7 maggio 2026 – Notiziario Mondo
Scritto da Barbara Schiavulli in data Maggio 7, 2026
- Libano: soldato israeliano mette in bocca ad una statua della Madonna una sigaretta.
- Usa contro Iran: il memo di una tregua. Etiopia: il Tigray torna sull’orlo della crisi.
- La Slovenia si unisce alla Spagna nell’esortare l’UE a proteggere l’indipendenza della Corte penale internazionale e delle Nazioni Unite sulla questione di Gaza.
- ONU: la consegna di aiuti della Flotilla, “non è un crimine”.
- Ghana dice no agli Stati Uniti sui dati sanitari
Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets a cura di Barbara Schiavulli
L’Iran e il cessate il fuoco
Gli Stati Uniti provano a trasformare una tregua fragile in un accordo politico, ma il clima resta quello di una guerra semplicemente sospesa. Secondo Axios, Washington avrebbe consegnato a Teheran un memorandum di una sola pagina che dovrebbe aprire la strada alla fine delle ostilità e a trenta giorni di negoziati più dettagliati.
Sul tavolo ci sarebbero alcuni punti chiave: l’Iran congelerebbe l’arricchimento dell’uranio, gli Stati Uniti allenterebbero le sanzioni e sbloccherebbero miliardi di dollari di fondi iraniani congelati all’estero. In cambio, entrambe le parti garantirebbero il transito commerciale nello stretto di Hormuz, diventato il centro nevralgico di questa crisi.
Ma da Teheran il tono è tutt’altro che conciliante. Ebrahim Rezaei, portavoce della commissione sicurezza nazionale del Parlamento iraniano, ha definito il documento “la lista dei desideri americani”, aggiungendo che gli Stati Uniti “non otterranno con una guerra persa ciò che non sono riusciti a ottenere nei negoziati faccia a faccia”. E soprattutto: “L’Iran ha il dito sul grilletto”.
Donald Trump, intanto, alterna diplomazia e minacce. Dopo aver annunciato la sospensione dell’operazione americana per scortare le navi commerciali nello stretto, ha dichiarato che “Epic Fury”, la campagna militare contro l’Iran, potrebbe considerarsi conclusa. Ma solo se Teheran accetterà le condizioni americane. Altrimenti, ha detto Trump, “i bombardamenti riprenderanno a un livello molto più alto”.
Dietro le dichiarazioni ufficiali resta una realtà semplice: gli iraniani non si fidano di Washington. Fonti vicine a Teheran hanno raccontato al giornalista Jeremy Scahill che il governo iraniano considera gran parte della narrazione americana semplice propaganda dell’amministrazione Trump. Per questo continua a negoziare, ma contemporaneamente si prepara a una possibile ripresa della guerra.
E mentre le diplomazie parlano, il Golfo continua a bruciare.
Gli Emirati Arabi Uniti sostengono di essere stati attaccati per il secondo giorno consecutivo da missili e droni iraniani, accusa smentita dai Pasdaran. Lunedì sarebbero stati lanciati quindici missili verso il territorio emiratino, mentre un incendio ha colpito l’impianto petrolifero di Fujairah dopo un presunto attacco con drone.
Nel frattempo, una nave cargo francese è stata colpita nello stretto di Hormuz da un proiettile non identificato: ci sono feriti tra l’equipaggio. E il Washington Post rivela che gli attacchi iraniani avrebbero danneggiato molto più seriamente le basi americane nella regione rispetto a quanto finora ammesso pubblicamente. Secondo un’analisi satellitare, almeno 228 strutture o sistemi militari statunitensi sarebbero stati colpiti tra Kuwait, Bahrain e altre installazioni strategiche.
A New York, gli Stati Uniti e cinque monarchie del Golfo hanno presentato una risoluzione al Consiglio di Sicurezza dell’Onu contro il blocco iraniano di Hormuz. Il testo prevede anche possibili misure militari sotto il Capitolo 7 della Carta delle Nazioni Unite. Ma Russia e Cina potrebbero bloccare tutto con il veto.
E proprio la Cina torna centrale nella partita. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi è arrivato a Pechino per incontrare Wang Yi, mentre tra pochi giorni Donald Trump vedrà Xi Jinping. Hormuz rischia di diventare non solo una crisi regionale, ma il punto in cui si ridefiniscono gli equilibri mondiali.
Nel frattempo, dentro l’Iran, la guerra si sente soprattutto nei mercati e nelle case. Il capo della magistratura iraniana ha ordinato misure straordinarie contro quello che definisce “terrorismo economico straniero”, accusando apertamente gli Stati Uniti di voler strangolare l’economia iraniana attraverso il caos commerciale e finanziario.
La tregua quindi esiste, ma assomiglia sempre di più a una pausa armata. E nello stretto dove passa una parte enorme del petrolio mondiale, basta un missile, una nave colpita o una minaccia di troppo per trasformare di nuovo la diplomazia in guerra aperta.
Libano
Mentre Washington continua a parlare di una pace “imminentemente raggiungibile”, nel sud del Libano si continua a morire. E il cessate il fuoco, formalmente ancora in vigore, assomiglia sempre di più a una formula diplomatica svuotata dalla realtà quotidiana dei raid.
Nelle ultime ore Israele ha colpito con droni e raid aerei il sud e l’est del Libano, uccidendo almeno ventisette persone e ferendone decine, tra cui soccorritori e civili. Gli attacchi hanno investito Mifdoun, Zawtar al-Sharqiya, Zawtar al-Gharbiya, Aadchit, Saksakiyeh, Baraachit, Safad al-Battikh, Qallawiyeh e altre località del sud.
Tra Zawtar al-Sharqiya e Mifdoun, un attacco contro un’auto ha provocato due morti.
Nel villaggio di Zellaya, nella Bekaa occidentale, un raid ha colpito la casa del capo del consiglio municipale Ali Qassem Ahmad, uccidendo lui e quattro membri della sua famiglia. A Saksakiyeh, nella zona di Zahrani, un bombardamento ha causato almeno quattro morti e oltre trenta feriti, inclusi bambini e donne. A Deir Kifa, droni israeliani hanno colpito paramedici della Islamic Health Authority.
E poi Beirut. Per la prima volta da quasi un mese, Israele torna a colpire la periferia sud della capitale, roccaforte di Hezbollah. L’obiettivo, secondo Benjamin Netanyahu, era un comandante della forza Radwan, l’unità d’élite del movimento sciita.
Fonti vicine a Hezbollah identificano il comandante ucciso come Malek Ballout. L’attacco ha colpito un appartamento a Ghobeiri, riducendo un edificio in macerie e riaccendendo il timore di un ritorno pieno della guerra nella capitale.
L’esercito israeliano continua inoltre a emettere ordini di evacuazione per villaggi del sud, mentre raid multipli danneggiano scuole, abitazioni e infrastrutture civili. Solo martedì Israele aveva effettuato circa sessanta attacchi nel Paese.
Secondo le autorità libanesi, dal 2 marzo gli attacchi israeliani hanno causato oltre 2.700 morti, più di 8.300 feriti e circa un milione e mezzo di sfollati, quasi un quinto della popolazione del Libano.
Anche l’World Health Organization lancia l’allarme: verificati almeno 152 attacchi contro strutture sanitarie, con oltre cento morti tra personale medico e pazienti. Tre ospedali e decine di centri sanitari hanno chiuso o subito danni gravi.
Eppure, da Washington, Marco Rubio continua a descrivere la pace tra Israele e Libano come vicina. Ma insiste sulla stessa linea portata avanti da mesi: il problema centrale, secondo gli Stati Uniti, resta Hezbollah e il governo libanese dovrebbe essere in grado di smantellarlo. Una posizione che ignora il fatto che i bombardamenti israeliani proseguono praticamente ogni giorno, nonostante la tregua.
Da Beirut, il primo ministro Nawaf Salam prova a mantenere una linea più prudente. Ha definito “prematuro” parlare di incontri con Netanyahu e chiarito che il Libano non cerca una normalizzazione con Israele, ma una pace reale. Una differenza enorme in una regione dove la parola normalizzazione pesa quasi quanto la parola guerra.
Nel frattempo Hezbollah continua a rispondere militarmente. Il movimento rivendica attacchi contro carri armati, bulldozer e postazioni israeliane nel sud del Libano, mentre l’esercito israeliano promette di “approfondire lo smantellamento” del gruppo.
Ma insieme alle bombe cresce anche la tensione religiosa. Nelle ultime ore un video diffuso online mostra un soldato israeliano fumare accanto a una statua della Vergine Maria nel sud del Libano, infilando una sigaretta anche nella bocca della statua. L’esercito israeliano afferma che il caso è “in revisione”.
L’episodio arriva dopo altri incidenti contro simboli cristiani: statue distrutte, restrizioni durante le celebrazioni pasquali a Gerusalemme Est, episodi di sputi contro sacerdoti e chiese nella Città Vecchia.
Così il Libano resta sospeso nel solito equilibrio impossibile: la diplomazia parla di pace, mentre le bombe continuano a decidere la realtà.
Palestina e Israele
A Gaza i numeri continuano a crescere anche mentre il mondo continua a usare la parola “cessate il fuoco”.
Nelle ultime ventiquattro ore almeno quattro palestinesi sono stati uccisi: tre in nuovi attacchi israeliani e uno recuperato da sotto le macerie di un bombardamento precedente. Sedici i feriti. Secondo il ministero della Salute palestinese, il bilancio complessivo dal 7 ottobre 2023 è arrivato a oltre 72 mila 600 morti e più di 172 mila feriti.
E c’è un dato che racconta bene cosa significhi questa tregua. Dall’11 ottobre, il primo giorno pieno del cosiddetto cessate il fuoco, Israele ha ucciso almeno 837 palestinesi nella Striscia. Altri 2.381 sono rimasti feriti, mentre centinaia di corpi continuano a essere recuperati dalle macerie settimane o mesi dopo gli attacchi.
Mercoledì mattina sono morti altri due palestinesi feriti nei giorni scorsi durante raid israeliani su Gaza nord e Gaza City. Si chiamavano Khaled Jouda e Mohammed al-Attar. Due nomi che si aggiungono a una lista diventata ormai quasi impossibile da leggere tutta insieme.
Martedì altri bombardamenti hanno colpito Gaza City. Un bambino è stato ucciso vicino alla stazione Bahloul, nel quartiere di al-Nasr. Un altro palestinese è morto vicino alla rotonda del Kuwait, nel sud-est della città. Tre persone sono rimaste ferite.
Intanto, in Cisgiordania, Israele accelera il progetto di espansione coloniale. Le autorità israeliane hanno ordinato la demolizione di circa cinquanta negozi e attività commerciali ad al-Eizariya, vicino Gerusalemme, nell’ambito del progetto E1, uno dei più controversi piani di colonizzazione israeliana.
L’obiettivo è collegare l’insediamento di Ma’ale Adumim a Gerusalemme, spezzando ulteriormente la continuità territoriale palestinese in Cisgiordania. Più di quattrocento ex funzionari europei, tra cui l’ex alto rappresentante Ue Josep Borrell, hanno chiesto all’Unione Europea di intervenire immediatamente, definendo il progetto una vera annessione di fatto.
E mentre sul terreno si continua a bombardare e demolire, emergono nuovi dettagli sulla pressione politica internazionale. Documenti ottenuti da Drop Site rivelano che il ministero degli Esteri israeliano avrebbe finanziato segretamente con circa 700 mila dollari una campagna di lobbying evangelica negli Stati Uniti per rafforzare il sostegno a Israele al Congresso americano e contrastare le posizioni filo-palestinesi e il movimento BDS.
Nel frattempo il Times of Israel pubblica un documento secondo cui il cosiddetto “Board of Peace”, guidato dagli Stati Uniti, avrebbe avvertito i funzionari di Gaza che il cessate il fuoco sarebbe diventato “nullo” se Hamas non avesse accettato il disarmo.
In pratica: niente stop agli attacchi, niente riapertura di Rafah, niente aiuti su larga scala se Hamas non cede le armi. Hamas continua però a sostenere che Israele non abbia mai rispettato pienamente gli impegni umanitari previsti dalla prima fase dell’accordo.
Così Gaza resta intrappolata in una tregua che continua a somigliare sempre più a una guerra con pause amministrative.
ISRAELE: L’esercito israeliano sta nascondendo dati sul numero di soldati allontanati dal servizio durante la guerra a Gaza per disturbi psicologici. A denunciarlo è il quotidiano Haaretz, che parla di migliaia di militari colpiti da traumi mentali dall’inizio del conflitto.
Secondo il giornale, l’esercito avrebbe rifiutato di fornire dati completi richiesti già mesi fa, nonostante la legge israeliana sulla libertà d’informazione imponga risposte entro tempi precisi. Fonti interne citate da Haaretz accusano i vertici militari di manipolare numeri e ritardare la pubblicazione di informazioni considerate dannose per l’immagine dell’esercito e per il morale dell’opinione pubblica.
Un ufficiale della riserva ha raccontato che quando serve smentire critiche politiche o mediatiche, i dati vengono recuperati “in poche ore”. Ma sulle conseguenze psicologiche della guerra il silenzio resta quasi totale.
Secondo fonti del dipartimento salute mentale dell’esercito, Israele starebbe affrontando un numero senza precedenti di soldati con gravi disturbi psicologici legati alla guerra di Gaza.
GLOBAL SUMUD FLOTILLA: L’ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani ha chiesto a Israele il rilascio immediato e senza condizioni degli attivisti Saif Abukeshek e Thiago de Avila, fermati dopo l’intercettazione della Global Sumud Flotilla nel Mediterraneo.
Secondo l’Onu, i due sarebbero stati arrestati in acque internazionali e trasferiti in Israele, dove restano detenuti senza accuse formali. Un tribunale israeliano di Ashkelon ha prolungato la loro detenzione fino a domenica prossima.
La flottiglia civile, composta da circa sessanta imbarcazioni provenienti da Spagna, Francia e Italia, tentava di portare aiuti umanitari a Gaza quando è stata fermata dalle forze israeliane al largo della Grecia il 30 aprile.
L’Onu ha dichiarato che “non è un crimine mostrare solidarietà e tentare di portare aiuti umanitari alla popolazione palestinese”, denunciando anche presunti maltrattamenti subiti dai due attivisti durante la detenzione.
Le Nazioni Unite chiedono inoltre la fine del blocco su Gaza e accusano Israele di utilizzare detenzioni arbitrarie e leggi antiterrorismo incompatibili con il diritto internazionale.
#Israel must immediately release @gbsumudflotilla activists Saif Abukeshek & Thiago de Avila.
Disturbing accounts of severe mistreatment must be investigated.
Solidarity & aid delivery to Palestinians in #Gaza not a crime. #Flotillahttps://t.co/nPatRu7gcI pic.twitter.com/gxj0xtcZP1— UN Human Rights (@UNHumanRights) May 6, 2026
Etiopia
In Etiopia il Tigray rischia di ripiombare nel caos politico dopo la devastante guerra civile che tra il 2020 e il 2022 ha causato centinaia di migliaia di morti.
Il TPLF, il Fronte di liberazione del popolo del Tigray, ha deciso di ristabilire il vecchio consiglio legislativo regionale e ha eletto come presidente Debretsion Gebremichael, storico leader del movimento. Una scelta che viola apertamente uno dei punti centrali dell’accordo di Pretoria, quello che aveva messo fine alla guerra.
Il risultato è che oggi nel Tigray esistono di fatto due governi rivali: quello sostenuto dal TPLF e l’amministrazione ad interim guidata da Tadesse Worede, che ha dichiarato di non avere alcuna intenzione di lasciare il suo incarico.
Il TPLF accusa Addis Abeba di alimentare nuove tensioni, bloccare fondi pubblici e imporre decisioni senza consultazione. E il clima si sta già deteriorando: lunedì una granata è esplosa vicino agli uffici dell’amministrazione regionale a Mekelle. Nessuna vittima, ma il segnale è inquietante.
Eritrea
Gli Stati Uniti si preparano a revocare le sanzioni contro l’Eritrea imposte nel 2021 durante l’amministrazione Biden. Secondo Reuters, Washington starebbe lavorando a un allentamento delle misure punitive adottate per il ruolo eritreo nella guerra del Tigray, in Etiopia.
Durante quel conflitto, le truppe eritree combatterono al fianco del governo etiope contro i ribelli tigrini e furono accusate da organizzazioni internazionali di gravi violazioni dei diritti umani, inclusi massacri e violenze contro i civili.
Dietro il cambio di rotta americano ci sarebbe però soprattutto una questione strategica. Con la crisi nello stretto di Hormuz e le tensioni nel Golfo, il Mar Rosso è tornato centrale negli equilibri globali, e l’Eritrea occupa una posizione geografica fondamentale lungo una delle rotte marittime più delicate del mondo.
Ghana
Dopo lo Zambia, anche il Ghana respinge un accordo sanitario con gli Stati Uniti, accusando Washington di voler ottenere accesso eccessivo ai dati sensibili dei cittadini.
Secondo la Commissione ghanese per la protezione dei dati, l’intesa avrebbe consentito a enti americani di accedere non solo ai dati sanitari, ma anche a sistemi, modelli e strumenti di monitoraggio, senza reali meccanismi di controllo da parte del Ghana.
Il governo parla apertamente di problemi di sovranità e privacy.
L’accordo, da circa 300 milioni di dollari, rientra nella nuova strategia sanitaria globale dell’amministrazione Donald Trump, che ha sostituito i programmi dell’ex USAID con intese bilaterali dirette.
Ma cresce la diffidenza africana: Zimbabwe e Zambia hanno già espresso riserve simili.
Dietro gli aiuti sanitari, molti governi vedono ormai anche una battaglia per il controllo dei dati.
Tunisia
Un tribunale tunisino ha condannato a vent’anni di carcere l’ex ministro della Giustizia Noureddine Bhiri, figura di primo piano del movimento islamista Ennahda.
Bhiri, già detenuto, è stato giudicato colpevole in un caso legato alla presunta falsificazione di passaporti e documenti di cittadinanza concessi a stranieri ricercati per terrorismo durante il suo mandato nel 2012. Lui e i suoi legali respingono tutte le accuse, definendole politicamente motivate.
La sentenza arriva in un clima di crescente repressione politica in Tunisia, dove oppositori, giornalisti e attivisti denunciano da tempo una stretta autoritaria sotto il presidente Kais Saied. Organizzazioni per i diritti umani accusano il governo di usare processi per terrorismo e sicurezza dello Stato per colpire il dissenso.
Slovenia
La Slovenia si è unita alla Spagna nel chiedere all’Unione Europea di proteggere l’indipendenza della Corte Penale Internazionale e delle Nazioni Unite, mentre cresce lo scontro diplomatico sulla guerra a Gaza.
Il premier sloveno Robert Golob ha sostenuto l’appello del premier spagnolo Pedro Sánchez, accusando l’Europa di non aver reagito con sufficiente fermezza davanti alla situazione nella Striscia. “L’indipendenza dei tribunali internazionali non è negoziabile”, ha dichiarato Golob.
Sánchez ha chiesto alla Commissione europea di attivare il cosiddetto “Blocking Statute”, il meccanismo che impedisce alle aziende europee di applicare sanzioni statunitensi extraterritoriali.
Il riferimento è alle sanzioni americane imposte lo scorso anno contro giudici della Corte Penale Internazionale per le indagini legate a Israele. Secondo Madrid e Lubiana, colpire chi difende la giustizia internazionale rischia di indebolire l’intero sistema globale dei diritti umani.
Ucraina e Russia
La Russia invita governi stranieri e organizzazioni internazionali a evacuare diplomatici e personale da Kiev in vista del 9 maggio, il Giorno della Vittoria.
Mosca parla apertamente della possibilità di raid “di rappresaglia” contro la capitale ucraina e persino contro i “centri decisionali” del Paese, nel caso in cui l’Ucraina colpisca durante le celebrazioni.
Il clima è sempre più teso. Volodymyr Zelenskyy accusa la Russia di continuare gli attacchi nonostante le tregue annunciate da entrambe le parti, mentre Kiev intensifica i raid con droni sul territorio russo.
Per la prima volta in quasi vent’anni, Mosca sfilerà il 9 maggio senza mezzi militari sulla Piazza Rossa. Ufficialmente per ragioni operative. Ma il timore dei droni ucraini è ormai evidente.
Stati Uniti
La guerra tra Stati Uniti e Iran ormai si misura anche alla pompa di benzina. Negli Stati Uniti il prezzo medio della benzina è salito a 4 dollari e 48 centesimi al gallone, con un aumento di 31 centesimi in una sola settimana e quasi del 50% dall’inizio del conflitto.
A pesare è soprattutto la crisi nello stretto di Hormuz, passaggio fondamentale per il petrolio mondiale. Le tensioni e il blocco di fatto del traffico marittimo stanno provocando quella che molti analisti definiscono la più grande interruzione dell’approvvigionamento energetico nella storia recente dei mercati globali.
E mentre Washington parla di tregua, gli americani iniziano a vedere la guerra direttamente sul prezzo del pieno.
È morto a 87 anni Ted Turner, il visionario che cambiò per sempre il modo di raccontare le notizie creando nel 1980 CNN, la prima rete all news attiva ventiquattr’ore su ventiquattro.
L’idea nacque da una frustrazione personale: Turner lavorava fino a tardi e trovava i telegiornali già finiti. Così decise di costruire un canale dove le notizie non dormissero mai. Una scommessa folle per l’epoca.
La consacrazione arrivò durante la Guerra del Golfo del 1991, quando la CNN rimase a Baghdad mentre molti altri giornalisti lasciavano l’Iraq. Le immagini dei bombardamenti in diretta cambiarono il giornalismo televisivo mondiale.
Turner era noto per il carattere esplosivo, tanto da guadagnarsi soprannomi come “Captain Outrageous”. Ma fu anche un enorme sostenitore delle Nazioni Unite: donò un miliardo di dollari all’Onu, la più grande donazione individuale dell’epoca moderna, creando poi la United Nations Foundation.
Negli ultimi anni conviveva con la demenza a corpi di Lewy. Aveva lasciato la televisione da tempo, dedicandosi alla filantropia e alle sue immense proprietà. Una volta disse: “L’errore più grande della mia vita? Aver perso il controllo della mia compagnia.”
Gli scienziati hanno confermato che il mega-tsunami avvenuto lo scorso agosto in Alaska è stato il secondo più grande mai registrato. Un’enorme porzione di montagna è crollata dentro il fiordo di Tracy Arm, generando un’onda alta quanto il secondo edificio più alto del mondo.
Lo tsunami ha devastato l’area in meno di un minuto, strappando alberi e trascinando milioni di tonnellate di roccia. La forza dell’impatto è stata così potente da produrre vibrazioni sismiche percepite in tutto il pianeta. Per fortuna, in quel momento non c’erano navi turistiche nella zona, molto frequentata dai crocieristi.
Gli studiosi collegano sempre più questi eventi alla crisi climatica. Con il ritiro dei ghiacciai, montagne rimaste stabili per secoli stanno diventando fragili e soggette a crolli improvvisi.
Secondo i ricercatori, negli ultimi dieci anni questi mega-crolli in Alaska sono aumentati quasi dieci volte. E il timore è che il peggio debba ancora arrivare.
USA e Nicaragua
Gli Stati Uniti hanno revocato i visti turistici a cinque membri del consiglio di amministrazione di La Nación, il giornale più influente della Costa Rica, in una decisione che sta provocando forti polemiche nel paese.
Tra i colpiti c’è anche Pedro Abreu, presidente del gruppo editoriale proprietario del quotidiano, che ha raccontato di aver scoperto la revoca soltanto attraverso notizie pubblicate dai media locali e verificando online lo stato del proprio visto. Washington non avrebbe fornito alcuna spiegazione ufficiale.
Secondo osservatori e organizzazioni per la libertà di stampa, si tratta di una misura senza precedenti che rischia di avere un effetto intimidatorio sul giornalismo indipendente in America Centrale.
Negli ultimi mesi l’amministrazione Trump ha usato sempre più spesso i visti come strumento di pressione diplomatica contro politici, giudici e funzionari stranieri. Ma la Costa Rica è il primo caso in cui nel mirino finiscono direttamente dirigenti di un gruppo editoriale.
Argentina
A Buenos Aires sei tra i principali ospedali pubblici universitari rischiano di smettere di funzionare entro 45 giorni se il governo di Javier Milei non invierà i fondi previsti dalla legge di bilancio.
Le strutture, che assistono circa 700 mila pazienti all’anno, denunciano di non aver ricevuto stanziamenti nei primi quattro mesi dell’anno. Il direttore dell’ospedale Clínicas ha spiegato che la struttura lavora già al 50% della capacità: meno ricoveri, interventi chirurgici rinviati e debiti crescenti con i fornitori.
Il governo sostiene invece di aver inviato i fondi necessari, ma gli ospedali replicano che si tratta solo delle risorse per gli stipendi e non dei finanziamenti destinati al funzionamento delle strutture universitarie.
La crisi si inserisce nel quadro dei forti tagli alla spesa pubblica voluti da Milei. Per il 12 maggio studenti e docenti universitari hanno convocato una protesta nazionale.
Filippine
Per la prima volta gli Stati Uniti hanno lanciato un missile Typhon dalle Filippine durante le esercitazioni militari congiunte “Balikatan”. Il missile a medio raggio è partito dall’isola di Leyte e ha colpito un obiettivo a circa 650 chilometri di distanza, segnando un salto importante nella presenza militare americana nella regione.
Il sistema Typhon permette agli Stati Uniti di proiettare capacità missilistiche molto più vicino alla Cina, mettendo nel raggio operativo sia lo stretto di Taiwan sia parte della costa orientale cinese. Pechino da mesi chiede la rimozione di questo sistema dal Sud-est asiatico.
La risposta cinese non si è fatta attendere: pattugliamenti navali e aerei sono stati intensificati attorno alla contesa Scarborough Shoal, nel Mar Cinese Meridionale.
Intanto Manila valuta l’acquisto di altri sistemi Typhon. E le esercitazioni Balikatan di quest’anno sono le più grandi mai organizzate: coinvolgono 17 mila soldati di sette paesi, con il Giappone presente per la prima volta.
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