1 maggio 2026 – Notiziario Africa
Scritto da Elena Pasquini in data Maggio 1, 2026
- Intelligenza artificiale e il nuovo colonialismo dei dati
- Miniere, mappe e potere: la nuova corsa all’Africa
- Finanza globale, dipendenze locali: la partita invisibile dei capitali
- Dal carbonio alla sanità: nuove forme di sfruttamento
Questo e molto altro nel notiziario Africa di Radio Bullets a cura di Elena L. Pasquini
Abbasso l’imperialismo! Abbasso il neocolonialismo! Abbasso i governi fantoccio! Gloria eterna ai popoli che lottano per la loro libertà!.
Così concludeva il suo discorso all’Assemblea delle Nazioni Unite il 4 ottobre del 1984, Thomas Sankara, rivoluzionario, leader del Burkina Faso.
Non è ancora venuto il tempo, per l’Africa, di smettere di gridare quelle parole. Il colonialismo muta forma e continua ad attentare a quella libertà.
Quando alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, a febbraio, Marco Rubio, segretario di Stato americano, ha ottenuto una standing ovation a “rinnovare la più grande civiltà della storia umana” e a respingere e scoraggiare “le forze che mirano alla cancellazione della civiltà e che oggi minacciano sia l’America che l’Europa”, Cyril Ramaphosa, che non era a Monaco, ha dichiarato a The Africa Report: “Quello che dobbiamo evitare è una nuova forma di colonialismo”, in risposta al discorso di Rubio, come racconta The Continent.
È alle nuove forme di colonialismo e alla risposta dell’Africa che dedicheremo due puntate del nostro notiziario. Oggi, vi raccontiamo alcune, e solo alcune, delle nuove “corse” all’Africa. “Corse” che non riguardano più soltanto l’Occidente, ma anche la Cina, la Russia, i Paesi del Golfo.
Dal colonialismo digitale a quello dei minerali, dall’estrattivismo coloniale a quello del “carbonio”, a quello sanitario, vi raccontiamo lo sfruttamento di risorse materiali e immateriali.
Venerdì prossimo, invece, andremo nell’Africa che difende la propria sovranità.
Sempre, alla fine, la musica, musica di lotta e di denuncia.
Oggi, 1 maggio 2026
Colonialismo digitale
Doveva essere il primo passo verso la sovranità digitale del Sudafrica, verso il controllo dei propri dati, del proprio futuro digitale, della propria indipendenza tecnologica. Invece domenica scorsa, la bozza di strategia nazionale sull’intelligenza artificiale, sottoposta a consultazione pubblica, è stata ritirata perché conteneva fonti false generate dall’AI.
Fonti che, molto probabilmente, non sono state verificate, ha dichiarato il Ministro delle Comunicazioni e delle Tecnologie Digitali, Solly Malatsi. “Questa inaccettabile mancanza dimostra perché una vigile supervisione umana sull’uso dell’intelligenza artificiale sia fondamentale. È una lezione che impariamo con umiltà”, ha scritto in un post su X.
Il ritiro della bozza è solo un errore, eppure è l’indice di quanto faticosa e impervia sia la via che l’Africa deve percorrere per scrollarsi di dosso la più insidiosa minaccia alla sua indipendenza: il colonialismo digitale. Colonialismo che il Sudafrica ha tentato di combattere usando gli strumenti dei colonizzatori, quell’AI sviluppata altrove che funziona grazie ad infrastrutture che non gli appartengono, e che in buona parte vive di dati strappati all’Africa come un tempo si faceva con la terra.
“Quando l’Occidente ha padroneggiato la tecnologia delle armi da fuoco, ha esportato il proprio impero in tutto il pianeta. La tecnologia di cui dispongono oggi è molto più potente”, scrive Simon Allison su The Continent. Sono le aziende occidentali che controllano infrastrutture, dati, modelli AI, e che consolidano lo squilibrio di potere tra Africa e quello che un tempo era chiamato il “primo mondo”.
Tutti i tentativi africani di affrancarsi dalla dipendenza – come quelli disegnati nella Strategia per la Scienza, la Tecnologia e l’Innovazione per l’Africa adottata dall’Unione Africana nel 2023, o nelle iniziative di citizen science, o nel sostegno alle aziende africane, o nelle tante strategie nazionali dal Kenya, al Botswana, al Ruanda – si sono scontrati con limiti insormontabili, per ora: non ci sono abbastanza investimenti, non c’è neppure sufficiente elettricità, o manodopera, o tecnologie sviluppate localmente, per pensare a un’Africa digitalmente indipendente. Sono carenti anche le normative per gestire un’economia digitale, per il suo sviluppo e per il suo controllo.
L’Africa, soprattutto, non ha un suo sistema di interconnettività: i cavi che forniscono accesso alla rete, quelli sotto il mare, per esempio, sono controllati dall’esterno. E c’è un divario interno, fortissimo.
“Solo il 36% degli africani utilizza i servizi di informazione digitale, nonostante oltre l’80% della popolazione del continente viva in aree coperte dalla banda larga”, scrive il sudafricano Polity. E il Sudafrica, da solo, possiede il 70 percento delle infrastrutture. Il 15, prosegue Polity, se lo dividono Egitto, Kenya, Marocco e Nigeria. Agli altri 50 Stati, resta un altro 15 percento.
Non servono più gli eserciti per occupare un Paese, basta possedere i server. Bastano per impossessarsi del suo “petrolio”: i dati. I dati sono il nuovo petrolio, si dice. I dati vengono estratti da tutto quello che gli esseri umani fanno online, ma per i quali chi ne fa uso non paga nulla ai Paesi da dove arrivano.
“Sebbene l’Africa ospiti il 18% della popolazione mondiale, il continente dispone di una capacità di data center stimata tra i 300 e i 500 megawatt, pari a un misero 0,6-2% del totale globale. Le risorse di dati africane sono di gran lunga inferiori al loro contributo alla popolazione mondiale. Di conseguenza, l’Africa dipende dalle risorse digitali del resto del mondo”, scrive ancora Polity.
“In passato, le potenze coloniali si impossessavano di terre e risorse naturali a proprio vantaggio. Oggi, un modello simile si osserva nel mondo digitale. Invece della terra, sono i dati degli utenti, raccolti tramite ricerche, social media e tracciamento GPS, a essere utilizzati dai giganti della tecnologia”, spiega Modern Diplomacy. “Questi dati vengono esportati su server esteri, elaborati da algoritmi di intelligenza artificiale e reimportati per gli stessi utenti sotto forma di servizio in abbonamento”. Esattamente come nei vecchi modelli coloniali, quando la materia prima portata via a prezzi irrisori tornava rivenduta in prodotti finiti.
Fino ad oggi i dati sono stati scambiati nel mercato globale senza dazi, senza tasse. Le potenze occidentali vorrebbero che si continuasse così (la moratoria in realtà è scaduta a marzo), vorrebbero che le loro aziende potessero accedere ai dati senza limiti. I Paesi in via di sviluppo, invece, vogliono che si paghi per i dati presi loro, lo vuole l’India, lo vuole il Sudafrica. “Se un paese non può controllare i propri dati, non può sviluppare la propria industria dell’intelligenza artificiale, poiché sarà sempre surclassato dalle aziende straniere che già possiedono i dati aggregati dei suoi cittadini. Pertanto, il colonialismo dei dati è una forma di disuguaglianza commerciale che intrappola i paesi in via di sviluppo, rendendoli consumatori permanenti di tecnologia straniera anziché produttori di tecnologia propria”, prosegue Modern Diplomacy.
E c’è un’altra cosa, ancora: i governi africani stanno sempre di più adottando sistemi di sorveglianza AI forniti da attori esterni. Di questo vi avevamo già raccontato alcune settimane fa in un nostro precedente notiziario.
Neocolonialismo 2.0, colonialismo virtuale inscindibile, però, dalla vecchia, antica corsa alle realissime materie prime
Un nuovo “Scramble for Africa”
Nel Museo Reale per l’Africa centrale di Tervuren, poco fuori Bruxelles, c’è un archivio che non smette di trasudare sangue. Nell’ex residenza estiva di Re Leopoldo, che fu destinata ad esporre le bellezze della colonia che oggi è Repubblica Democratica del Congo e a lasciare traccia permanente della spoliazione e dell’orrore della colonizzazione, sono conservate mappe e carte che valgono miliardi. Contengono informazioni e dati geologici sui giacimenti minerari, conoscenza, anch’essa ricchezza portata via nel tempo del dominio belga. E c’è una società mineraria statunitense che vuole ad ogni costo accaparrarsi il diritto di digitalizzare quell’archivio, ancora in buona parte non inventariato.
Si chiama KoBold Metals, la società americana sostenuta dai miliardari Jeff Bezos e Bill Gates e che ha avuto dal governo di Kinshasa concessioni per cercare litio ed altri minerali strategici per le nostre tecnologie delle comunicazioni, per le auto, per la transizione ecologica.
“Scansioniamo, digitalizziamo i documenti e li rendiamo immediatamente accessibili al pubblico”, ha dichiarato a Reuters Benjamin Katabuka, direttore generale di KoBold Metals nella Repubblica Democratica del Congo. La società americana sostiene di avere il beneplacito della RDC, ma il museo non vuole cedere l’accesso a quei milioni di documenti preziosissimi ad una compagnia privata. “Non possiamo delegare la gestione delle collezioni a società private; sarebbe contrario a tutti i principi etici scientifici e istituzionali”, ha dichiarato, sempre a Reuters, il direttore del museo, Bart Ouvry.
“Quei dati servono per capire dove investire e cosa scavare. Per almeno sei decenni, quella documentazione è rimasta lì, pressoché intatta, senza essere toccata da alcun ricercatore o cercatore d’oro. Poi, improvvisamente, all’inizio del 2026, ha scatenato una vera e propria isteria”, scrive Le Monde.
Il braccio di ferro tra un colosso minerario e un’istituzione culturale, nel nome dell’accesso alla conoscenza, è solo l’ultimo atto di una corsa verso i minerali africani che si fa sempre più intensa e di cui il Congo è solo uno dei protagonisti, anche se tra i più importanti, con una ricchezza di minerali critici che si ritiene sia ancora al 90% inutilizzata.
Vecchia, antica corsa per la terra, vizio che il mondo sembra non voler perdere mai.
L’Africa, oggi, però è contesa da tutti, non solo dai discendenti degli antichi colonizzatori. La Cina a marzo, per esempio, ha firmato un accordo con la RDC per rafforzare la cooperazione nel settore minerario. E da oggi, 1 maggio, le esportazioni del Congo verso la Cina – che del Congo è principale creditore – beneficeranno di esenzioni nei dazi doganali, come quelle di tutti gli altri Paesi africani.
“Il nuovo accordo definisce la cooperazione in materia di condivisione di dati geologici, protezione degli investimenti e promozione della lavorazione locale delle materie”, scrive Reuters che cita un analista del Congo Research Group della NYU, Joshua Walker: “Gli Stati Uniti ne prenderanno sicuramente atto”, ha affermato Walker, secondo il quale l’accordo è “chiaramente una risposta a Washington”.
Gli USA sono entrati a gamba tesa nella partita. In Congo Washington ha offerto il suo sostegno nel tentativo di pacificazione dell’Est in guerra. Un sostegno non gratuito, ma legato inscindibilmente ad una partnership mineraria, che ha messo gli occhi proprio su quelle ricchissime e insicure regioni dell’Est e che ora compie un passo in più. Con 100 milioni di dollari, frutto degli accordi con Stati Uniti ed Emirati, Kinshasa metterà in piedi una guardia mineraria, paramilitari che controlleranno i siti minerari e tutta la catena di approvvigionamento al posto dell’esercito.
Corsa all’accaparramento, in tutta l’Africa, non senza la complicità delle classi dirigenti locali.
Quando Papa Leone XIV è arrivato in Guinea Equatoriale, ultima tappa del suo viaggio in Africa, ha denunciato la “colonizzazione” delle risorse minerarie africane e la “sete di potere”. “Un’economia del genere uccide”, ha affermato il Papa, come riporta l’Associated Press. “Anzi, oggi è ancora più evidente che in passato che la proliferazione dei conflitti armati è spesso alimentata dalla colonizzazione dei giacimenti petroliferi e minerari, senza alcun rispetto per il diritto internazionale o per l’autodeterminazione dei popoli”, ha detto il Pontefice.
Parole pronunciate in un Paese governato dal 1979 da un uomo, Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, autocrate su cui pendono accuse di ogni tipo e che secondo le organizzazioni dei diritti umani, proprio sullo sfruttamento delle risorse del Paese ha costruito la sua ricchezza e consolidato il suo potere. “La scoperta di giacimenti petroliferi offshore a metà degli anni ’90 ha trasformato l’economia della Guinea Equatoriale praticamente da un giorno all’altro: oggi il petrolio rappresenta quasi la metà del suo PIL e oltre il 90% delle esportazioni, secondo la Banca Africana di Sviluppo. Eppure, più della metà dei quasi 2 milioni di abitanti del Paese vive in povertà”, ricorda AP.
L’Africa delle grandi ricchezze e delle grandi miserie continua a vivere una condizione di dipendenza strutturale dal resto del mondo, con le sue economie legate a pochi prodotti, vulnerabili agli shock e alle fluttuazioni dei prezzi globali, e poco sviluppo industriale interno. Ed è questo il cuore del neocolonialismo. A cui, sono sempre di più, però, i Paesi africani, dai Paesi del Sahel al Senegal, che tentano di rispondere invocando nuove forme di “sovranità” e modificando in modo radicale le relazioni con le ex potenze coloniali e con le nuove. Perché il colonialismo di oggi non è solo Occidente, ma assume molti volti: è Cina, Russia, multinazionali globali, fondi di investimento.
Estrattivismo finanziario
Per attrarre flussi di denaro il Sudafrica vuole cambiare la sua architettura finanziaria. Il ministero delle finanze ha proposto un “aumento delle franchigie discrezionali per i depositi offshore per i privati, la regolamentazione delle criptovalute e l’allentamento delle restrizioni sui flussi di capitali”, scrive Reuters. La riforma potrebbe attirare 608 miliardi e, secondo le autorità del Paese, dovrebbe rendere il Sudafrica più competitivo in quella che è di fatto una “corsa ai capitali”.
Tutta l’Africa è a caccia di risorse. Una caccia in cui si annida sempre il rischio di riprodurre vecchie forme di condizionamento e inventarne di nuove.Che siano le consolidate istituzioni finanziarie multilaterali, i fondi di investimento di private equity, la finanza agevolata piuttosto che l’indebitamento sui mercati finanziari, i flussi di denaro verso l’Africa contribuiscono a definire il corso del suo sviluppo.
“Estrattivismo finanziario”, potremmo chiamarlo: non si estraggono solo minerali, ma anche interessi sul debito e dividendi che lasciano il continente senza essere reinvestiti localmente.
“Negli ultimi anni, l’Africa è diventata sempre più una frontiera strategica per i capitali globali. Con il rallentamento della crescita nei mercati sviluppati, gli investitori si sono rivolti ai mercati emergenti e di frontiera, e l’Africa, con la sua popolazione giovane, le vaste risorse naturali e il potenziale digitale, ha attratto sia interesse che investimenti”, scrive l’economista Joshua Yindenaba Abor su African Business.
Nonostante l’Africa disponga di capitali da mobilizzare, le risorse che i Paesi come il Sudafrica tendono ad attrarre arrivano prevalentemente dall’estero. Capitale estero che indirizza inevitabilmente l’investimento. Sono, per esempio, i settori fintech, agritech e health tech, quelli in crescita, mentre restano carenti gli investimenti nelle piccole e medie imprese che sono invece l’ossatura dell’economia africana.
“Storicamente, il capitale è stato inteso principalmente in termini monetari”, spiega Abor. “Per far sì che il capitale contribuisca realmente al benessere dell’Africa, è urgente ridefinire il concetto stesso di capitale. Il capitale non deve essere considerato solo come risorsa finanziaria, ma come un insieme di forme interconnesse: umana, sociale e naturale. Questa visione più ampia permette al continente di progettare un modello di sviluppo inclusivo, sostenibile e rigenerativo … Per rendere operativo questo cambiamento di prospettiva, i sistemi finanziari devono essere riprogettati in modo da rispecchiare la realtà africana …”, aggiunge.
Resta centrale il tema del debito. Da una parte ci sono i grandi creditori, come la Cina, e non soltanto la Cina, che utilizzano il debito infrastrutturale per garantirsi asset strategici (porti, miniere) a chi non riesce a pagare, dall’altra c’è il mercato finanziario con le sue regole, con un’architettura che penalizza sistematicamente i Paesi africani.
“La questione fondamentale è la necessità di finanziamenti”, ha affermato Brahima S. Coulibaly, ricercatrice senior presso la Brookings Institution, sul New York Times, mentre il Ghana attraversava una drammatica crisi del debito. “I governi si rivolgono ai mercati finanziari internazionali dove gli investitori sono alla ricerca di rendimenti elevati in tutto il mondo … Questa libera circolazione di capitali in tutto il mondo ha provocato un’ondata di crisi finanziarie”, scriveva NYT.
A caccia di risorse, i governi si rivolgono ai mercati finanziari e agli investitori stranieri: “Anche gli investimenti più redditizi – e non tutti lo sono – non sempre generano entrate sufficienti a ripagare i prestiti”, si legge ancora: “Quando arrivano tempi difficili o i creditori stranieri si allarmano, i governi si ritrovano in difficoltà”. In Africa, spiega la testata statunitense, questo processo è accelerato perché c’è una “percezione esagerata del rischio, che abbassa i rating creditizi e aumenta i costi di finanziamento. Senza un cuscinetto di sicurezza su cui contare, una piccola crisi di liquidità pubblica può trasformarsi in un disastro”.
“La disuguaglianza è intrinseca all’architettura finanziaria internazionale”, concludeva un gruppo di esperti delle Nazioni Unite in un’analisi sulla risposta alle crisi globali. È quest’architettura che l’Africa vuole ridisegnare.
Carbon Colonialism?
Restituire ossigeno piantando alberi, investendo in tecnologie che limitano le emissioni di anidride carbonica, compensare l’inquinamento che produciamo con gesti che proteggono la nostra terra, l’aria, il mondo. È a questo che serve il mercato dei crediti di carbonio. Un’opportunità per il benessere del Pianeta e per lo sviluppo dell’Africa, che rischia però di nascondere nuove forme di sfruttamento. “Con 674 milioni di ettari di foreste, un’area di dimensioni simili alla foresta amazzonica, l’Africa vede nel mercato del carbonio un potenziale strumento per preservare le proprie foreste e migliorare le condizioni di vita”, scrive DevelopmentAid.
L’Africa, che contribuisce con una percentuale minimale alle emissioni globali, ha un enorme potenziale nel compensare le emissioni, grazie alle sue foreste che possono assorbire miliardi di tonnellate di CO2 ogni anno. L’Africa ha visto crescere il mercato dei crediti molto più della media mondiale: “Nel 2021, il mercato africano dei crediti volontari ha registrato un tasso di crescita del 36% rispetto al 31% del mercato globale”, spiega DevelopmentAid. “Attualmente l’Africa ospita oltre 100 progetti di crediti di carbonio in più di 20 paesi”, si legge ancora.
C’è, però, un rovescio della medaglia che ha bisogno di un’inversione di rotta.
“Una nuova ondata di acquisizioni di terreni su larga scala sta investendo il Sud del mondo, e l’Africa ne è al centro. Questa volta, non si tratta di piantagioni o miniere, ma di crediti di carbonio.
Secondo un rapporto del 2025 della Land Matrix Initiative, milioni di ettari vengono acquisiti per progetti di compensazione delle emissioni di carbonio. In Africa, la Repubblica Democratica del Congo e la Repubblica del Congo sono gli epicentri, con oltre un milione di ettari ciascuno già oggetto di contratti”, spiega il Resource Conflict Institute.
Di fronte a una crescente richiesta di terra africana per generare crediti di carbonio, sono stati documentati numerosi casi di “sfollamento forzato”. “La comunità Ogiek nella foresta di Mau, in Kenya, è stata sfrattata con la forza e le loro case sono state distrutte. In Uganda, l’attuazione delle iniziative REDD+ avrebbe portato allo sfollamento di 8.000 persone. Nella Repubblica Democratica del Congo, alcune famiglie sono state sfrattate per far posto a un progetto di compensazione di TotalEnergies”, racconta ancora DevelopmentAid.
Progetti che troppo spesso limitano l’accesso alla terra e alle risorse naturali delle comunità p che finiscono per non portare sufficienti benefici al territorio. Secondo la Banca di Sviluppo Africana, riporta il Financial Times, mentre in Africa le aziende straniere pagano pochi dollari per una tonnellata di carbonio, in Europa quel credito vale almeno 200 euro.
Il rapporto della Land Matrix Initiative spiega che i terreni acquistati per i progetti destinati ai carbon credit “raramente sono realmente incolti”, e che vengono invece utilizzati per la sussistenza delle popolazioni locali. Per l’agricoltura, ma anche per la pastorizia.
Restano non mantenute anche le promesse di occupazione e sviluppo che i progetti di carbon credit avrebbero dovuto garantire. “L’occupazione è minima … la condivisione dei benefici debole o iniqua”, scrive ancora Resource Conflict Institute, che aggiunge: “Il rapporto conclude che senza riforme urgenti, la compensazione delle emissioni di carbonio rischia di ripetere le ingiustizie delle passate corse alla terra. Privilegiando acquisizioni su larga scala che trascurano i sistemi di proprietà consuetudinaria della terra — la vera base dei mezzi di sussistenza locali in tutto il mondo — questo nuovo settore ‘verde’ sta aggravando la concentrazione della terra e le disuguaglianze sociali”, scrive.
La chiamano “accaparramento verde”, ed è quella corsa in cui di nuovo è l’Africa rischia di pagare per i bisogni dell’Occidente, per i danni all’ambiente che non ha contribuito ad arrecare se non in minima parte.
Colonialismo santiario
Non si tratta semplicemente di una “fuga di cervelli” quella che porta medici e infermieri fuori dall’Africa. È piuttosto, come scrive Danica Sims, ricercatrice dell’Università di Oxford su The Conversation, “una nuova forma di sfruttamento coloniale”.
Da un lato, il continente africano affronta una grave carenza di personale sanitario; dall’altro, sono sempre di più i professionisti africani che lavorano nei sistemi sanitari europei e assistono, di fatto, anche le popolazioni occidentali.
I dati evidenziano con chiarezza questa disuguaglianza. In Europa, il numero di medici, infermieri e ostetriche varia mediamente tra 5,43 e 20 ogni 1.000 abitanti. In Africa, invece, quasi tutti i Paesi restano sotto quota 4,45, con casi estremi — come Madagascar, Malawi, Togo, Benin, Sud Sudan, Ciad, Repubblica Centrafricana e Niger — in cui si scende addirittura sotto 0,5, spiega Sims.
Secondo la ricercatrice, non si tratta del classico fenomeno migratorio legato alla ricerca di migliori condizioni di lavoro o salari più alti. Il meccanismo è più profondo e strutturale.
“Il flusso di operatori sanitari non è casuale. Si muove costantemente dai Paesi più poveri verso quelli più ricchi, seguendo uno schema che rispecchia le dinamiche storiche del colonialismo… La migrazione degli operatori sanitari appare meno come un mercato del lavoro neutrale o come una conseguenza sfortunata della globalizzazione, e più come la continuazione di uno sfruttamento storico”, speiga.
A determinare questi movimenti, sostiene Sims, sono le gerarchie globali di potere, che rendono il mercato del lavoro tutt’altro che equo. Le conseguenze sono significative: per i Paesi di origine, che perdono investimenti e competenze; e per i professionisti stessi, che spesso affrontano percorsi professionali segnati da svalutazione e discriminazione.
Non è raro, infatti, che le qualifiche ottenute nelle istituzioni africane vengano messe in discussione o richiedano ulteriori verifiche, alimentando l’idea che sia necessario trasferirsi nei Paesi del Nord globale per ottenere riconoscimento e avanzamento di carriera.
In molti casi, inoltre, gli operatori sanitari migranti vengono impiegati in mansioni inferiori rispetto alla loro reale formazione, con una conseguente perdita di competenze e professionalità. “Questo processo riflette una dinamica di dequalificazione che richiama forme di sfruttamento di stampo coloniale”, aggiunge Sims.
Invito all’ascolto. Independence Cha Cha, Le Grand Kallé
Era un Cha Cha Cha, ed era la musica dell’Africa che gioiva mentre si conquistava l’indipendenza dal dominio coloniale negli anni Sessanta. Era diventato un inno. Suonava Le Grand Kallé, con il suo gruppo, l’African Jazz, a Bruxelles mentre si discuteva del futuro del Congo.
Era l’esaltazione di un momento storico, era festa, gioia. Momento la cui memoria oggi siamo chiamati a ricordare, perché la libertà, per tutti e non solo per l’Africa, non è mai data per sempre. E oggi dipende, molto, dall’architettura economica che stiamo dando al mondo.
Termina qui il nostro notiziario, ma vi diamo appuntamento a venerdì prossimo, perché volteremo pagina e vi racconteremo di come l’Africa si sta proteggendo e sta cercando di riportare l’equilibrio, ma anche di come l’Africa ci sta influenzando.
Musica: King David, Ponds5
Foto di copertina: Zach Wear su Unsplash
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