24 aprile 2026 – Notiziario Africa
Scritto da Elena Pasquini in data Aprile 24, 2026
- Miseria, fuga, proteste, il Senegal cerca diuscire dalla morsa del debito
- Dakar vuole un nuovo ruolo internazionale, tra diplomazia e minaccia jihadista
- L’equilibrio fragile di un Paese che vuole sfruttare le sue ricchezze ma anche proteggerle.
- Le mangrovie salvate dal sapere delle donne
Questo e molto altro nel Notiziario Africa di Radio Bullets a cura di Elena L. Pasquini
Joal!
Mi ricordo.
Mi ricordo delle signore all’ombra verde delle verande
Delle signore dagli occhi irreali come un chiaro di luna sulla spiaggia.
[…]
Mi ricordo dei banchetti funebri fumanti del sangue degli armenti
sgozzati.
Del rumore delle liti, delle rapsodie dei griot.
[…]
Mi ricordo, mi ricordo…
La mia testa ritmando
Quale marcia stanca lungo i giorni d’Europa dove a volte
Appare un jazz orfano che singhiozza, singhiozza, singhiozza.
Joal è un villaggio che guarda l’Oceano Atlantico sulle coste del Senegal. Lo canta, villaggio natale, Léopold Sédar Senghor, poeta, primo presidente del Senegal che si scrolla di dosso il dominio coloniale e di cui citiamo soltanto alcuni versi. Presidente amato, idolatrato, ferocemente criticato, Senghor racconta la bellezza della sua terra, la fierezza del suo ultimo re, l’eleganza delle sue donne, la musica, la danza, la lotta. Canta la nostalgia da quell’Europa dove si spegnerà la sua vita nel 2001. Tra i padri dell’Africa moderna, eppure incarnazione di una “civiltà eurafricana”, uomo di sangue africano e “cultura meticcia”, come scriveva Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio nel 2016.
È che con questo canto d’amore che vi conduciamo nel Senegal di oggi, nelle sue contraddizioni, le stesse di Senghor, nel Paese che lotta con il peso del passato, a cavallo tra due mondi, e che si vuole fare centro di nuovi equilibri geopolitici. Un Paese che sa di contare tanto, davvero tanto, in questo nostro Pianeta affamato delle ricchezze che la sua terra nasconde.
Iniziamo dalle sue coste, quelle che Senghor sognava e da cui invece oggi si scappa verso l’Europa. È da qui che vi raccontiamo del tentativo di far fronte ad una impressionante crisi del debito ed evitare ad ogni costo il default. Senegal, Paese di miserie ma anche di immense ricchezze minerarie, il cui sfruttamento mette, però, a rischio un ambiente già fragilissimo e vulnerabile, anche di questo vi raccontiamo oggi. Andiamo, poi, a Dakar, dove si è tenuto il Forum sulla pace e la sicurezza dell’Africa, e dove il Senegal ha cercato di ritagliarsi un ruolo di primo piano nella scena internazionale: al centro dell’agenda, la minaccia dell’insurrezione islamista nel Sahel e la sovranità africana.
E ancora, la battaglia per salvare le foreste di mangrovie e il progetto del Goethe-Institut di Dakar dell’architetto burkinabè, vincitore del premio Pritzker, Francis Kéré.
Sempre, infine, la musica, con il rap di Hakill.
Oggi, 24 aprile 2026.
La crisi del debito
Gli uomini sono in fila, il volto contro il muro. Un soldato con il mitra in mano li sorveglia. Così la stampa senegalese racconta lo smantellamento di una rete di trafficanti di migranti. Una decina di giorni fa, un’operazione di polizia ha fermato l’ennesimo viaggio della speranza che dalle coste africane tenta di raggiungere l’Europa attraverso le isole Canarie. È stata sequestrata una piroga di fortuna nella regione senegalese della Casamance, sulla quale avrebbero dovuto viaggiare circa 200 persone, lungo una delle rotte di migrazione più pericolose e meno raccontate del mondo. Il prezzo per il viaggio: 400.000 franchi CFA, più di seicento euro.
Dalle coste del Senegal si fugge, fuggono i senegalesi per la troppa miseria, nonostante i rischi del viaggio: “Negli ultimi anni, la rotta migratoria dalla costa dell’Africa occidentale alle Isole Canarie è diventata una delle principali vie utilizzate dai migranti per raggiungere l’Unione Europea … I venti violenti e le forti correnti rendono la traversata molto pericolosa. Numerosi resoconti descrivono i pericoli del viaggio, soggetto ai capricci del tempo, ai guasti al motore, alla sete e alla fame”, spiega Info Migrants.
Chi non può partire, chi resta in Senegal, invece, scende in piazza, protesta, chiede al governo di Bassirou Diomaye Faye di mantenere le promesse. All’inizio del mese, in centinaia, mobilitati dai sindacati e dall’opposizione, hanno sfilato per le strade di Dakar, perché la vita, raccontano cartelli e grida, è diventata impossibile, sempre più cara.
“Non è questo che avevano promesso alla gente. Avevano detto che avrebbero creato posti di lavoro e sviluppato il Paese, ma hanno fatto esattamente il contrario”, ha dichiarato all’Associated Press Pape Laobe Samb, un uomo che ha lavorato al porto per oltre 12 anni prima di essere licenziato. È uno dei 700 dipendenti che hanno perso il posto di lavoro in un piano di riforme istituzionali “lacrime e sangue”, racconta Africa News.
A febbraio, le proteste avevano coinvolto gli studenti universitari che non ricevevano più i soldi delle borse di studio, proteste di quei giovani che sono stati fondamentali nell’elezione di Faye, e che sono state represse con violenza. Un ragazzo, Abdoulaye Ba, è morto nelle giornate di agitazione.
Eletto due anni fa, Faye è salito al potere grazie al voto di un popolo stremato in un Paese invece ricchissimo di risorse, di gas naturale, di petrolio, di minerali. Lotta alla corruzione, sovranità su quelle immense ricchezze gestite fino ad ora dalle grandi multinazionali, redistribuzione e riforme sociali, è stato l’ambizioso programma elettorale di Faye. Ma il giovanissimo presidente, che vuole rappresentare una rottura con il passato, è stato invece travolto da una spaventosa crisi del debito, ereditata dal suo predecessore.
Si è scoperto nei conti dello Stato un buco nascosto di circa 13 miliardi di dollari che ha lasciato il nuovo governo senza risorse per le riforme, ha fatto bloccare un finanziamento da 1,8 miliardi del Fondo monetario internazionale e impedito l’accesso del Paese ai mercati finanziari, scatenando una reazione a catena in un Senegal già fragilissimo, segnato da una galoppante disoccupazione giovanile, da una forte sperequazione sociale, con la povertà che attanaglia in particolare le zone rurali, vulnerabile ai rischi climatici e alle fluttuazioni dei prezzi delle materie prime.
A New York, la scorsa settimana, i ministri senegalesi hanno fatto qualche passo avanti incontrando il FMI nel tentativo di rinegoziare il prestito bloccato. Possibilità che sembra, però, non dietro l’angolo, anche perché le previsioni di crescita del Paese per il 2026 sono state ritoccate al ribasso proprio dal FMI: dal 3% al 2,2%, ben al di sotto della media dell’Africa subsahariana, che si attesta intorno al 4,5%.
Il Senegal sarebbe, intanto, uno dei Paesi africani a maggior rischio di default nei prossimi anni.
Geopolitica e sicurezza
A guardare la mappa dell’Africa e l’immensa distesa del Sahel, il Senegal appare come un piccolo fazzoletto di terra ai margini di un mondo assai più vasto. Eppure, sempre di più, sembra appartenere al suo centro. In un tempo di profonde trasformazioni politiche, di insicurezza crescente e ricerca di nuovi equilibri, il Senegal, con la sua relativa stabilità e solidità istituzionale rispetto ai vicini, ambisce a un ruolo di primo piano nella regione.
All’inizio di questa settimana, Dakar è tornata a farsi capitale diplomatica dell’Africa, per la decima edizione del Forum internazionale per la pace e la sicurezza, il Forum di Dakar, che si è tenuto lunedì e martedì. L’agenda l’hanno dettata i grandi mutamenti di questi anni.
Il terrorismo di matrice islamista avanza, minaccia i piccoli Paesi affacciati sul golfo di Guinea, il Benin, il Togo, il Ghana e tiene in allerta il Senegal che teme l’effetto spill-over dalla sua frontiera sudorientale, con il rischio di infiltrazioni e traffici transfrontalieri. Arriva dal Mali, dal Niger e dal Burkina Faso il timore dell’allargamento di un conflitto ormai decennale e che sembra incoercibile.
Come è arrivata dai tre Paesi più colpiti dall’insurrezione jihadista l’ondata di colpi di Stato che hanno portato al potere giunte militari, hanno tolto alla Francia, ex-potenza coloniale, il suo ruolo di interlocutore privilegiato nella regione e di attore militare – che con l’elezione di Faye è stata costretta a lasciare anche tutte le sue basi in Senegal – e hanno portato all’indebolimento dell’Ecowas, la comunità di Paesi dell’Africa occidentale che rappresentava la struttura portante dell’architettura d’integrazione regionale, da cui Mali, Niger e Burkina Faso si sono formalmente separati, creando una profonda spaccatura nella regione.
“Oggi, nessuna parte del mondo è risparmiata dalle turbolenze. Per l’Africa, ciò significa sfide strutturali persistenti e minacce sistemiche crescenti”, aveva detto il ministro degli Esteri senegalese, Cheikh Niang, nel lanciare il summit.
Per due giorni, circa un centinaio di esperti, rappresentanti politici, diplomatici e militari, hanno cercato un terreno comune di confronto. Le tensioni, però, non sono mancate.
“I ministri degli esteri di Niger e Mali hanno accusato i paesi vicini di sponsorizzare il terrorismo”, scrive Reuters, pur restando disposti a cooperare con l’Ecowas. “Ci sono paesi confinanti che attualmente ospitano gruppi terroristici, li sostengono o ricevono frequentemente forze ostili che conducono operazioni contro di noi”, ha dichiarato, senza far nomi, il ministro degli Esteri maliano Abdoulaye Diop all’agenzia Reuters a margine del forum.
Lungo le faglie che attraversano l’Africa occidentale, il presidente senegalese, che ha basato la sua “campagna elettorale su idee antifrancesi e di sinistra, è ora considerato più vicino alle giunte che hanno espulso militari e diplomatici francesi”, scrive Feidel Amakye Owusu, consulente geopolitico e di sicurezza su GIS Reports. Sotto la sua presidenza, la politica estera senegalese ha compiuto una svolta rispetto all’intransigenza verso i golpisti del suo predecessore, Macky Sall.
“Il neoeletto presidente del Senegal … è stato nominato dall’ECOWAS, in occasione del suo ultimo vertice ad Abuja, in Nigeria, mediatore speciale tra i governi militari del Sahel e il blocco. Dakar non aveva mai svolto prima d’ora il ruolo di mediatore nelle controversie tra le giunte militari e l’ECOWAS … Quando i colpi di Stato ebbero inizio nel 2020, il Senegal fu tra i paesi che appoggiarono le sanzioni … si unì anche alla Nigeria e ad altri paesi nel minacciare un’azione militare per reinsediare il presidente deposto del Niger, Mohamed Bazoum”, aggiunge Owusu.
Se il tema principale del Forum è rimasto quello della sicurezza e delle sfide poste dalla minaccia del terrorismo, la sovranità africana è stata l’altro grande tema al centro degli incontri. Tema forte, non solo per i Paesi dell’Africa occidentale e del Sahel, ma per tutto il continente. Sovranità che va declinata come sovranità sulle risorse – oggetto di un vero e proprio nuovo “Scramble for Africa”, corsa all’accaparramento delle sue ricchezze – ma sovranità anche nella gestione della sicurezza e nella governance globale.
Un ulteriore capitolo di una tendenza che sta attraversando un Paese dopo l’altro e che riecheggia nelle parole dei leader delle giunte militari dei Paesi del Sahel, come nelle scelte politiche del governo del Senegal guidato da Faye, come negli slogan delle campagne elettorali di tutto il continente: l’Africa agli africani.
Tra sviluppo ed emergenza ambientale
Ricco e fragilissimo, il Senegal attende la sua rinascita dal fondo del mare e dalla sabbia, anche se è da quel mare e da quella sabbia che può arrivare la sua rovina.
Basta guardare alle sue coste Nord, verso la foce del fiume che dà il nome al Paese, verso il confine con la Mauritania, per ritrovarsi a camminare sul bordo del baratro.
Saint Louis e i villaggi dei dintorni sono sempre stati villaggi di pescatori, dal mare hanno tratto per secoli di che vivere. Poi, con il clima che cambia, quel mare è diventato mareggiate, inondazioni e sfollamento. Vivono ancora in attesa di una casa permanente le persone che l’hanno persa nelle mareggiate di dieci anni fa. Sfollati climatici che abitano la baraccopoli di Khar Yalla, da un decennio con la vita incerta, scrive l’organizzazione per i diritti umani Human Rights Watch, che ha visitato a fine marzo chi ancora attende nell’infinito limbo.
“Le famiglie di Khar Yalla (però) non sono sole. Centinaia di altre famiglie sono state sfollate internamente in tutto il Senegal a causa delle mareggiate costiere. Secondo il Centro di monitoraggio degli sfollati interni, solo nel 2024 oltre 57.000 persone sono state sfollate a causa delle inondazioni …. Con l’accelerazione dei cambiamenti climatici, è probabile che aumenti il numero di persone sfollate a causa di disastri e che necessitano di una soluzione duratura”, spiegano gli analisti di HRW, nonostante il Senegal abbia già investito più di molti altri Paesi per sostenere le comunità costrette a lasciarsi tutto alle spalle.
Ma non è soltanto il cambiamento climatico a minacciare la vita di chi abita le coste del Senegal. È la fame del mondo di energia e minerali strategici. Minerali che sono però anche una risorsa cruciale per risollevare l’economia del Paese, mierali da cui Bassirou Diomaye Faye ha iniziato la sua battaglia per la sovranità senegalese. Punta moltissimo, il governo di Faye, sull’economia estrattiva che vuole togliere al controllo delle grandi multinazionali: gas, petrolio, minerali strategici.
Il governo di Faye ha revocato 71 licenze minerarie, ha bloccato i conti della filiale di un gigante indonesiano come Indorama, e ha messo in discussione il contratto di sfruttamento del giacimento off-shore, Greater Tortue Ahmeyim, il GTA, un giacimento davanti alle coste di Saint Louis in fase di sviluppo congiunto da parte della multinazionale petrolifera BP, della statunitense Kosmos Energy e delle compagnie petrolifere nazionali di Senegal e Mauritania, scoperto durante la presidenza di Macky Sall. Secondo Reuters, una revisione governativa ha stabilito che il contratto per la fornitura di gas era fortemente sbilanciato a favore del governo e economicamente iniquo, il che ha spinto il Senegal a chiedere una rinegoziazione.
“Queste iniziative fanno seguito alle promesse fatte dal governo … nel 2024 di sottoporre a verifica e rinegoziare gli accordi sulle risorse del Senegal, un’iniziativa volta a risanare le finanze del Paese, fornire gas a prezzi più accessibili a industrie e famiglie e migliorare la trasparenza economica complessiva”, scrive Business Insider Africa. “Una nuova era degli idrocarburi”, la chiamano, anche se ci sono progetti per produrre allo stesso tempo energia da fonti rinnovabili, che dovrebbe servire a rimpinguare le casse vuote dello Stato, a rendere meno costosa l’energia per la popolazione più povera e redistribuire ricchezza sul territorio.
Ma lo sfruttamento del gas off-shore, come quello delle altre risorse minerarie, non è però soltanto una gallina dalle uova d’oro. Il GTA è vicinissimo proprio a una delle più grandi comunità di pescatori del Paese. A febbraio, un’associazione di pescatori artigianali e una ONG hanno fatto ricorso, ricorso ritenuto ammissibile, presso l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) accusando “le compagnie energetiche di negare ai pescatori artigianali locali l’accesso all’area circostante il GTA, compromettendo i loro mezzi di sussistenza e riducendo la disponibilità di cibo per le comunità locali.
Il pesce rappresenta quasi il 70% delle proteine animali consumate in Senegal. È una risorsa vitale per una regione che affronta una crescente insicurezza alimentare. Anche i rappresentanti della società civile contestano la validità della valutazione di impatto ambientale e sociale (VIA) redatta da BP”, spiega Mongabay.
Così come non è solo ricchezza quella che nascondono le sabbie del Senegal, lungo quelle stesse coste già ferite da mareggiate, erose, consumate. Dalle sabbie si estraggono minerali critici, quelli di cui tutto il mondo ha disperato bisogno, tra cui zircone e l’ilmenite da cui viene il titanio.
Minerali che finiscono in Europa. Il 47 percento del titanio senegalese arriva in Norvegia, il 28 percento dello zirconio in Spagna, spiega Papa Sow, ricercatore del The Nordic Africa Institute. L’ilmenite che “viene estratta a cielo aperto e la cui lavorazione richiede notevoli quantità di acqua. I residui minerari sono un grave inquinante delle falde acquifere e causano malattie. Le comunità più colpite sono quelle che vivono nei pressi dei siti minerari”, spiega l’analisti dell’istituto svedese.
Così come lo zirconio, che si estrae con metodi di dragaggio che stanno togliendo alle popolazioni locali la terra da cui traggono i mezzi per sopravvivere. “Il metodo di estrazione tramite dragaggio implica che le operazioni si spostino di anno in anno, distruggendo le attività economiche locali”, aggiunge. Sabbia che si aspira con la draga e se ne va via, camion dopo camion, lasciando la terra esausta e spoglia. “Attivisti, giornalisti e intellettuali che sostengono le popolazioni locali sono stati oggetto di violente molestie”, spiega ancora Sow. Tutto, dunque, si gioca adesso sull’equilibrio tra sfruttamento e un’emergenza ambientale ormai strutturale.
Foreste di mangrovie
È un labirinto di mangrovie, il delta del fiume Saloum, nell’alta Casamance. c’è un riserva della biosfera, patrimonio dell’Umanità, una zona protetta. Eppure quel delta è ancora da proteggere. A prendersene cura, in Senegal, sono le donne.
“Le donne sono profondamente legate agli ecosistemi di mangrovie e ai mezzi di sussistenza che ne derivano. Sono spesso impegnate in attività non retribuite o informali, come la raccolta di molluschi, la produzione di manufatti a base di mangrovie, la raccolta di legna da ardere e la gestione dell’alimentazione per le loro famiglie.
Con il declino delle mangrovie dovuto all’intervento umano diretto e ai cambiamenti climatici indotti dall’uomo, diminuiscono anche le risorse su cui le donne fanno affidamento per sostenere le proprie famiglie e generare reddito”, scrive Mauricio Luna Rodriguez sull’International Institute for Sustainable Development, raccontando il progetto Natur’ELLES.
Le foreste di mangrovie, spiega Rodriguez, sono fortemente degradate in molte zone costiere del Senegal e questo ha un impatto sulla biodiversità e sulle comunità che vi vivono accanto, ma anche sull’intero Pianeta. Le mangrovie sono piante preziose, per le specie che le abitano, per la vita degli esseri umani, e perché riparano le coste dalle mareggiate, sono barriera contro il mare che s’innalza.
“Le donne hanno sviluppato conoscenze e competenze locali fondamentali che possono essere sfruttate per garantire che gli interventi di ripristino siano efficaci e duraturi. Nonostante ciò, le donne sono spesso escluse dai processi decisionali sull’utilizzo delle risorse e sul ripristino degli ecosistemi a livello locale”, prosegue.
Nel 2023, il progetto Natur’ELLES ha cercato di far giocare alle donne un nuovo ruolo nei programmi di conservazione di questi ecosistemi tanto delicati e preziosi.
L’obiettivo è ripristinare la foresta, ma anche sostenere l’emancipazione economica delle donne di cui si sfrutta il sapere. Un esempio è la scelta delle specie da piantare: “Anziché affidarsi alla piantumazione di monospecie, il progetto promuove un mix di specie diverse che rispecchia la composizione naturale dell’ecosistema.
Questo approccio si basa in gran parte sul contributo delle donne locali, che mettono a disposizione la loro conoscenza delle specie che sostengono la pesca, attraggono gli uccelli o resistono alle alterazioni dovute alla salinità. Attraverso il recupero di habitat ricchi di specie, le donne e le loro comunità ottengono accesso a maggiori risorse per sostenere i propri mezzi di sussistenza”, spiega Rodriguez.
Sono inoltre quasi 1500 le donne che hanno modernizzato l’allevamento di ostriche, e 150 le persone, tra uomini e donne, formate nel rimboschimento, nella rigenerazione e oltre 190 gli ettari di mangrovie e foreste ripristinati.
Architettura
C’è un baobab al centro del nuovo Goethe-Institut di Dakar, progettato da Francis Kéré, albero sacro in Senegal, simbolo di vita e luogo di incontro della comunità. “Avevamo un terreno, degli alberi enormi e tra questi un baobab gigantesco al centro”, ha detto l’architetto originario del Burkina Faso, accogliendo i visitatori a pochi giorni dall’inaugurazione ufficiale.
“Se guardate attentamente, l’edificio forma un arco per rispettare gli alberi”, ha aggiunto Kéré, come racconta Bloomberg. L’edificio avvolge l’albero, si curva persino in alcuni punti per evitare le radici.
“Cambiare modelli di produzione e consumo insostenibili”, è questo lo sforzo di Kéré e la motivazione con cui nel 2022 ha vinto il premio Pritzker, il più ambito riconoscimento internazionale d’architettura. Una visione che si rispecchia nell’opera di Dakar.
“Ove possibile, sono stati utilizzati i principi dell’edilizia passiva per mitigare il clima tropicale costiero e la densità urbana di Dakar, a partire dall’impiego di mattoni di terra compressa realizzati con laterite locale del Senegal …. Utilizzati come muratura portante, questi blocchi generano efficacemente massa termica e consentono al contempo la realizzazione di pareti a griglia che fungono anche da schermi visivi, garantendo permeabilità alla vista e ventilazione incrociata. Questi elementi proteggono inoltre gli spazi interni dalle tempeste di sabbia dell’harmattan (venti secchi e polverosi dell’Africa occidentale provenienti dal Sahara”, spiega Aude Tollo, su Wall Paper.
Un approccio che viene dalla storia di Kéré, originario di Gando, dove propose la costruzione di una scuola con mattoni di fango. “Gli abitanti del villaggio si chiesero perché non usasse cemento e vetro, come facevano i costruttori in Europa. Ma sapeva che il cemento avrebbe richiesto l’aria condizionata e a Gando all’epoca non c’era l’elettricità”, scrive Bloomberg.
Il Goethe-Institut sorge in luogo di passaggio e rappresenta secondo le parole di Nzinga Mboup, architetta di Worofila, che ha collaborato con Kéré, “quindi diventa parte integrante di come le persone comprendono cosa può essere l’architettura a Dakar”, città che sperimenta l’emergenza climatica e che sta ripensando il modo di costruire, di usare i materiali.
“Abbiamo utilizzato laterite e terra mescolate con cemento nei mattoni, il che contribuisce a mantenere un interno fresco, come un sistema tradizionale adattato a un edificio moderno”, ha affermato Kéré. E pareti perforate per rendere l’aria sempre in movimento e le pareti fresche, permettono la ventilazione incrociata, mantenendo l’aria in movimento all’interno dell’edificio pensato, scrive Tollo, per resistere agli agenti atmosferici e durare nel tempo. Un’architettura bioclimatica, nata con un desiderio: “creare qualcosa che ispiri”, dice Kéré.
Invito all’ascolto. Oro di Hakill
Niente cambia. Ho la stessa determinazione
dei perdenti che vogliono combattereNessuna lacrima o labbra sulle mie guance.
Cresciuto duro, non mi piego sotto i colpi.Ho lasciato mia madre attraversando l’oceano.
Nello studio illuminato al neon,
faccio piccole cose con grandezza per diventare gigante.
Hakill canta una storia di resistenza, di lotta, di voglia di combattere per la propria anima, per il proprio talento, nonostante le difficoltà della vita, le pressioni. Il canto di una generazione che non molla, quello di Hakill, rapper tra i più rappresentativi della scena senegalese. Canto che sembra quello di un’intera generazione di cui Hakill è stato portavoce nelle proteste che hanno scosso il Paese nel 2021. Intimo, personale, il brano eppure profondamente legato ai problemi politici e sociali del suo Paese, ricerca artistica, mai solo estetica, sempre che guarda al futuro.
“Hakill è un artista dal sound inconfondibile e una delle voci rap più vivaci del Senegal. “Oro” è un brano rap melodico, perfetto per i club, con un flow serrato e ben ritmato. In un anno che ha visto un’esplosione di talenti provenienti dalla parte francofona dell’Africa occidentale, Hakill si distingue per la sua arte avvincente e la sua versatilità musicale”, scrive Okay Africa.
Con la musica chiudiamo anche oggi il nostro notiziario Africa, ringraziandovi per essere stati con noi. Le notizie dal mondo tornano lunedì, ma con il Senegal vi diamo appuntamento nella nostra prossima diretta, che questa settimana è saltata per motivi tecnici. Ci saranno con noi le voci di Progetto Senegal a raccontarci dal campo il Senegal di oggi.
Foto di copertina: Simonetta Pugnaghi su Unsplash
Musica: King David – Ponds5
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