1 aprile 2026 – Notiziario Mondo

Scritto da in data Aprile 1, 2026

  • Cina e Pakistan propongono un piano in cinque punti per porre fine alla guerra in Medio Oriente.
  • Libano: la diplomazia europea che ignora la realtà.
  • UNRWA: la fine di un mandato sotto assedio.
  • Baghdad: rapita una giornalista americana.
  • Venezuela: verso la riapertura dell’ambasciata americana.
  • Burundi: esplosioni e panico a Bujumbura.

Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets a cura di Barbara Schiavulli 

Guerra contro l’Iran

Donald Trump alza i toni e cambia il registro: meno alleati, più pressione. Il presidente americano invita apertamente i Paesi che non hanno partecipato agli attacchi contro l’Iran a comprare petrolio dagli Stati Uniti e, se necessario, ad andare nello Stretto di Hormuz “e prenderselo”.

In un messaggio pubblicato su Truth Social, Trump prende di mira anche il Regno Unito, accusato di non aver sostenuto l’operazione contro Teheran. Il messaggio è chiaro: gli Stati Uniti non garantiranno più protezione automatica a chi non si espone.

“Dovrete imparare a combattere da soli”, dice, rivendicando che “la parte più difficile è già stata fatta”.

Sul piano militare, il segretario alla Difesa Pete Hegseth parla di giorni “decisivi” nella guerra con l’Iran, sostenendo che la potenza di fuoco americana è in crescita mentre quella iraniana si starebbe riducendo.

E sullo Stretto di Hormuz, uno dei punti più sensibili del commercio globale di energia, Washington manda un altro segnale: il traffico continua, ma il messaggio è politico prima ancora che strategico.

Se l’Iran vuole evitare il peggio, dicono dagli Stati Uniti, deve trattare. Subito. E assicura che la guerra potrebbe finire in due o tre settimane.

Undici persone ferite, per fortuna in modo lieve, nel centro di Israele dopo il lancio di missili balistici da parte dell’Iran.

È l’ennesimo scambio di colpi in una guerra che ormai non è più fatta solo di obiettivi militari, ma sempre più spesso sfiora – o colpisce – direttamente le aree civili e le infrastrutture strategiche.

Intanto, Benjamin Netanyahu parla apertamente di una guerra che – dice – è “oltre metà del percorso”.

In un’intervista a Newsmax, sottolinea come Stati Uniti e Israele abbiano già colpito le capacità missilistiche iraniane, distrutto impianti e ucciso scienziati legati al programma nucleare. Parole che vanno lette anche come messaggio politico: la guerra non è solo in corso, ma viene raccontata come efficace, quasi inevitabile.

Sul terreno, però, la tensione resta altissima. L’esercito israeliano si prepara a possibili lanci massicci di missili da parte iraniana alla vigilia della Pasqua ebraica, anche se – al momento – non ci sarebbero segnali concreti di un attacco imminente.

E poi c’è il fronte diplomatico, che si muove in parallelo alla guerra. Washington lascia filtrare che i negoziatori iraniani sarebbero oggi “più ragionevoli” rispetto al passato, mentre si parla della possibile entrata in campo del vicepresidente JD Vance nei colloqui, se ci saranno progressi reali.

Ma la dichiarazione più pesante arriva dal segretario alla Difesa statunitense, Pete Hegseth, che parla apertamente di un “cambio di regime già avvenuto” in Iran.

C’è anche chi prova a riaprire uno spazio per la diplomazia. Cina e Pakistan chiedono un cessate il fuoco immediato e l’avvio di negoziati “il prima possibile”.

Da Pechino arriva un’iniziativa congiunta per “ristabilire pace e stabilità nel Golfo e in Medio Oriente”, dopo l’incontro tra il ministro degli Esteri pakistano Ishaq Dar e il suo omologo cinese Wang Yi. I due Paesi rafforzano il coordinamento sulla crisi iraniana e mettono sul tavolo un piano in cinque punti.

Il primo: fermare subito le ostilità. Il secondo: tornare al dialogo, indicato come “l’unica opzione praticabile”. Ma non solo.

Il piano include anche la protezione dei civili e delle infrastrutture energetiche, e la sicurezza delle rotte marittime, a partire dallo Stretto di Hormuz, snodo cruciale per il commercio globale.

Islamabad si dice pronta a ospitare colloqui tra Stati Uniti e Iran, anche se su questo punto le versioni restano divergenti: Washington parla di contatti in corso, Teheran continua a negarli.

Dietro questa iniziativa c’è anche una preoccupazione concreta: il rischio che la guerra soffochi il traffico marittimo e allarghi il conflitto a tutta la regione.

Per ora, Pechino resta su una linea chiara: nessun coinvolgimento militare, ma pressione costante per un cessate il fuoco. Una diplomazia che prova a farsi spazio mentre le armi parlano più forte.

Sul fronte interno, mentre continuano a cascare missili americani e Israeliani e il NY rivela di una seconda scuola bombardata e della morte di 21 studenti, n Iran continuano le esecuzioni di oppositori politici.

Secondo il Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana, due membri dell’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo, Babak Alipour e Pouya Ghobadi, sono stati giustiziati, dopo condanne a morte arrivate nel 2024 al termine di processi segnati – secondo le stesse fonti – da torture e interrogatori prolungati.

Non posso confermare in modo indipendente tutti i dettagli forniti dall’opposizione iraniana, ma il quadro che emerge è quello di una repressione che non si ferma.

Nei giorni precedenti, altri detenuti politici sarebbero stati trasferiti in isolamento dopo un intervento delle forze antisommossa nel carcere di Ghezel Hesar, con comunicazioni interrotte tra prigionieri e famiglie.

L’opposizione parla di un regime che usa le esecuzioni per intimidire e controllare. Teheran, dal canto suo, continua a considerare questi gruppi come organizzazioni terroristiche.

Libano

Il Libano continua a contare i morti, giorno dopo giorno, senza tregua. Secondo il ministero della Salute, dall’inizio degli attacchi israeliani il 2 marzo, le vittime sono salite a 1.268, con oltre 3.700 feriti.

Solo nelle ultime 24 ore, 21 persone sono state uccise e 70 ferite. Numeri che da soli raccontano poco, finché non li si guarda da vicino.

Tra le vittime ci sono almeno 125 bambini e 88 donne. Tra i feriti, centinaia di minori. È il volto più nudo di questa guerra: quello che entra nelle case, nei corpi, nelle vite che non hanno alcun ruolo militare.

Sono dati ufficiali, ma come sempre in guerra non raccontano tutto. Non dicono cosa resta dopo un bombardamento, non raccontano chi scava tra le macerie, chi aspetta una notizia che non arriva.

E soprattutto non spiegano come si continui a vivere sotto questo livello di violenza.

Perché in Libano, oggi, non si sopravvive tra un attacco e l’altro. Si sopravvive dentro la guerra.

Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz annuncia un piano che cambia ancora una volta il volto del sud del Libano: tutte le case nei villaggi vicino al confine saranno demolite, “come a Rafah e Beit Hanoun” a Gaza.

Lo riporta Haaretz. L’obiettivo dichiarato è creare una zona cuscinetto sotto controllo israeliano fino al fiume Litani, impedendo il ritorno di circa 600 mila libanesi evacuati finché non sarà garantita la sicurezza del nord di Israele.

Tradotto: intere comunità cancellate e una popolazione tenuta lontana dalle proprie case senza una prospettiva chiara di ritorno.

È una strategia che richiama quanto già visto a Gaza, dove demolizioni su larga scala hanno trasformato interi quartieri in macerie.

Due caschi blu indonesiani sono rimasti uccisi lunedì in seguito a un’esplosione avvenuta sul ciglio della strada nel Libano meridionale, ha dichiarato il capo delle operazioni di pace delle Nazioni Unite, Jean-Pierre Lacroix, citando i risultati di un’indagine preliminare.

Si tratta del secondo incidente mortale di questo tipo in 24 ore. Un altro soldato delle forze di pace, anch’egli indonesiano, è rimasto ucciso domenica a causa dell’esplosione di un proiettile, ad Adchit Al Qusayr, nel Libano meridionale.

Intanto la cosa più imbarazzante uscita sul Libano, riguarda anche noi: Undici Paesi europei – Belgio, Croazia, Cipro, Francia, Grecia, Italia, Malta, Paesi Bassi, Portogallo e Regno Unito, insieme all’Alto rappresentante dell’Unione Europea – esprimono sostegno al Libano e parlano di una guerra “che non è la loro”. Poi però indicano un responsabile: Hezbollah.

Una posizione che non racconta la storia.

Perché sul terreno, oggi, il Libano è sotto attacco israeliano. I bombardamenti, le vittime civili, oltre un milione di sfollati – sono conseguenze dirette di un’offensiva che arriva da Israele. Questo è un dato di fatto.

E dentro questa realtà complessa, Hezbollah – che piaccia o no – è l’unico attore armato che sta resistendo a questa invasione. L’esercito libanese, invece, non ha né le risorse né gli armamenti per affrontare uno scontro di questa portata. Parlare di “monopolio statale delle armi” in questo contesto rischia di suonare più come una posizione politica che come una soluzione concreta.

Nel comunicato si invoca la sovranità libanese, si chiedono negoziati e si richiama la risoluzione ONU 1701. Ma allo stesso tempo si evita di affrontare fino in fondo la realtà sul campo.

E allora la domanda ve la faccio io: si può davvero parlare di equilibrio, quando una guerra viene raccontata senza dire chiaramente chi la sta combattendo – e su chi?
Oltre a trovarlo imbarazzante, lo trovo un insulto alla mia e alla vostra intelligenza.

Più seri invece il Canada che “condanna” l’invasione “illegale” del Libano da parte di Israele, definendola una violazione della sovranità territoriale, ha dichiarato martedì il Primo Ministro Mark Carney.

Con toni più decisi rispetto a quelli usati finora dal suo governo, Carney ha anche chiesto un cessate il fuoco per porre fine al conflitto, che si sta aggravando, mentre le truppe di terra israeliane avanzano sempre più in profondità nel Paese.

«Si tratta di un’invasione illegale», ha dichiarato il primo ministro. «È una violazione della loro sovranità territoriale».

Israele e Palestina

GAZA: Si chiude uno dei mandati più difficili nella storia delle Nazioni Unite. Philippe Lazzarini lascia la guida dell’UNRWA dopo sei anni segnati da quella che viene definita “la peggiore crisi mai affrontata” da un’agenzia ONU.

A rendergli omaggio sono stati gli stessi dipendenti, quelli che questa crisi l’hanno vissuta sul campo, soprattutto a Gaza, dove oltre 390 membri dello staff sono stati uccisi dall’inizio della guerra. Numeri che raccontano non solo la devastazione, ma anche il prezzo pagato da chi prova a garantire assistenza in mezzo al conflitto.

Secondo l’associazione interna del personale, Lazzarini ha guidato l’agenzia mentre Israele cercava di smantellarla, tra restrizioni operative, distruzione di strutture e pressioni politiche sempre più forti. A questo si aggiunge il progressivo disimpegno internazionale: fondi sospesi, sostegno politico debole, promesse spesso rimaste tali.

E oggi l’UNRWA si trova davanti a una minaccia esistenziale, dopo il bando israeliano alle sue attività e il raid contro il quartier generale a Gerusalemme Est.

Il rischio, avvertono dall’interno, è che a crollare non sia solo un’agenzia, ma un intero sistema di protezione per milioni di rifugiati palestinesi.

CISGIORDANIA: In Cisgiordania la violenza dei coloni non è più un fenomeno isolato, ma una realtà quotidiana che si espande sotto gli occhi – e secondo fonti interne – anche con il peso della politica.

Secondo fonti della difesa israeliana citate da Haaretz, l’esercito si troverebbe sotto pressione politica tale da non riuscire a intervenire in modo efficace contro gli attacchi dei coloni.

Non si tratta solo di episodi spontanei: gli insediamenti illegali continuano a moltiplicarsi, spesso senza coordinamento con i militari, ma con un sostegno diretto o indiretto che arriva da ambienti politici e religiosi.

E c’è un dato che racconta bene quanto la linea tra esercito e civili si stia facendo sempre più sottile: in diversi casi, ammette lo stesso esercito israeliano, i coloni sparano contro palestinesi utilizzando armi militari ufficiali.

Una situazione che rende difficile qualsiasi forma di controllo e, soprattutto, mette in discussione chi abbia davvero l’autorità sul terreno.

Un funzionario della sicurezza lo dice senza giri di parole: esiste una pressione costante da parte di rabbini e figure della destra politica affinché non si intervenga contro questi soldati o coloni. “Tutti sanno chi si può toccare e chi no”.

Nel frattempo, nonostante le pressioni degli Stati Uniti per fermare le violenze, il ministro della Difesa Israel Katz non sembra intenzionato a cambiare rotta: ha revocato la detenzione amministrativa per i sospetti ebrei, mantenendola invece per i palestinesi. Due sistemi diversi, due pesi diversi.

E mentre la politica discute o evita di farlo, sul terreno si continua a contare i feriti. Quattro palestinesi sono stati colpiti in un attacco dei coloni, secondo la Mezzaluna Rossa palestinese. In un altro episodio, un uomo di 54 anni è rimasto ferito dopo un’aggressione da parte delle truppe israeliane vicino Hebron.

È una violenza che non esplode all’improvviso. Si accumula. Si normalizza. E, soprattutto, si protegge.

ISRAELE: Israele compie un passo che segna una svolta pesante, non solo giuridica ma politica e simbolica. La Knesset ha approvato una legge che introduce la pena di morte per i palestinesi condannati per atti di terrorismo letali, quando viene dimostrata l’intenzione di negare l’esistenza dello Stato di Israele.

Sessantadue voti a favore, quarantotto contrari, un’astensione. Una maggioranza netta, che include anche parte dell’opposizione. Ma è il contenuto della legge a sollevare le critiche più dure.

Il testo, infatti, crea una distinzione che di fatto rende questa misura applicabile quasi esclusivamente ai palestinesi. Il livello di prova richiesto – dimostrare un’intenzione ideologica specifica – rende invece estremamente difficile, se non impossibile, applicarla ai casi di terrorismo ebraico di matrice nazionalista.

E non è tutto. La legge si estende a tutti i territori sotto controllo israeliano: quindi non solo Israele, ma anche la Cisgiordania e oltre metà della Striscia di Gaza.

Le reazioni internazionali non si sono fatte attendere. Il governo tedesco ha espresso “grande preoccupazione”, mentre l’Alto Commissariato ONU per i diritti umani ha definito la legge “profondamente discriminatoria” chiedendone l’immediata revoca.

È una norma che non introduce solo una punizione estrema, ma ridisegna anche il confine tra giustizia e identità. E quando la legge comincia a distinguere tra vite, il rischio è che non si limiti più a giudicare, ma a decidere chi vale di più.

L’Unione Europea la definisce “molto preoccupante” e “un passo indietro”, chiedendo a Israele di rispettare il diritto internazionale e i principi democratici.

Dalla Germania alla Spagna, passando per Portogallo, Irlanda e Italia, le critiche sono nette. Il punto centrale è uno: il rischio, concreto, che la legge venga applicata quasi esclusivamente ai palestinesi. “Stesso crimine, punizione diversa: non è giustizia”, ha detto il premier spagnolo Pedro Sánchez.

Anche il Consiglio d’Europa parla di “grave arretramento”, mentre la Lega Araba denuncia una violazione del diritto internazionale umanitario. Amnesty International avverte: questa norma potrebbe compromettere il diritto alla vita e aprire la strada a punizioni crudeli e discriminatorie.

Sul terreno, le proteste sono già iniziate, dalla Cisgiordania a Gaza. E la legge – che entrerà in vigore tra trenta giorni salvo ricorsi – rischia di trasformare una tensione già altissima in un nuovo punto di rottura.

Iraq

Nuovi dettagli sul rapimento della giornalista americana indipendente Shelley Kittleson a Baghdad. Presa ieri a Baghdad nella via più commerciale della capitale. Le immagini di una telecamera di sicurezza mostrano il momento del sequestro: viene spinta con forza dentro un’auto e portata via in pochi secondi.

Le autorità irachene hanno arrestato un sospetto, legato – secondo fonti statunitensi – alla milizia filo-iraniana Kataib Hezbollah. Ma la giornalista non è ancora stata trovata.

Kittleson, collaboratrice di Al-Monitor, era stata avvertita più volte di possibili minacce, anche poche ore prima del rapimento. Nonostante questo, era sul campo, a fare quello che fanno i reporter: raccontare.

Gli Stati Uniti stanno lavorando con le autorità irachene per il rilascio, mentre l’FBI è stato coinvolto nelle indagini.

Intanto arriva un messaggio chiaro da Washington: “non viaggiate in Iraq per nessun motivo”.

Ma per chi fa questo mestiere, a volte, non è una scelta. E il rischio diventa parte del lavoro.

Burundi

Forti esplosioni hanno scosso la capitale economica del Burundi, Bujumbura, dopo un incendio in un deposito militare. Secondo l’esercito, si tratterebbe di un incidente elettrico all’interno di un arsenale.

Ma sul terreno il racconto è diverso: residenti parlano di proiettili che volano nei quartieri, finestre distrutte e persone in fuga nel cuore della notte.

Non c’è ancora un bilancio ufficiale delle vittime, e la situazione resta confusa, con segnalazioni non confermate anche di colpi d’arma da fuoco.

In un Paese già segnato da crisi economica e tensioni regionali, basta poco perché un incidente diventi qualcosa di più.

Sudafrica

La guerra in Medio Oriente arriva fino ai distributori di carburante in Sudafrica, dove il governo corre ai ripari per contenere un aumento definito “storico” dei prezzi.

Per un mese, da aprile a inizio maggio, verrà tagliata l’accisa sui carburanti di circa 15 centesimi al litro. Una misura d’emergenza che costerà allo Stato centinaia di milioni di euro, pensata per evitare un impatto ancora più pesante su trasporti e prezzi del cibo.

Il governo parla di equilibrio tra conti pubblici e tenuta sociale, mentre assicura che non ci sono problemi di scorte, ma solo difficoltà logistiche e acquisti di panico.

È l’effetto domino della guerra: anche lontano dal fronte, il conto arriva comunque.

Europa

La guerra con l’Iran non sta solo ridisegnando gli equilibri in Medio Oriente, ma sta incrinando qualcosa di molto più profondo: il rapporto tra Stati Uniti ed Europa.

Italia e Francia hanno limitato l’uso del proprio spazio aereo e delle basi militari per operazioni legate al conflitto. Roma, secondo Reuters, ha negato l’autorizzazione all’uso della base di Sigonella, uno snodo strategico nel Mediterraneo, sostenendo che Washington non aveva chiesto il via libera necessario. Parigi, invece, avrebbe rifiutato il sorvolo a velivoli diretti verso Israele con forniture militari.

Non è un dettaglio tecnico. Le basi europee sono fondamentali per le operazioni americane: punti di transito, rifornimento e coordinamento. Senza queste, la macchina militare si complica, rallenta, si espone.

E non sono casi isolati. Anche la Spagna ha chiuso il proprio spazio aereo e vietato l’uso delle basi di Rota e Morón per missioni legate all’Iran. Una scelta che il governo di Madrid ha definito circoscritta, ma che di fatto segna una distanza politica chiara.

Nel frattempo, la Polonia – altro alleato chiave – ha rifiutato di inviare sistemi Patriot in Medio Oriente, preferendo rafforzare la propria difesa interna.

Dall’altra parte dell’Atlantico, Donald Trump reagisce con toni sempre più duri, accusando apertamente gli alleati europei di non fare abbastanza e arrivando a dire che gli Stati Uniti potrebbero non esserci più a proteggerli.

La NATO prova a contenere le tensioni, spiegando che la mancanza di coordinamento iniziale – dovuta anche alla segretezza dell’operazione contro l’Iran – ha rallentato la risposta europea. Ma intanto il danno politico è fatto.

Secondo diversi analisti, non è solo una crisi operativa, ma qualcosa di più profondo: una frattura ideologica e strategica tra Stati Uniti ed Europa, che si allarga proprio mentre il mondo entra in una fase sempre più instabile.

Polonia

La Polonia dice no agli Stati Uniti e sceglie di tenere i propri sistemi di difesa a casa. Varsavia ha respinto la richiesta – definita informale – di trasferire batterie Patriot e missili PAC-3 in Medio Oriente per sostenere le operazioni legate alla guerra con l’Iran.

Il ministro della Difesa Władysław Kosiniak-Kamysz è stato netto: quei sistemi servono a proteggere i cieli polacchi e il fianco orientale della NATO, e non verranno spostati. Una posizione ribadita anche dal vice ministro Tomczyk.

Dietro la decisione c’è una realtà che pesa: la Polonia guarda prima di tutto alla propria sicurezza, tra tensioni al confine con la Bielorussia e un rafforzamento militare in corso.

Varsavia resta un alleato stretto degli Stati Uniti, ma non intende esporsi direttamente in un conflitto che – come ha già detto il premier Donald Tusk – non rappresenta una minaccia immediata per il Paese.

È un segnale che si inserisce in un quadro più ampio: sempre più alleati occidentali prendono le distanze da un coinvolgimento diretto nella guerra con l’Iran.

E quando anche gli alleati iniziano a dire no, la guerra cambia equilibrio.

Ucraina e Russia

Un aereo militare russo Antonov-26 è precipitato sulla penisola di Crimea, causando la morte di tutte le 29 persone a bordo, tra equipaggio e passeggeri.

Secondo il ministero della Difesa russo, non ci sarebbero segni di attacco esterno e l’ipotesi principale resta quella di un guasto tecnico.

Un altro incidente che si aggiunge a un contesto già segnato dalla guerra, dove anche ciò che non è combattimento diretto continua a fare vittime.

A Kiev e a Bucha, i ministri degli Esteri di oltre venti Paesi europei si sono riuniti per commemorare le vittime delle atrocità commesse durante l’occupazione russa nel 2022. Un momento simbolico, ma anche politico.

Nel comunicato congiunto parlano apertamente di uccisioni di massa, torture, violenze sessuali e deportazioni forzate, chiedendo che la Russia risponda pienamente delle violazioni del diritto internazionale.

Al centro c’è il tema della responsabilità: sostegno alle indagini della Corte penale internazionale e al progetto di un tribunale speciale per il crimine di aggressione contro l’Ucraina.

Perché – dicono – non può esserci una pace duratura senza giustizia.

È il quinto anno di guerra, e mentre il fronte continua a muoversi, l’Europa prova a costruire un altro piano: quello della memoria e delle conseguenze.

Ma resta una domanda che accompagna ogni conflitto: chi, davvero, pagherà per quello che è successo?

Stati Uniti

Negli Stati Uniti, un giudice federale blocca temporaneamente uno dei progetti più controversi di Donald Trump: la costruzione di una sala da ballo da 400 milioni di dollari alla Casa Bianca, per cui era già stata demolita l’East Wing.

La decisione stabilisce che i lavori non possono proseguire senza l’approvazione del Congresso. “Il presidente non è il proprietario della Casa Bianca”, ha scritto il giudice, ricordando che è solo un custode per le generazioni future.

Trump ha già annunciato ricorso, sostenendo che il progetto è finanziato da donatori privati e non richiede autorizzazioni.

Cuba

A Cuba arriva una nave, e diventa una notizia globale. Una petroliera russa con circa 730 mila barili di greggio è attraccata al porto di Matanzas: è la prima consegna in tre mesi, in un Paese piegato da blackout, carenze di cibo e una crisi energetica sempre più profonda.

L’isola produce solo una parte del carburante di cui ha bisogno e dipende dalle importazioni. Ma quelle rotte si sono interrotte: prima il Venezuela, storico fornitore, poi anche il Messico, sotto pressione statunitense. Sullo sfondo, la crisi politica venezuelana dopo la cattura del presidente Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti a gennaio 2026, che ha sconvolto gli equilibri regionali.

Eppure questa nave è arrivata lo stesso. Washington ha lasciato passare il tanker russo, parlando di una decisione caso per caso, anche per ragioni umanitarie, senza però modificare ufficialmente il regime di sanzioni.

Per Cuba significa pochi giorni di respiro: abbastanza diesel per coprire circa una settimana di fabbisogno. Non una soluzione, ma una pausa.

E mentre la politica globale gioca a blocchi e pressioni, sull’isola la gente aspetta semplicemente che torni la luce.

Venezuela

La riapertura dell’ambasciata statunitense a Caracas viene accolta dalle opposizioni venezuelane come un passaggio chiave verso una possibile “transizione politica”. Dopo anni di rottura diplomatica, il ritorno degli Stati Uniti segna un cambio di fase nei rapporti tra Washington e il Paese sudamericano.

Per il blocco antichavista, è un segnale di stabilizzazione e una possibile garanzia per elezioni più trasparenti e istituzioni più solide. Anche alcune ONG parlano di un’opportunità per rafforzare il rispetto dei diritti umani.

Ma questo processo nasce dentro una realtà molto più controversa: il riavvicinamento arriva dopo l’operazione militare statunitense che a gennaio ha portato alla cattura di Nicolás Maduro e all’insediamento di un governo ad interim guidato da Delcy Rodríguez.

E allora il punto resta aperto: è davvero una transizione democratica, o un nuovo equilibrio costruito sotto pressione internazionale?

Per ora, quello che è certo è che il Venezuela entra in una nuova fase. Ma capire chi la sta guidando – e per conto di chi – è un’altra storia.

Perù

A due settimane dalle elezioni presidenziali in Perù, il vero protagonista è l’incertezza. Nessuno dei 35 candidati si avvicina al 50% necessario per vincere al primo turno, e i due favoriti restano sotto il 13%.

In testa c’è Keiko Fujimori, seguita da Rafael López Aliaga, mentre il resto dei candidati è molto distante. Ma il dato più rilevante è un altro: oltre un quarto degli elettori è ancora indeciso.

Un’enorme fetta di voto che può cambiare tutto all’ultimo momento.

Il 12 aprile, circa 27 milioni di peruviani voteranno non solo per il presidente, ma anche per il Parlamento.

India

In India si prepara un nuovo censimento che, oltre a contare una popolazione di circa 1,4 miliardi di persone, registrerà anche l’appartenenza alle caste.

Un dato che non veniva raccolto da quasi un secolo, dai tempi del dominio coloniale britannico.

Una scelta che riapre un tema profondamente divisivo, tra esigenze statistiche e il rischio di rafforzare un sistema sociale ancora segnato da profonde disuguaglianze.

Cina e Stati Uniti

Tra Stati Uniti e Cina cresce una tensione silenziosa, fatta più di segnali che di rotture. Ogni settimana senza un incontro diretto tra Donald Trump e Xi Jinping aggiunge nuove frizioni: dalle indagini commerciali avviate da Pechino contro Washington, fino alla visita di senatori americani a Taiwan per rafforzare la difesa dell’isola.

Sul tavolo resta soprattutto il nodo economico, ma a complicare tutto è anche la guerra con l’Iran, che sta destabilizzando i mercati globali e pesa direttamente sugli interessi cinesi.

Eppure, nessuna delle due potenze sembra voler rompere davvero. Sono in corso contatti diplomatici, missioni preparatorie, tentativi di tenere aperto il dialogo in vista di un possibile vertice a maggio.

Perché il punto è chiaro a entrambi: la competizione continua, ma una crisi aperta tra le due principali economie del mondo sarebbe un rischio troppo grande.

Giappone

Un terremoto di magnitudo 5 ha colpito l’area di Tokyo, con epicentro nella regione di Ibaraki. Nessuna allerta tsunami e, al momento, non si segnalano danni gravi.

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