- Sudan, il Nilo Azzurro nuovo fronte della guerra.
- A Jos, in Nigeria, la violenza riaccende vendette e divisioni.
- Sorveglianza digitale: l’Africa tra tecnologie cinesi e fondi europei.
- In Mali giovani e donne ricuciono le comunità ferite.
Questo e molto altro nel Notiziario Africa di Radio Bullets a cura di Elena L. Pasquini
Da solo non sono niente. Non ho niente. Noi abbiamo potere. Ma non lo sapremo mai, non lo vedremo mai in azione. A meno che non ci uniamo per farlo funzionare.
Scrive così, Ayi Kwei Armah, nel suo romanzo d’esordio, The Beautyful Ones Are Not Yet Born, del 1968, storia di un uomo che può essere chiunque, in una società in trasformazione. Allora quella del Ghana postcoloniale.
Non siamo niente, se non uniti. Nulla può funzionare, se non insieme, dice Armah.
Siamo tutti tessuti insieme, insieme sono tessute le persone, le comunità, i Paesi, i continenti. Ed è seguendo la trama dei fili che legano storie lontane, villaggi e campagne, comunità, eserciti, gruppi armati, passato e presente, che vi racconteremo l’Africa anche oggi.
Torneremo in Sudan, dove la guerra si allarga a una regione strategica, il Blu Nile, coinvolgendo un numero sempre più grande di attori, gli uni contro gli altri. Attori lontani.
La guerra divide, spezza legami, distrugge la trama che lega comunità diverse. Succede in Nigeria, dove ancora una volta la violenza si giustifica nella divisione etnica e religiosa. Divisi, non insieme., Poi volteremo pagina, questa volta seguendo un filo diverso, che conduce in Cina e in Europa, un Paese e un continente che stanno contribuendo in modo massiccio al controllo delle popolazioni africane mettendo a rischio libertà e diritti.
Quindi, nella piccola isola di Mauritius che cerca nuove rotte per approvvigionarsi di petrolio. Effetto della guerra all’Iran, quella Persia con cui l’Africa orientale ha sempre avuto legami antichi e profondissimi, anche leggendari. Vi racconteremo anche dello strenuo lavoro di ricucitura dei giovani del Mali nelle comunità travagliate dai conflitti. E come sempre, la musica, ascoltando Taarab, musica che è manifesto di quanta bellezza può nascere dall’incontro delle diversità, quando il mondo è “insieme”
Oggi, 3 aprile 2026.
Sudan
La città di Kurmuk è una città di confine, nello Stato sudanese del Blue Nile. Per un breve periodo della sua storia fu occupata, nel 1940, dall’Italia fascista. Dall’altra parte c’è l’Etiopia. Blu Nile, periferia del Sudan, periferia della guerra, fino ad ora. A fine marzo Kurmuk è caduta nelle mani dei paramilitari delle Rapid Support Forces, il gruppo armato che da tre anni combatte contro l’esercito sudanese, e dei loro alleati, il Sudan People’s Liberation Movement-North (SPLM-N).
Khartoum accusa l’Etiopia di aver consentito ai miliziani, che sarebbero sostenuti dagli Emirati Arabi Uniti, il passaggio sul suo territorio, sorprendendo così l’esercito alle spalle. Non è la prima volta che il governo punta il dito su Addis Abeba, con cui condivide quel fiume prezioso, il Nilo Azzurro. L’agenzia di stampa Reuters racconta di un campo di addestramento delle RSF in Etiopia. Sarebbe dall’Etiopia che transiterebbero munizioni e armi. L’Etiopia nega.
Oltre settantamila persone sono fuggite da Kurmuk dopo gli attacchi per raggiungere la capitale Al Damazin. Come sempre, a scappare sono soprattutto donne e bambini. “Le famiglie sfollate si trovano ad affrontare una realtà precaria, caratterizzata da gravi carenze di cibo e acqua potabile. Il sovraffollamento dei rifugi temporanei e la mancanza di alloggi adeguati hanno ulteriormente aggravato la crisi”, scrive Sudan Tribune.
È un’escalation che allarga il conflitto in uno Stato che fino ad ora sembrava essere stato risparmiato dalla violenza più feroce, uno Stato strategico che ospita la diga di Roseires, sul Nilo Azzurro, una delle più importanti del Paese. La diga fornisce acqua per l’agricoltura ed energia. Poco più a monte, in Etiopia, sorge la GERD, la Grande Diga della Rinascita.
Lo Stato del Nilo Azzurro è fondamentale per la nuova offensiva delle RSF verso il Sudan centrale.
“Precedentemente marginale rispetto al conflitto, lo Stato del Nilo Azzurro sta diventando un punto focale della guerra in Sudan”, scrive ACLED, organizzazione che monitora i dati sui conflitti nel mondo. Fondamentale per il controllo del Sudan centrale.
“I dati ACLED mostrano che il numero di attacchi aerei e con droni nel Nilo Azzurro è aumentato a febbraio, con 19 attacchi e 68 vittime accertate, mentre a gennaio ne erano stati registrati solo tre”, spiega sul blog dell’Istituto di ricerca per la pace di Francoforte Jalale Getachew Birru, che di ACLED è analista.
Un nodo strategico, il cui destino sembra però inestricabilmente legato a ciò che accade nel resto del mondo. È qui che “la guerra civile del Paese si interseca con la più ampia competizione regionale per il potere”, scrive Birru. E che diventa terreno su cui si gioca la contesa tra gli Stati rivali del Golfo.
Gli Emirati Arabi Uniti, che sosterrebbero le RSF dall’Etiopia, potrebbero indurre l’Egitto a entrare in gioco a fianco del Sudan, entrambi da quindici anni in conflitto con Addis Abeba per via della diga. Oppure potrebbe innescarsi un nuovo conflitto per procura, nella regione etiope del Tigray, per esempio, con l’Egitto sempre più vicino all’Eritrea — con cui l’Etiopia rischia di scontrarsi di nuovo — e alla Somalia, che “ha rescisso tutti gli accordi con gli Emirati Arabi Uniti, provocandone il ritiro dal Paese. Questo crollo delle relazioni è stato innescato dal riconoscimento del Somaliland da parte di Israele”, spiega Birru.
“Il ritiro delle forze degli Emirati Arabi Uniti ha chiuso la rotta di contrabbando di Bosaso per le RSF”, aggiunge, aprendo però la strada ai “rivali degli Emirati Arabi Uniti nel Golfo, Arabia Saudita e Qatar, per approfondire la loro influenza nel Corno d’Africa”.
Nigeria
Nella città di Jos la violenza non accenna a placarsi. Una strage, domenica, ha fatto precipitare la capitale dello stato nigeriano di Plateau in una spirale di vendette e rappresaglie. Non è bastato il coprifuoco di 48 ore imposto dalle autorità in questa terra, un tempo “terra di pace e turismo”, come la racconta Mustapha Bature Sallama, peacebuilder, su Modern Ghana, che invece è una delle regioni più instabili della Nigeria. Jos, dice Sallama, si trova su una “linea di faglia”, tra il nord musulmano e il sud cristiano. “Questo la rende un punto nevralgico naturale per i conflitti identitari”.
La chiamano la strage della Domenica delle Palme, quella che ha lasciato senza vita almeno 26 persone nel quartiere di Anguwan Rukuba, un quartiere popolare, universitario. Uomini armati hanno fatto fuoco, subito è scattata la rappresaglia. Secondo la Christian Association of Nigeria (CAN), come riporta la BBC, gli autori del massacro si sarebbero infiltrati nella zona indossando uniformi come quelle delle forze di polizia nigeriane.
Mercoledì, poi, ancora scontri. “Un giornalista dell’AFP ha visto una folla radunarsi e distruggere auto, un triciclo taxi “keke” incendiato e la folla fuggire in cerca di riparo. In un altro punto, il giornalista ha visto due corpi per terra. Non è chiaro chi abbia formato le folle o chi fosse il loro obiettivo”, scrive Africa News.
Le voci, dopo la strage, sono corse immediate: è violenza contro i cristiani, preceduta, dicono, da minacce sui social media. Immediate anche le reazioni dall’altra parte del mondo. “Genocidio cristiano”, una teoria che rimbalza di voce in voce in Nigeria, ma ha “guadagnato terreno, anche tra i politici americani”, scrive il New York Times. “Il deputato Riley Moore del West Virginia è uno dei numerosi membri del Congresso statunitense che hanno affermato che in Nigeria è in corso un genocidio dei cristiani, attribuendolo al terrorismo islamista. In un post sui social media di lunedì, Moore ha definito gli attacchi a Jos “ripugnanti e inaccettabili” e ha avvertito di “gravi conseguenze” per le relazioni tra Nigeria e Stati Uniti se la Nigeria non riuscirà a proteggere “i nostri fratelli e sorelle in Cristo”, aggiunge.
Eppure, in quella strage, secondo gli analisti, non sono morti solo cristiani. “Questo è successo proprio nel cuore di Jos. È una comunità eterogenea; è un vero e proprio crogiolo di culture perché qui vivono tutti, e un danno a uno è un danno a tutti”, ha affermato Julie Sanda, direttrice generale della Plateau Peace Building Agency (PPBA). “Si è trattato di un attacco immotivato”, riporta Human Angle.
Ci vuole cautela a leggere con la lente del conflitto religioso o etnico ciò che sta accadendo a Jos, e nello stato di Plateau. “I conflitti a Jos e nell’altopiano di Jos in generale sono multidimensionali e profondamente radicati. Sebbene spesso inquadrati come violenza religiosa, è meglio comprenderli come un complesso intreccio di politica, identità, competizione per la terra e lotta economica, ora aggravato dal banditismo e dalla debolezza della governance”, scrive Mustapha Bature Sallama.
Se è vero che la violenza nasce da tensioni antiche, che risalgono all’epoca coloniale, e che prendono le forme di scontri etnici tra comunità agricole prevalentemente cristiane e pastori fulani prevalentemente musulmani, negli ultimi anni questa violenza si è trasformata: sono proliferati gruppi armati, bande criminali. Le comunità si sono polarizzate intorno a problemi concreti, indotti dal clima che cambia, dalla terra che scarseggia. Attacchi, aggiunge Sallama, che combinano attacchi etnici, conflitti per le risorse e criminalità organizzata.
Sorveglianza digitale
Telecamere per il riconoscimento facciale, scanner biometrici, sistemi digitali che tracciano e registrano ogni movimento, videosorveglianza lungo confini digitali dove non sono più gli esseri umani, ma l’intelligenza artificiale a decretare la sorte di chi entra e chi esce. È così che l’Africa, in nome della sicurezza, con tecnologie cinesi e soldi europei, controlla in massa i suoi cittadini.
La Nigeria è tra i Paesi all’avanguardia, con i suoi passaporti biometrici, e la raccolta su larga scala di dati biometrici dei volti e di impronte digitali.
“Questi sistemi promettono di aiutare i governi a combattere il terrorismo, la tratta di esseri umani e la migrazione irregolare. Tuttavia, sollevano anche seri interrogativi in merito alla privacy, alla discriminazione e al futuro della libera circolazione nella regione”, scrive su The Conversation Africa, Philippa Osim Inyang, ricercatrice presso l’Istituto nigeriano per gli affari internazionali, e autrice di uno studio sulle tecnologie lungo i confini dei Paesi dell’Africa occidentale.
A rischio non è soltanto la libera circolazione delle persone, quella che dal 1979, spiega Inyang, la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale garantisce ai cittadini dei suoi Stati membri senza necessità di visto. Sono anche i diritti dei migranti.
“I dati biometrici, comprese le impronte digitali e le scansioni facciali, sono estremamente sensibili. Una volta raccolti, possono essere conservati a tempo indeterminato e condivisi tra diverse banche dati. I migranti hanno poche informazioni su come verranno utilizzati i loro dati o se vengano condivisi con governi stranieri … “, spiega. Preoccupa anche la possibilità che i sistemi di intelligenza artificiale possano diventare strumenti di discriminazione. “Se in passato i controlli erano mirati a determinate nazionalità o gruppi etnici, tali pregiudizi possono radicarsi nei sistemi decisionali automatizzati” che si basano su dati storici, aggiunge Inyang.
Uno sviluppo imponentefinanziato anche attraverso programmi europei, come il Fondo fiduciario di emergenza dell’UE per l’Africa, strategia di un’Europa che da decenni tenta di esternalizzare la migrazione. “Questi progetti vengono spesso presentati come aiuti allo sviluppo volti a migliorare la governance. Ma servono anche a un altro scopo. Aiutano i governi europei a identificare ed espellere i migranti che raggiungono l’Europa, verificandone la nazionalità tramite dati biometrici raccolti nei loro paesi d’origine”, avverte Inyang.
Undici governi africani avrebbero inoltre investito circa 2 miliardi di dollari in tecnologie cinesi per la sorveglianza capaci di riconoscere volti e seguire i movimenti, secondo quanto racconta un rapporto recente del britannico Institute of Development Studies. Ancora una volta è in nome della sicurezza che si tiene traccia della vita di masse di donne e di uomini. Eppure, spiegano i ricercatori, che l’impiego di questi strumenti riduca davvero la criminalità, è ancora tutto da provare.
“Questa sorveglianza su larga scala e invasiva degli spazi pubblici, basata sull’intelligenza artificiale, non è ‘legale, necessaria o proporzionata’ al legittimo obiettivo di garantire la sicurezza. La storia ci insegna che questo è l’ultimo strumento utilizzato dai governi per invadere la privacy dei cittadini e soffocare la libertà di movimento e di espressione” ha detto Wairagala Wakabi, direttore esecutivo dell’organizzazione Cipesa tra gli autori del rapporto, come ricorda The Guardian. Strumenti che facilmente possono essere impiegati per silenziare le voci di giornalisti, oppositori politici e attivisti.
L’Africa e la Persia, dipendenze e radici
In mezzo all’oceano, l’isola di Mauritius dipende quasi interamente dal petrolio che arriva dal mare per produrre energia. La guerra in Iran la costringe a razionare, a mettere a freno i consumi e a cercare nuove strade di approvvigionamento.
“Secondo il governo, una spedizione di petrolio che sarebbe dovuta arrivare nel fine settimana non si è materializzata, lasciando il paese con scorte sufficienti per soli 21 giorni. Il ministro dell’Energia Patrick Assirvaden ha dichiarato lunedì che il governo si è assicurato forniture di carburante alternative da Singapore, con arrivo previsto per il 1° aprile e ulteriori consegne nel corso del mese, ma a un costo maggiore”, scrive la BBC.
Sono molti i Paesi africani che hanno iniziato a fare i conti con la scarsità di carburanti e a centellinare le proprie riserve.
“Le nuove rotte più lunghe eserciteranno una pressione crescente su molte delle aree portuali offshore dell’Africa meridionale: Walvis Bay, Città del Capo, Durban, Maputo, Dar es Salaam”, afferma Timothy Walker, ricercatore senior presso l’Istituto per gli studi sulla sicurezza.
“È probabile che le navi cerchino di fermarsi lì per rifornirsi di carburante, fare scorte di cibo o reclutare nuovo equipaggio”, ha dichiarato alla BBC.
Dipendenza dal petrolio, ma anche relazione, scambio, inevitabile e inscindibile legame. Ogni costa, ogni montagna, ogni angolo di questo mondo è connesso a tutto il resto. Non fa eccezione l’Africa. Piuttosto, la sua storia è una storia di relazioni, la sua civiltà mescolanza.
Le sue coste orientali — quel mare dove la piccola Mauritius annaspa e che ha disperato bisogno di greggio — sono sempre state rotte commerciali iportantissime, molto prima delle tensioni geopolitiche contemporanee. La costa swahili faceva parte di un’antica rete che collegava Africa orientale, Golfo Persico, India e Sud-est asiatico. Il petrolio, oggi. Altre merci, cultura, influenze e persino la lingua, idee, religioni, strutture sociali, allora.
Forse leggende quelle che raccontano di una migrazione di principi persiani dalla città di Shiraz verso queste coste. Eppure sono il mito fondativo della costa swahili, come narrato nelle cronache di Kilwa. Come vogliono molte comunità dell’isola di Zanzibar, che si considerano discendenti di quei principi persiani.
Leggende, ma con un fondo di verità. Legami antichi di cui resta traccia anche nel DNA: ricerche degli ultimi anni dimostrerebbero che le comunità swahili avrebbero davvero antenati persiani, come raccontava alcuni anni fa uno studio della University of South Florida pubblicato sulla rivista Nature.
Mali
Benkadi, in lingua bambara, significa “buona comprensione”. È il nome di un percorso che coinvolge le donne del Mali. Nei campi dove sono fuggite alla guerra, all’insicurezza, insieme dialogano. Hanno imparato a leggere e scrivere, dialogano di pace, coesione sociale, gestione dei conflitti, in una terra, il Mali, attraversata dalla violenza dei gruppi armati di matrice islamista, dai conflitti tra le comunità, piena di profughi e di miseria.
“Meglio informate e più sicure di sé, queste donne ora svolgono un ruolo chiave nella prevenzione e nella gestione dei conflitti all’interno delle loro comunità … Questo è solo un esempio tra i tanti di vittime della crisi della sicurezza che sono diventate protagoniste della pace”, scrive Aliou Hassaye, giornalista maliano caporedattore di Lambda Voice, su Peace Insight.
Benkadi è solo uno dei progetti dell’Associazione dei Giovani per la Cittadinanza Attiva e la Democrazia, un gruppo di giovani nato una decina di anni fa, una ventina di ragazzi “convinti di una cosa: la pace non si costruisce solo in ambito politico o diplomatico, ma nel cuore delle comunità, dove i conflitti vengono vissuti quotidianamente”, spiega Hassaye, la cui testata è stata creata dall’associazione per sensibilizzare su temi come democrazia, governance, uguaglianza.
Oggi sono oltre 20 mila i giovani di AJCAD, che organizzano attività tra la gente, Club di Azione Cittadina, anche nelle aree rurali, in quelle più fragili. Aiutano gli abitanti delle comunità a partecipare alla vita collettiva, a costruire una relazione di fiducia ma anche di controllo sulle istituzioni locali, ad esercitare i loro diritti di elettori. Accompagnano le donne, con programmi come She Leads: 44 spazi sicuri a Bamako e Ségou, dove si impara a superare barriere, a contrastare violenza e discriminazione, a prendere in mano la propria vita, a sviluppare quelle competenze che fanno delle donne leader e mediatrici.
Prosegue Hassaye: “I giovani avrebbero potuto essere travolti dalla disperazione, dalla rabbia o dall’inazione. Eppure, contro ogni previsione, sono diventati uno dei pilastri più solidi della resilienza collettiva. Spesso percepiti come vulnerabili o a rischio, molti giovani maliani hanno scelto una strada diversa: quella dell’impegno civico, del dialogo e della costruzione della pace a livello locale”.
I giovani del Mali, a dispetto della guerra, dell’insicurezza e della povertà, vanno a costruire la pace dal basso, di comunità in comunità.
Invito all’ascolto. La musica Taarab
Sono parole d’amore, quelle che canta Siti Binti Saad. La musica gracchia perché questa è una registrazione antica, del 1930. Era una donna, a Zanzibar, quando c’era il sultano e a cantare erano solo uomini. La sua musica è il Taarab, la musica delle coste dell’Africa orientale nata in quell’isola combinando elementi africani, arabi, indiani, europei. Suonano i violini, le percussioni, il qanun, l’oud. Siti Binti Saad, nata poverissima, cantava in swahili e non in arabo, portando per la prima volta nel mondo la musica della sua terra. Fu una star, “madre del Taarab”, la chiamano. Lei incise, prima tra tutti i musicisti dell’Africa Orientale.
“Ha sfidato l’idea che le donne dovessero essere remissive e silenziose nella sua società, grazie alla sua schiettezza, alla sua voce potente e al suo grande talento. Le sue azioni coraggiose, il suo coraggio nel difendersi, rompere gli schemi e affermare i propri diritti, rappresentano un meraviglioso esempio di come le donne non debbano essere relegate ai limiti imposti dalla società, ma possano elevarsi al di sopra di essi e cambiare il modo di pensare delle persone”, scrive Carmen McCain su Beyond The Single Story.
Con la musica rivoluzionaria di Siti Binti Saad, che ricorda cosa nasce dall’incontro di culture diverse, vi lasciamo oggi. Vi ringraziamo per essere stati con noi, vi aspettiamo lunedì con le notizie dal mondo e gli aggiornamenti dai troppi fronti di guerra che Radio Bullets racconta in prima persona. Continuate a sostenerci, ogni piccola donazione frantuma il silenzio. E il silenzio è un’arma di guerra.
Foto di copertina E. Diop su Unsplash
Musica King David, Pond5
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Autore
Elena Pasquini
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