23 aprile 2026 – Notiziario Mondo
Scritto da Barbara Schiavulli in data Aprile 23, 2026
- Libano: uccisa un’altra giornalista.
- Iran–USA: Lo stretto sempre più stretto. Iran, esecuzioni silenziose nelle carceri.
- Pescatori fantasma, accuse agli Stati Uniti nel Pacifico.
- GSF: verso Gaza, di nuovo a sfidare il blocco.
- Onu: allarme per il numero di esecuzioni legate alla droga a Singapore.
- Nepal: si dimette il ministro degli Interni.
- Stati Uniti, scossa al Pentagono: silurato il capo della Marina.
- Il Papa chiude il tour in Africa con la parola Libertà.
Iran e il cessate il fuoco
Partiamo dallo Stretto di Hormuz, uno dei punti più delicati del pianeta, dove passa circa un quinto del petrolio mondiale. E dove, nelle ultime ore, la tregua annunciata sembra già scricchiolare.
Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica ha aperto il fuoco contro una nave cargo, secondo le autorità britanniche senza preavviso. Nessuna vittima, ma danni sì.
Versione opposta da Teheran: la nave avrebbe ignorato gli avvertimenti. Non solo. Due imbarcazioni commerciali straniere sono state sequestrate e portate verso le coste iraniane.
È una risposta diretta. Il giorno prima gli Stati Uniti avevano intercettato e sequestrato una petroliera legata all’Iran. Non è escalation dichiarata, ma è guerra di attrito. Di quelle che non fanno titoli immediati, ma cambiano gli equilibri.
E infatti, poche ore dopo aver annunciato l’estensione del cessate il fuoco, Donald Trump si è trovato già a rincorrere gli eventi.
Trump ha annunciato una proroga “indefinita” della tregua con l’Iran. Ma “indefinita”, nella pratica, significa altro. La Casa Bianca parla di pochi giorni, tre o cinque al massimo. Il tempo per Teheran di presentare una proposta.
Nel frattempo però il blocco navale resta. Le navi americane restano. La pressione resta.
E qui sta il punto: l’Iran non si fida. Lo ha detto chiaramente il suo rappresentante alle Nazioni Unite: niente nuovi negoziati finché il blocco non verrà revocato.
Sul tavolo c’è Islamabad, con il Pakistan che prova a fare da mediatore. Ma la mediazione si regge su una promessa non mantenuta: la fine del blocco. E senza quella, il dialogo è congelato.
Quindi sì, c’è una tregua, ma è una tregua che non ferma davvero nulla.
Intanto il conflitto si traduce in numeri. E non sono piccoli.
Il commissario europeo all’energia Dan Jørgensen ha parlato chiaro: la guerra con l’Iran costa all’Europa circa 500 milioni di euro al giorno.
Non è un picco temporaneo. È una crisi strutturale. Paragonata addirittura a quelle del 1973 e del 2022 messe insieme.
Questo significa, bollette più alte, instabilità energetica, economie sotto pressione. E soprattutto una dipendenza che torna a farsi sentire proprio mentre si pensava di averla ridotta.
C’è poi una guerra che non si vede subito. Ma che resta.
Secondo CNN, nel Golfo Persico e nello stesso Stretto di Hormuz sono visibili dallo spazio diverse fuoriuscite di petrolio. Una, vicino all’isola iraniana di Qeshm, si estende per oltre otto chilometri.
Colpite petroliere, infrastrutture, navi. E il petrolio finisce in mare.
Gli esperti parlano già di possibile disastro ecologico. Perché queste macchie non spariscono con una tregua. Restano, si allargano, entrano negli ecosistemi.
E mentre la diplomazia discute, il mare assorbe.
Infine, la risposta internazionale.
Regno Unito e Francia stanno guidando un’iniziativa militare con oltre 30 Paesi per proteggere la navigazione nello Stretto. L’obiettivo dichiarato è difensivo: garantire il passaggio delle navi e riaprire la rotta quando possibile.
Il piano nasce dopo un vertice tra Keir Starmer e Emmanuel Macron.
Ma anche qui, il linguaggio conta. “Missione difensiva” significa presenza militare stabile. E presenza militare stabile, in un’area così, significa una cosa sola: il rischio resta.
Iran
In Iran almeno cinque prigionieri sono stati giustiziati negli ultimi giorni, secondo l’organizzazione per i diritti umani Hengaw Organization for Human Rights.
Le esecuzioni sono avvenute in diverse carceri, tra Kermanshah, Zanjan e Kashan, e riguardano uomini condannati per omicidio secondo il principio del qisas, la legge iraniana basata sulla giustizia retributiva.
Tra loro anche due detenuti curdi e due di etnia turca. Alcuni erano in carcere da anni, uno era padre di un bambino.
Tutte le esecuzioni sarebbero avvenute senza annunci ufficiali da parte delle autorità o dei media statali.
Ed è questo il punto più difficile: non solo la pena capitale, ma la sua opacità.
Perché quando la morte resta fuori dai comunicati, diventa ancora più difficile da raccontare e da contestare.
Libano
Nel sud del Libano è stata uccisa la giornalista Amal Khalil, in quello che appare come un attacco mirato.
Secondo il quotidiano Al-Akhbar, Amal Khalil e la fotoreporter freelance Zeinab Faraj stavano seguendo gli attacchi nella zona di Bint Jbeil quando un primo raid ha colpito un’auto davanti a loro. Si sono rifugiate in una casa. Pochi minuti dopo, quell’edificio è stato bombardato.
I soccorsi sono stati ostacolati. La Croce Rossa ha avuto accesso solo parziale, sotto il fuoco, riuscendo a evacuare Faraj, gravemente ferita, ma non subito Khalil, poi dichiarata morta.
Il Committee to Protect Journalists parla di possibile grave violazione del diritto umanitario: attacchi ripetuti sulla stessa area, colpiti anche i soccorritori.
Israele non ha commentato. Dall’inizio della guerra, almeno 14 giornalisti sono stati uccisi in Libano. A Gaza, oltre 260.
Raccontare la guerra, oggi, significa sempre più spesso diventarne parte. E bersaglio.
Un attacco con drone israeliano ha colpito il villaggio di Jabbour, uccidendo una persona e ferendone altre due. Nelle stesse ore, un altro raid ha centrato un’auto ad at-Tiri, dove è stata uccisa la giornalista, sempre nel sud del Paese, provocando altri due morti, motivo per il quale i reporter si erano avvicinati.
Ma non sono episodi isolati. Sono parte di una continuità operativa.
Israele prosegue con demolizioni sistematiche in diverse aree del sud, da Bint Jbeil fino ai villaggi di Beit Leef, Shamaa, Tayf Harfa e Hanin.
Case rase al suolo, infrastrutture cancellate, territori svuotati lentamente. E nel frattempo, artiglieria e bombardamenti continuano a colpire località come Houla e Al-Qusayr.
La tregua, formalmente, è ancora in piedi, ma nei fatti è già oltre.
E infatti la risposta non si è fatta attendere. Hezbollah ha rivendicato il lancio di razzi e droni contro postazioni di artiglieria israeliane, parlando apertamente di risposta alle violazioni. Un attacco ha colpito una posizione a Kfar Jaladi, un altro, con drone esplosivo, ha preso di mira Al-Bayyada.
È un equilibrio che si regge su una formula fragile: colpire senza far esplodere tutto. Ma ogni attacco accorcia la distanza tra contenimento e escalation.
I numeri aiutano a capire meglio. Nei primi tre giorni di tregua, tra il 16 e il 19 aprile, sono state registrate 220 violazioni israeliane. Non una percezione, ma un conteggio dettagliato.
Cinquantadue bombardamenti di artiglieria. Cinquanta operazioni di demolizione e mine. Trenta violazioni aeree tra jet e droni. Pattugliamenti armati, attacchi mirati, perfino l’uso di fosforo e dispositivi sonici.
In totale, almeno tre morti e sette feriti. Tra loro anche soccorritori. E in Francia muore il secondo militare ONU che era stato ferito in Libano 5 giorni fa.
Quindi la domanda non è più se la tregua regge. La domanda è: esiste davvero?
Nel frattempo, sul piano politico, qualcosa si muove. Il presidente libanese Joseph Aoun ha confermato che sono in corso contatti per estendere la tregua, mentre si prepara a un incontro diretto con Israele.
Un passaggio delicato, anche perché Beirut proverà a portare sul tavolo due richieste precise: estendere il cessate il fuoco e fermare le demolizioni israeliane nel sud del Paese.
Ma il problema è che la diplomazia corre sempre dietro agli eventi.
Perché mentre si negozia, le case vengono abbattute. Mentre si discutono le condizioni, i droni continuano a volare. Mentre si parla di tregua, la guerra cambia forma ma non si ferma.
E il sud del Libano resta sospeso. Non più pienamente in guerra, ma nemmeno davvero in pace.
Palestina e Israele
A Gaza si continua a morire. Anche nelle ultime 24 ore: due palestinesi uccisi, uno in nuovi attacchi e uno per ferite precedenti. Quattro i feriti.
Ma questi numeri, ormai, si perdono dentro altri numeri. Più grandi. Più difficili da sostenere.
Dall’inizio della guerra, il 7 ottobre 2023, il bilancio ha superato i 72.500 morti e i 172.000 feriti secondo il Ministero della Sanità palestinese. E c’è un altro dato che pesa ancora di più, perché racconta la contraddizione di questa fase.
Dall’11 ottobre, cioè dal primo giorno pieno di quella che viene chiamata tregua, Israele ha ucciso almeno 786 palestinesi e ne ha feriti oltre 2.200. A questi si aggiungono più di 700 corpi recuperati sotto le macerie.
Quindi la tregua non solo non ferma la guerra. La accompagna.
E la scena si ripete ogni giorno. A Jabaliya, un drone israeliano ha colpito persone che stavano cercando di liberare le loro case dalle macerie. Una di loro è morta. Altre sono rimaste ferite.
A Beit Lahia, nel nord della Striscia, nuovi bombardamenti hanno colpito aree civili, lasciando altri feriti.
Ma la guerra non resta confinata a Gaza. Si allarga.
In Cisgiordania occupata, nei pressi di Ramallah, le forze israeliane hanno aperto il fuoco su un corteo funebre nel villaggio di Al-Mughayyir. Munizioni vere, granate stordenti, gas lacrimogeni.
Il funerale era per due palestinesi uccisi il giorno prima in un attacco di coloni contro una scuola. Uno di loro aveva 14 anni.
La violenza entra anche nei rituali della morte. E li spezza.
A Masafer Yatta, mentre i coloni attaccavano proprietà palestinesi, l’esercito ha arrestato un uomo. A Gerusalemme Est è stato fermato un operatore umanitario.
È una pressione continua, fatta di raid, arresti, incursioni. Una normalità costruita giorno dopo giorno.
C’è poi un altro fronte, meno visibile ma altrettanto duro.
Almeno 90 donne palestinesi sono detenute nelle carceri israeliane. Tra loro ci sono minori, una donna incinta, giornaliste, detenute amministrative senza accuse formali.
Secondo la Palestinian Prisoners’ Society, le condizioni includono fame, isolamento, mancanza di cure mediche e abusi sessuali.
Qui la guerra non è fatta di bombe. È fatta di corpi controllati, compressi, invisibili.
E mentre tutto questo accade, anche il tentativo politico di costruire qualcosa si incrina.
Quattro membri del comitato palestinese inserito nel cosiddetto “Board of Peace” voluto da Donald Trump hanno offerto le dimissioni.
Il motivo è semplice: non possono lavorare. Non possono entrare a Gaza. Israele blocca l’accesso, chiedendo prima il disarmo di Hamas.
Il risultato è che l’unico organismo che include rappresentanza palestinese resta fermo, bloccato al Cairo.
Le dimissioni sono state respinte dal diplomatico Nickolay Mladenov, che ha chiesto loro di restare perché la pace esiste nei nomi, non nei fatti.
Intanto, il conflitto si muove anche altrove.
Nel Golan siriano, in area di Quneitra, le forze israeliane hanno condotto raid in diversi villaggi, arrestando almeno tre persone, tra cui due bambini.
E poi c’è il piano simbolico. Quello che costruisce la narrazione.
Israele ha scelto come portatore di torcia per il Giorno dell’Indipendenza Avraham Zarbiv, riservista dell’esercito e giudice rabbinico, accusato in una denuncia alla Corte Penale Internazionale per il suo operato a Gaza.
È diventato noto per video in cui lancia granate, demolisce case palestinesi, e racconta tutto in televisione.
Il suo nome, in Israele, è diventato un verbo, significa distruggere.
E questo forse è il passaggio più netto. Perché quando la distruzione diventa linguaggio, non è più solo guerra, diventa cultura.
Global Sumud Flotilla
Per me è un po’ un deja vu. E mi sembra quasi impossibile che siano già passati sei mesi, eppure, sta per salpare una delle più grandi missioni civili mai dirette verso Gaza. Ha tenuto lo stesso nome Global Sumud Flotilla: quasi cento imbarcazioni, circa mille persone tra attivisti, operatori umanitari, sindacalisti e persone normali come eravamo noi.
Le prime partenze sono previste da Augusta, in Sicilia, con altre navi da Barcellona e Marsiglia. L’obiettivo è portare aiuti umanitari aggirando il blocco navale imposto da Israele.
Vi ricordo che non è solo una missione umanitaria. È una sfida politica.
Israele ha già definito iniziative simili “provocazioni”, sostenendo il diritto di far rispettare il blocco durante la guerra contro Hamas. L’ultima flotilla, la nostra ad ottobre fu intercettata in acque internazionali: navi sequestrate, attivisti arrestati e poi rilasciati.
Questa volta la mobilitazione è più grande, più organizzata, più esposta. E anche più rischiosa.
Gli organizzatori lo sanno, ma puntano su un effetto preciso: rompere l’assedio, almeno simbolicamente, e costringere governi e opinione pubblica a guardare.
Perché il vero obiettivo, oltre agli aiuti, è aprire un corridoio umanitario. Perché il blocco a Gaza non è altro che una punizione collettiva, e nessuno dovrebbe accettarlo.
Guinea Equatoriale
Si chiude tra pioggia e tensione il viaggio africano di Papa Leone XIV, arrivato in Guinea Equatoriale, uno dei Paesi più repressivi della regione.
Durante la visita a una prigione nella città di Bata, i detenuti hanno gridato “Libertà, libertà” mentre il pontefice chiedeva condizioni più dignitose e accesso a studio e lavoro.
Un momento potente, in un Paese guidato dal 1979 da Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, il presidente più longevo al mondo, dove le organizzazioni per i diritti umani denunciano detenzioni arbitrarie e abusi sistematici.
Il Papa ha anche denunciato le disuguaglianze durante una messa a Mongomo, davanti a decine di migliaia di persone e alla stessa leadership politica.
Ma resta un equilibrio delicato: parole forti, senza però entrare apertamente su alcuni dossier sensibili, come quello dei migranti deportati dagli Stati Uniti.
È il segno di una diplomazia che prova a parlare senza rompere. Anche quando, sotto la superficie, la realtà grida.
Regno Unito
Nel Regno Unito il Parlamento ha approvato una misura destinata a cambiare radicalmente il rapporto con il fumo: chi è nato dal 2009 in poi non potrà mai acquistare tabacco, per tutta la vita.
La legge, definita dal ministro della Salute Wes Streeting come “il più grande intervento sanitario di una generazione”, punta a creare di fatto una società senza fumatori nel lungo periodo.
Non solo. Arrivano nuove restrizioni anche su sigarette elettroniche: controllo su aromi, pubblicità e confezioni, e ampliamento delle aree smoke-free, inclusi parchi giochi, ingressi di scuole e ospedali, e auto con minori.
Il contesto è pesante: in Inghilterra il fumo provoca circa 64.000 morti l’anno e centinaia di migliaia di ricoveri, con un costo enorme per il sistema sanitario.
È una scelta radicale. Non vieta a tutti di fumare. Ma decide chi non inizierà mai.
Olanda
La Corte Penale Internazionale ha respinto il ricorso dell’ex presidente filippino Rodrigo Duterte, confermando la propria giurisdizione sul caso.
Duterte, oggi 81enne, è accusato di crimini contro l’umanità per la sua guerra alla droga, con omicidi avvenuti sia quando era sindaco di Davao sia durante la presidenza, fino al 2019.
La difesa sosteneva che, essendo le Filippine uscite dalla Corte, il processo non potesse andare avanti. Ma i giudici hanno ribadito un punto chiave: i presunti crimini risalgono a quando il Paese era ancora membro.
Il ricorso è stato respinto su tutti i punti. E con questo, si riapre concretamente la strada a un processo.
È un passaggio importante: perché stabilisce che uscire da un trattato non cancella ciò che è accaduto prima.
Ungheria
L’Ungheria ritira il veto su un maxi prestito europeo da 106 miliardi di dollari all’Ucraina. La svolta arriva dopo la riparazione dell’oleodotto Druzhba, che ha riattivato il flusso di petrolio russo verso Ungheria e Slovacchia.
Il presidente Volodymyr Zelenskyy chiede ora all’Unione Europea di rispettare gli impegni, mentre denuncia lo stallo sulle nuove sanzioni contro Mosca.
Dietro l’accordo, una realtà chiara: anche in guerra, l’energia resta leva politica. E senza petrolio, le alleanze iniziano a scricchiolare.
Ucraina
In Ucraina la guerra continua a colpire dove fa più male: le infrastrutture.
Nella notte, droni russi hanno attaccato il porto di Odessa, uno dei nodi vitali per l’export ucraino sul Mar Nero. Danneggiati moli, magazzini e linee ferroviarie. Non è solo un attacco militare, è un colpo alla capacità del Paese di muovere merci, di restare economicamente in piedi.
E poi c’è l’altro attacco, meno visibile ma altrettanto significativo.
Nella regione di Zaporizhia, un raid ha colpito un deposito ferroviario. Un assistente macchinista è stato ucciso, il conducente ferito.
Colpire i trasporti significa rallentare tutto: civili, aiuti, logistica militare. È una strategia che punta a logorare, più che a conquistare.
E ancora una volta, la linea tra obiettivo militare e vita civile si fa sottile. Perché a morire, alla fine, è chi tiene in movimento il Paese.
Moldavia
In Moldavia si chiude – almeno in primo grado – uno dei casi di corruzione più pesanti della sua storia recente.
L’ex oligarca Vlad Plahotniuc è stato condannato a 19 anni di carcere per il cosiddetto “furto del secolo”, una frode bancaria da un miliardo di dollari tra il 2014 e il 2015, pari a circa il 12% del PIL del Paese.
Secondo l’accusa, avrebbe usato la sua influenza politica e finanziaria per orchestrare una rete di società e drenare fondi pubblici, utilizzati poi per beni di lusso e investimenti personali.
Plahotniuc, che nega ogni accusa, non era in aula e farà ricorso. Era stato arrestato nel 2025 ad Atene dopo anni di fuga.
È una sentenza simbolica, ma anche fragile. Perché in Moldova la giustizia resta intrecciata alla politica, e la battaglia per il controllo del Paese non si è mai davvero fermata.
Stati Uniti
Negli Stati Uniti continua la ristrutturazione forzata ai vertici militari. Il segretario della Marina John Phelan è stato rimosso con effetto immediato, nel pieno della tensione con l’Iran.
La decisione, confermata dal Pentagono senza spiegazioni ufficiali, arriva dopo settimane di attriti con il segretario alla Difesa Pete Hegseth e sullo sfondo di ritardi nella riforma della cantieristica navale, considerata cruciale per espandere la flotta americana.
Secondo fonti interne, pesano anche un’indagine etica e tensioni sulla catena di comando, con contatti diretti tra Phelan e Donald Trump che avrebbero irritato i vertici del Pentagono.
Il cambio arriva mentre la Marina è impegnata nel blocco dell’Iran nello Stretto di Hormuz e sotto pressione per competere con la crescita navale della Cina.
Non è un caso isolato: è l’ennesimo segnale di instabilità interna in un momento di guerra.
Negli Stati Uniti si riaccende lo scontro sul voto. Il presidente Donald Trump ha parlato di elezione “truccata” in Virginia, senza fornire prove, dopo un referendum che potrebbe favorire i democratici ridisegnando i collegi elettorali.
Il voto è però già finito nei tribunali: un giudice ha bloccato la nuova mappa, definendo il quesito “fuorviante”.
È l’ennesimo capitolo della guerra sulle circoscrizioni, che può decidere il controllo della Camera.
E ancora una volta, il terreno non è solo politico ma narrativo: delegittimare il voto diventa parte della strategia.
Il calcio incontra la politica, e lo fa nel modo più diretto possibile. Secondo indiscrezioni, un inviato vicino al presidente Donald Trump avrebbe proposto di escludere l’Iran dai Mondiali 2026 e sostituirlo con l’Italia.
L’idea, avanzata da Paolo Zampolli, sarebbe legata anche a tentativi di ricucire i rapporti tra Washington e il governo italiano dopo recenti tensioni politiche.
Ma sul piano sportivo, la realtà è diversa. La FIFA, guidata da Gianni Infantino, ha già confermato la partecipazione dell’Iran, che giocherà negli Stati Uniti come previsto.
Teheran aveva chiesto di spostare le partite in Messico per ragioni di sicurezza, richiesta respinta.
Il risultato è un cortocircuito evidente: mentre fuori dal campo si parla di guerra e blocchi, dentro il torneo si prova a mantenere una normalità.
Ma anche il calcio, ormai, non è più solo calcio.
E qui arriva la parte ironica, ma neanche troppo: se davvero qualcuno decidesse a tavolino chi gioca e chi no, allora smettiamola di chiamarlo Mondiale. Facciamolo diventare un G7 del pallone, su invito, con dress code e alleanze strategiche.
Oppure facciamola semplice: chi resta fuori entra per merito, non per simpatia geopolitica. Perché se iniziamo a sostituire le squadre come si cambiano i ministri, allora il calcio non è più sport.
È solo un altro campo di battaglia.
Ecuador
Arrivano accuse gravi dal Ecuador, che se confermate aprirebbero un fronte delicatissimo sul piano del diritto internazionale.
Diversi pescatori sopravvissuti raccontano di essere stati colpiti da droni e poi sequestrati da uomini armati, anglofoni, a bordo di una nave con bandiera statunitense nel Pacifico. Sarebbero stati incappucciati, detenuti per giorni senza cibo né cure mediche e trasferiti per oltre 1.600 chilometri fino a El Salvador, prima di essere rimandati in Ecuador.
Due imbarcazioni, due racconti quasi identici. In un caso, dopo un attacco che ha incendiato il peschereccio, in un altro con giorni di detenzione e violenze, compresi colpi sparati con armi a pallini.
I testimoni parlano anche di minacce per impedire loro di raccontare quanto accaduto.
Al momento, queste accuse non sono state confermate in modo indipendente. Ma se lo fossero, configurerebbero possibili violazioni del diritto internazionale e solleverebbero interrogativi diretti sulle operazioni militari statunitensi nella regione.
Paraguay
Il Paraguay respinge nove dei primi 25 migranti che gli Stati Uniti volevano trasferire nel Paese nell’ambito di un accordo bilaterale.
Secondo il ministro degli Esteri Rubén Ramírez Lezcano, non rispettavano i requisiti documentali. Gli altri arriveranno comunque, mentre Asunción rivendica il diritto di valutare caso per caso.
È un modello che si sta allargando: Washington invia migranti verso Paesi terzi, come El Salvador e Costa Rica, anche senza legami diretti con loro.
Secondo fonti del Congresso americano, l’operazione è costata almeno 40 milioni di dollari per circa 300 deportazioni.
Ma il nodo è politico. In Paraguay cresce la critica interna: Parlamento non consultato, identità dei migranti poco chiara, nessun vero dibattito pubblico.
Mañana llegan a Paraguay 25 personas migrantes que fueron rechazadas por Estados Unidos, en virtud de un acuerdo que no fue analizado -como debía ser- por la Comisión Nacional de Apátridas y Refugiados (Conare) ni fue aprobado por el Congreso. Si no califican para permanecer en… pic.twitter.com/Jfur7lDSUp
— Rafael Filizzola (@FilizzolaRafael) April 22, 2026
Bolivia
Nella capitale della Bolivia torna la tensione sociale. A La Paz una protesta di insegnanti è sfociata in scontri con la polizia nel cuore politico della città, Plaza Murillo.
I docenti chiedono aumenti salariali, più fondi per l’istruzione e nuove assunzioni. Dicono di aver manifestato pacificamente per la terza volta. Ma la risposta è stata il lancio di gas lacrimogeni e la dispersione forzata.
Secondo fonti locali, anche alcuni giornalisti sarebbero stati aggrediti durante le operazioni.
La protesta arriva in un momento già fragile per il Paese, segnato dalla crisi dei carburanti.
E quando a scendere in piazza sono gli insegnanti, il segnale è sempre lo stesso: il problema non è solo economico. È strutturale.
Nepal
In Nepal si dimette il ministro dell’Interno Sudan Gurung, a poco più di un mese dall’insediamento del nuovo governo.
La decisione arriva dopo interrogativi su investimenti e questioni personali ancora da chiarire. Gurung parla di responsabilità e fiducia pubblica: “La moralità è più importante della carica”, ha scritto.
È il secondo ministro a lasciare in poche settimane, in un esecutivo guidato dal premier Balendra Shah, salito al potere con promesse forti contro la corruzione.
Un segnale doppio: da un lato instabilità, dall’altro un tentativo di rompere con pratiche politiche opache.
Il Nepal resta comunque a metà strada: 109esimo su 180 nell’indice di percezione della corruzione.
Singapore
A Singapore la pena di morte resta una linea rossa. Il governo la difende come uno strumento essenziale per garantire sicurezza, sostenuto anche da un forte consenso interno.
Ma le Nazioni Unite lanciano un allarme. L’Alto Commissario per i diritti umani Volker Türk denuncia un numero crescente di esecuzioni legate a reati di droga, giudicati incompatibili con la dignità umana.
Il punto è giuridico prima ancora che politico: secondo il diritto internazionale, la pena capitale dovrebbe essere limitata ai “crimini più gravi”, cioè quelli che comportano omicidio intenzionale. Non il traffico di droga.
Eppure a Singapore scatta automaticamente oltre certe quantità: bastano 500 grammi di cannabis o 15 di eroina.
I numeri parlano chiaro: negli ultimi due anni quasi tutte le esecuzioni sono state per reati di droga. E nel 2026 sono già diverse.
Il mondo si muove verso l’abolizione. Ma alcuni Paesi, tra cui Singapore, fanno la scelta opposta.
E ci chiediamo, sicurezza a quale prezzo?
Ti potrebbe interessare anche:
- Israele e Palestina: La guerra delle parole
- Trump: l’Iran non avrà mai armi nucleari
- Iran, la guerra entra nella terza settimana
- Iran, negate cure a Mohammadi per infarto
- “Stop al rinnovo automatico dell’accordo con Israele”
- «Le donne vogliono provare piacere»
E se credi in un giornalismo indipendente, serio e che racconta il mondo recandosi sul posto, puoi darci una mano cliccando su Sostienici