2 aprile 2026 – Notiziario Mondo

Scritto da in data Aprile 2, 2026

  • Guerra all’Iran: la diplomazia tentenna, i bombardamenti continuano.
  • Libano: Il sud sotto attacco: case, villaggi, frontiera.
  • Serbia: studenti in piazza, la tensione esplode. NATO: Trump minaccia l’uscita, l’alleanza scricchiola.
  • Mediterraneo: morti invisibili alle porte dell’Europa.
  • Cina: i taxi robot senza conducente si fermano all’improvviso.
  • Artico: gli Stati Uniti tornano a guardare alla Groenlandia.
  • Indonesia: la terra trema, paura e distruzione nel Pacifico.

Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets a cura di Barbara Schiavulli 

Guerra all’Iran

Trump ha tenuto un discorso alla Nazione, e non è stata la prima volta che è sembrato dare segnali che la guerra in Iran potesse volgere al termine . L’amministrazione Trump ha cercato di dimostrare che gli Stati Uniti hanno raggiunto gli obiettivi prefissati.

Ma molti degli obiettivi che gli Stati Uniti si erano prefissati all’inizio della guerra non sono stati raggiunti . E c’è almeno un aspetto evidente per cui la maggior parte del mondo sta peggio di prima della guerra. (Sei tra coloro che sono preoccupati per la bolletta del riscaldamento o per il prezzo del carburante? Allora probabilmente sai di cosa si tratta.)

Vale la pena fermarsi un attimo a riflettere su cosa è cambiato e cosa no, a seguito della guerra congiunta tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran.

Il materiale nucleare? L’Iran lo possiede ancora.

La minaccia di un Iran dotato di armi nucleari è stata centrale nel discorso pronunciato da Trump all’inizio della campagna militare. “Hanno respinto ogni opportunità di rinunciare alle loro ambizioni nucleari, e noi non possiamo più tollerarlo”, ha affermato.

Un mese dopo, non vi è alcuna prova che gli Stati Uniti o Israele abbiano rimosso o distrutto le scorte del paese di combustibile nucleare quasi sufficiente per la costruzione di bombe, ritenuto sufficiente per almeno 10 ordigni.

Trump ha dichiarato ieri di non essere più interessato all’uranio arricchito iraniano, in gran parte sepolto dopo i raid aerei statunitensi e israeliani dello scorso anno.

“È così in profondità che non me ne importa niente “, ha affermato in un’intervista a Reuters. Gli analisti concordano sul fatto che, qualora Stati Uniti e Israele si ritirassero senza aver messo in sicurezza l’uranio, l’Iran avrebbe più che mai un incentivo a costruire una bomba atomica il più rapidamente possibile.

Il regime? È ancora intatto. L’amministrazione ha iniziato la guerra con un appello accorato agli iraniani affinché si ribellassero e rovesciassero il loro governo.

Poi gli obiettivi sono cambiati, più volte. Come ha osservato  il New York Times, secondo il presidente e i suoi collaboratori, il cambio di regime è già avvenuto in Iran. O forse no. È uno degli obiettivi della guerra. Solo che non lo è.

“Abbiamo già avuto un cambio di regime, se guardate, perché il regime precedente è stato decimato, distrutto”, ha detto Trump questo fine settimana. “Sono tutti morti. Quindi lo considererei un cambio di regime.”

Forse il concetto di cambio di regime è soggettivo, ma la maggior parte degli analisti non concorda.

Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche rimane la forza dominante nel paese; la Guida Suprema, uccisa da Israele, è stata sostituita dal figlio, un esponente della linea dura. Uno studioso di Iran con cui NY TIMES ha parlato l’ha definito un “cambio di personale”, non un cambio di regime: “Uomini diversi con la stessa ideologia”.

Questi erano problemi già prima dell’intervento statunitense in Iran. Quello che è cambiato è la situazione nello Stretto di Hormuz.

Questa è una questione di enorme importanza. L’Iran ha sfruttato al massimo la sua influenza sulla cruciale rotta di transito di petrolio e gas nel corso della guerra.

 Il traffico è praticamente bloccato. Le ultime petroliere riuscite a lasciare il Golfo Persico prima dell’inizio della guerra stanno iniziando a raggiungere le loro destinazioni. I leader mondiali sono preoccupati, quasi in preda al panico .

Abbiamo già parlato in precedenza delle numerose difficoltà legate all’apertura dello stretto per via militare. E le richieste di aiuto da parte di Trump agli alleati degli Stati Uniti non hanno riscosso molto successo.

Nel suo discorso, Trump ha presentato l’apertura dello Stretto di Hormuz come una questione che riguarda altre nazioni. “Saremo d’aiuto, ma dovrebbero essere loro a prendere l’iniziativa nella protezione del petrolio da cui dipendono così disperatamente”, ha affermato. Martedì, Trump ha detto ai paesi europei: “Andate a procurarvi il vostro petrolio!”.

Gli Stati Uniti sono esportatori netti di petrolio e gas naturale, ma non sono immuni dagli effetti del controllo iraniano dello stretto.

I prezzi del petrolio sono determinati dal mercato globale e le interruzioni nell’approvvigionamento energetico avrebbero ripercussioni a catena sull’economia statunitense.

Nel frattempo, l’Iran si sta muovendo per formalizzare un sistema di pedaggi in cui riscuoterebbe tariffe per il passaggio sicuro, ottenendo così un’ulteriore fonte di entrate che non aveva prima della guerra.

 Nelle ultime settimane ha imparato che non ha bisogno di un’arma nucleare per seminare il caos su vasta scala.

E se manterrà il controllo dello stretto – un esito che sembra difficile da evitare – il mondo intero si troverebbe a dover affrontare un problema che non esisteva prima dell’attacco di Stati Uniti e Israele.

Ah, e poi opo il discorso di Trump, i prezzi del petrolio sono schizzati alle stelle e le azioni sono crollate.

https://www.youtube.com/watch?v=OzhLRPZfOMQ

E intanto gli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele contro l’Iran non si fermano: ieri mattina i raid hanno colpito quartieri civili di Teheran e la città vicina di Malard, secondo la Mezzaluna Rossa iraniana, e tra gli obiettivi ci sarebbe anche l’ex ambasciata americana, oggi sotto il controllo dei Guardiani della Rivoluzione, un luogo altamente simbolico che riporta indietro al 1979 e che oggi diventa bersaglio di una guerra che guarda più al presente che alla memoria.

Ma non è un episodio isolato: nelle ultime ore sono stati colpiti anche infrastrutture strategiche in tutto il paese, dall’acciaieria di Mobarakeh a Isfahan al porto Shahid Haghani nel Golfo, fino a impianti industriali e perfino strutture meteorologiche a Bushehr, e un operatore di emergenza è stato ucciso durante un attacco a Zanjan. Segno che non si tratta solo di obiettivi militari, ma di una pressione sistemica sul funzionamento stesso del paese.

Teheran risponde, e lo fa su più fronti. I Pasdaran parlano di oltre cento missili pesanti, droni e almeno duecento razzi lanciati non solo contro Israele, ma anche contro obiettivi americani nel Golfo, tra Bahrain e Kuwait.

In Israele, almeno 25 persone sono rimaste ferite in attacchi che hanno colpito una ventina di siti, e un edificio a sud di Tel Aviv è parzialmente crollato.

L’esercito iraniano rivendica anche attacchi con droni contro infrastrutture industriali e di comunicazione vicino all’aeroporto Ben Gurion e a Haifa, sostenendo – senza verifiche indipendenti – che fossero collegate a produzioni militari e sistemi di intelligenza artificiale.

Intanto anche gli alleati si muovono: gli Houthi dallo Yemen rivendicano un nuovo lancio di missili balistici contro il sud di Israele, il terzo attacco, promettendo un’escalation finché continueranno i bombardamenti su Libano, Iran e Gaza.

La guerra ormai non è più confinata, ma si estende lungo tutte le rotte strategiche del Golfo.

In Kuwait, un drone ha colpito i serbatoi di carburante dell’aeroporto internazionale provocando un vasto incendio. In Bahrain, un attacco missilistico ha causato roghi in un’area industriale, forse legata a infrastrutture di telecomunicazioni.

Al largo del Qatar, una petroliera collegata a QatarEnergy è stata colpita da un missile iraniano, mentre altri due sono stati intercettati.

In Iraq, a Erbil, droni hanno incendiato un deposito di carburante di una società collegata alla BP. E perfino negli Emirati Arabi Uniti, lontani dal fronte diretto, i frammenti di un drone intercettato hanno ucciso un civile bengalese: dall’inizio della guerra, nel paese si contano già undici morti tra civili e militari.

Sul piano politico, i segnali sono contraddittori.

Da una parte, Cina e Pakistan propongono un piano in cinque punti, dall’altra, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi conferma di ricevere messaggi dagli Stati Uniti tramite l’inviato Steve Witkoff, ma chiarisce che “il livello di fiducia è zero” e che non esistono veri negoziati.

La Siria, con il presidente Ahmed al-Sharaa, sceglie ufficialmente di restare fuori dal conflitto, pur ammettendo il rischio di un effetto domino dal Libano.

E nel frattempo, gli Emirati Arabi Uniti valutano di partecipare a un’operazione militare per riaprire lo stretto di Hormuz, anche con un mandato ONU, segnale che il Golfo potrebbe entrare direttamente in guerra.

Libano

A Beirut la guerra è già dentro la città, dentro i quartieri, dentro le macchine che si muovono nel traffico quotidiano, perché mercoledì due attacchi israeliani hanno colpito veicoli in due diverse zone della capitale, a Khaldeh, a sud, e nel quartiere di Jnah, lasciando dietro di sé almeno nove morti e decine di feriti.

Secondo il ministero della Salute libanese, nel primo attacco sono morte due persone e tre sono rimaste ferite, nel secondo sette morti e oltre venti feriti, mentre l’esercito israeliano ha rivendicato entrambe le operazioni sostenendo di aver preso di mira comandanti di Hezbollah, senza però fornire nomi, né confermare che quei presunti obiettivi fossero tra le vittime.

E questa è ormai una costante: attacchi mirati dichiarati, ma esiti non verificabili, mentre a pagare il prezzo sono corpi che restano a terra, in mezzo alla città.

Nel sud del Libano la pressione non diminuisce, anzi si intensifica.

Raid aerei, artiglieria e droni hanno colpito diverse località, da Najjariyah vicino Sidone, dove un attacco su una casa ha ucciso cinque persone, tra cui due donne, a Srifa vicino Tiro con tre morti e decine di feriti, fino ad Arab Salim e ai villaggi della provincia di Nabatieh, mentre le zone di confine come Kfar Tibnit, Zawtar e Naqoura sono state bersagliate dall’artiglieria.

E mentre i bombardamenti continuano, l’esercito libanese si ritira.

Lo ha confermato lo stesso comando militare, spiegando che le truppe hanno dovuto riposizionarsi perché circondate e tagliate fuori dalle linee di rifornimento mentre le forze israeliane avanzano nel sud del paese.

Israele ha già dichiarato l’intenzione di occupare l’area fino al fiume Litani, impedendo ai residenti di tornare nelle loro case.

Ma i civili, in molti casi, non se ne sono andati.

Restano nei villaggi, nelle case danneggiate, nelle strade vuote, mentre oltre un milione di persone è stato costretto a fuggire nell’ultimo mese, trasformando il Libano in un paese di sfollati interni.

E dall’altra parte, la risposta non si ferma. In meno di un’ora, circa cinquanta razzi e un drone sono stati lanciati dal Libano verso il nord di Israele, segno che Hezbollah mantiene la capacità di colpire, anche sotto pressione crescente.

È una dinamica ormai chiara: ogni attacco genera risposta, ogni risposta prepara il prossimo attacco, in un ciclo che non ha più bisogno di escalation formali perché l’escalation è già realtà.

L’UNESCO ha deciso di porre 39 siti culturali in Libano sotto protezione rafforzata, il massimo livello previsto dal diritto internazionale, per proteggerli dai bombardamenti che da settimane colpiscono il paese.

Tra questi ci sono luoghi simbolo della storia libanese come Baalbek, Tiro, Byblos e il Museo Nazionale di Beirut, che ora beneficeranno di tutela legale, supporto tecnico e fondi per interventi urgenti.

La misura si basa sulla Convenzione dell’Aia del 1954, che impone la salvaguardia del patrimonio culturale nei conflitti armati, ma arriva mentre alcuni di questi siti, come Tiro, sono già stati colpiti o danneggiati.

È un tentativo di difendere non solo pietre e monumenti,
ma la memoria stessa di un paese che rischia di essere cancellata insieme alle sue città.

Palestina e Israele

A Gaza si continua a morire, anche mentre la parola “cessate il fuoco” resta appesa come una promessa svuotata, perché nelle ultime 24 ore almeno quattro palestinesi sono stati uccisi e dodici feriti in attacchi israeliani, portando il bilancio complessivo, dal 7 ottobre 2023, a 72.289 morti e oltre 172 mila feriti, secondo il ministero della Sanità palestinese.

Ma il dato che pesa di più è un altro, ed è quello che racconta cosa significa davvero questa tregua: dall’11 ottobre, il primo giorno pieno di cessate il fuoco, almeno 713 palestinesi sono stati uccisi e quasi duemila feriti, mentre 756 corpi sono stati recuperati dalle macerie.

Significa che la guerra non si è fermata. Dietro le cifre ci sono nomi, e spesso sono quelli che raccontano meglio la realtà.

A Khan Younis, nel sud della Striscia, un attacco israeliano ha ucciso un padre e suo figlio, Mahmoud e Yahya al-Byok. Due generazioni cancellate nello stesso momento. A Mawasi Rafah, un altro raid ha ucciso una persona e ferito almeno altre otto.

Non sono episodi isolati, sono frammenti di una continuità che rende impossibile distinguere tra tempo di guerra e tempo di tregua, tra fronte e vita quotidiana.

E mentre Gaza resta sotto pressione costante, la violenza si estende anche in Cisgiordania.

Nel villaggio di Tayasir, coloni israeliani hanno attaccato case, incendiato veicoli e strutture agricole, ferendo almeno quattro palestinesi. Testimoni raccontano che i soldati israeliani hanno impedito a ambulanze e vigili del fuoco di intervenire, mentre l’assalto continuava.

Non è la prima volta che accade in quella zona, e nonostante precedenti episodi, non risultano arresti.

E mentre il conflitto continua sul terreno, si allarga anche sul piano diplomatico.

Israele ha annunciato che interromperà completamente le importazioni militari dalla Francia, accusandola di politiche ostili, tra cui il riconoscimento dello Stato palestinese e il divieto di transito per aerei israeliani carichi di munizioni.

Una decisione che segna una frattura tra alleati storici e che mostra come questa guerra non stia ridefinendo solo confini geografici, ma anche equilibri politici.

Se mettiamo insieme questi elementi – i morti durante la tregua, le famiglie colpite, la violenza in Cisgiordania, gli operatori umanitari uccisi, le leggi sempre più dure e le fratture diplomatiche – emerge un quadro preciso.

La guerra non è più solo un evento straordinario. È diventata la normalità. E quando la normalità diventa questa, la cosa più pericolosa non è solo quello che accade, è il fatto che smetta di sorprenderci.

Mediterraneo

Al largo di Lampedusa, nel Mediterraneo centrale, almeno 19 migranti sono stati trovati morti a bordo di una piccola imbarcazione alla deriva, mentre altri cinque sono stati soccorsi in condizioni critiche e trasferiti d’urgenza sull’isola.

L’intervento della Guardia costiera italiana è iniziato all’alba, a circa 85 miglia nautiche da Lampedusa, e ha permesso di salvare complessivamente 58 persone.

Non è ancora chiaro cosa abbia provocato le morti — se fame, sete, soffocamento o condizioni estreme durante la traversata — ma la scena resta sempre la stessa: una barca, corpi senza vita, e pochi sopravvissuti che raccontano quello che il mare non dice.

È una tragedia che si ripete, e ogni volta sembra nuova solo per chi la scopre.

Serbia

A Belgrado la protesta torna nelle strade e si scontra con la polizia, perché centinaia di studenti si sono opposti a una perquisizione negli uffici dell’Università di Belgrado, dove le forze dell’ordine hanno sequestrato computer e materiali come petardi e maschere antigas, sostenendo di agire su mandato giudiziario.

L’operazione sarebbe collegata alla morte di una studentessa di 25 anni, precipitata da una finestra dell’ateneo pochi giorni fa, un episodio ancora avvolto da molte domande e che ha acceso ulteriormente una tensione già alta.

Ma quello che si vede oggi nelle strade non nasce da un singolo evento.

Da mesi, dalla fine del 2024, la Serbia vive un’ondata costante di proteste antigovernative, iniziate dopo un incidente ferroviario che aveva scatenato indignazione pubblica e trasformato il malcontento in mobilitazione politica contro il presidente Aleksandar Vučić.

Le accuse dell’opposizione sono pesanti: corruzione, legami con la criminalità organizzata, compressione della libertà di stampa.

E quando sono gli studenti a scendere in piazza, di solito significa che la protesta ha smesso di essere solo politica ed è diventata generazionale. Non è solo contro un governo. È contro un sistema che molti, ormai, non riconoscono più.

Nato e Usa

Il presidente Donald Trump torna a mettere in discussione uno dei pilastri della sicurezza occidentale, dichiarando di stare seriamente valutando il ritiro degli Stati Uniti dalla NATO dopo lo scontro con gli alleati sulla guerra contro l’Iran.

In un’intervista al Telegraph, Trump è stato netto: l’uscita sarebbe “oltre la fase di valutazione”, accusando diversi paesi membri di non aver sostenuto le operazioni militari americane, in particolare nello stretto di Hormuz, e definendo l’alleanza una “tigre di carta”.

Le tensioni sono evidenti: il Regno Unito, con il premier Keir Starmer, ha già escluso la partecipazione diretta al conflitto, puntando invece su una soluzione diplomatica per garantire la sicurezza delle rotte energetiche, mentre anche altri alleati europei hanno preso le distanze da operazioni considerate offensive e quindi fuori dal perimetro dell’articolo 5, che prevede la difesa collettiva solo in caso di attacco.

A rafforzare il messaggio, il segretario di Stato Marco Rubio ha messo in dubbio l’utilità stessa dell’alleanza, chiedendosi se continui a servire davvero gli interessi americani.

E mentre il prezzo del petrolio oscilla attorno ai 100 dollari al barile e lo stretto di Hormuz resta un punto critico, da Teheran il presidente Masoud Pezeshkian apre alla possibilità di fermare la guerra, ma solo con garanzie concrete.

Il punto è che questa crisi non riguarda solo il Medio Oriente.

Riguarda l’architettura stessa delle alleanze globali.

E se gli Stati Uniti dovessero davvero uscire dalla NATO, non sarebbe solo una frattura.
Sarebbe la fine di un equilibrio costruito dopo la Seconda guerra mondiale.

Ucraina e Russia

L’Ucraina continua a colpire il cuore energetico della Russia e lo fa con una strategia sempre più mirata: droni hanno attaccato per la quinta volta in dieci giorni il terminal petrolifero di Ust-Luga, sul Baltico, una delle principali porte di uscita del greggio russo, capace di movimentare circa 700 mila barili al giorno.

Secondo stime riportate da Reuters, tra attacchi con droni, danni alle infrastrutture e sequestri di petroliere, fino al 40% della capacità di esportazione petrolifera russa sarebbe attualmente compromessa, un dato che, se confermato, indica un cambio di fase nel conflitto: non più solo guerra sul terreno, ma guerra economica diretta, dove l’obiettivo è ridurre le entrate che finanziano lo sforzo militare.

Nello stesso giorno, un’esplosione seguita da un incendio in un grande impianto petrolchimico nella regione russa del Tatarstan ha causato almeno tre morti e decine di feriti, dopo una perdita di pressione in una struttura che produce gomma sintetica e plastica.

Le cause non sono ancora chiare, ma il risultato lo è: anche lontano dal fronte, la guerra continua a farsi sentire.

Il presidente Volodymyr Zelensky annuncia di aver parlato con il premier britannico Keir Starmer per coordinare gli sforzi diplomatici e propone una tregua per le festività pasquali, chiedendo il sostegno degli Stati Uniti.

Zelensky insiste: Kiev sta facendo tutto il possibile per far funzionare la diplomazia, ma accusa la Russia di non mostrare alcuna volontà di negoziare, sostenendo che solo la pressione internazionale e la resistenza sul campo potranno cambiare la situazione.

Groenlandia

Gli Stati Uniti stanno lavorando per espandere la loro presenza militare in Groenlandia, con negoziati in corso con Copenaghen per ottenere accesso a tre nuove basi sull’isola, alcune delle quali erano già state utilizzate durante la Guerra Fredda.

Secondo quanto riportato dal New York Times, si tratterebbe della più grande espansione americana nella regione da decenni, con l’obiettivo di rafforzare il controllo su un’area sempre più strategica, sia per le rotte artiche sia per la competizione con Russia e Cina.

La Groenlandia, infatti, è già centrale nella sicurezza NATO, e un accordo del 1951 consente agli Stati Uniti di mantenere basi e ampliarle se necessario, rendendo l’isola un punto chiave per il controllo del Nord Atlantico.

Ma il piano riapre tensioni politiche mai davvero sopite: dietro le trattative militari resta l’ambizione strategica americana su un territorio che non è solo ghiaccio.

Stati Uniti

Il presidente Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che punta a creare un elenco nazionale degli elettori considerati idonei, affidando il compito al Dipartimento per la Sicurezza Interna e alla Social Security Administration, e allo stesso tempo cercando di limitare il voto per posta impedendo al servizio postale di consegnare schede elettorali a chi non compare nelle liste approvate dai singoli Stati.

Una misura che, secondo diversi esperti di diritto elettorale, entra in rotta di collisione con la Costituzione americana, perché le elezioni negli Stati Uniti sono storicamente gestite a livello statale, non federale, e che potrebbe aprire a uno scontro istituzionale diretto, anche perché l’amministrazione ha lasciato intendere che i finanziamenti federali potrebbero essere tagliati agli Stati che non si adegueranno.

Il presidente Donald Trump si è presentato alle udienze della Corte Suprema degli Stati Uniti su uno dei temi più delicati del suo mandato: la cittadinanza per nascita.

È una scelta senza precedenti — nessun presidente in carica aveva mai partecipato di persona a un’udienza della Corte — e riguarda un ordine esecutivo firmato nel primo giorno del suo secondo mandato, che limita il principio dello ius soli, stabilendo che i figli nati negli Stati Uniti da genitori non cittadini, presenti temporaneamente o senza documenti, non debbano essere automaticamente considerati cittadini americani.

Una decisione che tocca direttamente il cuore del 14° Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, che da oltre un secolo garantisce la cittadinanza a chi nasce sul suolo americano.

La presenza di Trump in aula non è solo simbolica, è un segnale politico forte: trasformare una questione costituzionale in uno scontro diretto tra potere esecutivo e giudiziario.

E il verdetto, qualunque sarà, non riguarderà solo il diritto. Riguarderà l’idea stessa di chi ha il diritto di appartenere.

La missione Artemis II è stata lanciata oggi dal Kennedy Space Center in Florida. Sarà il primo viaggio con equipaggio della NASA sulla Luna dal 1972. Ma i quattro astronauti – tre americani e un canadese – non atterreranno sulla Luna. Gli spettatori si sono accalcati sulle spiagge lungo la Space Coast della Florida centrale, proprio come accadeva durante il periodo d’oro del programma Apollo, che per primo portò l’uomo sulla superficie lunare.

Durante il loro viaggio di 10 giorni intorno alla Luna, gli astronauti testeranno i sistemi di supporto vitale e altri dispositivi.

Se volete volete saperne di più — tra tecnologia, politica e futuro — trovate l’approfondimento di Raffaella Quadri su Radio Bullets.

Intorno alla Luna

Venezuela

Gli Stati Uniti hanno deciso di rimuovere le sanzioni contro la presidente ad interim Delcy Rodríguez, segnando un cambio significativo nei rapporti tra Washington e Caracas.

La decisione, confermata dal Dipartimento del Tesoro, permette ora a Rodríguez di accedere a beni e operazioni finanziarie precedentemente bloccate e apre la porta a nuove relazioni economiche, soprattutto nel settore energetico.

La mossa arriva dopo mesi di riavvicinamento tra i due paesi, seguiti alla rimozione di Nicolás Maduro e al riconoscimento del nuovo governo da parte dell’amministrazione Trump.

Argentina

All’aeroporto Aeroparque di Buenos Aires è stato fermato l’attivista umanitario brasiliano Thiago Ávila, noto per aver guidato missioni di aiuto verso Gaza insieme all’attivista climatica Greta Thunberg nell’ambito della Global Sumud Flotilla.

Ávila è stato trattenuto dalle autorità argentine e separato dalla moglie e dal figlio, senza che al momento siano state chiarite in modo pubblico le motivazioni ufficiali del fermo.

Non è la prima volta che il suo nome si intreccia con arresti e detenzioni: durante le sue ultime due missioni verso Gaza era già stato fermato da Israele, segno di quanto le iniziative civili di sostegno alla Striscia siano diventate parte integrante del confronto politico e militare più ampio.

Afghanistan e Pakistan

Dopo settimane di scontri e accuse reciproche, Pakistan e Afghanistan hanno ripreso i colloqui di pace, con la mediazione della Cina, nel tentativo di fermare un conflitto che negli ultimi mesi è diventato uno dei più pericolosi e meno raccontati della regione.

I negoziati, avviati in queste ore, puntano a un cessate il fuoco duraturo e alla riapertura dei collegamenti tra i due paesi, interrotti da una spirale di violenza fatta di raid, bombardamenti e accuse incrociate: Islamabad sostiene che Kabul ospiti gruppi militanti responsabili di attacchi in territorio pakistano, mentre l’Afghanistan respinge tutto e parla di aggressione.

Non è il primo tentativo, e non è detto che funzioni.

Perché anche mentre si parla, gli scontri continuano, segno che la diplomazia corre sempre un passo indietro rispetto alla realtà sul terreno, e che senza un meccanismo di verifica e fiducia reciproca, ogni tregua rischia di restare solo temporanea.

E intanto la Cina si ritaglia un ruolo sempre più centrale, cercando di posizionarsi come mediatore in una regione dove la guerra non è più un’eccezione, ma una costante.

Indonesia

Un terremoto di magnitudo 7.4 ha colpito il mare delle Molucche, al largo dell’isola di Ternate in Indonesia, provocando almeno una vittima e diversi feriti, mentre per ore si è temuto anche uno tsunami poi rientrato.

La scossa, avvenuta a circa 35 chilometri di profondità, è stata avvertita con violenza in tutta l’area, da Sulawesi a Manado, dove i residenti parlano di uno dei terremoti più forti degli ultimi anni: mobili che tremano, strade che sembrano onde, persone che fuggono in strada nel panico, alcune ancora in vestaglia, altre senza nemmeno aver finito di prepararsi per la giornata.

Un’anziana è morta sotto le macerie, mentre un’altra persona si è ferita gravemente tentando di mettersi in salvo, e diversi edifici, tra cui parti di un ospedale, hanno subito danni.

Due forti scosse di assestamento sono seguite al sisma, mentre le autorità avvertono che potrebbero arrivarne altre.

Cina e Cambogia

Un uomo chiave legato a una delle più grandi reti di truffe online del Sud-Est asiatico è stato estradato dalla Cambogia alla Cina, in un’operazione che racconta molto più di un semplice caso giudiziario.

Si tratta di Li Xiong, ex dirigente del gruppo finanziario Huione, accusato di essere coinvolto in un sistema miliardario di frodi, riciclaggio e attività illegali, parte di un network criminale transnazionale che avrebbe colpito vittime in tutto il mondo.

Le autorità cambogiane gli hanno revocato la cittadinanza prima dell’estradizione, in un gesto che segnala una cooperazione sempre più stretta con Pechino, mentre la Cina rafforza il controllo su queste reti e sui propri cittadini coinvolti.

Ma il punto è più ampio: negli ultimi anni il Sud-Est asiatico è diventato uno dei principali hub globali delle truffe digitali, spesso legate anche al traffico di esseri umani e al lavoro forzato.

E questa estradizione non è solo giustizia.

È anche geopolitica: la Cina che interviene, la Cambogia che collabora, e una regione intera che diventa terreno di scontro tra sicurezza, affari e potere.

Cina

A Wuhan, in Cina, oltre cento robotaxi del servizio Apollo Go del gigante tecnologico Baidu si sono bloccati improvvisamente nel traffico cittadino a causa di un guasto di sistema, lasciando passeggeri fermi in mezzo alle strade, in alcuni casi anche per ore.

Secondo le autorità locali, i veicoli si sono arrestati contemporaneamente, creando caos e sollevando nuove domande sulla sicurezza di una tecnologia che la Cina sta spingendo sempre più velocemente verso la normalità quotidiana.

Nessun ferito, ma immagini di auto ferme in mezzo al traffico e persone bloccate dentro hanno riacceso il dibattito: quanto siamo davvero pronti a lasciare il controllo alle macchine?

Perché il futuro è già qui, ma non è detto che sia già sicuro.

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