollari ciascuno, tra il 2003 e il 2004, verso conti collegati a Mandelson. Lui nega: dice di non averne memoria e chiede tempo per “verificare”.
Era già stato rimosso dall’incarico diplomatico da Keir Starmer lo scorso anno. Ora lascia il partito per “non creare imbarazzo”, mentre cresce la pressione per escluderlo anche dalla Camera dei Lord.
I file Epstein dovevano chiarire una rete di abusi e potere. Invece raccontano anche quanto certi salotti, tra un crimine e l’altro, si sentissero autorizzati a commentare rivoluzioni, presidenti e destini di Paesi interi.
Trasparenza promessa, imbarazzo globale consegnato.
Migliaia di persone si sono radunate in decine di città degli Stati Uniti per protestare contro la repressione dell’immigrazione a Minneapolis. L’ICE sta utilizzando il riconoscimento facciale e altri strumenti per tracciare i manifestanti .
Un giudice federale ha ordinato la liberazione immediata di Liam, cinque anni, e di suo padre da un centro di detenzione per migranti in Texas. Erano stati arrestati in Minnesota dagli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement.
Le immagini del bambino con zainetto di Spider-Man circondato dagli agenti hanno scatenato indignazione nazionale. Il giudice Fred Biery parla di “quote di deportazione applicate in modo incompetente, anche a costo di traumatizzare i bambini”.
Secondo testimoni, gli agenti avrebbero usato il bambino come esca per arrestare il padre, Adrian Conejo Arias, richiedente asilo. Il governo nega.
Le Nazioni Unite hanno affermato che esauriranno i fondi entro luglio se gli Stati Uniti e gli altri paesi non pagheranno miliardi di dollari di quote annuali.
Messico
In Sinaloa, Messico è in corso un dispiegamento militare senza precedenti. Su ordine della presidente Claudia Sheinbaum, oltre 1.190 uomini tra esercito, forze speciali e Guardia Nazionale sono stati inviati a Concordia per cercare dieci dipendenti di una miniera d’argento canadese sequestrati il 23 gennaio.
Le indagini puntano su una cellula dei Los Chapitos, in guerra con il clan rivale di El Mayo Zambada per il controllo del territorio e delle risorse.
Haiti
Haiti non è mai stata facile. Ma dal 2018 la vita è precipitata. Proteste, violenze, carburante introvabile, il peyi lòk del 2019 che ha paralizzato il Paese per settimane.
Quando Marie Alexandra Michel, una dottoressa Haitiana è tornata a Port-au-Prince, la città che amava non esisteva più: rapimenti quotidiani, orari scanditi dalla paura, strade deserte dopo il tramonto.
Muoversi è diventato una scelta tra la vita e la morte. Le principali strade sono controllate dalle gang: per percorrere 75 miglia ora servono dieci ore, itinerari montani pericolosi e costi triplicati. C’è chi non arriva mai.
Medici, pazienti, famiglie muoiono non perché non curabili, ma perché non possono raggiungere un ospedale.
Il mondo li chiama “resilienti”. È una parola comoda per girarsi dall’altra parte. Gli haitiani non resistono per scelta, ma perché abbandonati. Sopravvivere non dovrebbe essere l’unico futuro possibile.
Costa Rica
In Costa Rica la candidata di destra Laura Fernández conquista una vittoria netta alle presidenziali. Con quasi il 49% dei voti, evita il ballottaggio e batte l’economista Álvaro Ramos, che si ferma al 33% e ammette la sconfitta.
Fernández, delfina del presidente uscente Rodrigo Chaves, ha costruito la campagna su una promessa chiave: pugno duro contro la violenza legata al narcotraffico, tema centrale di un Paese che non si sente più la “Svizzera del Centro America”.
La sicurezza vince sulla tradizione democratica soft. Costa Rica sceglie continuità e mano pesante. Ora resta da vedere se la risposta alla coca sarà più efficace della retorica che l’ha portata al potere.
Venezuela
Javier Tarazona, famoso attivista per i diritti umani, è stato liberato dopo più di quattro anni e sette mesi di detenzione arbitraria nell’infamemente noto centro di detenzione El Helicoide a Caracas, secondo il gruppo per i diritti Foro Penal.
La sua liberazione è parte di un’ondata di rilasci annunciata dal governo venezuelano, che parla di centinaia di prigionieri politici liberati da inizio gennaio – anche se le organizzazioni per i diritti umani contano ancora più di 700 persone trattenute.
La presidente ad interim Delcy Rodríguez ha inoltre proposto una legge d’amnistia e vuole trasformare l’Helicoide in un complesso sportivo e sociale.
Un uomo libero fa sempre notizia, soprattutto dopo oltre 1.600 giorni. Ma mentre Caracas trasforma l’ex-carcere in un “centro sociale”, centinaia di altri restano dietro le sbarre con accuse vaghe come “terrorismo”.
Libertà parziale? Certo — come dire che il Titanic ha solo una piccola falla.
Pakistan
Il Belucistan sabato ha vissuto uno dei giorni più sanguinosi degli ultimi decenni. I ribelli dell’Balochistan Liberation Army hanno lanciato attacchi coordinati in tutta la provincia: attentati suicidi, assalti a polizia, esercito e civili. Secondo le autorità locali, le vittime arrivano a circa 200 morti.
Gli attacchi, ribattezzati Herof 2 – “tempesta nera” – sono un messaggio diretto a Pakistan, Cina e Stati Uniti. Il Belucistan è poverissimo, ma ricchissimo di gas e minerali strategici, al centro degli investimenti cinesi del China–Pakistan Economic Corridor e del crescente interesse americano per le terre rare.
Il cuore della rivolta resta lo stesso da decenni: risorse estratte, profitti altrove. Finché sviluppo e sicurezza continueranno a viaggiare senza consenso locale, ogni investimento rischia di trasformarsi in un bersaglio. In Belucistan, la geopolitica passa dalle miniere. Ed esplode.
Giappone
In Giappone il partito della premier Sanae Takaichi vola verso una vittoria schiacciante alle elezioni della Camera bassa che si terranno settimana prossima. Secondo un sondaggio dell’Asahi, il Partito Liberal Democratico supererebbe comodamente la maggioranza, e con l’alleato Ishin arriverebbe intorno ai 300 seggi su 465.
Il messaggio è chiaro: più spesa pubblica e tagli alle tasse, inclusa la riduzione dell’imposta sui consumi. I mercati non applaudono: i rendimenti dei titoli di Stato sono già saliti, temendo un’ulteriore deriva dei conti in un Paese con un debito oltre il doppio del PIL.
Mandato forte, portafogli nervosi. Takaichi incassa consenso promettendo sollievo ai consumatori; gli investitori rispondono ricordando che la matematica del debito, prima o poi, presenta il conto.
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