9 aprile 2026 – Notiziario Mondo
Scritto da Barbara Schiavulli in data Aprile 9, 2026
- Libano sotto attacco israeliano nel peggiore bombardamento dall’inizio dell’invasione.
- Fragilissima la tregua per l’Iran.
- Gaza: numeri che non bastano più a raccontare la morte e un altro giornalista ucciso da Israele.
- Afghanistan–Pakistan: dialogo fragile sotto regia cinese.
- Gibuti: stabilità o potere senza alternativa?
- Argentina: ghiacciai sotto pressione, piazza contro Milei
Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets a cura di Barbara Schiavulli e con Pasquale Porciello in collegamento da Beirut
Libano
Mercoledì pomeriggio Israele ha lanciato quella che ha definito la più grande operazione coordinata in Libano dall’inizio dell’escalation: oltre cento obiettivi colpiti in appena dieci minuti. Dieci minuti. Beirut, la Valle della Bekaa, il sud del Paese. 254 morti, 1165 feriti è il bilancio provvisorio.
Fumo che si alza in più punti della capitale, ambulanze che non smettono di correre, persone che urlano mentre sopra le loro teste tornano gli aerei da guerra.
Il ministro della Salute libanese ha detto che gli ospedali sono pieni, saturi di morti e feriti. E chi è sul posto racconta una colonna sonora che ormai è diventata quotidiana: sirene, esplosioni, jet. Oggi è stato dichiarato lutto nazionale.
Eppure, nello stesso tempo, si parla di cessate il fuoco.
Israele ha dichiarato che rispetterà la tregua con l’Iran, ma continuerà la guerra in Libano. Una distinzione che sulla carta può sembrare diplomazia, ma sul terreno significa una cosa molto semplice: le bombe continuano a cadere.
L’esercito israeliano ha anche ordinato a tutti i civili a sud del fiume Zahrani di evacuare verso nord. Un altro spostamento forzato, un altro pezzo di paese svuotato. Intanto però Pakistan, Francia ed Egitto sostengono che il Libano rientri nell’accordo di tregua.
Quindi la domanda resta sospesa: tregua per chi?
Nel frattempo gli attacchi non si sono mai fermati. Prima ancora della grande ondata di raid, un bombardamento a Saida aveva ucciso almeno otto persone e ne aveva ferite più di venti. Un centro medico a Chaqra è stato colpito, uccidendo paramedici. Un’ambulanza distrutta ad Al-Qaliila, quattro soccorritori morti.
E poi tre attacchi su un villaggio vicino Khiam, artiglieria inclusa. Come se qualcuno avesse premuto “pausa” solo nei comunicati stampa, ma non nella realtà.
A Srifa, una famiglia è tornata a casa pensando che fosse finita. Nove persone uccise, tra cui donne e bambini.
È forse l’immagine più brutale di questa fase della guerra: tornare perché ti dicono che puoi farlo, e morire perché non era vero.
Intanto, L’Italia e la Spagna hanno convocato i rappresentanti israeliani dopo due episodi che coinvolgono i caschi blu dell’UNIFIL.
Roma ha protestato dopo che colpi di avvertimento israeliani hanno danneggiato un veicolo italiano. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha chiesto chiarimenti, sottolineando che i militari italiani “non possono essere toccati”.
Madrid invece denuncia la detenzione, definita illegale, di un peacekeeper spagnolo, fermato per circa un’ora durante un convoglio logistico nel sud del Libano.
Le Nazioni Unite parlano chiaramente di violazione del diritto internazionale.
Iran
Lo Stretto di Hormuz è stato chiuso di nuovo dall’Iran, in risposta agli attacchi israeliani in Libano. Una mossa che ha fatto tremare immediatamente la tregua appena annunciata con gli Stati Uniti.
Una tregua che già prima era fragile, ora sembra sospesa su un filo.
La Casa Bianca ha chiesto la riapertura immediata del passaggio, mentre prova a tenere in piedi i negoziati. Ma nel frattempo, mentre si parla di pace, continuano a volare droni e missili, colpendo non solo l’Iran ma anche diversi Paesi del Golfo.
Nel frattempo, anche sul piano politico la tensione cresce. Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, accusa Washington di aver violato le condizioni dell’accordo: attacchi israeliani continuati, incursioni nello spazio aereo iraniano e la richiesta americana di azzerare le capacità nucleari di Teheran.
— محمدباقر قالیباف | MB Ghalibaf (@mb_ghalibaf) April 8, 2026
E poi c’è la questione economica, che spesso resta sullo sfondo ma che in realtà è centrale.
Lo Stretto di Hormuz è il passaggio di circa il 20% del petrolio e del gas mondiale. L’Iran ora parla di introdurre pedaggi per le navi in transito, fino a un dollaro al barile. Un cambiamento enorme, che romperebbe decenni di equilibrio e rischierebbe di ridisegnare le rotte energetiche globali.
Ma anche qui, nulla è chiaro: non si sa se altri Paesi accetteranno, non si sa se le navi torneranno a passare, non si sa se il sistema reggerà.
E sopra tutto questo resta un’altra grande incognita: il programma nucleare iraniano.
Gli Stati Uniti parlano di rimozione dell’uranio arricchito. L’Iran non conferma. E mentre le dichiarazioni si rincorrono, nessuno può dire davvero cosa sia stato deciso.
Intanto, i negoziati continuano. Gli Stati Uniti guardano al Pakistan per nuovi colloqui, le Nazioni Unite mandano emissari, e ogni attore prova a tenere insieme un accordo che sembra sfuggire da tutte le parti.
E allora la sensazione è questa: non siamo davanti a una tregua, ma a una pausa instabile, piena di condizioni non condivise, interpretazioni divergenti e linee rosse che cambiano a seconda di chi le traccia.
Perché quando una guerra finisce davvero, si capisce.
Quando invece bisogna spiegarla ogni volta, probabilmente non è mai finita.
a guerra in Iran non sta solo ridisegnando il Medio Oriente. Sta incrinando anche uno dei pilastri storici dell’Occidente: la NATO.
Secondo indiscrezioni, l’amministrazione di Donald Trump starebbe valutando di “punire” alcuni alleati considerati poco collaborativi durante il conflitto. L’idea è concreta: spostare truppe americane dai Paesi giudicati poco utili verso quelli più allineati alla strategia statunitense.
Uno scenario che segna un cambio di paradigma.
Non più alleanza basata su equilibri condivisi, ma su un sistema di premi e penalizzazioni.
L’incontro alla Casa Bianca tra Trump e il segretario generale Mark Rutte arriva in un clima teso, con il presidente americano che accusa apertamente gli alleati europei di aver “voltato le spalle” agli Stati Uniti durante la guerra.
Trump è arrivato a definire la NATO un “tigre di carta”, mettendo in discussione il valore stesso dell’alleanza.
E mentre cresce la distanza politica, si apre anche una frattura strategica: l’Europa resta cauta sul coinvolgimento nel Golfo, mentre Washington spinge per un impegno più diretto.
Il rischio, ora, non è solo una crisi diplomatica.
È che l’alleanza costruita dopo la Seconda guerra mondiale smetta di funzionare proprio nel momento in cui le tensioni globali aumentano.
Palestina e Israele
Ci sono cifre che dovrebbero fermare il mondo. E invece scorrono, aumentano, si accumulano come se fossero inevitabili.
Nelle ultime 24 ore, almeno tre palestinesi sono morti per le ferite riportate nell’attacco al campo profughi di Al-Maghazi. Altri tre sono rimasti feriti sotto nuovi raid israeliani in diverse aree di Gaza. Ma questi numeri, presi da soli, non dicono nulla se non li mettiamo dentro una cornice più grande.
n giornalista palestinese di Al Jazeera, Mohammed Wishah, è stato ucciso in un attacco aereo israeliano. Lavorava per Al Jazeera Mubasher.
Con la sua morte, il numero dei reporter uccisi dall’ottobre 2023 sale a 262, secondo le autorità locali.
Sono numeri che non hanno precedenti recenti. E soprattutto raccontano un’altra dimensione della guerra: quella contro chi prova a documentarla.
L’ufficio stampa del governo di Gaza parla apertamente di un “targeting sistematico” dei giornalisti palestinesi. Una strategia, non episodi isolati.
Accuse gravi, che chiedono verifiche indipendenti, ma che si inseriscono in una realtà dove sempre più spesso chi tiene una telecamera diventa un bersaglio.
La stessa emittente ha condannato l’uccisione. E da Gaza arriva un appello diretto alla comunità internazionale, alle organizzazioni dei giornalisti, ai tribunali: fermare questi attacchi, chiedere responsabilità, proteggere chi racconta.
Dal 7 ottobre 2023, secondo il Ministero della Salute palestinese, i morti sono arrivati a 72.315. I feriti oltre 172 mila. Numeri che superano ormai la capacità umana di immaginarli, figuriamoci di elaborarli.
E poi c’è quella che viene chiamata “tregua”. Dal giorno successivo alla sua entrata in vigore, l’11 ottobre, almeno 736 palestinesi sono stati uccisi. Più di duemila feriti. E 759 corpi recuperati dalle macerie.
È una tregua che somiglia più a una pausa narrativa che a una sospensione reale della violenza.
Dentro questo scenario si inserisce quello che è successo ad Al-Maghazi. Un campo profughi, uno dei tanti luoghi dove la guerra non è mai iniziata davvero perché non è mai finita.
Lunedì, una milizia palestinese sostenuta da Israele ha fatto irruzione nella parte orientale del campo. Si fanno chiamare “Free Homeland Forces”, guidati da Shawqi Abu Nasira, un ex ufficiale della sicurezza dell’Autorità Palestinese. Secondo testimoni, hanno iniziato a sparare sulle case. Dentro c’erano famiglie. C’erano bambini.
Quando gli abitanti hanno provato a reagire, sono arrivati gli aerei israeliani. Missili. Esplosivi lanciati da droni.
Chi cercava di soccorrere i feriti veniva colpito. Non è un dettaglio. È una dinamica precisa. Significa trasformare ogni gesto umano — aiutare qualcuno — in un rischio mortale.
Almeno dieci persone sono state uccise. Decine ferite. Ma ancora una volta, il numero non restituisce la scena: case sotto assedio, gente che prova a scappare, e il cielo che decide chi può vivere e chi no.
E mentre tutto questo accade, un’altra notizia passa quasi in silenzio, ma pesa come un macigno.
Dopo 35 anni di lavoro, chiude Defense for Children International – Palestine. Era l’organizzazione che documentava il trattamento dei minori palestinesi detenuti da Israele, che forniva assistenza legale gratuita, che raccoglieva prove per le Nazioni Unite su abusi, torture, detenzioni arbitrarie.
Ha annunciato di non poter più operare a causa della pressione israeliana, definita una criminalizzazione mirata delle organizzazioni per i diritti umani palestinesi.
Nel 2021 Israele l’aveva classificata come organizzazione terroristica. Nel 2022 i suoi uffici sono stati chiusi con la forza, porte saldate, attività dichiarata illegale.
Alla fine del 2025, 351 minori palestinesi erano detenuti nelle carceri israeliane. Più della metà senza processo, in detenzione amministrativa. Il dato più alto mai registrato.
Quando un’organizzazione che documenta le violazioni viene chiusa, non scompaiono le violazioni. Scompare la possibilità di dimostrarle, di raccontarle, di renderle visibili.
E forse è questo il passaggio più inquietante: non solo la violenza continua, ma si restringe anche lo spazio per provarla, per nominarla, per lasciarne traccia.
Così restano i numeri. Sempre più grandi. Sempre più vuoti.
E un silenzio che cresce insieme a loro.
Gibuti
Nel Corno d’Africa si vota, ma l’esito sembra già scritto.
Il presidente Ismail Omar Guelleh, al potere dal 1999, è dato per vincente alle elezioni che potrebbero estendere il suo controllo sul Paese a quasi trent’anni. A 78 anni, è uno dei leader più longevi del continente.
Ufficialmente c’è un avversario, ma poco visibile e senza reale peso politico. Le opposizioni sono frammentate, spesso silenziate, e diverse organizzazioni per i diritti umani parlano apertamente di elezioni senza vera competizione.
Eppure Gibuti resta un Paese centrale negli equilibri globali.
Affacciato sullo stretto di Bab el-Mandeb, uno dei passaggi marittimi più trafficati al mondo, è diventato una piattaforma strategica per potenze internazionali: Stati Uniti, Cina, Francia, Italia, Giappone. Tutti presenti, tutti interessati a quel punto dove passa una fetta significativa del commercio globale.
È una stabilità costruita anche su questo: basi militari, traffici marittimi, posizione geografica.
Guelleh si presenta come garante di equilibrio in una regione instabile, tra Etiopia, Eritrea e Yemen. E in un momento in cui le tensioni legate alla guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele minacciano le rotte nel Mar Rosso, quel ruolo diventa ancora più rilevante.
Ma a quale prezzo?
Gibuti è tra gli ultimi Paesi al mondo per libertà di stampa, secondo Reporters Without Borders. Le accuse di repressione del dissenso e di favoritismi etnici sono costanti.
E allora il voto assume un altro significato: non tanto una scelta, quanto una conferma.
Perché qui la stabilità esiste. Ma la domanda è se sia davvero condivisa.
Ucraina e Russia
Mentre si parla di possibili pause umanitarie, sul terreno la guerra continua a muoversi al ritmo dei droni.
Nel sud-est dell’Ucraina, attacchi russi hanno ucciso almeno otto persone e ferito più di venti, secondo quanto riportato da Reuters. Le autorità ucraine accusano Russia di sabotare ogni prospettiva di tregua, anche quella simbolica legata alla Pasqua.
A Kherson, quattro anziani sono stati uccisi e altri sette feriti. Nella notte, droni russi hanno colpito il porto di Izmail, sul Danubio, uno snodo cruciale per le esportazioni, danneggiando infrastrutture e una nave civile.
Ma la linea del fronte non è mai a senso unico. Attacchi con droni ucraini hanno colpito una scuola nella regione di Zaporizhzhia, sotto controllo russo, ferendo gravemente sei persone, cinque delle quali bambini, secondo le autorità locali.
È una guerra che si combatte sempre più dall’alto, silenziosa fino all’impatto.
Stati Uniti
Negli Stati Uniti si apre una frattura che non è solo politica, ma istituzionale. E riguarda direttamente il presidente Donald Trump.
Dopo le sue dichiarazioni — tra cui la minaccia di distruggere “un’intera civiltà” — più di 80 membri del Congresso hanno chiesto ufficialmente di attivare il 25° Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, lo strumento che permette di rimuovere un presidente ritenuto incapace di esercitare le proprie funzioni.
Non si tratta di una voce isolata o marginale. Tra i nomi che hanno sostenuto questa richiesta ci sono figure di primo piano del Partito Democratico, da Alexandria Ocasio-Cortez a Nancy Pelosi, passando per una lunga lista di deputati e senatori che, pur con sensibilità diverse, convergono su un punto: il presidente rappresenta un rischio.
Ma il dato forse più significativo arriva dalla società civile.
Per la prima volta nella sua storia, la NAACP — una delle più importanti organizzazioni per i diritti civili negli Stati Uniti — ha chiesto l’attivazione del 25° Emendamento.
Il suo presidente, Derrick Johnson, ha usato parole durissime: “Il presidente è inadatto, instabile e fuori controllo.”
Non è solo una critica politica. È un giudizio sulla capacità mentale e istituzionale di guidare il Paese.
Il 25° Emendamento non è mai stato utilizzato per rimuovere un presidente contro la sua volontà. È una misura estrema, pensata per situazioni eccezionali: incapacità grave, crisi medica, perdita di controllo.
Invocarlo significa dire che siamo oltre il conflitto tra partiti. Che il problema non è cosa fa il presidente, ma se sia in grado di farlo.
E tutto questo accade mentre gli Stati Uniti sono coinvolti in scenari di guerra sempre più complessi, dal Medio Oriente alle tensioni globali.
Quando chi ha il controllo dell’apparato militare più potente del mondo viene descritto come “instabile”, la questione smette di essere interna e diventa globale.
Perché le parole di un presidente non restano mai parole.
Soprattutto quando parlano di distruzione.
Negli Stati Uniti, la gestione dell’immigrazione torna a intrecciarsi con la violenza armata.
In California, nella cittadina agricola di Patterson, agenti dell’Immigration and Customs Enforcement hanno sparato a un uomo durante un controllo stradale. Si chiama Carlos Ivan Mendoza Hernandez, ed è stato colpito dopo che, secondo la versione ufficiale, avrebbe tentato di investire un agente con l’auto.
Un video della dashcam mostra la sua macchina bloccata tra due veicoli, poi una retromarcia e un movimento in avanti verso gli agenti, già con le armi puntate. Ma il filmato non ha audio e la dinamica resta sotto indagine da parte dell’FBI.
Hernandez è ricoverato in ospedale, in condizioni non rese pubbliche.
Le autorità lo descrivono come un membro della gang 18th Street, ricercato in El Salvador per omicidio. Ma, al momento, non sono state fornite prove a sostegno di questa accusa.
È almeno l’ottavo episodio del 2026 in cui agenti dell’ICE fanno uso delle armi.
E ogni volta resta la stessa domanda sospesa: dove finisce l’applicazione della legge e dove comincia l’uso eccessivo della forza.
Perù
Il Perù si avvicina al voto del 12 aprile con un clima carico di incertezza e un dispiegamento record di osservatori internazionali.
Oltre 500 inviati stranieri monitoreranno le elezioni, con una presenza massiccia dell’Unione europea e dell’Organizzazione degli Stati americani. Un segnale chiaro: la comunità internazionale guarda con attenzione a un passaggio delicato.
Il quadro politico è estremamente frammentato: 35 candidati, nessun vero favorito e un ballottaggio a giugno che appare quasi inevitabile.
In testa nei sondaggi c’è Keiko Fujimori, figlia dell’ex presidente Alberto Fujimori, che tenta per la quarta volta la corsa al potere puntando sulla sicurezza.
Alle sue spalle, figure molto diverse tra loro: il comico televisivo Carlos Álvarez e l’imprenditore conservatore Rafael López Aliaga.
A sinistra, invece, Roberto Sánchez prova a raccogliere l’eredità politica di Pedro Castillo, in un campo però più debole e diviso.
È un’elezione senza un centro stabile, dove la destra è avanti ma dispersa, e la sinistra fatica a ricompattarsi.
E quando ci sono troppi candidati e nessuna direzione chiara, il rischio è sempre lo stesso: più che scegliere, si finisce per tentare di evitare il peggio.
Argentina
In Argentina si protesta davanti al Parlamento mentre si decide il futuro dei ghiacciai.
Centinaia di manifestanti — tra organizzazioni sociali, ambientalisti e partiti di sinistra — si sono riuniti in una veglia contro la riforma voluta dal presidente Javier Milei, che modifica la legge di protezione dei ghiacciai.
La tensione è salita già nelle prime ore del giorno, con sette attivisti di Greenpeace arrestati dopo aver esposto uno striscione su un monumento davanti al Congresso. Nel pomeriggio, nuovi scontri quando alcuni manifestanti hanno tentato di superare le barriere della polizia.
Il governo difende la riforma: dice che serve a chiarire norme troppo restrittive e a favorire lo sviluppo minerario nella Cordigliera.
Ma per chi protesta, il rischio è chiaro: aprire la porta a progetti estrattivi in aree fragili, dove i ghiacciai sono una riserva vitale d’acqua.
Il voto finale è atteso nella notte.
E ancora una volta, lo scontro è tra sviluppo economico e tutela ambientale.
Brasile
In Brasile, la linea tra sostegno politico e protesta è sottile, e spesso passa dentro la stessa persona.
Il leader indigeno Raoni Metuktire, uno dei simboli globali della difesa dell’Amazzonia, ha ribadito il suo appoggio al presidente Luiz Inácio Lula da Silva. Ma lo ha fatto mentre contestava apertamente alcune politiche del suo governo.
Raoni ha partecipato alla grande mobilitazione indigena a Brasilia, insieme a migliaia di rappresentanti di oltre 200 comunità. Da un lato, sostiene Lula e la sua visione generale sui diritti indigeni.
Dall’altro, si oppone a progetti infrastrutturali come la ferrovia Ferrogrão, che attraverserebbe l’Amazzonia e che molte comunità considerano una minaccia diretta ai loro territori.
È una posizione che racconta molto più di una semplice contraddizione.
Perché mostra quanto sia complesso oggi il rapporto tra sviluppo economico e tutela ambientale. Anche per un governo che, almeno sulla carta, si presenta come alleato dei popoli indigeni.
Raoni dice di voler incontrare Lula per parlare della demarcazione delle terre. Un tema centrale, rimasto irrisolto nonostante le promesse.
E intanto le proteste continuano.
È una relazione fatta di fiducia e tensione insieme. Di appoggio politico, ma senza rinunciare alla resistenza. In pratica, anche quando si sta dalla stessa parte, non significa che si stia in silenzio.
Afghanistan e Pakistan
Nel silenzio mediatico che accompagna molte crisi, Afghanistan e Pakistan tornano a parlarsi.
A Urumqi, nella Cina occidentale, sono in corso colloqui tra delegazioni di medio livello dei due Paesi, su invito di Cina. Il ministero degli Esteri afghano li ha definiti “utili”, una parola prudente, che nella diplomazia spesso significa: meglio di niente.
I colloqui sono iniziati il primo aprile e arrivano dopo mesi di tensioni lungo il confine, tra accuse reciproche e scontri indiretti.
Secondo i dati delle Nazioni Unite, in particolare dell’UNOCHA, il conflitto ha già provocato almeno 94 mila sfollati.
Numeri che raccontano una crisi che si muove sotto traccia, lontano dai riflettori principali, ma con conseguenze concrete per chi vive lungo quella frontiera.
La Cina prova a ritagliarsi un ruolo da mediatrice regionale, mentre Kabul e Islamabad cercano un equilibrio che, finora, è sempre rimasto precario.
Ti potrebbe interessare anche:
- Israele e Palestina: La guerra delle parole
- Trump: l’Iran non avrà mai armi nucleari
- Iran, la guerra entra nella terza settimana
- Iran, negate cure a Mohammadi per infarto
- Il 27 aprile 2026 nasce l’International Walking Day
E se credi in un giornalismo indipendente, serio e che racconta il mondo recandosi sul posto, puoi darci una mano cliccando su Sostienici